Pietro Metastasio, Drammi per musica
  
  
 Catone in Utica, Venezia, Buonarigo, 1729
 
 
 
Paratesto ATTO PRIMO ATTO SECONDO ATTO TERZO AGGIUNTA Apparato
 
 
 ATTO TERZO
 
 SCENA PRIMA
 
 Cortile.
 
 CESARE e FULVIO
 
 CESARE
 Tutto amico ho tentato. Andiamo, ormai
1195giusto è il mio sdegno, ho tolerato assai.
 FULVIO
 Ferma, tu corri a morte.
 CESARE
 Perché?
 FULVIO
                Già su le porte
 d’Utica v’è chi nell’uscir ti deve
 privar di vita.
 CESARE
                        E chi pensò la trama?
 FULVIO
1200Emilia, ella mel disse, ella confida
 nell’amor mio, tu ’l sai.
 CESARE
                                      Coll’armi in pugno
 ci apriremo la via. Vieni.
 FULVIO
                                         Raffrena
 quest’ardor generoso. Altro riparo
 offre la sorte.
 CESARE
                         E quale?
 FULVIO
                                         Un che fra l’armi
1205milita di Catone infino al campo
 per incognita strada
 ti condurrà.
 CESARE
                     Chi è questi?
 FULVIO
 Floro s’appella, uno è di quei che scelse
 Emilia a trucidarti, ei vien pietoso
1210a palesar la frode
 e ad aprirti lo scampo.
 CESARE
                                      Ov’è?
 FULVIO
                                                  Ti attende
 d’Iside al fonte. Egli m’è noto, a lui
 fidati pur. Intanto al campo io riedo
 e per renderti più la via sicura
1215darò l’assalto alle nemiche mura.
 CESARE
 E fidarmi così?
 FULVIO
                           Sgombra i sospetti.
 Avran di te che sei
 la più grand’opra lor cura gli dei. (Parte)
 
 SCENA II
 
 CESARE, poi MARZIA
 
 CESARE
 Quanti aspetti la sorte
1220cangia in un giorno!
 MARZIA
                                  Ah Cesare che fai.
 Come in Utica ancor.
 CESARE
                                     Le insidie altrui
 mi son d’inciampo.
 MARZIA
                                Per pietà se m’ami,
 come parte del mio
 difendi il viver tuo. Cesare addio.
 CESARE
1225Fermati, dove fuggi?
 MARZIA
 Io stessa non so dirlo, il padre irato
 vuol la mia morte. (Oh dio
 giungesse mai). Non m’arrestar, la fuga
 sol può salvarmi.
 CESARE
                              Abbandonata e sola
1230arrischiarti così? Ne’ tuoi perigli
 seguirti io deggio.
 MARZIA
                               No s’è ver che m’ami
 me non seguir, pensa a te sol, non dei
 meco venire, addio... Ma senti, in campo
 com’è tuo stil se vincitor sarai
1235oggi del padre mio
 risparmia il sangue, io te ne priego. Addio.
 CESARE
 T’arresta anche un momento.
 MARZIA
                                                È la dimora
 perigliosa per noi, potrebbe... Io temo...
 Deh lasciami partir.
 CESARE
                                 Così t’involi?
 MARZIA
1240Crudel da me che brami? È dunque poco
 quanto ho sofferto? Ancor tu vuoi ch’io senta
 tutto il dolor d’una partenza amara?
 Lo sento sì, non dubbitarne, il pregio
 d’esser forte m’hai tolto. Invan sperai
1245lasciarti a ciglio asciutto. Ancora il vanto
 del mio pianto volesti, ecco il mio pianto.
 CESARE
 Ahimè l’alma vacilla!
 MARZIA
 Chi sa se più ci rivedremo e quando.
 Chi sa che il fato rio
1250non divida per sempre i nostri affetti.
 CESARE
 E nell’ultimo addio tanto ti affretti?
 MARZIA
 
    Confusa, smarrita
 spiegarti vorrei
 che fosti... che sei...
1255Intendimi oh dio!
 Parlar non poss’io,
 mi sento morir.
 
    Fra l’armi se mai
 di me ti rammenti
1260io voglio... Tu sai...
 Che pena! Gli accenti
 confonde il martir.
 
 SCENA III
 
 CESARE, poi ARBACE
 
 CESARE
 Qual’insoliti moti
 al partir di costei prova il mio core!
1265Dunque al desio d’onore
 qualche parte usurpar de’ miei pensieri
 potrà l’amor?
 ARBACE
                        M’inganno (Nell’uscir si ferma)
 o pur Cesare è questi?
 CESARE
                                      Ah l’esser grato,
 aver pietà d’un’infelice alfine
1270debolezza non è. (In atto di partire)
 ARBACE
                              Fermati e dimmi
 quale ardir, qual disegno
 t’arresta ancor fra noi?
 CESARE
                                      (Questi chi fia?)
 ARBACE
 Parla?
 CESARE
              Del mio soggiorno
 qual cura hai tu?
 ARBACE
                             Più che non pensi.
 CESARE
                                                           Ammiro
1275l’audacia tua ma non so poi se ai detti
 corrisponda il valor.
 ARBACE
                                   Se l’assalirti
 dove ho tante diffese e tu sei solo
 non paresse viltade, or ne faresti
 prova a tuo danno.
 CESARE
                                 E come mai con questi
1280generosi riguardi Utica unisce
 insidie e tradimenti?
 ARBACE
                                  Ignote a noi
 furon sempre quest’armi.
 CESARE
                                         E pur si tenta
 nell’uscir ch’io farò da queste mura
 di vilmente assalirmi.
 ARBACE
                                   E qual saria
1285sì malvaggio fra noi?
 CESARE
                                   Nol so, ti basti
 saper che v’è.
 ARBACE
                         Se temi
 della fé di Catone o della mia
 t’inganni. Io t’assicuro
 che alle tue tende or ora
1290illeso tornerai ma in quelle poi
 men sicuro sarai forse da noi.
 CESARE
 Ma chi sei tu che meco
 tanta virtù dimostri e tanto sdegno?
 ARBACE
 Né mi conosci?
 CESARE
                           No.
 ARBACE
                                    Son tuo rivale
1295nell’armi e nell’amor.
 CESARE
                                   Dunque tu sei
 il prencipe numida
 a Marzia amante, al genitor sì caro?
 ARBACE
 Sì quello io sono.
 CESARE
                              Ah se pur l’ami Arbace
 la siegui, la raggiungi, ella s’invola
1300del padre all’ira intimorita e sola.
 ARBACE
 Dove corre?
 CESARE
                       Nol disse.
 ARBACE
 A rintracciarla or vado.
 Ma no, prima al tuo campo
 deggio aprirti la strada. Andiam.
 CESARE
                                                     Per ora
1305il periglio di lei
 è più grave del mio. Vanne.
 ARBACE
                                            Ma teco
 manco al dover se qui ti lascio.
 CESARE
                                                   Eh pensa
 Marzia a salvare, io nulla temo, è vana
 una insidia palese.
 ARBACE
1310Ammiro il tuo gran cor. Tu del mio bene
 al soccorso m’affretti, il tuo non curi
 e colei che t’adora
 con generoso eccesso
 rival confidi al tuo rivale istesso.
 
1315   Sarebbe un bel diletto
 il sospirar d’amor
 ma sempre aver in petto
 la gelosia nel cor
 lo rende affanno.
 
1320   Quell’amator che crede
 goder senza penar
 o che il suo error non vede
 o ch’egli vuole amar
 sol con inganno.
 
 SCENA IV
 
 CESARE
 
 CESARE
1325Del rivale all’aita
 or che Marzia abbandono ed or che il fato
 mi divide da lei, non so qual pena
 incognita finor m’agita il petto.
 Taci importuno affetto.
1330No, fra le cure mie luogo non hai,
 se a più nobil desio servir non sai.
 
    Al vento che la scuote
 quercia colà sul monte
 turbata ha sol la fronte
1335e fermo il piede.
 
    Se un cieco amor m’alletta
 e a un vil rossor m’affretta,
 onor ch’è in me sì forte
 a quel non cede.
 
 SCENA V
 
  Luogo ombroso circondato d’alberi con fonte d’Iside da un lato e dall’altro ingresso praticabile di acquedotti antichi.
 
 EMILIA con gente armata
 
 EMILIA
1340È questo amici il luogo ove dovremo
 la vittima svenar. Fra pochi istanti
 Cesare giungerà. Chiusa è l’uscita
 per mio comando, onde non v’è per lui
 via di fuggir. Voi qui d’intorno occulti
1345attendete il mio cenno. Ecco il momento (La gente si dispone e si asconde)
 sospirato da me. Vorrei... Ma parmi
 ch’altri s’appressi! È questi
 certamente il tiranno. Aita o dei.
 Se vendicata or sono
1350ogni oltraggio sofferto io vi perdono. (Si asconde)
 
 SCENA VI
 
 CESARE e detta
 
 CESARE
 Ecco d’Iside il fonte. Ai noti segni
 questo il varco sarà. Floro. M’ascolti?
 Floro. Nol veggio più. Fin qui condurmi
 poi dileguarsi! Io fui
1355troppo incauto in fidarmi. Eh non è questo
 il primo ardir felice. Io di mia sorte
 feci in rischio maggior più certa prova. (Nell’entrar s’incontra in Emilia che esce dagli acquedotti)
 EMILIA
 Ma questa volta il suo favor non giova.
 CESARE
 Emilia!
 EMILIA
               È giunto il tempo
1360delle vendette mie.
 CESARE
                                Fulvio ha potuto
 ingannarmi così?
 EMILIA
                             No, dell’inganno
 tutta la gloria è mia. Della sua fede
 giurata a te contro di te mi valsi
 perché impedisse il tuo ritorno al campo.
1365A Fulvio io figurai
 d’Utica su le porte i tuoi perigli.
 Per condurti ove sei, Floro io mandai
 con simulato zelo a palesarti
 questa incognita strada. Or dal mio sdegno
1370se puoi t’invola.
 CESARE
                            Un feminil pensiero
 quanto giunge a tentar!
 EMILIA
                                       Forse volevi
 che insensati gli dei sempre i tuoi falli
 soffrissero così? Che sempre il mondo
 pianger dovesse in servitù dell’empio
1375suo barbaro oppressor? Che l’ombra grande
 del tradito Pompeo
 eternamente invendicata errasse?
 Folle. Contro i malvaggi
 quando più gli assicura
1380allor le sue vendette il ciel matura.
 CESARE
 Alfin che chiedi?
 EMILIA
                             Il sangue tuo.
 CESARE
                                                     Sì lieve
 non è l’impresa.
 EMILIA
                           Or lo vedremo. Amici
 l’usurpator svenate. (Esce la gente)
 CESARE
 Prima voi caderete. (Cava la spada)
 
 SCENA VII
 
 CATONE e detti
 
 CATONE
                                   Olà fermate.
 EMILIA
1385(Fato avverso!)
 CATONE
                            Che miro! Allorch’io cerco
 la fuggitiva figlia
 te in Utica ritrovo in mezzo all’armi.
 Che si vuol? Che si tenta?
 CESARE
 La morte mia ma con viltà.
 CATONE
                                            Chi è reo
1390di sì basso pensiero?
 CESARE
 Emilia.
 CATONE
              Emilia!
 EMILIA
                            È vero.
 Io fra noi lo ritenni. In questo loco
 venne per opra mia. Qui voglio all’ombra
 dell’estinto Pompeo svenar l’indegno.
1395Non turbar nel più bello il gran disegno.
 CATONE
 E romana qual sei
 speri adoprar con lode
 la greca insidia e l’africana frode.
 EMILIA
 È virtù quell’inganno
1400che dall’indegna soma
 libera d’un tiranno il mondo e Roma.
 CATONE
 Non più, parta ciascuno. (La gente d’Emilia parte)
 EMILIA
                                          E tu difendi
 un ribelle così?
 CATONE
                           Suo difensore
 son per tua colpa.
 CESARE
                                (O generoso core!) (Ripone la spada)
 EMILIA
1405Momento più felice
 pensa che non avrem.
 CATONE
                                     Parti e ti scorda
 l’idea d’un tradimento.
 EMILIA
 Veggo il fato di Roma in ogni evento. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 CATONE e CESARE
 
 CESARE
 Lascia che un’alma grata
1410renda alla tua virtù...
 CATONE
                                  Nulla mi devi.
 Mira se alcun vi resta
 armato a’ danni tuoi.
 CESARE
                                   Partì ciascuno. (Guardando intorno)
 CATONE
 D’altre insidie hai sospetto?
 CESARE
                                             Ove tu sei
 chi può temerle.
 CATONE
                            E ben stringi quel brando.
1415Risparmi il sangue nostro
 quello di tanti eroi.
 CESARE
 Come!
 CATONE
               Se qui paventi
 di nuovi tradimenti
 scegli altro campo e decidiam fra noi.
 CESARE
1420Ch’io pugni teco! Ah non fia ver. Saria
 della perdita mia
 più infausta la vittoria.
 CATONE
                                    Eh non vantarmi
 tanto amor, tanto zelo, all’armi, all’armi.
 CESARE
 A cento schiere in faccia
1425si combatta se vuoi ma non si vegga
 per qualunque periglio
 contro il padre di Roma armarsi un figlio.
 CATONE
 Eroici sensi e strani
 a un seduttor delle donzelle in petto.
1430Sarebbe mai difetto
 di valor, di coraggio
 quel color di virtù?
 CESARE
                                Cesare soffre
 di tal dubbio l’oltraggio!
 Ah se alcun si ritrova
1435che ne dubiti ancora ecco la prova. (Mentre cava la spada esce Emilia frettolosa)
 
 SCENA IX
 
 EMILIA e detti
 
 EMILIA
 Siam perduti.
 CATONE
                        Che fu?
 EMILIA
                                       L’armi nemiche
 su le assalite mura
 si veggono apparir. Non basta Arbace
 a incoraggire i tuoi. Se tardi un punto
1440oggi all’estremo il nostro fato è giunto.
 CATONE
 Di private contese
 Cesare non è tempo.
 CESARE
                                   A tuo talento
 parti o t’arresta.
 EMILIA
                            Ah non tardar. La speme
 si ripone in te solo.
 CATONE
1445Volo al cimento. (Parte)
 CESARE
                              Alla vittoria io volo. (Parte)
 
 SCENA X
 
 EMILIA
 
 EMILIA
 Chi può nelle sventure
 eguagliarsi con me. Spesso per gli altri
 e parte e fa ritorno
 la tempesta, la calma e l’ombra e il giorno.
1450Sol io provo degli astri
 la costanza funesta.
 Sempre notte è per me, sempre è tempesta.
 
    Chi mai saper desia
 qual sia un gran tormento
1455la pena del mio core
 deh miri per pietà.
 
    Io nacqui sventurata
 e stella ognor spietata
 solo col mio morire
1460placata allor sarà.
 
 SCENA XI
 
  Gran piazza d’armi dentro le mura d’Utica. Parte di dette mura diroccate. Campo di cesariani fuori della città con padiglioni, tende e machine militari.
 
 Nell’aprirsi della scena si vede l’attacco sopra le mura e poi seguir la battaglia formale con la vittoria de’ cesariani, indi CATONE con spada alla mano
 
 CATONE
 Vincesti inique stelle. Ecco distrugge
 un punto sol di tante etadi e tante
 il sudor, la fatica. Ecco soggiace
 di Cesare all’arbitrio il mondo intero.
1465Dunque, chi ’l crederia! per lui sudaro
 i Metelli, i Scipioni? Ogni romano
 tanto sangue versò sol per costui?
 E l’istesso Pompeo sudò per lui?
 Misera libertà, patria infelice,
1470ingratissimo figlio! Altro il valore
 non ti lasciò degl’avi
 nella terra già doma
 da soggiogar che il Campidoglio e Roma.
 Ah non potrai tiranno
1475trionfar di Catone. E se non lice
 viver libero ancor, si vegga almeno
 nella fatal ruina
 spirar con me la libertà latina. (In atto di uccidersi)
 
 SCENA XII
 
 MARZIA da un lato, ARBACE dall’altro e detto
 
 MARZIA
 Padre.
 ARBACE
              Signor.
 A DUE
                            T’arresta.
 CATONE
                                              Al guardo mio
1480ardisci ancor di presentarti ingrata?
 ARBACE
 Una misera figlia
 lasciar potresti in servitù sì dura?
 CATONE
 Ah questa indegna oscura
 la gloria mia.
 MARZIA
                       Che crudeltà! Deh ascolta
1485i prieghi miei.
 CATONE
                        Taci.
 MARZIA
                                   Perdono o padre, (S’inginocchia)
 caro padre pietà. Questa che bagna
 di lagrime il tuo piede è pur tua figlia.
 Ah volgi a me le ciglia,
 vedi almen la mia pena.
1490Guardami una sol volta e poi mi svena.
 ARBACE
 Placati alfine.
 CATONE
                        Or senti.
 Se vuoi che l’ombra mia vada placata
 al suo fatal soggiorno, eterna fede
 giura ad Arbace e giura
1495all’oppressore indegno
 della patria e del mondo eterno sdegno.
 MARZIA
 (Morir mi sento).
 CATONE
                              E pensi ancor? Conosco
 l’animo avverso. Ah da costei lontano
 volo a morir.
 MARZIA
                        No genitore, ascolta,
1500tutto farò. Vuoi che ad Arbace io serbi
 eterna fé? La serberò. Nemica
 di Cesare mi vuoi? Dell’odio mio
 contro lui ti assicuro.
 CATONE
 Giuralo.
 MARZIA
                (Oh dio!) Su questa man lo giuro. (Bacia la mano a Catone)
 ARBACE
1505Mi fa pietade.
 CATONE
                         Or vieni
 fra queste braccia e prendi
 gli ultimi amplessi miei figlia infelice.
 Son padre alfine e nel momento estremo
 cede ai moti del sangue
1510la mia fortezza. Ah non credea lasciarti
 in Africa così.
 MARZIA
                         Questo è dolore! (Piange)
 CATONE
 Non seduca quel pianto il mio valore.
 
    Per darvi alcun pegno
 di affetto il mio core
1515vi lascia uno sdegno,
 vi lascia un amore
 ma degno di voi,
 ma degno di me.
 
 MARZIA
 Seguiamo i passi suoi.
 ARBACE
                                     Non s’abbandoni
1520al suo crudel desio. (Parte)
 MARZIA
 Deh serbatemi o numi il padre mio. (Parte)
 
 SCENA XIII
 
  Cesare portato dai soldati sopra carro trionfale formato di scudi e d’insegne militari secondo il costume de’ Romani, preceduto dall’esercito vittorioso, da schiavi numidi, istromenti bellici e popolo.
 
  Terminata la sinfonia Cesare scende dal carro, quale disfacendosi, ciascuno de’ soldati che lo componevano si pone in ordinanza con gli altri.
 
 CESARE e FULVIO
 
 CESARE
 Il vincer o compagni
 non è tutto valor. La sorte ancora
 ha parte ne’ trionfi. Il proprio vanto
1525del vincitore è il moderar sé stesso
 né incrudelir su l’inimico oppresso.
 Con mille e mille abbiamo
 il trionfar commune,
 il perdonar non già. Questa è di Roma
1530domestica virtù. Se ne rammenti
 oggi ciascun di voi. D’ogni nemico
 risparmiate la vita e con più cura
 conservate in Catone
 l’esempio degli eroi
1535a me, alla patria, all’universo, a voi.
 FULVIO
 Cesare non temerne. È già sicura
 la salvezza di lui. Corse il tuo cenno
 per le schiere fedeli.
 
 SCENA ULTIMA
 
 MARZIA, EMILIA e detti
 
 MARZIA
 Lasciatemi o crudeli. (Verso la scena)
1540Voglio del padre mio
 l’estremo fato accompagnare anch’io.
 FULVIO
 Che fu?
 CESARE
                Che ascolto.
 MARZIA
                                      Ah qual oggetto! Ingrato (A Cesare)
 va’, se di sangue hai sete, estinto mira
 l’infelice Catone. Eccelsi frutti
1545del tuo valor son questi. Il più dell’opra
 ti resta ancor. Via quell’acciaro impugna
 e in faccia a queste squadre
 la disperata figlia unisci al padre. (Piange)
 CESARE
 Ma come... Per qual mano?...
1550Si trovi l’uccisor.
 EMILIA
                             Lo cerchi invano.
 MARZIA
 Volontario morì. Catone oppresso
 rimase, è ver, ma da Catone istesso.
 CESARE
 Roma chi perdi!
 EMILIA
                             Roma
 il suo vindice avrà.
 MARZIA
                                Palpita ancora
1555la grand’alma di Bruto in qualche petto.
 CESARE
 Emilia io giuro ai numi...
 EMILIA
                                        I numi avranno
 cura di vendicarci; assai lontano
 forse il colpo non è; per pace altrui
 l’affretti il cielo e quella man che meno
1560credi infedel, quella ti squarci il seno. (Parte)
 CESARE
 Tu Marzia almen rammenta...
 MARZIA
                                                Io mi rammento
 che son per te d’ogni speranza priva,
 orfana, desolata e fuggitiva.
 Mi rammento che al padre
1565giurai d’odiarti e per maggior tormento
 che un ingrato adorai pur mi rammento. (Parte)
 FULVIO
 Quando trionfi ogni perdita è lieve.
 CESARE
 Ah se costar mi deve
 i giorni di Catone il serto, il trono,
1570ripigliatevi o numi il vostro dono. (Getta il lauro)
 
 FINE
 
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