Pietro Metastasio, Drammi per musica
  
  
 Adriano in Siria, Parigi, Hérissant, 1780
 
 
 
Paratesto ATTO PRIMO ATTO SECONDO ATTO TERZO Apparato
 
 
 ATTO TERZO
 
 SCENA PRIMA
 
 Sala terrena con sedie.
 
 SABINA ed AQUILIO
 
 SABINA
870Come! Ch’io parta? A questo segno è cieco;
 è ingiusto a questo segno? E di qual fallo
 vuol punirmi Adriano?
 AQUILIO
                                      Ei sa che fosti
 d’Emirena e Farnaspe
 consigliera alla fuga. Ei del custode
875ti crede seduttrice; e con tal arte
 sa i tuoi falli ingrandir che a chi lo sente,
 nel punirti così, sembra clemente.
 SABINA
 Serbando la sua gloria,
 beneficando una rivale, io volli
880procurarmi il suo cor. Non l’odio o l’ira
 mi consigliò ma la pietà, l’amore;
 onde error non commisi o è lieve errore.
 AQUILIO
 Sabina, io lo conosco e lo conosce
 forse Adriano ancor. Ma giova a lui
885un lodevol pretesto.
 SABINA
                                  E ben mi vegga
 e n’arrossisca.
 AQUILIO
                          Il comparirgli innanzi
 di vietarti m’impose.
 SABINA
                                  Oh dei! Ma deggio
 partir senza vederlo?
 AQUILIO
                                    Appunto.
 SABINA
                                                      E quando?
 AQUILIO
 Già le navi son pronte.
 SABINA
                                     Un tal comando
890ubbidir non si deve.
 AQUILIO
                                  Ah no! Ti perdi.
 Parti; fidati a me. Lo vincerai
 non resistendo. Io cercherò l’istante
 di farlo ravveder.
 SABINA
                              Ma digli almeno...
 AQUILIO
 Va’. Senz’altro parlar t’intendo appieno.
 SABINA
 
895   Digli ch’è un infedele;
 digli che mi tradì.
 Senti; non dir così;
 digli che partirò;
 digli che l’amo.
 
900   Ah! Se nel mio martir
 lo vedi sospirar,
 tornami a consolar,
 che prima di morir
 di più non bramo. (Parte)
 
 SCENA II
 
 AQUILIO solo
 
 AQUILIO
905Io la trama dispongo
 perché parta Sabina e poi m’affanno
 nel vederla partir. Pensa, o mio core,
 che la perdi se resta. Ella risveglia
 d’Augusto la virtù. Soffrir non puoi
910l’assenza del tuo bene
 ma, se lieto esser vuoi, soffrir conviene.
 
    Più bella al tempo usato
 fan germogliar la vite
 le provvide ferite
915d’esperto agricoltor.
 
    Non stilla in altra guisa
 il balsamo odorato
 che da una pianta incisa
 dall’arabo pastor. (Nel partire s’incontra in Adriano)
 
 SCENA III
 
 ADRIANO ed AQUILIO
 
 ADRIANO
920Aquilio, che ottenesti?
 AQUILIO
 Nulla, signore; è risoluta e vuole
 partir Sabina.
 ADRIANO
                         Ah, se sdegnata è meco,
 ha gran ragion.
 AQUILIO
                           Ma moderate a segno
 son le querele sue che d’altro amante
925la credo accesa. Io giurerei che serve
 l’incostanza d’Augusto
 di pretesto alla sua.
 ADRIANO
                                  No, non mi piace
 questa soverchia pace. Andiamo a lei.
 AQUILIO
 Ma, signor, ti scordasti
930del re de’ Parti. Il mio consiglio accetti;
 vuoi tentar di placarlo; a te lo chiami;
 ei vien; t’attende; e nel compir l’impresa
 ti confondi e vacilli?
 ADRIANO
                                  Ah! Tu non sai
 qual guerra di pensieri
935agita l’alma mia. Roma, il Senato,
 Emirena, Sabina,
 la mia gloria, il mio amor, tutto ho presente;
 tutto accordar vorrei; trovo per tutto
 qualche scoglio a temer. Scelgo, mi pento;
940poi d’essermi pentito
 mi ritorno a pentir. Mi stanco intanto
 nel lungo dubitar, tal che dal male
 il ben più non distinguo. Alfin mi veggio
 stretto dal tempo e mi risolvo al peggio.
 AQUILIO
945Eh finisci una volta
 di tormentar te stesso. Hai quasi in braccio
 la bella che sospiri e non ardisci
 di stringerla al tuo seno? Io non ho core
 di vederti soffrir. Vado de’ Parti
950ad introdurre il re.
 ADRIANO
                                Senti. E se poi...
 AQUILIO
 Non più dubbi, signor.
 ADRIANO
                                     Fa’ quel che vuoi. (Aquilio parte)
 
 SCENA IV
 
 ADRIANO, poi OSROA ed AQUILIO
 
 ADRIANO
 Che dir può il mondo? Alfine
 il conservar la vita
 è ragion di natura; e in tanta pena
955io viver non saprei senza Emirena.
 OSROA
 Che si chiede da me?
 ADRIANO
                                     Che il re de’ Parti
 sieda e m’ascolti. E, se non pace, intanto
 abbia triegua il suo sdegno. (Siede)
 OSROA
 A lunga sofferenza io non m’impegno. (Siede)
 AQUILIO
960(Del mio destin si tratta).
 ADRIANO
                                         Osroa, nel mondo
 tutto è soggetto a cambiamento; e strano
 saria che gli odi nostri
 soli fossero eterni. Alfin la pace
 è necessaria al vinto,
965utile al vincitor. Fra noi mancata
 è la materia all’ire. Il fato avverso
 tanto ti tolse, e tanto
 mi diè benigno il ciel che non rimane
 né che vincere a noi
970né che perdere a te.
 OSROA
                                  Sì; conservai
 l’odio primiero, onde mi resta assai.
 AQUILIO
 (Che barbara ferocia!)
 ADRIANO
                                      Ah non vantarti
 d’un ben che posseduto
 tormenta il possessor. Puoi meglio altronde
975il tuo fasto appagar. Sappi che sei
 arbitro tu del mio riposo, appunto
 qual son io de’ tuoi giorni. Ordina in guisa
 gli umani eventi il ciel che tutti a tutti
 siam necessari; e il più felice spesso
980nel più misero trova
 che sperar, che temer. Sol che tu parli,
 la principessa è mia. Sol ch’io lo voglia,
 tu sei libero e re. Facciamo, amico,
 uso del poter nostro
985a vantaggio d’entrambi. Io chiedo in dono
 da te la figlia e t’offerisco il trono.
 AQUILIO
 (Tremo della risposta).
 ADRIANO
                                       E ben che dici?
 Tu sorridi e non parli? (Ad Osroa)
 OSROA
                                      E vuoi ch’io creda
 sì debole Adriano?
 ADRIANO
                                 Ah! Che purtroppo,
990Osroa, io lo son. Dissimular che giova?
 Se la bella Emirena
 meco non vedo in dolce nodo unita,
 non ho ben, non ho pace e non ho vita.
 OSROA
 Quando basti sì poco
995a renderti felice, io son contento;
 che si chiami la figlia.
 ADRIANO
                                    Accetti dunque
 le offerte mie?
 OSROA
                          Chi ricusar potrebbe?
 ADRIANO
 Ah! Tu mi rendi, amico,
 il perduto riposo. Aquilio, a noi
1000la principessa invia.
 AQUILIO
 Ubbidito sarai. (Sabina è mia). (Parte)
 ADRIANO
 Ora a viver comincio. Olà; togliete (Escono due guardie)
 quelle catene al re de’ Parti.
 OSROA
                                              Ancora
 non è tempo, Adriano. Io goderei
1005prima de’ doni tuoi che tu de’ miei.
 ADRIANO
 Van riguardo. Eseguite (Alle guardie)
 il cenno mio.
 OSROA
                       Non è dover. Partite. (Partono le guardie)
 ADRIANO
 Dal peso ingiurioso io pur vorrei
 vederti alleggerir.
 OSROA
                              Son sì contento,
1010pensando all’avvenir, ch’io non lo sento.
 ADRIANO
 E pur non viene. (Guardando per la scena)
 OSROA
                              Impaziente anch’io
 ne sono al par di te.
 ADRIANO
                                  La principessa
 io vado ad affrettar. (S’alza)
 OSROA
                                   No; già s’appressa. (S’alza trattenendolo)
 
 SCENA V
 
 EMIRENA, ADRIANO ed OSROA
 
 ADRIANO
 Bellissima Emirena... (Incontrandola)
 OSROA
                                    A lei primiero (Ad Adriano)
1015meglio sarà ch’io tutto spieghi.
 ADRIANO
                                                 È vero.
 EMIRENA
 (Perché son così lieti!)
 OSROA
                                     E pure, o figlia,
 fra le miserie nostre abbiamo ancora
 di che goder. Lo crederesti? Io trovo
 nella bellezza tua tutto il compenso
1020delle perdite mie.
 EMIRENA
                              Che dir mi vuoi!
 ADRIANO
 Quella fiamma verace... (Ad Emirena)
 OSROA
 Lasciami terminar. (Ad Adriano)
 ADRIANO
                                 Come a te piace.
 OSROA
 Tal virtù ne’ tuoi lumi (Ad Emirena)
 raccolse amico il ciel che, fatto servo,
1025il nostro vincitor per te sospira;
 offre tutto per te. Scorda gli oltraggi;
 s’abbassa alle preghiere; odia la vita
 senza di te che per suo nume adora.
 ADRIANO
 Tu dunque puoi... (Ad Emirena)
 OSROA
                                Non ho finito ancora. (Ad Adriano)
 ADRIANO
1030(Mi fa morir questa lentezza). (Da sé)
 OSROA
                                                 Io voglio...
 Senti, o figlia, e scolpisci
 questo del genitore ultimo cenno
 nel più sacro dell’alma. Io voglio almeno
 in te lasciar morendo
1035la mia vendicatrice. Odia il tiranno
 come io l’odiai finora; e questa sia
 l’eredità paterna.
 ADRIANO
                             Osroa, che dici!
 OSROA
 Né timor né speranza
 t’unisca a lui. Ma forsennato, afflitto
1040vedilo a tutte l’ore
 fremer di sdegno e delirar d’amore.
 ADRIANO
 Giusti dei! Son schernito.
 OSROA
 Parli Cesare adesso; Osroa ha finito.
 ADRIANO
 Sconsigliato! Infelice! E non t’avvedi
1045che tu il fulmine accendi
 che opprimer ti dovrà?
 OSROA
                                      Smania, o superbo;
 son le tue furie il mio trionfo.
 ADRIANO
                                               Oh numi!
 Qual rabbia! Qual veleno!
 Che sguardi! Che parlar! Tanto alle fiere
1050può l’uomo assomigliar! Stupisco a segno
 che scema lo stupor forza allo sdegno.
 
    Barbaro, non comprendo
 se sei feroce o stolto;
 se ti vedessi in volto,
1055avresti orror di te.
 
    Orsa nel sen piagata,
 serpe nel suol calcata,
 leon che apre gli artigli,
 tigre che perda i figli
1060fiera così non è. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 OSROA ed EMIRENA
 
 OSROA
 Figlia, s’è ver che m’ami, ecco il momento
 di farne prova. Un genitor soccorri
 che ti chiede pietà.
 EMIRENA
                                Se basta il sangue,
 è tuo, lo spargerò.
 OSROA
                               Toglimi all’ire
1065del tiranno roman. Senza catene
 ti veggo pur.
 EMIRENA
                       Sì; ci conobbe Augusto
 d’ogn’insidia innocenti e le disciolse
 a Farnaspe ed a me. Ma qual soccorso
 perciò posso recarti?
 OSROA
                                    Un ferro, un laccio,
1070un veleno, una morte,
 qualunque sia.
 EMIRENA
                          Padre, che dici? Queste
 sarian prove d’amor? La figlia istessa
 scellerata dovrebbe... Ah! Senza orrore
 non posso immaginarlo. Invan lo speri.
1075Il cor l’opra abborrisce; e quando il core
 fosse tanto inumano,
 sapria nell’opra istupidir la mano.
 OSROA
 Va’. Ti credea più degna
 dell’origine tua. Tremi di morte
1080al nome sol! Con più sicure ciglia
 riguardarla dovria d’Osroa una figlia.
 
    Non ritrova un’alma forte
 che temer nell’ore estreme;
 la viltà di chi lo teme
1085fa terribile il morir.
 
    Non è ver che sia la morte
 il peggior di tutti i mali;
 è un sollievo de’ mortali
 che son stanchi di soffrir. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 EMIRENA e poi FARNASPE
 
 EMIRENA
1090Misera, a qual consiglio
 appigliarmi dovrò?
 FARNASPE
                                Corri, Emirena. (Con fretta)
 EMIRENA
 Dove?
 FARNASPE
              Ad Augusto.
 EMIRENA
                                     E perché mai?
 FARNASPE
                                                             Procura
 che il comando rivochi
 contro il tuo genitore.
 EMIRENA
1095Qual è?
 FARNASPE
               Vuol che, traendo
 delle catene sue l’indegna soma,
 vada...
 EMIRENA
               A morte?
 FARNASPE
                                 No. Peggio.
 EMIRENA
                                                       E dove?
 FARNASPE
                                                                       A Roma.
 EMIRENA
 E che posso a suo pro?
 FARNASPE
                                        Va’, prega, piangi,
 offriti sposa ad Adriano; obblia
1100i ritegni, i riguardi,
 le speranze, l’amor. Tutto si perda
 e il re si salvi.
 EMIRENA
                         Egli pur or m’impose
 d’odiar Cesare sempre.
 FARNASPE
                                        Ah tu non devi
 un comando eseguir dato nell’ira
1105ch’è una breve follia. Dobbiamo, o cara,
 salvarlo suo malgrado.
 EMIRENA
                                      Ad altri in braccio
 andar dunque degg’io? Tu lo consigli?
 E con tanta costanza?
 FARNASPE
                                     Ah principessa,
 tu non vedi il mio cor. Non sai qual pena
1110questo sforzo mi costa. Allorch’io parlo,
 non ho fibra nel seno
 che non senta tremar; stilla di sangue
 non ho che per le vene
 gelida non mi scorra. Io so che perdo
1115l’unico ben per cui
 m’era dolce la vita. Io so che resto
 afflitto, disperato,
 grave agli altri ed a me. Ma l’Asia tutta
 che direbbe di noi, se Osroa perisse,
1120quando possiam salvarlo? Anima mia,
 sacrifichiamo a questo
 necessario dover la nostra pace.
 Va’. Consorte d’Augusto
 il grado più sublime
1125occupa della terra. Un gran sollievo
 per me sarà quel replicar talora
 nel mio dolor profondo:
 «Chi diè legge al mio cor dà legge al mondo».
 EMIRENA
 Ah! Se vuoi ch’io consenta
1130a perderti, ben mio, deh non mostrarti
 così degno d’amor.
 FARNASPE
                                 Bella mia speme,
 no, non mi perdi. Infin ch’io resti in vita,
 t’amerò, sarò tuo, sol però quanto
 la gloria tua, la mia virtù concede;
1135lo giuro a’ numi tutti e a que’ bei lumi
 che per me son pur numi. E tu... Ma dove
 mi trasporta l’affanno? Ah! Che ci manca
 anche il tempo a dolerci. Osroa perisce,
 mentre pensiamo a conservarlo.
 EMIRENA
                                                    Addio.
 FARNASPE
1140Ascoltami.
 EMIRENA
                    Che vuoi?
 FARNASPE
                                       Va’... Ferma... Oh dei!
 Vorrei che mi lasciassi e non vorrei.
 EMIRENA
 
    Oh dio! Mancar mi sento,
 mentre ti lascio, o caro.
 Oh dio! Che tanto amaro
1145forse il morir non è.
 
    Ah! Non dicesti il vero,
 ben mio, quando dicesti
 che tu per me nascesti,
 ch’io nacqui sol per te. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 FARNASPE solo
 
 FARNASPE
1150Di vassallo e d’amante
 la fedeltà, la tenerezza a prova
 pugnano nel mio seno. Or questa or quella
 è vinta, è vincitrice; ed a vicenda
 varian fortuna e tempre;
1155ma, qualunque trionfi, io perdo sempre.
 
    Son sventurato
 ma pure, o stelle,
 io vi son grato
 che almen sì belle
1160sian le cagioni
 del mio martir.
 
    Poco è funesta
 l’altrui fortuna,
 quando non resta
1165ragione alcuna
 né di pentirsi
 né d’arrossir. (Parte)
 
 SCENA IX
 
  Luogo magnifico del palazzo imperiale. Scale per cui si scende alle ripe dell’Oronte. Veduta di campagna e giardini sull’opposta sponda.
 
 SABINA con seguito di matrone e cavalieri romani, AQUILIO, indi ADRIANO
 
 SABINA
 Temerario! Non più. Benché da lui
 mi discacci Adriano, è a te delitto
1170del mio cor la richiesta.
 AQUILIO
 La prima volta è questa...
 SABINA
 E sia l’ultima volta
 che mi parli d’amor. (Partendo per imbarcarsi)
 ADRIANO
                                   Sabina, ascolta.
 AQUILIO
 (Aimè!)
 SABINA
               (Numi!) Che chiedi? (Tornando indietro)
 ADRIANO
                                                 A questo segno
1175odioso io ti son che partir vuoi
 senza vedermi?
 SABINA
                           Ah! Non schernirmi ancora.
 Mi discacci, mi vieti
 di comparirti innanzi...
 ADRIANO
                                     Io? Quando? Aquilio,
 non richiese Sabina
1180la libertà d’abbandonarmi?
 SABINA
                                           Oh dei!
 Non fu cenno d’Augusto (Ad Aquilio)
 ch’io dovessi partir senza mirarlo?
 AQUILIO
 (Se parlo mi condanno e se non parlo).
 SABINA
 Perfido! (Ad Aquilio)
 ADRIANO
                  Non rispondi?
 SABINA
                                           Or tutte intendo
1185le trame tue. Sappi, Adriano...
 AQUILIO
                                                  È vero,
 signor, Sabina adoro; e lei presente
 temei la tua virtù, perciò lontana...
 ADRIANO
 Basta. Che tradimento! Anima rea!
 Tu rivale ad Augusto? Olà, costui
1190sia custodito.
 AQUILIO
                        (Avverso ciel!) (È disarmato)
 ADRIANO
                                                  Né pensi
 la mia sposa a partir.
 SABINA
                                    Tua sposa!
 ADRIANO
                                                        Io sento
 che risano a gran passi. Il dover mio,
 d’Emirena i disprezzi,
 gli odi del genitore...
 
 SCENA ULTIMA
 
 EMIRENA, FARNASPE e detti
 
 EMIRENA
1195Ah Cesare, pietà!
 FARNASPE
                              Pietà, signore!
 EMIRENA
 Rendimi il padre mio.
 FARNASPE
 Conservami il mio re.
 EMIRENA
                                    Rendilo e poi
 eccomi tua, se vuoi.
 ADRIANO
                                  Che?
 FARNASPE
                                             Sì, ti cedo
 l’impero di quel cor.
 ADRIANO
                                  Tu?
 EMIRENA
                                           Sì, sarai
1200tu il nume mio. Per quel sereno il giuro
 raggio del ciel che nel tuo volto adoro,
 per quel sudato alloro
 che porti al crin, per questa invitta mano
 ch’è sostegno del mondo,
1205ch’io bacio... (S’inginocchia)
 ADRIANO
                         Ah! Sorgi; ah! Taci. (È donna o dea?
 Quando m’innamorò, così piangea).
 SABINA
 (Qual contrasto in quel petto
 fan l’onore e l’affetto!)
 ADRIANO
 (Se alla ragione io cedo,
1210perdo Emirena; e se all’amor mi fido,
 la mia Sabina uccido. Ah, qual cimento,
 quale angustia crudele!)
 SABINA
 (E pur mi fa pietà, benché infedele).
 EMIRENA
 Cesare, e non risolvi?
 SABINA
                                     Augusto, alfine...
 ADRIANO
1215Ah! Per pietà non tormentarmi. Io tutto
 quanto dir mi potrai,
 tutto, Sabina, io so.
 SABINA
                                  No, non lo sai.
 Odi. Troppo fatali
 son le nostre ferite. Uno di noi
1220dee morirne d’affanno, io se ti perdo,
 tu se perdi Emirena. Ah! Non sia vero
 che, per salvar d’inutil donna i giorni,
 perisca un tale eroe. Serbati, o caro,
 alla tua gloria, alla tua patria, al mondo,
1225se non a me. D’ogni dover ti sciolgo,
 ti perdono ogni offesa
 ed io stessa sarò la tua difesa.
 ADRIANO
 Come! (Stupido)
 SABINA
                Cesare, addio. (In atto di partire)
 ADRIANO
                                          Fermati. (Arrestandola) Oh grande!
 Oh generosa! Oh degna
1230di mille imperi! Ah, quale eccesso è questo
 d’inudita virtù! Tutti volete
 dunque farmi arrossir? Fedel vassallo,
 tu la sposa mi cedi (A Farnaspe)
 a favor del tuo re! Figlia pietosa,
1235sacrifichi te stessa (Ad Emirena)
 tu per il padre tuo! Tradita amante, (A Sabina)
 non pensi tu che al mio riposo! Ed io,
 io sol fra tanti forti
 il debole sarò? Né mi nascondo
1240per vergogna a’ viventi? E siedo in trono?
 E do leggi alla terra? Ah no. Facciamo
 tutti felici. Al re de’ Parti io dono
 e regno e libertà; rendo a Farnaspe
 la sua bella Emirena; Aquilio assolvo
1245d’ogni fallo commesso;
 e a te, degno di te, rendo me stesso. (A Sabina)
 FARNASPE
 Oh contento improvviso!
 SABINA
 Ecco il vero Adriano; or lo ravviso.
 EMIRENA
 Finch’io respiri, Augusto,
1250grata quest’alma a’ benefizi tuoi...
 ADRIANO
 Se grata esser mi vuoi, lasciami ormai
 la pace del mio cor. Poco è sicura,
 finché appresso mi sei. Subito parti,
 io te ne priego. Ecco il tuo sposo; il padre
1255colà ritroverai. Lieti vivete;
 e tutti tre spargete
 questi deliri miei d’eterno obblio.
 EMIRENA
 Almen, signor... (Volendogli baciar la mano)
 ADRIANO
                             Basta, Emirena. (Non soffrendolo) Addio.
 CORO
 
    S’oda, Augusto, infin su l’etra
1260il tuo nome ognor così;
 
    e da noi con bianca pietra
 sia segnato il fausto dì.
 
 
 LICENZA
 
 Cesare, non turbarti; a te non osa
 somigliarsi Adrian. Quando al tuo sguardo
1265le sue vicende espone,
 fa spettacol di sé, non paragone.
 Troppo minor del vero
 l’immagine sarebbe; e troppo chiare,
 signor, fra voi le differenze sono.
1270A lui diè luce il trono,
 la riceve da te. Fu grande e giusto
 ei talvolta e tu sempre. I propri affetti
 ei debellò, tu li previeni. Ei scelse
 tardi le vie d’onor, tu le scegliesti
1275de’ giorni tuoi fin su la prima aurora.
 Lui la terra ammirò, te il mondo adora.
 
    Non giunge degli affetti
 la turba contumace
 a violar la pace
1280del tuo tranquillo cor.
 
    Così del re de’ numi
 fremon, ma sotto al trono,
 e ’l turbine ed il tuono
 e le tempeste e i fiumi
1285nelle lor fonti ancor.
 
    L’Adriano, ridotto dall’autore nella forma antecedente, da esso esclusivamente preferita, dovendo essere rappresentato alla corte di Madrid, in occasione del solenne giorno natale di Ferdinando VI, ebbe aggiunta la seguente licenza.
 
  Al suono di lieta e strepitosa sinfonia si scuopre la luminosa reggia del Sole. Comparisce il nume assiso su l’aureo suo carro in atto di trattenere gli ardenti corsieri. S’affollano d’intorno a lui le ore, le stagioni e gli altri geni suoi ministri e seguaci; ed egli finalmente prorompe ne’ sensi seguenti.
 
 LICENZA
 
 Lo so, tacete, ore seguaci. Al corso
 voi m’affrettate invan. Dal cielo ibero
 non sperate ch’io parta in sì gran giorno.
 So ben che il mio ritorno
1290dell’opposto emisfero
 già l’inquieto abitator sospira;
 so che, già desto, ammira
 l’ostinata sua notte, il pertinace
 scintillar delle stelle e la dimora
1295della sorda a’ suoi voti infida aurora;
 ma il soffra in pace; e pensi
 ch’oggi nasce un Fernando. Antica in cielo
 solenne legge è questa;
 perché nascan gli Alcidi, il sol s’arresta.
 
1300   Ma d’esser non pretenda
 uguale al nume ispano,
 benché l’eroe tebano
 pur m’arrestò così.
 
    La differenza intenda
1305chi dilatar mi vide
 la notte per Alcide
 ma per Fernando il dì.
 
 FINE
 
 
 
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