Pietro Metastasio, Drammi per musica
  
  
 Didone abbandonata, Parigi, Quillau, 1755, II
 
 
 
Paratesto ATTO PRIMO ATTO SECONDO ATTO TERZO Apparato
 
 
 ATTO PRIMO
 
 SCENA PRIMA
 
  Luogo magnifico destinato per le pubbliche udienze, con trono da un lato. Veduta in prospetto della città di Cartagine che sta edificandosi.
 
 ENEA, SELENE, OSMIDA
 
 ENEA
 No principessa, amico,
 sdegno non è, non è timor che  muove
 le frigie vele e mi trasporta altrove.
 So che m’ama Didone,
5purtroppo il so, né di sua fé pavento.
 L’adoro e mi rammento
 quanto fece per me, non sono ingrato.
 Ma ch’io di nuovo esponga
 all’arbitrio dell’onde i giorni miei
10mi prescrive il destin, voglion gli dei.
 E son sì sventurato
 che sembra colpa mia quella del fato.
 SELENE
 Se cerchi al lungo error riposo e nido,
 te l’offre in questo lido
15la germana, il tuo merto e il nostro zelo.
 ENEA
 Riposo ancor non mi concede il cielo.
 SELENE
 Perché?
 OSMIDA
                Con qual favella
 il lor voler ti palesaro i numi?
 ENEA
 Osmida, a questi lumi
20non porta il sonno mai suo dolce oblio
 che il rigido sembiante
 del genitor non mi dipinga innante.
 «Figlio» ei dice e l’ascolto «ingrato figlio,
 quest’è d’Italia il regno
25che acquistar ti commise Apollo ed io?
 L’Asia infelice aspetta
 che in un altro terreno,
 opra del tuo valor, Troia rinasca.
 Tu ’l promettesti; io nel momento estremo
30del viver mio la tua promessa intesi,
 allor che ti piegasti
 a baciar questa destra e mel giurasti.
 E tu fra tanto ingrato
 alla patria, a te stesso, al genitore
35qui nell’ozio ti perdi e nell’amore!
 Sorgi; de’ legni tuoi
 tronca il canape reo, sciogli le sarte».
 Mi guarda poi con torvo ciglio e parte.
 SELENE
 Gelo d’orror. (Dal fondo della scena cominciano a comparire le guardie di Didone)
 OSMIDA
                         (Quasi felice io sono;
40se parte Enea, manca un rivale al trono).
 SELENE
 Se abbandoni il tuo bene
 morrà Didone (e non vivrà Selene).
 OSMIDA
 La regina s’appressa.
 ENEA
 (Che mai dirò?)
 SELENE
                            (Non posso
45scoprire il mio tormento).
 ENEA
 (Difenditi mio core, ecco il cimento).
 
 SCENA II
 
 DIDONE con seguito e detti
 
 DIDONE
 Enea d’Asia splendore,
 di Citerea soave cura e mia,
 vedi come a momenti,
50del tuo soggiorno altera,
 la nascente Cartago alza la fronte.
 Frutto de’ miei sudori
 son quegli archi, que’ templi e quelle mura;
 ma de’ sudori miei
55l’ornamento più grande, Enea, tu sei.
 Tu non mi guardi e taci? In questa guisa
 con un freddo silenzio Enea m’accoglie?
 Forse già dal tuo core
 di me l’imago ha cancellata amore?
 ENEA
60Didone alla mia mente,
 giuro a tutti gli dei, sempre è presente.
 Né tempo o lontananza
 potrà sparger d’oblio,
 questo ancor giuro ai numi, il foco mio.
 DIDONE
65Che proteste! Io non chiedo
 giuramenti da te; perch’io ti creda
 un tuo sguardo mi basta, un tuo sospiro.
 OSMIDA
 (Troppo s’inoltra).
 SELENE
                                (Ed io parlar non oso).
 ENEA
 Se brami il tuo riposo,
70pensa alla tua grandezza;
 a me più non pensar.
 DIDONE
                                   Che a te non pensi?
 Io che per te sol vivo? Io che non godo
 i miei giorni felici
 se un momento mi lasci?
 ENEA
                                         Oh dio, che dici!
75E qual tempo scegliesti! Ah troppo, troppo
 generosa tu sei per un ingrato.
 DIDONE
 Ingrato Enea! Perché? Dunque noiosa
 ti sarà la mia fiamma.
 ENEA
                                   Anzi giammai
 con maggior tenerezza io non t’amai.
80Ma...
 DIDONE
             Che?
 ENEA
                        La patria... Il cielo...
 DIDONE
 
    Parla.
 
 ENEA
 
                Dovrei... Ma no...
 L’amor... oh dio! La fé...
 Ah che parlar non so,
 spiegalo tu per me. (Ad Osmida e parte)
 
 SCENA III
 
 DIDONE, SELENE, OSMIDA
 
 DIDONE
85Parte così, così mi lascia Enea?
 Che vuol dir quel silenzio? In che son rea?
 SELENE
 Ei pensa abbandonarti.
 Contrastano in quel core,
 né so chi vincerà, gloria ed amore.
 DIDONE
90È gloria abbandonarmi?
 OSMIDA
 (Si deluda). Regina
 il cor d’Enea non penetrò Selene.
 Dalla reggia de’ Mori
 qui giunger dee l’ambasciatore Arbace.
 DIDONE
95Che perciò?
 OSMIDA
                       Le tue nozze
 chiederà il re superbo e teme Enea
 che tu ceda alla forza e a lui ti doni.
 Perciò così partendo,
 fugge il dolor di rimirarti...
 DIDONE
                                           Intendo.
100Vanne, amata germana,
 dal cor d’Enea sgombra i sospetti e digli
 che a lui non mi torrà se non la morte.
 SELENE
 (A questo ancor tu mi condanni, o sorte!)
 
    Dirò che fida sei,
105su la mia fé riposa;
 sarò per te pietosa;
 (per me crudel sarò).
 
    Sapranno i labbri miei
 scoprirgli il tuo desio.
110(Ma la mia pena, oh dio,
 come nasconderò!) (Parte)
 
 SCENA IV
 
 DIDONE e OSMIDA
 
 DIDONE
 Venga Arbace qual vuole,
 supplice o minaccioso, ei viene invano;
 in faccia a lui pria che tramonti il sole,
115ad Enea mi vedrà porger la mano.
 Solo quel cor mi piace;
 sappialo Iarba.
 OSMIDA
                           Ecco s’appressa Arbace.
 
 SCENA V
 
 IARBA sotto nome d’Arbace, ARASPE e detti
 
  Mentre al suono di barbari stromenti si vedono venire da lontano Iarba ed Araspe con seguito di mori e comparse che conducono tigri, leoni e portano altri doni da presentare alla regina, Didone servita da Osmida va sul trono, alla destra del quale rimane Osmida; due cartaginesi portano fuori i cuscini per l’ambasciatore africano e li situano lontano ma in faccia al trono. Iarba ed Araspe fermandosi sull’ingresso non intesi dicono:
 
 ARASPE
 Vedi mio re...
 IARBA
                         T’accheta.
 Finché dura l’inganno,
120chiamami Arbace e non pensare al trono;
 per ora io non son Iarba e re non sono.
 Didone, il re de’ Mori
 a te de’ cenni suoi
 me suo fedele apportator destina.
125Io te l’offro qual vuoi,
 tuo sostegno in un punto o tua ruina.
 Queste che miri intanto
 spoglie, gemme, tesori, uomini e fere,
 che l’Africa soggetta a lui produce,
130pegni di sua grandezza in don t’invia.
 Nel dono impara il donator qual sia.
 DIDONE
 Mentre io ne accetto il dono,
 larga mercede il tuo signor riceve;
 ma s’ei non è più saggio,
135quel ch’ora è don può divenire omaggio.
 (Come altiero è costui). Siedi e favella.
 ARASPE
 (Qual ti sembra, o signor?) (Piano a Iarba)
 IARBA
                                              (Superba e bella). (Piano ad Araspe)
 Ti rammenta, o Didone,
 qual da Tiro venisti e qual ti trasse
140disperato consiglio a questo lido.
 Del tuo germano infido
 alle barbare voglie, al genio avaro
 ti fu l’Africa sol schermo e riparo.
 Fu questo, ove s’inalza
145la superba Cartago, ampio terreno
 dono del mio signore e fu...
 DIDONE
                                             Col dono
 la vendita confondi...
 IARBA
 Lascia pria ch’io favelli e poi rispondi.
 DIDONE
 (Che ardir!) (Piano ad Osmida)
 OSMIDA
                       (Soffri). (Piano a Didone)
 IARBA
                                      Cortese
150Iarba il mio re le nozze tue richiese;
 tu ricusasti, ei ne soffrì l’oltraggio,
 perché giurasti allora
 che al cener di Sicheo fede serbavi.
 Or sa l’Africa tutta
155che dall’Asia distrutta Enea qui venne;
 sa che tu l’accogliesti; e sa che l’ami.
 Né soffrirà che venga
 a contrastar gli amori
 un avanzo di Troia al re de’ Mori.
 DIDONE
160E gli amori e gli sdegni
 fian del pari infecondi.
 IARBA
 Lascia pria ch’io finisca e poi rispondi.
 Generoso il mio re, di guerra invece
 t’offre pace, se vuoi.
165E in emenda del fallo
 brama gli affetti tuoi, chiede il tuo letto,
 vuol la testa d’Enea.
 DIDONE
                                   Dicesti?
 IARBA
                                                  Ho detto.
 DIDONE
 Dalla reggia di Tiro
 io venni a queste arene,
170libertade cercando e non catene.
 Prezzo de’ miei tesori
 e non già del tuo re Cartago è dono.
 La mia destra, il mio core
 quando a Iarba negai,
175d’esser fida allo sposo allor pensai.
 Or più quella non son...
 IARBA
                                       Se non sei quella...
 DIDONE
 Lascia pria ch’io risponda e poi favella.
 Or più quella non son; variano i saggi
 a seconda de’ casi i lor pensieri.
180Enea piace al mio cor, giova al mio trono
 e mio sposo sarà.
 IARBA
                              Ma la sua testa...
 DIDONE
 Non è facil trionfo, anzi potrebbe
 costar molti sudori
 questo avanzo di Troia al re de’ Mori.
 IARBA
185Se il mio signore irriti,
 verranno a farti guerra
 quanti Getuli e quanti
 Numidi e Garamanti Africa serra.
 DIDONE
 Purché sia meco Enea, non mi confondo.
190Vengano a questi lidi
 Garamanti, Numidi, Africa e ’l mondo.
 IARBA
 Dunque dirò...
 DIDONE
                          Dirai
 che amoroso nol curo,
 che nol temo sdegnato.
 IARBA
195Pensa meglio, o Didone.
 DIDONE
                                         Ho già pensato. (S’alzano)
 
    Son regina e sono amante;
 e l’impero io sola voglio
 del mio soglio e del mio cor.
 
    Darmi legge invan pretende
200chi l’arbitrio a me contende
 della gloria e dell’amor. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 IARBA, OSMIDA e ARASPE
 
 IARBA
 Araspe alla vendetta. (In atto di partire)
 ARASPE
 Mi son scorta i tuoi passi.
 OSMIDA
                                           Arbace aspetta.
 IARBA
 (Da me che bramerà?)
 OSMIDA
                                      Posso a mia voglia
205libero favellar?
 IARBA
                           Parla.
 OSMIDA
                                       Se vuoi,
 m’offro agli sdegni tuoi compagno e guida.
 Didone in me confida,
 Enea mi crede amico e pendon l’armi
 tutte dal cenno mio. Molto potrei
210a’ tuoi disegni agevolar la strada.
 IARBA
 Ma tu chi sei?
 OSMIDA
                         Seguace
 della tiria regina, Osmida io sono.
 In Cipro ebbi la cuna
 e ’l mio core è maggior di mia fortuna.
 IARBA
215L’offerta accetto e se fedel sarai
 tutto in mercé ciò che domandi avrai.
 OSMIDA
 Sia del tuo re Didone, a me si ceda
 di Cartago l’impero.
 IARBA
                                  Io tel prometto.
 OSMIDA
 Ma chi sa se consente
220il tuo signore alla richiesta audace?
 IARBA
 Promette il re, quando promette Arbace.
 OSMIDA
 Dunque...
 IARBA
                   Ogni atto innocente
 qui sospetto esser può; serba i consigli
 a più sicuro loco e più nascoso.
225Fidati. Osmida è re, se Iarba è sposo.
 OSMIDA
 
    Tu mi scorgi al gran disegno
 e al tuo sdegno, al tuo desio,
 l’ardir mio ti scorgerà.
 
    Così rende il fiumicello,
230mentre lento il prato ingombra,
 alimento all’arboscello;
 e per l’ombra umor gli dà. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 IARBA e ARASPE
 
 IARBA
 Quanto è stolto, se crede
 ch’io gli abbia a serbar fede!
 ARASPE
235Il promettesti a lui.
 IARBA
 Non merta fé chi non la serba altrui.
 Ma vanne amato Araspe,
 ogn’indugio è tormento al mio furore,
 vanne; le mie vendette
240un tuo colpo assicuri. Enea s’uccida.
 ARASPE
 Vado; e sarà fra poco
 del suo, del mio valore
 in aperta tenzone arbitro il fato.
 IARBA
 No, t’arresta. Io non voglio
245che al caso si commetta
 l’onor tuo, l’odio mio, la mia vendetta.
 Improvviso l’assali, usa la frode.
 ARASPE
 Da me frode! Signor, suddito io nacqui
 ma non già traditor. Dimmi ch’io vada
250nudo in mezzo agl’incendi, incontro all’armi,
 tutto farò. Tu sei
 signor della mia vita; in tua difesa
 non ricuso cimento.
 Ma da me non si chiede un tradimento.
 IARBA
255Sensi d’alma volgare. A me non manca
 braccio del tuo più fido.
 ARASPE
                                        E come, o dei,
 la tua virtude...
 IARBA
                           Eh che virtù? Nel mondo
 o virtù non si trova,
 o è sol virtù quel che diletta e giova.
 
260   Fra lo splendor del trono
 belle le colpe sono,
 perde l’orror l’inganno,
 tutto si fa virtù.
 
    Fuggir con frode il danno
265può dubitar se lice
 quell’anima infelice
 che nacque in servitù. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 ARASPE solo
 
 ARASPE
 Empio! L’orror che porta
 il rimorso d’un fallo anche felice,
270la pace fra’ disastri
 che produce virtù come non senti?
 O sostegno del mondo,
 degli uomini ornamento e degli dei,
 bella virtù, la scorta mia tu sei.
 
275   Se dalle stelle tu non sei guida
 fra le procelle dell’onda infida,
 mai per quest’alma calma non v’è.
 
    Tu m’assicuri ne’ miei perigli,
 nelle sventure tu mi consigli
280e sol contento sento per te. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 Cortile.
 
 SELENE ed ENEA
 
 ENEA
 Già tel dissi, o Selene,
 male interpetra Osmida i sensi miei.
 Ah piacesse agli dei
 che Dido fosse infida, o ch’io potessi
285figurarmela infida un sol momento!
 Ma saper che m’adora
 e doverla lasciar, quest’è il tormento.
 SELENE
 Sia qual vuoi la cagione
 che ti sforza a partir, per pochi istanti
290t’arresta almeno e di Nettuno al tempio
 vanne; la mia germana
 vuol colà favellarti.
 ENEA
 Sarà pena l’indugio.
 SELENE
                                 Odila e parti.
 ENEA
 Ed a colei che adoro
295darò l’ultimo addio?
 SELENE
                                  (Taccio e non moro!)
 ENEA
 Piange Selene!
 SELENE
                           E come,
 quando parli così, non vuoi ch’io pianga?
 ENEA
 Lascia di sospirar. Sola Didone
 ha ragion di lagnarsi al partir mio.
 SELENE
300Abbiam l’istesso cor Didone ed io.
 ENEA
 Tanto per lei t’affliggi?
 SELENE
 Ella in me così vive,
 io così vivo in lei
 che tutti i mali suoi son mali miei.
 ENEA
305Generosa Selene, i tuoi sospiri
 tanta pietà mi fanno
 che scordo quasi il mio nel vostro affanno.
 SELENE
 Se mi vedessi il core,
 forse la tua pietà saria maggiore.
 
 SCENA X
 
 IARBA, ARASPE e detti
 
 IARBA
310Tutta ho scorsa la reggia
 cercando Enea né ancor m’incontro in lui.
 ARASPE
 Forse quindi partì.
 IARBA
                                Fosse costui? (Vedendo Enea)
 Africano alle vesti ei non mi sembra.
 Stranier dimmi, chi sei? (Ad Enea)
 ARASPE
315(Quanto piace quel volto agli occhi miei). (Vedendo Selene)
 ENEA
 Troppo bella Selene... (Dopo aver guardato Iarba)
 IARBA
                                       Olà non odi? (Ad Enea)
 ENEA
 Troppo ad altri pietosa... (Come sopra)
 SELENE
 Che superbo parlar. (Guardando Iarba)
 ARASPE
                                    (Quanto è vezzosa!) (Come sopra)
 IARBA
 O palesa il tuo nome o ch’io... (Ad Enea)
 ENEA
                                                  Qual dritto
320hai tu di domandarne? A te che giova?
 IARBA
 Ragione è il piacer mio.
 ENEA
                                       Fra noi non s’usa
 di rispondere a stolti. (Vuol partire)
 IARBA
                                     A questo acciaro... (Volendo cavar la spada, Selene lo ferma)
 SELENE
 Sugli occhi di Selene,
 nella reggia di Dido un tanto ardire?
 IARBA
325Di Iarba al messaggiero
 sì poco di rispetto?
 SELENE
                                 Il folle orgoglio
 la regina saprà.
 IARBA
                           Sappialo; intanto
 mi vegga ad onta sua troncar quel capo
 e a quel d’Enea congiunto
330dell’offeso mio re portarlo a’ piedi.
 ENEA
 Difficile sarà più che non credi.
 IARBA
 Tu potrai contrastarlo? O quell’Enea
 che per glorie racconta
 tante perdite sue?
 ENEA
                               Cedono assai
335in confronto di glorie
 alle perdite sue le tue vittorie.
 IARBA
 Ma tu chi sei che tanto
 meco per lui contrasti?
 ENEA
 Son un che non ti teme e ciò ti basti.
 
340   Quando saprai chi sono,
 sì fiero non sarai
 né parlerai così.
 
    Brama lasciar le sponde
 quel passaggiero ardente;
345fra l’onde poi si pente,
 se ad onta del nocchiero
 dal lido si partì. (Parte)
 
 SCENA XI
 
 SELENE, IARBA e ARASPE
 
 IARBA
 Non partirà se pria... (Volendo seguirlo)
 SELENE
                                    Da lui che brami? (Arrestandolo)
 IARBA
 Il suo nome.
 SELENE
                       Il suo nome
350senza tanto furor da me saprai.
 IARBA
 A questa legge io resto.
 SELENE
 Quell’Enea, che tu cerchi, appunto è questo.
 IARBA
 Ah m’involasti un colpo
 che al mio braccio offeriva il ciel cortese.
 SELENE
355Ma perché tanto sdegno? In che t’offese?
 IARBA
 Gli affetti di Didone
 al mio signor contende;
 t’è noto e mi domandi in che m’offende?
 SELENE
 Dunque supponi, Arbace,
360che scelga a suo talento il caro oggetto
 un cor che s’innamora?
 Nella scuola d’amor sei rozzo ancora. (Parte)
 
 SCENA XII
 
 IARBA, ARASPE, poi OSMIDA
 
 IARBA
 Non è più tempo, Araspe,
 di celarmi così. Troppa finora
365sofferenza mi costa.
 ARASPE
                                  E che farai?
 IARBA
 I miei guerrier, che nella selva ascosi
 quindi non lungi al mio venir lasciai,
 chiamerò nella reggia;
 distruggerò Cartago e l’empio core
370all’indegno rival trarrò...
 OSMIDA
                                        Signore. (Con fretta)
 Già di Nettuno al tempio
 la regina s’invia. Sugli occhi tuoi
 al superbo troiano,
 se tardi a riparar, porge la mano.
 IARBA
375Tanto ardir!
 OSMIDA
                      Non è tempo
 d’inutili querele.
 IARBA
                            E qual consiglio?
 OSMIDA
 Il più pronto è il migliore. Io ti precedo;
 ardisci. Ad ogni impresa
 io sarò tuo sostegno e tua difesa. (Parte)
 
 SCENA XIII
 
 IARBA ed ARASPE
 
 ARASPE
380Dove corri, o signore?
 IARBA
 Il rivale a svenar.
 ARASPE
                              Come lo speri?
 Ancora i tuoi guerrieri
 il tuo voler non sanno.
 IARBA
 Dove forza non val, giunga l’inganno.
 ARASPE
385E vuoi la tua vendetta
 con la taccia comprar di traditore?
 IARBA
 Araspe, il mio favore
 troppo ardito ti fe’. Più franco all’opre
 e men pronto ai consigli io ti vorrei.
390Chi son io ti rammenta e chi tu sei.
 
    Son quel fiume che gonfio d’umori,
 quando il gelo si scioglie in torrenti,
 selve, armenti, capanne e pastori
 porta seco e ritegno non ha.
 
395   Se si vede fra gli argini stretto,
 sdegna il letto, confonde le sponde
 e superbo fremendo sen va. (Parte con Araspe)
 
 SCENA XIV
 
 Tempio di Nettuno con simulacro del medesimo.
 
 ENEA e OSMIDA
 
 OSMIDA
 Come? Da’ labbri tuoi
 Dido saprà che abbandonar la vuoi?
400Ah taci per pietà
 e risparmia al suo cor questo tormento.
 ENEA
 Il dirlo è crudeltà
 ma sarebbe il tacerlo un tradimento.
 OSMIDA
 Benché costante, io spero
405che al pianto suo tu cangerai pensiero.
 ENEA
 Può togliermi di vita
 ma non può il mio dolore
 far ch’io manchi alla patria e al genitore.
 OSMIDA
 Oh generosi detti!
410Vincere i propri affetti
 avanza ogni altra gloria.
 ENEA
 Quanto costa però questa vittoria!
 
 SCENA XV
 
 IARBA, ARASPE e detti
 
 IARBA
 (Ecco il rival né seco (Piano ad Araspe)
 è alcun de’ suoi seguaci).
 ARASPE
415(Ah pensa che tu sei...) (Piano a Iarba)
 IARBA
                                        (Sieguimi e taci.) (Come sopra)
 Così gli oltraggi miei... (Nel voler ferire Enea, trattenuto da Araspe gli cade il pugnale ed Araspe lo raccoglie)
 ARASPE
                                       Fermati. (A Iarba)
 IARBA
                                                       Indegno, (Ad Araspe)
 al nemico in aiuto?
 ENEA
 Che tenti anima rea? (Ad Araspe, vedendogli il pugnale in mano)
 OSMIDA
                                    (Tutto è perduto).
 
 SCENA XVI
 
 DIDONE con guardie e detti
 
 OSMIDA
 Siam traditi, o regina. (Con affettato spavento)
420Se più tarda d’Arbace era l’aita,
 il valoroso Enea
 sotto colpo inumano oggi cadea.
 DIDONE
 Il traditor qual è, dove dimora?
 OSMIDA
 Miralo, nella destra ha il ferro ancora. (Accenna Araspe)
 DIDONE
425Chi ti destò nel seno
 sì barbaro desio?
 ARASPE
 Del mio signor la gloria e ’l dover mio.
 OSMIDA
 Come? L’istesso Arbace
 disapprova...
 ARASPE
                        Lo so ch’ei mi condanna;
430il suo sdegno pavento;
 ma il mio non fu delitto e non mi pento.
 DIDONE
 E nemmeno hai rossore
 del sacrilego eccesso?
 ARASPE
 Tornerei mille volte a far l’istesso.
 DIDONE
435Ti preverrò. Ministri
 custodite costui. (Araspe parte tra le guardie)
 ENEA
 Generoso nemico, (A Iarba)
 in te tanta virtude io non credea.
 Lascia che a questo sen...
 IARBA
                                           Scostati Enea.
440Sappi che il viver tuo d’Araspe è dono,
 che il tuo sangue vogl’io, che Iarba io sono.
 DIDONE
 Tu Iarba!
 ENEA
                   Il re de’ Mori!
 DIDONE
 Un re sensi sì rei
 non chiude in seno; un mentitor tu sei.
445Si disarmi.
 IARBA
                    Nessuno (Snuda la spada)
 avvicinarsi ardisca o ch’io lo sveno.
 OSMIDA
 (Cedi per poco almeno, (Piano a Iarba)
 finch’io genti raccolga; a me ti fida).
 IARBA
 (E così vil sarò?) (Piano ad Osmida)
 ENEA
                               Fermate, amici,
450a me tocca il punirlo.
 DIDONE
                                    Il tuo valore
 serba ad uopo miglior. Che più s’aspetta?
 O si renda o svenato al piè mi cada.
 OSMIDA
 (Serbati alla vendetta). (Piano a Iarba)
 IARBA
                                        Ecco la spada. (Getta la spada che viene raccolta dalle guardie e parte fra quelle)
 DIDONE
 Frenar l’alma orgogliosa (Ad Osmida)
455tua cura sia.
 OSMIDA
                       Su la mia fé riposa. (Parte appresso Iarba)
 
 SCENA XVII
 
 DIDONE ed ENEA
 
 DIDONE
 Enea, salvo già sei
 dalla crudel ferita.
 Per me serban gli dei sì bella vita.
 ENEA
 Oh dio regina!
 DIDONE
                          Ancora
460forse della mia fede incerto stai?
 ENEA
 No. Più funeste assai
 son le sventure mie. Vuole il destino...
 DIDONE
 M’abbandoni! Perché?
 ENEA
                                      Di Giove il cenno,
 l’ombra del genitor, la patria, il cielo,
465la promessa, il dover, l’onor, la fama
 alle sponde d’Italia oggi mi chiama.
 La mia lunga dimora
 purtroppo degli dei mosse lo sdegno.
 DIDONE
 E così fin ad ora
470perfido mi celasti il tuo disegno?
 ENEA
 Fu pietà.
 DIDONE
                 Che pietà? Mendace il labbro
 fedeltà mi giurava;
 e intanto il cor pensava
 come lunge da me volgere il piede!
475A chi, misera me! darò più fede?
 Vil rifiuto dell’onde
 io l’accolgo dal lido; io lo ristoro
 dalle ingiurie del mar; le navi e l’armi
 già disperse io gli rendo; e gli do loco
480nel mio cor, nel mio regno; e questo è poco.
 Di cento re per lui,
 ricusando l’amor, gli sdegni irrito.
 Ecco poi la mercede.
 A chi, misera me! darò più fede?
 ENEA
485Finch’io viva, o Didone,
 dolce memoria al mio pensier sarai;
 né partirei giammai,
 se per voler de’ numi io non dovessi
 consacrare il mio affanno
490all’impero latino.
 DIDONE
 Veramente non hanno
 altra cura gli dei che ’l tuo destino.
 ENEA
 Io resterò, se vuoi
 che si renda spergiuro un infelice.
 DIDONE
495No; sarei debitrice
 dell’impero del mondo a’ figli tuoi.
 Va’ pur; siegui il tuo fato;
 cerca d’Italia il regno; all’onde, ai venti
 confida pur la speme tua; ma senti.
500Farà quell’onde istesse
 delle vendette mie ministre il cielo;
 e tardi allor pentito
 d’aver creduto all’elemento insano,
 richiamerai la tua Didone invano.
 ENEA
505Se mi vedessi il core...
 DIDONE
 Lasciami, traditore.
 ENEA
 Almen dal labbro mio
 con volto meno irato
 prendi l’ultimo addio.
 DIDONE
                                    Lasciami, ingrato.
 ENEA
510E pur con tanto sdegno
 non hai ragion di condannarmi.
 DIDONE
                                                   Indegno!
 
    Non ha ragione, ingrato,
 un core abbandonato
 da chi giurogli fé?
 
515   Anime innamorate,
 se lo provaste mai,
 ditelo voi per me.
 
    Perfido! Tu lo sai
 se in premio un tradimento
520io meritai da te.
 
    E qual sarà tormento,
 anime innamorate,
 se questo mio non è? (Parte)
 
 SCENA XVIII
 
 ENEA solo
 
 ENEA
 E soffrirò che sia
525sì barbara mercede
 premio della tua fede, anima mia?
 Tanto amor, tanti doni...
 Ah pria ch’io t’abbandoni,
 pera l’Italia, il mondo,
530resti in obblio profondo
 la mia fama sepolta,
 vada in cenere Troia un’altra volta.
 Ah che dissi! Alle mie
 amorose follie
535gran genitor perdona, io n’ho rossore,
 non fu Enea che parlò; lo disse amore.
 Si parta. E l’empio moro
 stringerà il mio tesoro?
 No... Ma sarà frattanto
540al proprio genitor spergiuro il figlio?
 Padre, amor, gelosia, numi, consiglio.
 
    Se resto sul lido,
 se sciolgo le vele,
 infido, crudele
545mi sento chiamar.
 
    E intanto confuso
 nel dubbio funesto,
 non parto, non resto;
 ma provo il martire
550che avrei nel partire,
 che avrei nel restar. (Parte)
 
 Fine dell’atto primo
 
 
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