Pietro Metastasio, Drammi per musica
  
  
 Didone abbandonata, Parigi, Quillau, 1755, II
 
 
 
Paratesto ATTO PRIMO ATTO SECONDO ATTO TERZO Apparato
 
 
 ATTO SECONDO
 
 SCENA PRIMA
 
 Appartamenti reali con tavolino e sedia.
 
 SELENE ed ARASPE
 
 SELENE
 Chi fu che all’inumano
 disciolse le catene?
 ARASPE
 A me, bella Selene, il chiedi invano.
555Io prigioniero e reo,
 libero ed innocente in un momento
 sciolto mi vedo e sento
 fra’ lacci il mio signore, il passo muovo
 a suo pro nella reggia e vel ritrovo.
 SELENE
560Ah contro Enea v’è qualche frode ordita.
 Difendi la sua vita.
 ARASPE
                                È mio nemico;
 pur, se brami che Araspe
 dall’insidie il difenda,
 tel prometto; sin qui
565l’onor mio nol contrasta;
 ma ti basti così.
 SELENE
                            Così mi basta. (In atto di partire)
 ARASPE
 Ah non toglier sì tosto
 il piacer di mirarti agli occhi miei.
 SELENE
 Perché?
 ARASPE
                Tacer dovrei ch’io sono amante;
570ma reo del mio delitto è il tuo sembiante.
 SELENE
 Araspe, il tuo valore,
 il volto tuo, la tua virtù mi piace;
 ma già pena il mio cor per altra face.
 ARASPE
 Quanto son sventurato!
 SELENE
                                        È più Selene.
575Se t’accende il mio volto,
 narri almen le tue pene ed io l’ascolto.
 Io l’incendio nascoso
 tacer non posso e palesar non oso.
 ARASPE
 Soffri almen la mia fede.
 SELENE
580Sì, ma da me non aspettar mercede.
 Se può la tua virtude
 amarmi a questa legge, io tel concedo.
 Ma non chieder di più.
 ARASPE
                                      Di più non chiedo.
 SELENE
 
    Ardi per me fedele,
585serba nel cor lo strale;
 ma non mi dir crudele,
 se non avrai mercé.
 
    Hanno sventura eguale
 la tua, la mia costanza;
590per te non v’è speranza,
 non v’è pietà per me. (Parte)
 
 SCENA II
 
 ARASPE solo
 
 ARASPE
 Tu dici ch’io non speri
 ma nol dici abbastanza;
 l’ultima che si perde è la speranza. (Parte)
 
 SCENA III
 
 DIDONE con foglio in mano, OSMIDA e poi SELENE
 
 DIDONE
595Già so che si nasconde
 de’ Mori il re sotto il mentito Arbace.
 Ma sia qual più gli piace, egli m’offese;
 e senz’altra dimora,
 o suddito o sovrano, io vuo’ che mora.
 OSMIDA
600Sempre in me de’ tuoi cenni
 il più fedele esecutor vedrai.
 DIDONE
 Premio avrà la tua fede.
 OSMIDA
 E qual premio, o regina? Adopro invano
 per te fede e valore;
605occupa solo Enea tutto il tuo core.
 DIDONE
 Taci, non rammentar quel nome odiato.
 È un perfido, è un ingrato,
 è un’alma senza legge e senza fede.
 Contro me stessa ho sdegno,
610perché finor l’amai.
 OSMIDA
 Se lo torni a mirar ti placherai.
 DIDONE
 Ritornarlo a mirar! Per finch’io viva
 mai più non mi vedrà quell’alma rea.
 SELENE
 Teco vorrebbe Enea
615parlar, se gliel concedi.
 DIDONE
 Enea! Dov’è?
 SELENE
                        Qui presso
 che sospira il piacer di rimirarti.
 DIDONE
 Temerario! Che venga. Osmida parti. (Selene parte)
 OSMIDA
 Io non tel dissi? Enea
620tutta del cor la libertà t’invola.
 DIDONE
 Non tormentarmi più, lasciami sola. (Osmida parte)
 
 SCENA IV
 
 DIDONE ed ENEA
 
 DIDONE
 Come! Ancor non partisti? Adorna ancora
 questi barbari lidi il grande Enea?
 E pure io mi credea
625che già varcato il mar, d’Italia in seno
 in trionfo traessi
 popoli debellati e regi oppressi.
 ENEA
 Quest’amara favella
 mal conviene al tuo cor, bella regina.
630Del tuo, dell’onor mio
 sollecito ne vengo. Io so che vuoi
 del moro il fiero orgoglio
 con la morte punir.
 DIDONE
                                 E questo è il foglio.
 ENEA
 La gloria non consente
635ch’io vendichi in tal guisa i torti miei.
 Se per me lo condanni...
 DIDONE
 Condannarlo per te! Troppo t’inganni.
 Passò quel tempo, Enea,
 che Dido a te pensò. Spenta è la face,
640è sciolta la catena
 e del tuo nome or mi rammento appena.
 ENEA
 Pensa che re de’ Mori
 è l’orator fallace.
 DIDONE
 Io non so qual ei sia, lo credo Arbace.
 ENEA
645Oh dio! Con la sua morte
 tutta contro di te l’Africa irriti.
 DIDONE
 Consigli or non desio;
 tu provvedi a’ tuoi regni, io penso al mio.
 Senza di te finor legge dettai,
650sorger senza di te Cartago io vidi;
 felice me, se mai
 tu non giungevi, ingrato, a questi lidi.
 ENEA
 Se sprezzi il tuo periglio,
 donalo a me; grazia per lui ti chieggio.
 DIDONE
655Sì, veramente io deggio
 il mio regno e me stessa al tuo gran merto.
 A sì fedele amante,
 ad eroe sì pietoso, a’ giusti prieghi
 di tanto intercessor nulla si nieghi. (Va al tavolino)
660Inumano! Tiranno! È forse questo
 l’ultimo dì che rimirar mi dei;
 vieni sugli occhi miei;
 sol d’Arbace mi parli e me non curi!
 T’avessi pur veduto
665d’una lagrima sola umido il ciglio!
 Uno sguardo, un sospiro,
 un segno di pietade in te non trovo.
 E poi grazie mi chiedi?
 Per tanti oltraggi ho da premiarti ancora?
670Perché tu lo vuoi salvo, io vuo’ che mora. (Soscrive)
 ENEA
 Idol mio, che pur sei,
 ad onta del destin, l’idolo mio,
 che posso dir, che giova
 rinnovar co’ sospiri il tuo dolore?
675Ah se per me nel core
 qualche tenero affetto avesti mai,
 placa il tuo sdegno e rasserena i rai.
 Quell’Enea tel domanda
 che tuo cor, che tuo bene un dì chiamasti,
680quel che finora amasti
 più della vita tua, più del tuo soglio,
 quello...
 DIDONE
                 Basta; vincesti; eccoti il foglio.
 Vedi quanto t’adoro ancora ingrato.
 Con un tuo sguardo solo
685mi togli ogni difesa e mi disarmi.
 Ed hai cor di tradirmi? E puoi lasciarmi?
 
    Ah non lasciarmi, no,
 bell’idol mio.
 Di chi mi fiderò
690se tu m’inganni?
 
    Di vita mancherei
 nel dirti addio,
 che viver non potrei
 fra tanti affanni. (Parte)
 
 SCENA V
 
 ENEA, poi IARBA
 
 ENEA
695Io sento vacillar la mia costanza
 a tanto amore appresso;
 e mentre salvo altrui, perdo me stesso.
 IARBA
 Che fa l’invitto Enea? Gli veggo ancora
 del passato timore i segni in volto.
 ENEA
700Iarba da’ lacci è sciolto!
 Chi ti diè libertà?
 IARBA
                            Permette Osmida
 che per entro la reggia io mi raggiri;
 ma vuol ch’io vada errando
 per sicurezza tua senza il mio brando.
 ENEA
705Così tradisce Osmida
 il comando real?
 IARBA
                             Dimmi, che temi?
 Ch’io fuggendo m’involi a queste mura?
 Troppo vi resterò per tua sventura.
 ENEA
 La tua sorte presente
710fa pietà, non timore.
 IARBA
 Risparmia al tuo gran core
 questa pietà. D’una regina amante
 tenta pure a mio danno,
 cerca pur d’irritar gli sdegni insani.
715Con altr’armi non sanno
 le offese vendicar gli eroi troiani.
 ENEA
 Leggi. La regal donna in questo foglio
 la tua morte segnò di propria mano.
 Se Enea fosse africano,
720Iarba estinto saria. Prendi ed impara,
 barbaro, discortese,
 come vendica Enea le proprie offese. (Lacera il foglio e parte)
 
 SCENA VI
 
 IARBA solo
 
 IARBA
 Così strane venture io non intendo.
 Pietà nel mio nemico,
725infedeltà nel mio seguace io trovo.
 Ah forse a danno mio
 l’uno e l’altro congiura.
 Ma di lor non ho cura.
 Pietà finga il rivale,
730sia l’amico fallace,
 non sarà di timore Iarba capace.
 
    Fosca nube il sol ricopra
 o si scopra il ciel sereno,
 non si cangia il cor nel seno,
735non si turba il mio pensier.
 
    Le vicende della sorte
 imparai con alma forte
 dalle fasce a non temer. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 Atrio.
 
 ENEA, poi ARASPE
 
 ENEA
 Fral dovere e l’affetto
740ancor dubbioso in seno ondeggia il core.
 Purtroppo il mio valore
 all’impero servì d’un bel sembiante.
 Ah una volta l’eroe vinca l’amante.
 ARASPE
 Di te finora in traccia
745scorsi la reggia.
 ENEA
                            Amico,
 vieni fra queste braccia.
 ARASPE
 Allontanati Enea, son tuo nemico.
 Snuda, snuda quel ferro;
 guerra con te, non amicizia io voglio.
 ENEA
750Tu di Iarba all’orgoglio
 prima m’involi e poi
 guerra mi chiedi ed amistà non vuoi?
 ARASPE
 T’inganni; allor difesi
 la gloria del mio re, non la tua vita.
755Con più nobil ferita
 rendergli a me s’aspetta
 quella, che tolsi a lui, giusta vendetta.
 ENEA
 Enea stringer l’acciaro
 contro il suo difensore?
 ARASPE
                                       Olà, che tardi?
 ENEA
760La mia vita è tuo dono,
 prendila pur se vuoi, contento io sono.
 Ma ch’io debba a tuo danno armar la mano,
 generoso guerrier, lo speri invano.
 ARASPE
 Se non impugni il brando,
765a ragion ti dirò codardo e vile.
 ENEA
 Questa ad un cor virile
 vergognosa minaccia Enea non soffre.
 Ecco, per soddisfarti io snudo il ferro.
 Ma prima i sensi miei
770odan gli uomini tutti, odan gli dei.
 Io son d’Araspe amico;
 io debbo la mia vita al suo valore;
 ad onta del mio core
 discendo al gran cimento
775di codardia tacciato;
 e per non esser vil, mi rendo ingrato. (In atto di battersi)
 
 SCENA VIII
 
 SELENE e detti
 
 SELENE
 Tanto ardir nella reggia! Olà fermate.
 Così mi serbi fé? Così difendi,
 Araspe traditor, d’Enea la vita?
 ENEA
780No principessa, Araspe
 non ha di tradimenti il cor capace.
 SELENE
 Chi di Iarba è seguace
 esser fido non può.
 ARASPE
                                 Bella Selene,
 puoi tu sola avanzarti
785a tacciarmi così.
 SELENE
                             T’accheta e parti.
 ARASPE
 
    Tacerò, se tu lo brami;
 ma fai torto alla mia fede,
 se mi chiami traditor.
 
    Porterò lontano il piede;
790ma di questi sdegni tuoi
 so che poi tu avrai rossor. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 SELENE ed ENEA
 
 ENEA
 Allor che Araspe a provocar mi venne,
 del suo signor sostenne
 le ragioni con me. La sua virtude
795se condannar pretendi,
 troppo quel core ingiustamente offendi.
 SELENE
 Sia qual ei vuole Araspe, or non è tempo
 di favellar di lui; brama Didone
 teco parlar.
 ENEA
                      Poc’anzi
800dal suo real soggiorno io trassi il piede.
 Se di nuovo mi chiede
 ch’io resti in questa arena,
 invan s’accrescerà la nostra pena.
 SELENE
 Come fra tanti affanni,
805cor mio, chi t’ama abbandonar potrai?
 ENEA
 Selene, a me cor mio?
 SELENE
 È Didone che parla e non son io.
 ENEA
 Se per la tua germana
 così pietosa sei,
810non curar più di me, ritorna a lei.
 Dille che si consoli,
 che ceda al fato e rassereni il ciglio.
 SELENE
 Ah no! Cangia ben mio, cangia consiglio.
 ENEA
 Tu mi chiami tuo bene!
 SELENE
815È Didone che parla e non Selene.
 Vieni e l’ascolta. È l’unico conforto
 ch’ella implora da te.
 ENEA
                                   D’un core amante
 quest’è il solito inganno;
 va cercando conforto e trova affanno.
 
820   Tormento il più crudele
 d’ogni crudel tormento
 è il barbaro momento
 che in due divide un cor.
 
    È affanno sì tiranno
825che un’alma nol sostiene;
 ah! Nol provar Selene,
 se nol provasti ancor. (Parte)
 
 SCENA X
 
 SELENE sola
 
 SELENE
 Stolta! Per chi sospiro! Io senza speme
 perdo la pace mia? Ma chi mi sforza
830invano a sospirar? Scelgasi un core
 più grato a’ voti miei. Scelgasi un volto
 degno d’amor. Scelgasi... Oh dio! La scelta
 nostro arbitrio non è; non è bellezza,
 non è senno o valore,
835che in noi risveglia amore; anzi talora
 il non vago, il più stolto è che s’adora.
 Bella ciascuno poi finge al pensiero
 la fiamma sua ma poche volte è vero.
 
    Ogni amator suppone
840che della sua ferita
 sia la beltà cagione;
 ma la beltà non è.
 
    È un bel desio che nasce
 allor che men s’aspetta,
845si sente che diletta
 ma non si sa perché. (Parte)
 
 SCENA XI
 
 Gabinetto con sedie.
 
 DIDONE, poi ENEA
 
 DIDONE
 Incerta del mio fato
 io più viver non voglio; è tempo omai
 che per l’ultima volta Enea si tenti.
850Se dirgli i miei tormenti,
 se la pietà non giova,
 faccia la gelosia l’ultima prova.
 ENEA
 Ad ascoltar di nuovo
 i rimproveri tuoi vengo, o regina.
855So che vuoi dirmi ingrato,
 perfido, mancator, spergiuro, indegno;
 chiamami come vuoi, sfoga il tuo sdegno.
 DIDONE
 No, sdegnata io non sono. Infido, ingrato,
 perfido, mancator più non ti chiamo;
860rammentarti non bramo i nostri ardori;
 da te chiedo consigli e non amori.
 Siedi. (Siedono)
 ENEA
              (Che mai dirà!)
 DIDONE
                                        Già vedi, Enea,
 che fra’ nemici è il mio nascente impero.
 Sprezzai finora, è vero,
865le minaccie e ’l furor; ma Iarba offeso,
 quando priva sarò del tuo sostegno,
 mi torrà per vendetta e vita e regno.
 In così dubbia sorte
 ogni rimedio è vano;
870deggio incontrar la morte,
 o al superbo african porger la mano.
 L’un e l’altro mi spiace e son confusa.
 Alfin femmina e sola,
 lungi dal patrio ciel perdo il coraggio;
875e non è meraviglia
 s’io risolver non so; tu mi consiglia.
 ENEA
 Dunque fuor che la morte
 o il funesto imeneo,
 trovar non si potria scampo migliore?
 DIDONE
880V’era purtroppo.
 ENEA
                              E quale?
 DIDONE
 Se non sdegnava Enea d’esser mio sposo,
 l’Africa avrei veduta
 dall’arabico seno al mar d’Atlante
 in Cartago adorar la sua regnante.
885E di Troia e di Tiro
 rinnovar si potea... Ma che ragiono?
 L’impossibil mi fingo e folle io sono.
 Dimmi, che far degg’io? Con alma forte,
 come vuoi sceglierò Iarba o la morte.
 ENEA
890Iarba o la morte! E consigliarti io deggio?
 Colei che tanto adoro
 all’odiato rival vedere in braccio?
 Colei...
 DIDONE
               Se tanta pena
 trovi nelle mie nozze, io le ricuso;
895ma per tormi agl’insulti
 necessario è il morir. Stringi quel brando,
 svena la tua fedele;
 è pietà con Didone esser crudele.
 ENEA
 Ch’io ti sveni! Ah più tosto
900cada sopra di me del ciel lo sdegno.
 Prima scemin gli dei,
 per accrescer tuoi giorni, i giorni miei.
 DIDONE
 Dunque a Iarba mi dono. Olà. (Esce un paggio)
 ENEA
                                                  Deh ferma;
 troppo, oh dio! per mia pena
905sollecita tu sei.
 DIDONE
                          Dunque mi svena.
 ENEA
 No, si ceda al destino; a Iarba stendi
 la tua destra real; di pace priva
 resti l’alma d’Enea, purché tu viva.
 DIDONE
 Giacché d’altri mi brami,
910appagarti saprò. Iarba si chiami. (Il paggio parte)
 Vedi quanto son io
 ubbidiente a te.
 ENEA
                            Regina, addio. (S’alzano)
 DIDONE
 Dove, dove? T’arresta.
 Del felice imeneo
915ti voglio spettatore.
 (Resister non potrà).
 ENEA
                                   (Costanza, o core!)
 
 SCENA XII
 
 IARBA e detti
 
 IARBA
 Didone, a che mi chiedi?
 Sei folle se mi credi
 dall’ira tua, da tue minacce oppresso.
920Non si cangia il mio cor, sempre è l’istesso.
 ENEA
 (Che arroganza!)
 DIDONE
                              Deh placa
 il tuo sdegno, o signor. Tu col tacermi
 il tuo grado e ’l tuo nome,
 a gran rischio esponesti il tuo decoro.
925Ed io... Ma qui t’assidi
 e con placido volto
 ascolta i sensi miei.
 IARBA
                                 Parla, t’ascolto. (Siedono Iarba e Didone)
 ENEA
 Permettimi che ormai... (In atto di partire)
 DIDONE
                                        Fermati e siedi.
 Troppo lunghe non fian le tue dimore.
930(Resister non potrà).
 ENEA
                                   (Costanza, o core!)
 IARBA
 Eh vada. Allor che teco
 Iarba soggiorna, ha da partir costui.
 ENEA
 (Ed io lo soffro?)
 DIDONE
                              In lui,
 invece d’un rival, trovi un amico.
935Ei sempre a tuo favore
 meco parlò; per suo consiglio io t’amo.
 Se credi menzognero
 il labbro mio, dillo tu stesso. (Ad Enea)
 ENEA
                                               È vero.
 IARBA
 Dunque nel re de’ Mori
940altro merto non v’è che un suo consiglio?
 DIDONE
 No, Iarba; in te mi piace
 quel regio ardir che ti conosco in volto.
 Amo quel cor sì forte
 sprezzator de’ perigli e della morte.
945E se il ciel mi destina
 tua compagna e tua sposa...
 ENEA
                                              Addio regina.
 Basta che fin ad ora
 t’abbia ubbidito Enea.
 DIDONE
                                     Non basta ancora.
 Siedi per un momento.
950(Comincia a vacillar).
 ENEA
                                    (Quest’è tormento). (Torna a sedere)
 IARBA
 Troppo tardi, o Didone,
 conosci il tuo dover. Ma pure io voglio
 donar gli oltraggi miei
 tutti alla tua beltà.
 ENEA
                              (Che pena, o dei!)
 IARBA
955In pegno di tua fede
 dammi dunque la destra.
 DIDONE
                                         Io son contenta. (Lentamente ed interrompendo le parole, per osservarne l’effetto in Enea)
 A più gradito laccio amor pietoso
 stringer non mi potea.
 ENEA
 Più soffrir non si può. (S’alza agitato)
 DIDONE
                                     Qual ira, Enea?
 ENEA
960E che vuoi? Non ti basta
 quanto finor soffrì la mia costanza?
 DIDONE
 Eh taci.
 ENEA
                Che tacer? Tacqui abbastanza.
 Vuoi darti al mio rivale,
 brami che tel consigli,
965tutto faccio per te, che più vorresti?
 Ch’io ti vedessi ancor fra le sue braccia?
 Dimmi che mi vuoi morto e non ch’io taccia.
 DIDONE
 Odi; a torto ti sdegni; (S’alza)
 sai che per ubbidirti...
 ENEA
                                     Intendo, intendo;
970io sono il traditor, son io l’ingrato;
 tu sei quella fedele
 che per me perderebbe e vita e soglio;
 ma tanta fedeltà veder non voglio. (Parte)
 
 SCENA XIII
 
 DIDONE e IARBA
 
 DIDONE
 Senti.
 IARBA
             Lascia che parta. (S’alza)
 DIDONE
                                          I suoi trasporti
975a me giova placar.
 IARBA
                                Di che paventi?
 Dammi la destra e mia
 di vendicarti poi la cura sia.
 DIDONE
 D’imenei non è tempo.
 IARBA
 Perché?
 DIDONE
                Più non cercar.
 IARBA
                                         Saperlo io bramo.
 DIDONE
980Giacché vuoi, tel dirò. Perché non t’amo.
 Perché mai non piacesti agli occhi miei,
 perché odioso mi sei, perché mi piace,
 più che Iarba fedele, Enea fallace.
 IARBA
 Dunque, perfida, io sono
985un oggetto di riso agli occhi tuoi?
 Ma sai chi Iarba sia?
 Sai con chi ti cimenti?
 DIDONE
 So che un barbaro sei né mi spaventi.
 IARBA
 
    Chiamami pur così.
990Forse pentita un dì
 pietà mi chiederai
 ma non l’avrai da me.
 
    Quel barbaro che sprezzi
 non placheranno i vezzi;
995né soffrirà l’inganno
 quel barbaro da te. (Parte)
 
 SCENA XIV
 
 DIDONE sola
 
 DIDONE
 E pure in mezzo all’ire
 trova pace il mio core. Iarba non temo,
 mi piace Enea sdegnato ed amo in lui
1000come effetti d’amor gli sdegni sui.
 Chi sa? Pietosi numi,
 rammentatevi almeno
 che foste amanti un dì, come son io,
 ed abbia il vostro cor pietà del mio.
 
1005   Va lusingando amore
 il credulo mio core,
 gli dice: «Sei felice»
 ma non sarà così.
 
    Per poco mi consolo;
1010ma più crudele io sento
 poi ritornar quel duolo
 che sol per un momento
 dall’alma si partì. (Parte)
 
 Fine dell’atto secondo
 
 
Valid XHTML 1.0 Transitional