Metrica: interrogazione
60 ottonari in Attilio Regolo R 
   Tu sei figlia e lodo anch'io
il pensier del genitore;
ma ricordati, ben mio,
qualche volta ancor di me.
   Non offendi, o mia speranza,
la virtù del tuo bel core,
rammentando la costanza
di chi vive sol per te. (Parte)
   Sol può dir che sia contento
chi penò gran tempo invano,
dal suo ben chi fu lontano
e lo torna a riveder.
   Si fan dolci in quel momento
e le lagrime e i sospiri;
le memorie de' martiri
si convertono in piacer. (Parte)
   Mi parea del porto in seno
chiara l'onda, il ciel sereno;
ma tempesta più funesta
mi rispinge in mezzo al mar.
   M'avvilisco, m'abbandono;
e son degna di perdono,
se, pensando a chi la desta,
incomincio a disperar. (Parte)
   Se più fulmini vi sono,
ecco il petto, avversi dei.
Me ferite, io vi perdono;
ma salvate il genitor.
   Un'immagine di voi
in quell'alma rispettate;
un esempio a noi lasciate
di costanza e di valor. (Parte)
   Non tradir la bella speme
che di te donasti a noi;
sul cammin de' grandi eroi
incomincia a comparir.
   Fa' ch'io lasci un degno erede
degli affetti del mio core,
che di te senza rossore
io mi possa sovvenir. (Parte)
   Se minore è in noi l'orgoglio,
la virtù non è minore;
né per noi la via d'onore
è un incognito sentier.
   Lungi ancor dal Campidoglio
vi son alme a queste uguali;
pur del resto de' mortali
han gli dei qualche pensier. (Parte)
   Io son padre e nol sarei,
se lasciassi a' figli miei
un esempio di viltà.
   Come ogn'altro ho core in petto;
ma vassallo è in me l'affetto;
ma tiranno in voi si fa. (Parte con Publio)
   Vuol tornar la calma in seno,
quando in lagrime si scioglie
quel dolor che la turbò,
   come torna il ciel sereno
quel vapor che i rai ci toglie,
quando in pioggia si cangiò. (Parte)

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