Metrica: interrogazione
1188 endecasillabi (recitativo) in Catone in Utica Q 
Perché sì mesto, o padre? Oppressa è Roma
se giunge a vacillar la tua costanza.
di tutte le sventure è il tuo dolore.
Signor, che pensi? In quel silenzio appena
riconosco Catone. Ov'è lo sdegno
figlio di tua virtù? Dov'è il coraggio?
Dove l'anima intrepida e feroce?
l'ardir primiero è in qualche parte estinto,
non v'è più libertà, Cesare ha vinto.
è segno di viltade; e agli occhi altrui
la prudenza e il timor. Se penso e taccio,
taccio e penso a ragion. Tutto ha sconvolto
di Cesare il furor. Per lui Farsaglia
è di sangue civil tiepida ancora;
Roma, il Senato, al di cui cenno un giorno
tremava il Parto, impallidia lo Scita;
per lui sugli occhi al traditor d'Egitto
cadde Pompeo trafitto; e solo in queste
la fuggitiva libertà latina.
che d'assedio ne stringe; i nostri armati
pochi sono e mal fidi; in me ripone
Roma che geme al suo tiranno in braccio;
e chiedete ragion s'io penso e taccio?
                         Di favellarti ei chiede;
dunque pace vorrà.
                                     Sperate invano
il desio di regnar. Troppo gli costa
                           Ma un dispietato figlio
che serva la desia, ma un figlio ingrato
non sente orror nel lacerarle il seno.
Cesare ancora. A superar gli resta
il riparo più forte al suo furore.
E che gli resta mai?
                                      Resta il tuo core.
verrà dinanzi al tuo severo ciglio
che all'Asia tutta ed all'Europa armata.
regolati saranno, ultima speme
non sono i miei Numidi. Hanno altre volte
sotto duce minor saputo anch'essi
all'aquile latine in questo suolo
mostrar la fronte e trattenere il volo.
tacendo il tuo valor, l'anima grande
d'esser figlia di Roma, altro non manca.
questa colpa non mia. La tua virtude
nel sen di Marzia io da gran tempo adoro.
alla nostra amistà, soffri ch'io porga
non mi sdegni la figlia e son romano.
la nostra libertà l'ultimo fato,
arde il mondo di bellici furori,
parla Arbace di nozze e chiede amori?
che alla scelta servir del genio altrui.
si meschiano le cure. Ognun difende
parte di sé nell'altro, onde muniti
crescon gl'imperi e stanno i regni in pace.
al par di te con men turbate ciglia
Marzia gli affetti miei.
                                           Marzia è mia figlia.
Perché tua figlia io sono e son romana,
della patria e del sangue. E tu vorrai
che la tua prole istessa, una che nacque
cittadina di Roma e fu nudrita
all'aura trionfal del Campidoglio,
scenda al nodo d'un re?
                                             (Che bell'orgoglio!)
si cangiano i costumi. In ogni tempo
tanto fasto non giova; e a te non lice
esaminar la volontà del padre.
Principe, non temer, fra poco avrai
Marzia tua sposa. In queste braccia intanto (Catone abbraccia Arbace)
prendi il pegno primiero e ti rammenta
ch'oggi Roma è tua patria. Il tuo dovere,
è di salvarla o di cader con lei.
se non sanno impetrar dal tuo bel core
                               Se t'amo! E così poco
che se il labbro nol dice ancor nol sai?
ebbi dell'amor tuo?
                                      Nulla chiedesti.
questa prova or da te?
                                          Fuor che lasciarti
qual di eseguir necessità ti stringa,
se mi sproni a parlar.
                                         Parla; ne brami
sicurezza maggior? Su la mia fede,
il giuro ai numi, a que' begli occhi il giuro.
Che mai chieder mi puoi? La vita? Il soglio?
Imponi, eseguirò.
                                   Tanto non voglio.
non si parli di nozze; a tua richiesta
non sappia ch'io l'imposi e son contenta.
la mia felicità tanto allontani?
Il merto di ubbidir perde chi chiede
la ragion del comando.
                                           Ah so ben io
qual ne sia la cagion. Cesare ancora
è la tua fiamma. All'amor mio perdona
un libero parlar; so che l'amasti.
Oggi in Utica ei viene; oggi ti spiace
che si parli di nozze; i miei sponsali
oggi ricusi al genitore in faccia;
e vuoi da me ch'io t'ubbidisca e taccia?
dileguare io potrei ma tanto ancora
non deggio a te. Servi al mio cenno e pensa
a quanto promettesti, a quanto imposi.
mi saranno pietosi o pur sdegnati?
Che giurai! Che promisi! A qual comando
ubbidir mi conviene! E chi mai vide
più misero di me? La mia tiranna
quasi sugli occhi miei si vanta infida
ed io l'armi le porgo, onde m'uccida.
Dunque Cesare venga. Io non intendo
qual cagion lo conduca. È inganno? È tema?
non giunge a tanto ambizion d'impero
che dia ricetto a così vil pensiero. (Cala il ponte e si vede venir Cesare e Fulvio)
a mia difesa armate in campo aperto
non mi presento a te. Senz'armi e solo
fra le mura nemiche io porto il piede.
la virtù di Catone emulo ancora.
Mi conosci abbastanza, onde in fidarti
nulla più del dovere a me rendesti.
In Egitto non sei; qui delle genti
si serba ancor l'universal ragione;
né vi son Tolomei dov'è Catone.
È ver, noto mi sei. Già il tuo gran nome
fin da' prim'anni a venerare appresi.
padre e sostegno e delle antiche leggi
rigido difensor. Fu poi la sorte
prodiga all'armi mie del suo favore.
per cui contento ogni altro acquisto io cedo,
è l'amicizia tua; questa ti chiedo.
E il Senato la chiede; a voi m'invia
nuncio del suo volere. È tempo ormai
la combattuta patria abbia riposo.
è già l'Italia afflitta; alle campagne
manca il ferro agli aratri, in uso d'armi
tutto il furor converte; e mentre Roma
con le sue mani il proprio sen divide,
gode l'Asia incostante, Africa ride.
facilmente l'avrà; sia fido a Roma.
Chi più fido di me! Spargo per lei
il sudor da gran tempo e il sangue mio.
Son io quegli, son io che sugli alpestri
gioghi del Tauro, ov'è più al ciel vicino,
fe' risuonar la prima volta il nome.
romane insegne a venerare apprese;
                            Già tutto il resto è noto.
godiamo i frutti e in ogni parte abbiamo
pegni dell'amor tuo. Dunque mi credi
mal accorto così ch'io non ravvisi
velato di virtude il tuo disegno?
che il tirannico genio, onde infelici
tanti hai reso fin qui...
                                           Signor, che dici?
Di ricomporre i disuniti affetti
non son queste le vie; di pace io venni,
non di risse ministro.
                                         E ben si parli.
(Udiam che dir potrà).
                                            (Tanta virtude
(Io l'ammiro però, se ben m'offende). (A Fulvio)
dal tuo, dal cenno mio; sol che la nostra
amicizia si stringa il tutto è in pace.
qualche pietà pur senti, i sensi miei
placido ascolterai.
                                   Che veggio, o dei!
ch'io sperai da Catone! Un luogo istesso
vedova di Pompeo col suo nemico!
Così d'Emilia il difensor tu sei?
Fin di pace si parla in faccia a lei?
                            Tanto trasporto, Emilia,
perdono al tuo dolor. Quando l'obblio
util si rende al comun bene, è giusto.
sperar si può dall'oppressor di Roma?
A Cesare oppressor? Chi l'ombra errante
placò del gran Pompeo? Forse ti tolsi
armi, navi e compagni? A te non resi
e libertade e vita?
                                   Io non la chiesi.
Ma giacché vivo ancor, saprò valermi
contro te del tuo don. Finché non vegga
la tua testa recisa, e terre e mari
scorrerò disperata; in ogni parte
lascerò le mie furie; e tanta guerra
contro ti desterò che non rimanga
più nel mondo per te sicura sede.
Sai che già tel promisi, io serbo fede.
Modera il tuo furor.
                                      Se tanto ancora
sei sdegnata con me, sei troppo ingiusta.
la cagion de' miei mali? Il mio consorte
tua vittima non fu? Forse presente
non ero allor che dalla nave ei scese
sul picciolo del Nilo infido legno?
che il sen gli aperse, e impetuoso il sangue
macchiar fuggendo al traditore il volto.
non mi gittai, che questo ancor mi tolse
l'onda frapposta e la pietade altrui.
di tanto già seguace mondo un solo
che potesse a Pompeo chiuder le ciglia;
tanto invidian gli dei chi lor somiglia!
(Pietà mi desta).
                                 Io non ho parte alcuna
di Tolomeo nell'empietade. Assai
la vendetta ch'io presi è manifesta.
s'io piansi allor su l'onorata testa.
per gioia o per dolor? La gioia ancora
ha le lagrime sue.
                                  Pompeo felice,
invidio il tuo morir, se fu bastante
a farti meritar Catone amico.
no, capace non sei tu che potesti
contro la patria tua rivolger l'armi.
tempo opportuno a favellar di pace.
Chiede l'affar più solitaria parte
e mente più serena.
                                      Al mio soggiorno
dunque in breve io vi attendo. E tu frattanto
lasciar l'affanno in libertà non dei,
figlia a Scipione ed a Pompeo consorte.
Tu taci, Emilia? In quel silenzio io spero
medito le vendette.
                                     E non ti plachi
d'un vincitor sì generoso a fronte?
Io placarmi! Anzi sempre in faccia a lui,
se fosse ancor di mille squadre cinto,
dirò che l'odio e che lo voglio estinto.
io ti riveggo, o Fulvio! E chi ti rese
di Cesare seguace, a me nemico?
non son nemico a te. Troppo ho nell'alma
de' pregi tuoi la bella immago impressa.
avessi al tuo dolor, direi che ancora
che adesso ardo per lei qual arsi pria
a Pompeo la donasse; e le direi
ch'è bella anche nel duolo agli occhi miei.
e l'amante d'Emilia; o lui difendi
o vendica il mio sposo; a questo prezzo
ti permetto che m'ami.
                                            (Ah che mi chiede!
dubitar di mia fé.
                                   Dunque sarai
ministro del mio sdegno?
                                                Un tuo comando
                            Ogni altra man sarebbe
men fida della mia.
                                      Questo per ora
da te mi basta. Inosservati altrove
tutti gli affetti miei.
                                      Non è ancor tempo
che tu parli d'amore e ch'io ti ascolti.
Pria si adempia il disegno e allor più lieta
forse ti ascolterò. Qual mai può darti
con l'odio in petto e su le ciglia il pianto?
Se gli altrui folli amori ascolto e soffro
e s'io respiro ancor dopo il tuo fato,
non mi restano altr'armi. A te gli affetti
tutti donai, per te gli serbo; e quando
termini il viver mio, saranno ancora
s'è ver ch'oltre la tomba aman gli estinti.
d'infedeltade Emilia? E tanto spera
                             Sì; ma per quanto io l'ami,
per sicurezza tua, così palesi
saranno i suoi disegni.
                                           A Fulvio amico
tutto fido me stesso. Or mentre io vado
il campo a riveder, qui resta e siegui
il suo core a scoprir.
                                      Tu parti?
                                                          Io deggio
che la tardanza mia destar potrebbe.
                     A lui vanne e l'assicura
che pria che giunga a mezzo il corso il giorno
a lui farò ritorno.
                                 Andrò; ma veggio
Marzia che viene.
                                  In libertà mi lascia
un momento con lei; finora invano
la ricercai. T'è noto...
                                        Io so che l'ami,
so che t'adora anch'ella e so per prova
doppo lunga stagion nel dolce istante
che rivede il suo bene un fido amante. (Parte)
Pur ti riveggo, o Marzia. Agli occhi miei
che per costume a figurarti avvezzo
mi lusinghi il pensiero. Oh quante volte
fra l'armi e le vicende in cui m'avvolse
l'incostante fortuna a te pensai.
un sospiro per me? Rammenti ancora
la nostra fiamma? Al par di tua bellezza
crebbe il tuo amore o pur scemò? Qual parte
negli affetti di Marzia?
                                            E tu chi sei?
Chi sono! E qual richiesta! È scherzo? È sogno?
o così di sembianza io mi cangiai?
                                Io non ti vidi mai.
per volger d'anni o per destin rubello
di non essergli infida?
                                           E tu sei quello?
No, tu quello non sei, n'usurpi il nome.
Un Cesare adorai, nol niego; ed era
del mondo intier dolce speranza e mia.
Questo Cesare amai; questo mi piacque
pria che l'avesse il ciel da me diviso;
questo Cesare torni e lo ravviso.
Sempre l'istesso io sono; e se al tuo sguardo
più non sembro l'istesso, o pria l'amore
o t'inganna or lo sdegno. All'armi, all'ire
più che la scelta mia l'invidia altrui.
Combattei per difesa. A te dovevo
conservar questa vita; e se pugnando
scorsi poi vincitor di regno in regno,
sperai farmi così di te più degno.
Molto ti deggio inver; se ingiusta offesi
il tuo cor generoso, a me perdona.
sempre credei che si facesse guerra
solamente a' nemici e non spiegai
come pegni amorosi i tuoi furori.
d'un grand'eroe che viva innamorato
conoscerò così. Barbaro, ingrato.
Che far di più dovrei? Supplice io stesso
quando potrei... Tu sai...
                                              So che con l'armi
                            E disarmato all'ira
de' nemici ho da espormi?
                                                  Eh di' che il solo
impaccio al tuo disegno è il padre mio;
di' che lo brami estinto e che non soffri
che sol Catone a soggiogar ti resti.
un sincero parlar. Quanto me stesso
io t'amo, è ver, ma la beltà del volto
non fu che mi legò; Catone adoro
nel sen di Marzia; il tuo bel core ammiro
come parte del suo; qua più mi trasse
l'amicizia per lui che il nostro amore.
dirti ancor più, se m'imponesse un nume
di perdere un di voi, morir d'affanno
ma Catone e non Marzia io salverei.
Ecco il Cesare mio. Comincio adesso
a ravvisarlo in te; così mi piaci,
così m'innamorasti. Ama Catone,
io non ne son gelosa. Un tal rivale
più degno sei ch'io ti conservi amore.
Quest'è troppa vittoria. Ah mal da tanta
generosa virtude io mi difendo.
al tuo riposo; e pria che cada il giorno
che son Cesare ancora e che t'amai.
rinascer tutte entro il mio sen vi sento.
resta di questo dì. Placato il padre
se all'amistà di Cesare si appiglia,
non m'avrà forse Arbace.
                                               Andiamo, o figlia.
del principe numida.
                                         (Oh dei!) Ma come
                           Non soffre indugio
                             (Arbace infido!) All'ara
forse il prence non giunse.
                                                  Un mio fedele
già corse ad affrettarlo. (In atto di partire)
                                             (Ah che tormento!)
Deh t'arresta, o signor.
                                           (Sarai contento). (Piano ad Arbace)
a compir l'imeneo; potea più pronto
donar quanto promisi?
                                            A sì gran dono
è poco il sangue mio; ma se pur vuoi
che si renda più grato, all'altra aurora
differirlo ti piaccia. Oggi si tratta
grave affar co' nemici e il nuovo giorno
tutto al piacer può consacrarsi intero.
son raccolti i ministri; ed importuna
(Marzia, che deggio far?) (Piano a Marzia)
                                                 (Mel chiedi ancora?) (Piano ad Arbace)
e mi contendi il meno?
                                            E tanto importa
                            Oh dio!... Non sai... (Che pena!)
Ma qual freddezza è questa! Io non l'intendo.
che si oppone a' tuoi voti? (Ad Arbace)
                                                  Io! Parli Arbace.
No, son io che ti prego.
                                           Ah qualche arcano
poi ricusa la figlia... Il giorno istesso
che vien Cesare a noi tanto si cangia...
Sì lento... Sì confuso... Io temo...) Arbace,
non ti sarebbe già tornato in mente
che nascesti africano?
                                          Io da Catone
                        Vedrai...
                                          Vidi abbastanza;
e nulla ormai più da veder m'avanza. (Parte)
Brami di più, crudele? Ecco adempito
il tuo comando; ecco in sospetto il padre
ed eccomi infelice. Altro vi resta
                             Ad ubbidirmi Arbace
incominciasti appena; e in faccia mia
già ne fai sì gran pompa?
                                                Oh tirannia!
In mezzo al mio dolore a parte anch'io
son de' vostri contenti, illustri sposi.
il suo vindice Roma; e cresceranno
generosi nemici al mio tiranno.
gli auguri, Emilia; è ancor sospeso il nodo.
                                  Eh non ha Marzia un core
tanto crudele. Ella per me sospira
da' sguardi suoi, dal suo parlar si vede.
Dunque il padre mancò.
                                              Né pur.
                                                               Chi è mai
cagion di tanto indugio?
                                              Arbace il chiede.
                       Io, sì.
                                    Perché?
                                                     Perché desio
maggior prova d'amor. Perché ho diletto
di vederla penare.
                                   E Marzia il soffre?
Che posso far? Di chi ben ama è questa
                           Io non l'intendo e parmi
il vostro amore inusitato e nuovo.
Anch'io poco l'intendo e pur lo provo.
Se manca Arbace alla promessa fede
                               I tuoi sospetti affrena.
di cotanta viltà benché nemico.
Tu nol conosci, è un empio; ogni delitto,
pur che giovi a regnar, virtù gli sembra.
E pur sì fidi e numerosi amici
adorano il suo nome.
                                        È de' malvagi
il numero maggior; gli unisce insieme
delle colpe il commercio, indi a vicenda
si soffrono tra loro; e i buoni anch'essi
si fan rei coll'esempio o sono oppressi.
lasciam per ora e favelliam fra noi.
lo sposo tuo per gelosia d'impero?
questa idea di regnar forse dispiacque?
l'ingiusto era Pompeo. La sorte accusa.
È grande il colpo, il veggio anch'io, ma alfine
che d'esser più felice il vincitore.
E ragioni così? Che più diresti
Cesare amando? Ah ch'io ne temo e parmi
E puoi creder che l'ami una nemica?
Ah troppo dissi; e quasi tutto Emilia
comprese l'amor mio. Ma chi può mai
sì ben dissimular gli affetti sui
che gli asconda per sempre agli occhi altrui?
se mai sperò da voi prove di fede,
oggi da voi le spera, oggi le chiede.
che la tua cura aggiunge, io veggio, o padre,
segni di guerra e pur sperai vicina
la sospirata pace.
                                 In mezzo all'armi
non v'è cura che basti. Il solo aspetto
di Cesare seduce i miei più fidi.
giunser le schiere; eccoti un nuovo pegno
della mia fedeltà.
                                  Non basta, Arbace,
per togliermi i sospetti.
                                             Oh dei! Tu credi...
Sì, poca fede in te. Perché mi taci
il richiesto imeneo? Perché ti cangi
quando Cesare arriva?
                                           Ah Marzia, al padre
ricorda la mia fé. Vedi a qual segno
giunge la mia sventura.
                                             E qual soccorso
                           Tu mi consiglia almeno.
Servi al dovere e non mancar di fede.
                              Già il suo consiglio udisti; (Ad Arbace)
                            Ah se fui degno mai
dell'amor tuo, soffri l'indugio. Io giuro
ch'è l'onor mio, ch'io ti sarò fedele.
che l'imeneo nel nuovo dì succeda
sì gran colpa non è.
                                     Via, si conceda.
finché sposo di lei te non rimiro,
Cesare non ritorni.
                                     (Oh dei!)
                                                         (Respiro).
Ma questo a noi che giova? (A Catone)
                                                    In simil guisa
d'entrambi io m'assicuro; impegna Arbace
con obbligo maggior la propria fede.
più stretto a noi, non può di lui fidarsi.
per sì lieve cagione affar sì grande?
t'opponi a torto. Al tuo riposo e al mio
saggiamente ei provide.
                                              E tu sì franco
un rimedio si scelga, anche dannoso
forse alla pace altrui? Né ti sovviene
le speranze di tanti in abbandono?
Servo al dovere e mancator non sono.
Marzia, t'accheta. Al nuovo giorno, o prence,
sieguan le nozze, io tel consento; intanto
ad impedir di Cesare il ritorno
                             Signor, Cesare è giunto.
                                 Dov'è?
                                                 D'Utica appena
                            (Io son di nuovo in pena).
digli che rieda. In questo dì non voglio
                             E perché mai?
                                                          Non rendo
ragione altrui dell'opre mie.
                                                     Ma questo
in ogni altro che in te mancar saria
Mancò Cesare prima. Al suo ritorno
l'ora prefissa è scorsa.
                                          E tanto esatto
                                     Altre cagioni
                             E qual cagion? Due volte
Cesare in un sol giorno a te sen viene;
Qual disprezzo è mai questo? Alfin dal volgo
non si distingue Cesare sì poco
che sia lecito altrui prenderlo a gioco.
Fulvio, ammiro il tuo zelo; invero è grande.
Ma un buon roman si accenderebbe meno
a favor d'un tiranno.
                                       Un buon romano
difende il giusto; un buon roman si adopra
per la pubblica pace; e voi dovreste
mostrarvi a me più grati. A voi la pace
più che ad altri bisogna.
                                              Ove son io
pria della pace e dell'istessa vita
si cerca libertà.
                              Chi a voi la toglie?
Cesare parta. Io farò noto a lui
quando giovi ascoltarlo.
                                             Invan lo speri.
Sì gran torto non soffro.
                                             E che farai?
                          Ma tu chi sei?
                                                      Son io
il legato di Roma.
                                  E ben, di Roma
                            Sì, ma leggi pria
che contien questo foglio e chi l'invia. (Fulvio dà a Catone un foglio)
(Eh non scherzar, che da sperar mi resta). (Catone apre il foglio e legge)
«Il Senato a Catone. È nostra mente
render la pace al mondo. Ogniun di noi,
i consoli, i tribuni, il popol tutto,
Cesare istesso il dittator la vuole.
Servi al pubblico voto; e se ti opponi
suo nemico la patria oggi ti chiama».
celarmi il foglio?
                                 Era rispetto.
                                                          (Arbace,
perché mesto così?)
                                      (Lasciami in pace).
«È nostra mente... Il dittator la vuole... (Rileggendo da sé)
Suo nemico la patria...» E così scrive
                                Appunto.
                                                    Io di pensiero
dovrò dunque cangiarmi?
                                                 Un tal comando
improviso ti giunge.
                                       È ver. Tu vanne
                        Dirò che qui l'attendi,
No, gli dirai che parta e più non torni.
                     (Oh ciel!)
                                         Così...
                                                       Così mi cangio,
non la ragion ma la viltade altrui.
non è più quel di pria, di schiavi è fatto
un vilissimo gregge.
                                       E Roma...
                                                           E Roma
non sta fra quelle mura; ella è per tutto
di gloria e libertà l'amor natio;
son Roma i fidi miei, Roma son io.
l'orgoglio di Catone!
                                       Ah Fulvio, e ancora
non conosci il suo zelo? Ei crede...
                                                              Ei creda
pur ciò che vuol. Conoscerà fra poco
e se a Cesare sono amico o servo. (Parte)
                           Dagli occhi miei t'invola;
colla presenza tua.
                                   Dunque il servirti
è demerito in me? Così geloso
eseguisco e nascondo un tuo comando;
la noia ho da soffrir di questi tuoi
rimproveri importuni? Io ti disciolgo
d'ogni promessa; in libertà ti pongo
Di' ciò che vuoi, pur che mi lasci in pace.
                              Tutto acconsento,
più non abbia a soffrir.
                                            Marzia crudele.
questa mia crudeltà? Di che ti lagni?
chi pietosa t'accolga? Io tel consiglio.
Vanne, il tuo merto è grande; e mille in seno
amabili sembianze Africa aduna.
l'acquisto del tuo cor. Di me ti scorda;
                             Giusto saria;
ma chi tutto può far quel che desia?
E qual sorte è la mia! Di pena in pena,
di timore in timor passo e non provo
un momento di pace.
                                         Alfin partito
è Cesare da noi. So già che invano
Marzia e Fulvio sudò; ma giovò poco
a Cesare il favor. Come sofferse
Che disse? Che farà? Tu lo saprai,
tu che sei tanto alla sua gloria amica.
Ecco Cesare istesso, egli tel dica. (Vedendo venire Cesare)
giunse Catone? E qual dover, qual legge
può render mai la sua ferocia doma?
È Cesare un tiranno? Ei solo è Roma?
                             Ah questo è troppo. Ei vuole
giudici fra di noi? Saranno. Ei brama
Io vo. Di' che m'aspetti e si difenda. (In atto di partire)
Deh ti placa. Il tuo sdegno in parte è giusto,
a ragion dubitò; de' suoi sospetti
m'è nota la cagion, tutto saprai.
consolati, signor; la tua fortuna
degna è d'invidia; ad ascoltarti alfine
scende Catone. Io di favor sì grande
la novella ti reco.
                                 (Ancor costui
mi lusinga e m'inganna).
                                                E così presto
si cangiò di pensiero?
                                          Anzi il suo pregio
i compagni, gli amici, Utica intera
desiosa di pace a forza ha svelto
il consenso da lui. Da' prieghi astretto,
non persuaso, ei con sdegnosi accenti
aspramente assentì, quasi da lui
tu dipendessi e la commun speranza.
Che fiero cor! Che indomita costanza!
(E tanto ho da soffrir!)
                                           Signor, tu pensi? (A Cesare)
Una privata offesa ah non seduca
il tuo gran cor. Vanne a Catone e insieme
tanto sangue latino. Al mondo intero
sei debitor. Tu non rispondi? Almeno
guardami; io son che priego.
                                                      Ah Marzia...
                                                                               Io dunque
a moverti a pietà non son bastante?
(Più dubitar non posso, è Marzia amante).
che si parli di pace. A vendicarci
andiam coll'armi; il rimaner che giova?
No, facciam del suo cor l'ultima prova.
vile che sei quel tuo gran cor. Ritorna
supplice a chi t'offende e fingi a noi
ch'è rispetto il timor.
                                        Chi può gli oltraggi
vendicar con un cenno e si raffrena
vile non è. Marzia, di nuovo al padre
vuo' chieder pace e soffrirò fintanto
ch'io perda di placarlo ogni speranza.
l'orgoglio in lui che non si pieghi, allora
giunger potrebbe un trattenuto sdegno.
Lode agli dei. La fuggitiva speme
a Marzia in sen già ritornar si vede.
la gioia a noi che le traspare in volto.
chi non sente piacer, quando placato
può sperar la sua pace il mondo intero.
Nobil pensier, se i pubblici riposi
di tutti i voti tuoi sono gli oggetti.
ond'altri asconda i suoi privati affetti.
Credi ciò che a te piace. Io spero intanto;
l'alma si fida e i suoi timori oblia.
Or va', di' che non ami; assai ti accusa
l'esser credula tanto. È degli amanti
questo il costume. Io non m'inganno; e pure
e sei da quel che speri assai lontana.
che mia colpa non è s'oggi di pace
si ritorna a parlar.
                                   (Fingiamo). Assai
Fulvio conosco e quanto oprasti intesi.
ragionasti a Catone. Io di tua fede
non sospetto perciò. L'arte ravviso
che per giovarmi usasti. Era il tuo fine,
cred'io, d'aggiunger foco al loro sdegno.
                       Puoi dubitarne?
                                                       (Indegno!)
                              A vendicarmi.
                                                          E come?
Meditai ma non scelsi.
                                           Al braccio mio
tu promettesti, il sai, l'onor del colpo.
meglio la mia vendetta?
                                              Io ti assicuro
che mancar non saprò.
                                           Vedo che senti
delle sventure mie tutto l'affanno.
(Salvo un eroe così).
                                       (Così l'inganno).
a me confida Emilia ed io l'inganno.
questa frode innocente. Al tuo nemico
io troppo deggio. È in te virtù lo sdegno;
sarebbe colpa in me. Per mia sventura,
l'amicizia tradisco e l'onor mio.
agli uomini ed ai numi io mi protesto
mi riduco a soffrirlo e con mio affanno
debole io son per non parer tiranno.
questo giorno è cagion! Da due sì grandi
incerto il mondo e curioso pende;
o servitude o libertade attende.
                        Lasciami seco.
                                                     (O dei,
per pietà secondate i voti miei). (Parte)
preziosi i momenti e qui non voglio
o stringi tutto in poche note o parti. (Siede)
T'appagherò. (Come m'accoglie!) Il primo (Siede)
de' miei desiri è il renderti sicuro
che la costanza tua...
                                       Cangia favella
se pur vuoi che t'ascolti. Io so che questa
artifiziosa lode è in te fallace;
e vera ancor da' labbri tuoi mi spiace.
(Sempre è l'istesso). Ad ogni costo io voglio
pace con te. Tu scegli i patti; io sono
come faria col vincitore il vinto.
                            Tanto offerisci?
                                                           E tanto
adempirò, che dubitar non posso
Giustissima sarà. Lascia dell'armi
l'usurpato comando; il grado eccelso
di dittator deponi; e come reo
alla patria ragion de' tuoi misfatti;
questi, se pace vuoi, saranno i patti.
                            Di rimanere oppresso
sarò tuo difensore.
                                    (E soffro ancora!)
Tu sol non basti. Io so quanti nemici
m'irritò la mia sorte, onde potrei
i giorni miei sagrificare invano.
Ami tanto la vita e sei romano?
In più felice etade agli avi nostri
non fu cara così. Curzio rammenta,
Decio rimira a mille squadre a fronte,
vedi Scevola all'ara, Orazio al ponte,
di sangue e di sudor bagnati e tinti
trecento Fabi in un sol giorno estinti.
nuocerebbe alla patria or la mia morte.
                                  È necessario a Roma
che un sol comandi.
                                      È necessario a lei
ch'ugualmente ciascun comandi e serva.
tu credi più sicura in mano a tanti
discordi negli affetti e ne' pareri?
regola sempre altrui. Solo fra' numi
Giove il tutto dal ciel governa e muove.
Dov'è costui che rassomigli a Giove?
Io non lo veggo e se vi fosse ancora
diverrebbe tiranno in un momento.
Chi non ne soffre un sol ne soffre cento.
della patria e del giusto. Intesi assai;
basta così. (S’alza)
                      Ferma, Catone.
                                                    È vano
                                     Un sol momento aspetta,
altre offerte io farò.
                                     Parla e t'affretta. (Torna a sedere)
(Quanto sopporto!) Il combattuto acquisto
dell'impero del mondo, il tardo frutto
de' miei sudori e de' perigli miei
                               Sì, perché poi
di tante colpe tue fosse il rossore.
temerario così tentando vai?
Posso ascoltar di più!
                                        (Son stanco ormai).
l'odio per me; meglio rifletti. Io molto
offrirti più. Perché fra noi sicura
rimanga l'amistà, darò di sposo
la destra a Marzia.
                                    Alla mia figlia!
                                                                 A lei.
piombi sopra di me tutto lo sdegno
d'opprimer Roma ad approvar m'induca
con l'odioso nodo. Ombre onorate
de' Bruti e de' Virgini oh come adesso
fremerete d'orror! Che audacia, oh numi!
E a proposte sì ree...
                                       Taci una volta. (S’alzano)
la tolleranza mia. Che più degg'io
soffrir da te? Per tuo riguardo, il corso
trattengo a' miei trionfi; io stesso vengo
dell'onor tuo geloso a chieder pace;
ti voglio a parte; offro a tua figlia in dono
questa man vincitrice; a te cortese
rendo segni d'amor né sei contento?
Che pretendi da me? Se d'esser credi
di Cesare tu solo, invan lo speri;
han principio dal ciel tutti gl'imperi.
sempre non son gli dei.
                                            Vedrem fra poco
chi favorisca il ciel.
                                     Cesare, e dove?
l'amistà sospirata? (A Cesare)
                                     Il padre accusa,
                                Ah genitor.
                                                       T'accheta;
di costui non parlar.
                                       Cesare...
                                                         Ho troppo
I prieghi d'una figlia... (A Catone)
                                            Oggi son vani.
D'una romana il pianto... (A Cesare)
                                                Oggi non giova.
Ma qualcuno a pietade almen si muova.
Per soverchia pietà quasi con lui
vile me resi. Addio. (In atto di partire)
                                       Fermati.
                                                          Eh lascia
che s'involi al mio sguardo.
                                                   Ah no; placate
ormai l'ire ostinate. Assai di pianto
alle spose latine. Assai di sangue
costano gli odi vostri all'infelice
popolo di Quirino. Ah non si veda
più incrudelir l'amico; ah non trionfi
del germano il germano; ah più non cada
al figlio che l'uccise il padre accanto;
basti alfin tanto sangue e tanto pianto.
                               Non basta a me? Se vuoi, (A Catone)
v'è tempo ancor; pongo in oblio le offese;
l'ire depongo; e la tua scelta attendo.
Guerra, guerra mi piace.
                                               E guerra avrai.
Ah signor, che facesti? Ecco in periglio
la tua, la nostra vita.
                                       Il viver mio
non sia tua cura. A te pensai; di padre
non v'è più pace e fra l'ardor dell'armi
mal sicure voi siete, onde alle navi
portate il piè. Sai che il german di Marzia
di quelle è duce e in ogni evento avrete
pronto lo scampo almen.
                                              Qual via sicura
                               In solitaria parte
di sotterranea via. Ne cela il varco
de' folti dumi e de' pendenti rami
l'invecchiata licenza. All'acque un tempo
servì di strada, or dall'età cangiata
dall'offesa cittade al mar vicino.
(Può giovarmi il saperlo).
                                                Ed a chi fidi
la speme, o padre? È mal sicura, il sai,
la fé di Arbace, a ricusarmi ei giunse.
ricusarti non può; di tanto eccesso
è incapace, il vedrai.
                                       Farà l'istesso.
che far degg'io. Senza aspettar l'aurora
ogn'ingiusto sospetto a render vano
vengo sposo di Marzia, ecco la mano.
(Mi vendico così).
                                   Nol dissi, o figlia?
l'incostante tuo cor.
                                     D'ogni riguardo
disciolto io sono e la ragion tu sai.
deggio un pegno di fede in tal periglio.
Che tardi? (A Marzia)
                       (Che farà!)
                                              (Numi, consiglio).
                         Or mia sarai. (A Marzia)
                                                    (Che pena!)
porgi Arbace la destra.
                                           Eccola; in dono
così presento a te.
                                   Va'; non ti voglio.
               (Che ardir!)
                                        Perché? (A Marzia)
                                                         Finger non giova;
tutto dirò. Mai non mi piacque Arbace,
mai nol soffersi, egli può dirlo. Ei chiese
per cenno mio. Sperai che alfin più saggio
impegnar non volesse a far soggetti
non è di tormentarmi e vuol ridurmi
a un estremo rimedio anch'io m'appiglio.
Son fuor di me. Donde tant'odio? E donde
tanta audacia in costei? (Ad Emilia e ad Arbace)
                                              Forse altro foco
                        Così non fosse.
                                                     E quale
                            Oh dio!
                                             Chi sa?
                                                             Parlate.
Tacete, io lo dirò. Cesare adoro.
amato genitor, di lui m'accesi
pria che fosse nemico; io non potei
sciogliermi più. Qual è quel cor capace
d'amare e disamar quando gli piace?
Che giungo ad ascoltar!
                                            Placati e pensa
che le colpe d'amor...
                                        Togliti, indegna,
togliti agli occhi miei.
                                         Padre...
                                                          Che padre?
ch'ogni rispetto oblia, che in abbandono
mette il proprio dover, padre non sono.
forse i numi involai? Forse distrussi
con sacrilega fiamma il tempio a Giove?
Amo alfine un eroe di cui superba
va la presente etade, il cui valore
gli astri, la terra, il mar, gli uomini, i numi
favoriscono a gara; onde se l'amo
o il fallo universale approva il mio.
Scellerata, il tuo sangue... (In atto di ferir Marzia)
                                                 Ah no, t'arresta.
Che fai? (A Catone)
                   Mia sposa è questa.
                                                         Ah prence! Ah ingrata!
Vantarlo in faccia mia! Stelle spietate,
a quale affanno i giorni miei serbate!
Sarete paghi alfin. Volesti al padre (Ad Arbace)
vedermi in odio? Eccomi in odio. Avesti (Ad Emilia)
desio di guerra? Eccoci in guerra. Or dite,
che bramate di più?
                                       M'accusi a torto.
la legge di tacere.
                                  Io non t'offendo,
                                   Ma uniti intanto
Ditelo, che vi feci, anime ingrate?
Udisti, Arbace? Il credo appena. A tanto
un temerario amor? Ne vanta il foco,
te ricusa, me insulta e il padre offende.
ah non parlar così.
                                    Non hai rossore
di tanta debolezza? A tale oltraggio
                           Che posso fare? È ingrata,
è ingiusta, io lo conosco e pur l'adoro.
con la sua crudeltà la mia costanza.
la tirannia, la crudeltà, lo sdegno
dell'ingrato mio ben senza lagnarmi
tollerare io saprei. Tutte son pene
soffribili ad un cor. Ma su le labbra
della nemica mia sentire il nome
del felice rival, saper che l'ama,
udir che i pregi ella ne dica, e tanto
questo, questo è penar, questo è morire.
Tutto, amico, ho tentato; alcun rimorso
più non mi resta. Invan finsi finora
sperando pur che della figlia al pianto,
d'Utica a' prieghi e de' perigli a fronte
si piegasse Catone. Or so ch'ei volle
Marzia svenar perché gli chiese pace,
perché disse d'amarmi. Andiamo; ormai
giusto è il mio sdegno; ho tollerato assai. (In atto di partire)
d'Utica v'è chi nell'uscir ti deve
                            E chi pensò la trama?
Emilia. Ella mel disse; ella confida
nell'amor mio, tu 'l sai.
                                            Coll'armi in pugno
ci apriremo la via. Vieni.
                                               Raffrena
quest'ardor generoso. Altro riparo
                          E quale?
                                             Un che fra l'armi
milita di Catone infino al campo
Floro si appella; uno è di quei che scelse
Emilia a trucidarti. Ei vien pietoso
e ad aprirti lo scampo.
                                           Ov'è?
                                                         Ti attende
d'Iside al fonte. Egli m'è noto; a lui
fidati pure; intanto al campo io riedo;
di quel camino istesso a te svelato,
tornerò poi per tua difesa armato.
                            Vivi sicuro.
la più grand'opra lor, cura gli dei.
cangia in un giorno.
                                      Ah Cesare, che fai?
Come in Utica ancor?
                                         L'insidie altrui
                                     Per pietà, se m'ami,
difendi il viver tuo; Cesare, addio. (In atto di partire)
Al germano, alle navi. Il padre irato
Giungesse mai). Non m'arrestar; la fuga
                                 Abbandonata e sola
arrischiarti così? Ne' tuoi perigli
seguirti io deggio.
                                   No; s'è ver che m'ami,
me non seguir; pensa a te sol; non dei
meco venire. Addio... Ma senti; in campo,
com'è tuo stil, se vincitor sarai,
risparmia il sangue, io te ne priego. Addio. (Guardando intorno)
T'arresta anche un momento.
                                                       È la dimora
perigliosa per noi, potrebbe... Io temo... (Guardando di nuovo)
Deh lasciami partir.
                                       Così t'involi?
Crudel, da me che brami? È dunque poco
quant'ho sofferto? Ancor tu vuoi ch'io senta
tutto il dolor d'una partenza amara?
Lo sento sì, non dubitarne; il pregio
d'esser forte m'hai tolto. Invan sperai
lasciarti a ciglio asciutto. Ancora il vanto
del mio pianto volesti; ecco il mio pianto.
Chi sa se più ci rivedremo e quando;
non divida per sempre i nostri affetti.
E nell'ultimo addio tanto ti affretti.
al partir di costei prova il mio core!
qualche parte usurpar de' miei pensieri
o pur Cesare è questi?)
                                            Ah l'esser grato,
aver pietà d'una infelice alfine
debolezza non è. (In atto di partire)
                                 Fermati; e dimmi,
t'arresta ancor fra noi?
                                           (Questi chi fia!)
                                 Più che non pensi.
                                                                     Ammiro
l'audacia tua ma non so poi se a' detti
corrisponda il valor.
                                      Se l'assalirti
dove ho tante difese e tu sei solo
non paresse viltade, or ne faresti
                                    E come mai con questi
generosi riguardi Utica unisce
insidie e tradimenti!
                                        Ignote a noi
furon sempre quest'armi.
                                                 E pur si tenta
nell'uscir ch'io farò da queste mura
di vilmente assalirmi.
                                          E qual saria
sì malvagio fra noi?
                                      Nol so. Ti basti
della fé di Catone o della mia,
illeso tornerai; ma in quelle poi
men sicuro sarai forse da noi.
tanta virtù dimostri e tanto sdegno?
                              No.
                                        Son tuo rivale
nell'armi e nell'amor.
                                         Dunque tu sei
di Marzia amante e al genitor sì caro?
Sì quello io sono.
                                 Ah se pur l'ami, Arbace,
la siegui, la raggiungi; ella s'invola
del padre all'ira intimorita e sola.
                                    Chi sa? Quindi pur dianzi
                               A rintracciarla io vado.
deggio aprirti la strada; andiam.
                                                             Per ora
è più grave del mio; vanne.
                                                   Ma teco
manco al dover se qui ti lascio.
                                                         Eh pensa
Marzia a salvare, io nulla temo. È vana
Ammiro il tuo gran cor; tu del mio bene
al soccorso m'affretti, il tuo non curi;
rival confidi al tuo rivale istesso?
or che Marzia abbandono ed or che il fato
mi divide da lei, non so qual pena
incognita finor m'agita il petto.
no, fra le cure mie luogo non hai,
se a più nobil desio servir non sai.
d'incerta luce infra l'orror di queste
dubbiose vie; ma non ritrovo il varco (Guardando attorno)
che al mar conduce. Orma non v'è che possa
additarne il sentier. Mi trema in petto
per tema il cor. L'ombre, il silenzio, il grave
fra questi umidi sassi aere ristretto
peggior de' rischi miei rendon l'aspetto.
rinvenir non sapessi... Eccola. Alquanto (Guardando s’avvede della porta)
si affretti il piè. Ma s'io non erro, il passo
Purtroppo è ver. Chi l'impedì? Si tenti. (Torna alla porta)
Cedesse almeno. Ah che m'affanno invano.
Misera, che farò? Per l'orme istesse
tornar conviene. Alla mia fuga il cielo
altra strada aprirà. Numi, qual sento
di varie voci e di frequenti passi
suono indistinto? Ove n'andrò? Si avanza
quel riparo atterrar. Né pur si scuote. (S’appressa di nuovo e scuote la porta)
Dove fuggir? Forza è celarsi. E quando
avran fine una volta, astri tiranni? (Si nasconde)
È questo, amici, il luogo ove dovremo
la vittima svenar. Fra pochi istanti
Cesare giungerà. Chiusa è l'uscita
per mio comando, onde non v'è per lui
via di fuggir. Voi fra que' sassi occulti
attendete il mio cenno. (La gente di Emilia si ritira)
                                             (Aimè che sento!)
sospirato da me. Vorrei... Ma parmi
certamente il tiranno. Aita o dei;
ogni oltraggio sofferto io vi perdono. (Si nasconde)
(Oh ciel, dove mi trovo! Almen potessi
impedir ch'ei non giunga).
                                                   Il calle angusto (Guardando la scena)
qui si dilata; ai noti segni il varco
non lungi esser dovrà. Floro, m'ascolti? (Voltandosi indietro)
Floro. Nol veggio più. Fin qui condurmi,
troppo incauto in fidarmi. Eh non è questo
il primo ardir felice. Io di mia sorte
feci in rischio maggior più certa prova.
Ma questa volta il suo favor non giova. (Esce)
                       Emilia armata!
                                                     È giunto il tempo
delle vendette mie.
                                     Fulvio ha potuto
                                 No, dell'inganno
tutta la gloria è mia. Della sua fede
giurata a te contro di te mi valsi.
Perché impedisse il tuo ritorno al campo
d'Utica su le porte i tuoi perigli.
Per condurti ove sei, Floro io mandai
con simulato zelo a palesarti
questa incognita strada. Or dal mio sdegno
                               Un femminil pensiero
quanto giunge a tentar!
                                             Forse volevi
che insensati gli dei sempre i tuoi falli
soffrissero così? Che sempre il mondo
pianger dovesse in servitù dell'empio
suo barbaro oppressor? Che l'ombra grande
eternamente invendicata errasse?
allor le sue vendette il ciel matura.
                                 Il sangue tuo.
                                                            Sì lieve
                                Or lo vedremo.
                                                              (Oh dio!)
Prima voi caderete. (Cava la spada)
                                       Empi, fermate.
                    (Che veggio!)
                                               E di tradir non sente
                                  E di fuggir con lui
non ha Marzia rossore?
                                            (Oh strani eventi!)
L'ira del padre ad evitar m'insegna
                          Pur ti ritrovo, indegna. (Verso Marzia)
                 Non temer. (Si pone avanti a Marzia)
                                        Che miro! (Vedendo Cesare)
                                                             Oh stelle! (Vedendo Catone)
Voi qui senza mio cenno? (Alla gente) Emilia armata?
La morte mia ma con viltà.
                                                   Tu vedi (A Catone)
ch'oggi è dovuto all'onor tuo quel sangue
Ah questo è troppo. È Cesare innocente;
                                 Taci. Comprendo
i vostri rei disegni. Olà dal fianco
di lui l'empia si svelga. (Alla gente)
                                             A me la vita (Si pone in difesa)
                          Deponi il brando. (A Cesare)
                                                            Il brando
io non cedo così. (S’ode di dentro rumore)
                                 Qual improviso
                               E di quai grida intorno
                 Non paventar.
                                             Troppo il tumulto, (Cresce il rumore)
                                 Ai replicati colpi
                              Insidia è questa. Ah prima
ch'altro ne avvenga, all'onor mio si miri.
Disarmate il tiranno, io vi precedo. (Alla gente)
                            O ciel!
                                           Numi, che vedo!
Utica aprì le porte, or puoi sicuro
goder della vittoria.
                                      Ah siam traditi.
la militar licenza, io vincer voglio
                            Inutil ferro. (Getta la spada)
                                                    Oh dei!
di Cesare in difesa. Emilia, addio.
                          A Roma io servo e al dover mio. (Parte Fulvio e restano alcune guardie con Cesare)
Catone, io vincitor...
                                       Taci, se chiedi
ch'io ceda il ferro, eccolo; un tuo comando (Getta la spada)
                               Ah no, torni al tuo fianco,
torni l'illustre acciar.
                                        Sarebbe un peso
vergognoso per me quando è tuo dono.
Il mio rossor tu sei.
                                     Si plachi almeno
                             Il chiedi invano.
                                                             Amico, (A Catone)
pace pace una volta.
                                      Invan la speri.
Ma tu che vuoi? (Ad Emilia)
                                Viver fra gli odi e l'ire.
Ma tu che brami? (A Catone)
                                    In libertà morire.
dove mai si celò? M'affretto invano;
né pur qui lo ritrovo. Oh dei! Già tutta
di nemiche falangi Utica è piena.
Compagni, amici, ah per pietà si cerchi,
si difenda il mio ben. Ma già s'avanza (Vedendo venir Fulvio)
Fulvio con l'armi. Ardir, miei fidi; andiamo
                                      Fermati, Arbace.
che si pugni con voi. Di sua vittoria
che la vostra amistà, la vostra fede.
Che fede, che amistà? Tutto è perduto.
ma con l'acciaro in man.
                                              Principe, aita. (Ad Arbace)
                 Muore Catone.
                                              E chi l'uccide?
Si ferì di sua mano.
                                      E niuno accorse
il colpo a trattener?
                                     La figlia ed io
tardi giungemmo; il brieve acciar di pugno
lasciò rapirsi, allor però che immerso
l'ebbe due volte in seno.
                                              Ah pria che muora
si procuri arrestar l'alma onorata. (In atto di partire)
Lo sappia il dittator. (Parte Fulvio)
                                        Lasciami, ingrata. (A Marzia)
Che facesti, o signore?
                                           Al mondo, a voi
ad evitar la servitude insegno.
                          Pensa ove lasci e come
                                  Ah l'empio nome
tacete a me; sol questa indegna oscura
                          Che crudeltà! Deh ascolta
i prieghi miei. (A Catone)
                              Taci.
                                          Perdono, o padre, (S’inginocchia)
caro padre pietà. Questa che bagna
di lagrime il tuo piede è pur tua figlia.
guardami una sol volta e poi mi svena.
Se vuoi che l'ombra mia vada placata
al suo fatal soggiorno, eterna fede
della patria e del mondo eterno sdegno.
                                  E pensi ancor? Conosco
l'animo avverso; ah da costei lontano
                                  No, padre, ascolta, (S’alza)
tutto farò. Vuoi che ad Arbace io serbi
eterna fé? La serberò. Nemica
di Cesare mi vuoi? Dell'odio mio
                  (Oh dio!) Su questa man lo giuro. (Prende la mano di Catone e la bacia)
                        (Che cangiamento!)
                                                               Or vieni (Catone abbraccia Marzia)
gli ultimi amplessi miei, figlia infelice.
Son padre alfine e nel momento estremo
la mia fortezza. Ah non credea lasciarti
                           Mi scoppia il core.
sento mancar... Vacilla il piè... Qual gelo
Soccorso Arbace, il genitor già sviene. (Si vedono venir Cesare e Fulvio dal fondo)
Non ti avvilir. La tenerezza opprime
                            Consiglio, Emilia.
                                                               Arriva
                          Misera me!
                                                  Che giorno
                           Vive Catone?
                                                      Ancora
                            Per mantenerlo in vita
tutto si adopri, anche il mio sangue istesso.
non accrescermi affanni.
                                               Ah figlia.
                                                                  Al labbro
                                   Amico, vivi e serba (Cesare si appressa a Catone e lo sostiene)
alla patria un eroe.
                                    Figlia, ritorna (Catone prende per la mano Cesare credendolo Marzia)
a questo sen. Stelle, ove son! Chi sei?
Stai di Cesare in braccio.
                                               Ah indegno! E quando
andrai lungi da me? (Tenta di alzarsi e ricade)
                                        Placati.
                                                        Io voglio...
Manca il vigor ma l'ira mia richiami
gli spirti al cor. (S’alza da sedere)
                               Reggiti o padre.
                                                              E vuoi
                                     Anima rea,
io moro sì ma della morte mia
poco godrai. La libertade oppressa
il suo vindice avrà; palpita ancora
la grand'alma di Bruto in qualche petto.
                 Tu manchi.
                                        Oh dio!
                                                         Chi sa? Lontano
forse il colpo non è. Per pace altrui
l'affretti il cielo; e quella man che meno
credi infedel, quella ti squarci il seno.
(L'insulta anche morendo).
                                                   Ecco... al mio ciglio...
già langue... il dì.
                                 Roma chi perdi!
                                                                 Altrove...
portatemi... a morir.
                                       Vieni.
                                                     Che affanno!
spirar... con me... la libertà... latina. (Catone sostenuto da Marzia e da Arbace entra morendo)
i giorni di Catone il serto, il trono,
ripigliatevi, o numi, il vostro dono. (Getta il lauro)
È questo, amici, il luogo ove dovremo
la vittima svenar. Fra pochi istanti
Cesare giungerà. Chiusa è l'uscita
per mio comando, onde non v'è per lui
via di fuggir. Voi qui d'intorno occulti
attendete il mio cenno. Ecco il momento (La gente si dispone)
sospirato da me. Vorrei... Ma parmi
certamente il tiranno. Aita, o dei.
ogni oltraggio sofferto io vi perdono. (Si nasconde)
Ecco d'Iside il fonte. Ai noti segni
questo il varco sarà. Floro, m'ascolti?
Floro. Nol veggio più. Sin qui condurmi,
troppo incauto in fidarmi. Eh non è questo
il primo ardir felice. Io di mia sorte
feci in rischio maggior più certa prova. (Nell’entrare s’incontra in Emilia che esce dagli acquedotti con la gente che circonda Cesare)
Ma questa volta il suo favor non giova.
                                     Fulvio ha potuto
                                  No; dell'inganno
tutta la gloria è mia. Della sua fede
giurata a te contro di te mi valsi;
perché impedisse il tuo ritorno al campo,
d'Utica su le porte i tuoi perigli.
Per condurti ove sei, Floro io mandai
con simulato zelo a palesarti
questa incognita strada. Or dal mio sdegno
                               Un femminil pensiero
quanto giunge a tentar.
                                            Forse volevi
che insensati gli dei sempre i tuoi falli
soffrissero così? Che sempre il mondo
pianger dovesse in servitù dell'empio
suo barbaro oppressor? Che l'ombra grande
eternamente invendicata errasse?
allor le sue vendette il ciel matura.
                                 Il sangue tuo.
                                                            Sì lieve
                                Or lo vedremo. Amici,
Prima voi caderete. (Cava la spada)
                                       Olà fermate.
                              Che miro! Allorch'io cerco
te in Utica ritrovo in mezzo all'armi!
La morte mia ma con viltà.
                                                   Chi è reo
Io fra noi lo ritenni. In questo loco
venne per opra mia; qui voglio all'ombra
dell'estinto Pompeo svenar l'indegno.
Non turbar nel più bello il gran disegno.
la greca insidia e l'africana frode?
libera d'un tiranno il mondo e Roma.
Non più, parta ciascuno. (La gente di Emilia parte)
                                               E tu difendi
                             Suo difensore
                                  (Oh generoso core!) (Ripone la spada)
                                          Parti e ti scorda
Veggo il fato di Roma in ogni evento. (Parte)
renda alla tua virtù...
                                        Nulla mi devi.
                                        Partì ciascuno. (Guardando attorno)
D'altre insidie hai sospetto?
                                                     Ove tu sei
                                 E ben, stringi quel brando;
scegli altro campo e decidiam fra noi.
Ch'io pugni teco! Ah non fia ver. Saria
più infausta la vittoria.
                                            Eh non vantarmi
tanto amor, tanto zelo; all'armi, all'armi.
si combatta se vuoi ma non si vegga
contro il padre di Roma armarsi il figlio.
a un seduttor delle donzelle in petto.
                                     Cesare soffre
che ne dubiti ancora, ecco la prova. (Mentre snuda la spada esce Emilia frettolosa)
                            Che fu?
                                             L'armi nemiche
si veggono apparir. Non basta Arbace
a incoraggire i tuoi. Se tardi un punto
oggi all'estremo il nostro fato è giunto.
                                        A tuo talento
                                Ah non tardar, la speme
Volo al cimento. (Parte)
                                Alla vittoria io volo. (Parte)
uguagliarsi con me? Spesso per gli altri
la tempesta, la calma e l'ombra e il giorno.
sempre è notte per me, sempre è tempesta.
Vinceste, inique stelle. Ecco distrugge
un punto sol di tante etadi e tante
il sudor, la fatica. Ecco soggiace
di Cesare all'arbitrio il mondo intero.
Dunque, chi 'l crederia, per lui sudaro
i Metelli, i Scipioni? Ogni romano
tanto sangue versò sol per costui?
E l'istesso Pompeo pugnò per lui?
Misera libertà! Patria infelice!
Ingratissimo figlio! Altro il valore
da soggiogar che il Campidoglio e Roma.
trionfar di Catone. E se non lice
viver libero ancor, si vegga almeno
spirar con me la libertà latina. (In atto di uccidersi)
               Signor.
                               T'arresta.
                                                   Al guardo mio
ardisci ancor di presentarti, ingrata?
lasciar potresti in servitù sì dura?
                          Che crudeltà! Deh ascolta
                             Taci.
                                         Perdono o padre, (S’inginocchia)
caro padre pietà. Questa che bagna
di lagrime il tuo piede è pur tua figlia.
guardami una sol volta e poi mi svena.
Se vuoi che l'ombra mia vada placata
al suo fatal soggiorno, eterna fede
della patria e del mondo eterno sdegno.
                                  E pensi ancor? Conosco
l'animo avverso. Ah da costei lontano
                          No, genitore, ascolta; (S’alza)
tutto farò. Vuoi che ad Arbace io serbi
eterna fé? La serberò. Nemica
di Cesare mi vuoi? Dell'odio mio
                  (Oh dio!) Su questa man lo giuro. (Prende la mano di Catone e la bacia)
gli ultimi amplessi miei, figlia infelice.
Son padre alfine e nel momento estremo
la mia fortezza; ah non credea lasciarti
                           Questo è dolore. (Piange)
Non seduca quel pianto il mio valore.
                                           Non s'abbandoni
Deh serbatemi o numi il padre mio. (Parte)
non è tutto valor; la sorte ancora
ha parte ne' trionfi. Il proprio vanto
del vincitore è il moderar sé stesso,
né incrudelir su l'inimico oppresso.
il perdonar non già; questa è di Roma
domestica virtù. Se ne rammenti
oggi ciascun di voi. D'ogni nemico
risparmiate la vita e con più cura
a me, alla patria, all'universo, a voi.
Cesare, non temerne, è già sicura
la salvezza di lui. Corse il tuo cenno
l'estremo fato accompagnare anch'io.
                 Che ascolto!
                                         Ah quale oggetto! Ingrato, (A Cesare)
va', se di sangue hai sete, estinto mira
l'infelice Catone. Eccelsi frutti
del tuo valor son questi. Il men dell'opra
ti resta ancor. Via, quell'acciaro impugna
la disperata figlia unisci al padre. (Piange)
                                 Lo cerchi invano.
Volontario morì. Catone oppresso
rimase, è ver, ma da Catone istesso.
il suo vindice avrà. Palpita ancora
la grand'alma di Bruto in qualche petto.
Emilia, io giuro ai numi...
                                                 I numi avranno
cura di vendicarci. Assai lontano
forse il colpo non è. Per pace altrui
l'affretti il cielo; e quella man che meno
credi infedel, quella ti squarci il seno. (Parte)
Tu Marzia almen rammenta...
                                                        Io mi rammento
che son per te d'ogni speranza priva,
orfana, desolata e fuggitiva.
giurai d'odiarti; e per maggior tormento
che un ingrato adorai pur mi rammento. (Parte)
                                            Quando trionfi,
i giorni di Catone il serto, il trono,
ripigliatevi, o numi, il vostro dono. (Getta il lauro)

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