Metrica: interrogazione
998 endecasillabi (recitativo) in Alessandro nell'Indie R1 
Fermatevi, o codardi. Ah con la fuga
mal si compra una vita. A chi ragiono?
Non ha legge il timor. La mia sventura
i più forti avvilisce, io la ravviso.
l'armi disperse, il sangue e tanti e tanti
licenza militar tolgono il velo
a tutto il mio destino. È dunque in cielo
che a suo favor può fare ingiusti i numi?
il trionfo a costui. Già visse assai
chi libero morì. (In atto di uccidersi)
                                Mio re, che fai? (L’impedisce)
Involo, amico, un infelice oggetto
                               Chi sa, vi resta
qualche nume per noi. Mai non si perde
l'arbitrio di morir; né forse a caso
fra l'ire sue ti rispettò fortuna.
                              Oh dio! Quel nome
di geloso veleno il cor m'agghiaccia.
fino all'ultimo dì...
                                    Fuggi, o signore;
stuol nemico s'avanza.
                                          A tal difesa
mi farebbe lo sdegno.
                                         Oh dei! S'appressa
la schiera ostil... Prendi e il real tuo serto (Si leva il cimiero)
sollecito mi porgi; almen s'inganni
                            Ma il tuo periglio?
È periglio privato; in me non perde
l'India il suo difensor.
                                          Pietosi dei,
sì bella fedeltà. Cinga il mio serto (Si leva il cimiero proprio e lo pone sul capo a Gandarte)
degna di possederlo, e sia presagio
ma non porti con sé le mie sventure.
il mio coraggio indebolir tu credi. (In atto di partire)
quell'inutile acciaro. È più sicuro
col vincitor pietoso inerme il vinto.
e di periglio e di sudor ti resta!
l'audace si disarmi. (Poro volendosi difendere, gli cade la spada)
                                       Ah stelle ingrate!
Il ferro m'abbandona.
                                          Olà, fermate.
versò d'indico sangue il greco acciaro.
le disperse falangi e in esse affrena
di vincere il desio. Scema il soverchio
il merto al vincitor; ne' miei seguaci
chiedo virtude alla fortuna uguale.
Il cenno eseguirò. (Parte)
                                   (Questi è il rivale).
                                 Se mi richiedi il nome,
mi chiamo Asbite, se il natal, sul Gange
io vidi il primo dì; se poi ti piace
saper le cure mie, per genio antico
son di Poro seguace e tuo nemico.
(Come ardito ragiona!) E quali offese
                                    Quelle che soffre
il resto della terra. E qual ragione
guida Alessandro a disturbar la pace?
inumani così? Per far contrasto
alla tua strana avidità d'impero
l'Asia le sue ricchezze; invan feconda
è l'Africa di mostri; a noi non giova
l'essere ignoti. Hai tributario ormai
e tutto il mondo alla tua sete è poco.
T'inganni, Asbite. In ogni clima ignoto
se pugnando m'aggiro, i regni altrui
usurpar non pretendo. Io cerco solo
un'emula virtù che mi contrasti.
Forse in Poro l'avrai.
                                        Qual è di Poro
d'un guerriero e d'un re.
                                               Quai sensi in lui
                                       La sua sventura
ancor non l'avvilisce?
                                         Anzi l'irrita;
e forse adesso a' patri numi ei giura
d'involar quegli allori alle tue chiome
che il timor de' mortali offre al tuo nome.
è germoglio straniero. Errò natura
nel produrlo all'Idaspe. In greca cuna
d'esser nato costui degno saria.
sol fecondo d'eroi? Qui pur s'intende
di gloria il nome e la virtù s'onora;
ha gli Alessandri suoi l'Idaspe ancora.
Oh illustre fedeltà! Poro felice
per sudditi sì grandi! Al tuo signore
dalla sorte o da me. L'antica pace
altra ragion non mi riserbo in lui.
poco opportuno ambasciador scegliesti.
Generoso però. Libero il passo
si lasci al prigionier. Ma il fianco illustre
abbia il suo peso e non rimanga inerme.
ricca di Dario e preziosa spoglia
e lei trattando il donator rammenta.
per gloria tua ch'altro invidiar finora
che Asbite a Poro e ad Achille Omero.
Il dono accetto e ti diran fra poco (Prende la spada di Alessandro, al quale una comparsa ne presenta subito un’altra)
qual uso a' danni tuoi ne faccia Asbite.
caratteri d'onor! Quel core audace,
perché fido al suo re, minaccia e piace.
prigioniera donzella offre la sorte,
                                       Chi di quei lacci
                                       Questi di Poro
per genio a te. Fu lor disegno offrirti
un mezzo alla vittoria.
                                          Indegni! Il ciglio
rasciuga, o principessa. Il tuo destino
non è degno di pianto. Altri nemici
la ragion d'oltraggiarti; ad Alessandro
persuade rispetto il tuo sembiante.
                                       (Son quasi amante).
che si tolgono a lei. Tornino a Poro
questa alla libertà, quegli alla pena. (Due comparse sciolgono Erissena ed incatenano gl’indiani)
                               Signor, perdona;
se Alessandro foss'io, direi che molto
giova se resta in servitù costei.
S'io fossi Timagene, anche il direi.
che irrita l'odio mio!)
                                         Questo è Alessandro?
                                  (Semplice!) Appunto.
delle greche donzelle! Almen fra loro
                                    Che aver potresti
di più vago, nascendo in altr'arena?
Avrebbe un Alessandro anch'Erissena.
ti son grate così, l'affetto mio
posso offrirti, se vuoi. Son greco anch'io.
                               Sotto un istesso cielo
a' giorni d'Alessandro, a' giorni miei.
Non è greco Alessandro o tu nol sei.
sì diverso da me lo renda mai?
Ha in volto un non so che, che tu non hai.
                                            Io!
                                                    Sì.
                                                            T'inganni.
Ma qual sorte è la mia! Nacque Alessandro
per offendermi sempre! Anche in amore
m'oltraggia il merto suo. Picciola offesa
che rammenta le grandi. Ei di sua mano
del mio gran genitor macchiò col sangue
l'infauste mense; e se pentito ei pianse,
la tiranna virtù con cui mi scema
la ragion d'abborirlo. Eh l'odio mio
si appaghi alfine. Irriterò le squadre,
le cadenti speranze, alla vendetta
qualche via troverò, che il vendicarsi
persuade natura anche alle fiere.
qual rimedio adoprar? Mancando ogn'altro,
dovevate morir. Tornate in campo,
ricercate di Poro. Il vostro sangue,
alla grand'ombra in sacrifizio almeno. (Partono le comparse)
l'anima intollerante e le gelose
furie, che in sen sì facilmente aduna,
che il valor d'Alessandro e la fortuna.
regina, a te di fortunati eventi
                                 Numi! Respiro.
                              Per Alessandro alfine
si dichiarò la sorte. A me non resta
                                       Son queste, oh dio,
                               Io non saprei
per te più liete immaginarne. Il solo
inciampo al vincitor con me si toglie;
in lui destar gl'intepiditi ardori
venga a deporti al piè tutt'i trofei.
Ah non dirmi così, che ingiusto sei.
spiegò primier le pellegrine insegne
adorasti Alessandro e che di lui
seppe la tua beltà farsi tiranna?
                                       L'India s'inganna.
Io non l'amai; ma dall'altrui ruine
già resa accorta, al suo valor m'opposi
con lusinghe innocenti, armi non vane
del sesso mio. Donde sperar difesa
maggior di questa? Era miglior consiglio
forse nell'elmo imprigionar le chiome?
trattar l'asta guerriera? Uscendo in campo,
d'insolita lorica e farmi teco
spettacolo di riso al fasto greco?
Torna, torna in te stesso; altro pensiero
                                     Qual è? Pretendi
io mi riduca ad implorar pietade?
prezzo di pace? Ambasciador mi vuoi
di queste offerte? Ho da condurti a lui?
di rimirarti ad Alessandro in braccio?
Spiegati pur, ch'io l'eseguisco e taccio.
del geloso tuo cor? Credimi, o caro,
                                 Di te si fida
anche Alessandro. E chi può dir qual sia
l'ingannato di noi? So ch'ei ritorna
e torna vincitor. So ch'altre volte
coll'armi de' tuoi vezzi o finti o veri
hai le sue forze indebolite e dome.
E creder deggio? E ho da fidarmi? E come?
della mia fedeltà? Comparve appena
dell'Asia il domator che il tuo periglio
fu il mio primo spavento. Incontro a lui
lusinghiera m'offersi, acciò con l'armi
non passasse a' tuoi regni. Ad onta mia
seco pugnasti. A te già vinto asilo
fu questa reggia; e non è tutto. In campo
vuoi ritentar; l'armi io ti porgo e perdo
de' miei sudditi il sangue, il regno mio.
E non ti basta? E non mi credi?
                                                           (Oh dio!)
Fuggirò questo cielo. Andrò raminga
spaventose allo sguardo, ignote al sole,
mendicando una morte. I miei tormenti,
finiranno così. (In atto di partire)
                              Fermati, ascolta.
                                  Che a gran ragion t'offende
                                     Questo è un amore
                                  Io ti prometto, o cara,
                                    Queste promesse
mille volte facesti e mille volte
                                   Se mai di nuovo
io ti credo infedel, per mio tormento
e vera in te l'infedeltà si renda.
                  A tutti i nostri dei lo giuro.
Tu nella reggia? (Ad Erissena)
                                Io ti credea, germana,
prigioniera nel campo.
                                           Un tradimento
mi portò fra' nemici e un atto illustre
del vincitor pietoso a voi mi rende.
                          (Che mai richiede!) (Da sé)
                                                                 (Assai
può giovarmi il saperlo). (Da sé)
                                                (Alfine è questa
innocente richiesta). (Da sé)
                                         I detti suoi
ridirti non saprei. So che mi piacque
il suon di sue parole. Io non l'intesi
così soave in altro labbro. Oh quanto
son diversi da' nostri i suoi costumi!
Credo che in ciel così parlino i numi.
fra lo sdegno guerrier sfavilla amore!
serba la sua bellezza e l'alma grande
in ogni sguardo suo tutta si vede.
Cleofide da te questo non chiede. (Con isdegno ad Erissena)
(Non ritorniamo a dubitar di lei).
tornate al vostro re. Ditegli quanto
anche fra noi la sua virtù s'ammira.
                             Come! Fermate. (a’ macedoni)
Tu ad Alessandro? (A Cleofide)
                                     E che perciò? Non vedo
                                        In questa guisa
il tuo decoro, il nome tuo s'oscura.
L'India che mai dirà?
                                          Questa è mia cura.
Partite. (a’ macedoni che partono)
                 (Io smanio).
                                          Ah non vorrei che fosse
quel solito timor che ti avvelena.
Lo tolga il cielo. (Oh giuramento! Oh pena!)
Siegui a fidarti; in questa guisa impegni
a maggior fedeltà gli affetti miei.
come tradir potrei sì bella fede?
Erissena, che dici? Ho da fidarmi?
Cleofide infedel? Tu nel mio caso
consigliami, Erissena.
                                          O quanto è folle
chi è geloso in amor! Perché non credi
va Cleofide al campo ed io qui resto.
                                   Mille io figuro
d'infedeltà. Vezzi, lusinghe e sguardi...
                             Ma saran finti.
                                                          Oh dio!
Fingendo s'incomincia; e tu non sai
che dal finto in amor conduce al vero.
È ver. (Comincio a ingelosirmi anch'io).
soffrir non so. Si vada. In quelle tende
Cleofide mi vegga. a' nuovi amori
l'aspetto mio. (In atto di partire)
                            Dove, mio re?
                                                        Nel campo.
Ancor tempo non è di porre in uso
disperati consigli. Io non invano
tardai finor. Questo real diadema
Timagene ingannò, Poro mi crede;
nemico d'Alessandro. Assai da lui
                                          Ah non è questa
la mia cura maggiore. Al greco duce
non deggio rimaner. (In atto di partire)
                                        Fermati. E vuoi
scomporre i gran disegni? Agli occhi altrui
debole comparir? Vedi che sei
a Cleofide ingiusto, a te nemico.
Tu dici il vero, io lo conosco, amico.
Ma che perciò? Rimprovero a me stesso
ben mille volte il giorno i miei sospetti
ne' miei sospetti a ricadere io torno.
Principessa adorata, allor che intesi
te prigioniera, il mio dolor fu estremo.
credimi, estremo è il mio piacer.
                                                             Lo credo.
Dimmi, vedesti in sugli opposti lidi
dell'Idaspe Alessandro?
                                             Ancor nol vidi.
alcun timor ne' miei perigli?
                                                      Assai.
giungi a veder, gli troverai nel viso
                              Per fama è noto.
con ragionar di lui questo momento
che udirne ragionar. Qualunque vanto
parlar di lui tu non dovresti. Io temo,
che Alessandro ti piaccia.
                                                È ver, mi piace.
Ti piace? Oh dei! Ma il tuo real germano
                                Il so.
                                            Non ti sovviene
quante volte pietosa al mio tormento
                                          Sì, mel rammento.
hai piacer d'ingannarmi?
                                                E chi t'inganna?
dovuti a me senza ragion comparti.
tutto il resto del mondo odiar degg'io?
Chi udì caso in amore eguale al mio?
Perché senz'opra degli altrui sudori
non dubbio prezzo dell'altrui fatiche,
biondeggiavan le spiche e al lupo appresso
il sicuro agnellin prendea ristoro,
era bella, cred'io, l'età dell'oro.
per soverchia innocenza a' loro amanti
chiaro così come Erissena il dice,
per me l'età del ferro è più felice.
perché mesto mi vedi. Ha il mio dolore
                           Quando il timor non sia
che manchi terra al tuo valore, ogni altra,
perdonami, è leggiera. E quale impresa
dubbia è per te che hai tanto mondo oppresso?
L'impresa, oh dio, di soggiogar me stesso!
io svelo, o Timagene, il più geloso
segreto del mio cor. Nol crederai;
ama Alessandro e del suo cor trionfa
Cleofide già vinta. Io non so dirti
il genio o la pietà. Senza difesa
nel momento primier ch'io la mirai.
                      Oh cimento!
                                               Eccoti in porto.
                                             Tolgan gli dei
la debolezza mia nota a costei.
o nella vasta oriental marina
il sol vicino e la feconda aurora.
Se non mi sdegni amica, eccoti un dono
se suddita mi brami, ecco un tributo.
altr'omaggio che fede e dagli amici
prezzo dell'amistade io non ricevo;
le tue ricchezze, o sian tributo o dono.
tornino que' tesori. (Timagene si ritira, dando ordine agl’indiani che tornino sulle navi co’ doni)
                                      Il tuo comando
anch'io deggio eseguir, che a me non lice
miglior sorte sperar de' doni miei.
Più di quegli importuna io ti sarei. (In atto di partire)
interpreti il mio cor. Siedi e ragiona.
                     (Che amabile sembianza!)
(Mie lusinghe, alla prova). (Siedono)
                                                   (Alma, costanza).
mi perdo, mi confondo e, non so come,
suppliche fra' miei labbri io non ritrovo.
la maestà de' sguardi suoi guerrieri,
scuso il timor de' soggiogati imperi.
                                   A te, signor, non voglio
rimproverar le mie sventure e dirti
desolate e distrutte, il sangue, il pianto
onde gonfio è l'Idaspe. Ah che da queste
fugge il pensiero, inorridisce e trema!
Sol ti dirò ch'io non avrei creduto
dagli estremi del mondo a' nostri lidi,
che tanto ammira i pregi suoi, che tanto...
la prima volta io m'ingannai... Mi parve
pietoso il ciglio, il ragionar cortese.
come se fosse... Eh rammentar non giova
le mie folli speranze, i sogni miei,
quale io son, qual tu sei.
                                              (Che assalto è questo!)
non spero il tuo favor. Tanto non oso
nello stato infelice in cui mi vedo.
Non chiamarmi nemica, altro non chiedo.
sì accorta ragionar, vere le accuse
credei talvolta e meditai le scuse.
i tronchi accenti e le confuse ad arte
rispettose querele armi bastanti
non son per tua difesa. Io da' tuoi regni
le mie schiere temute e vincitrici
per lasciarti un asilo a' miei nemici.
Sei tu che parli! E mi sarà delitto
l'aver pietà d'un infelice amico?
forse l'usar pietà? Ne usurpo forse
la tua ragion, quando t'imito? Ah sia
se questo è fallo. Avrà la gloria almeno
non questo pregio; inonorata a Dite
l'ombra mia non andrà, benché in sembianza
                                        (Alma, costanza).
l'incontro del mio ciglio? Ah non credea
orribile così. Signor, perdona
la debolezza mia; questa sventura
Ma non è ver. Sappi... T'inganni... Oh dio!
(M'uscì quasi da' labbri idolo mio).
                                    (Numi!)
                                                      Fra poco
                              Impaziente ei brama
                       Ma la regina...
                                                   Appunto
innanzi a lei di ragionar desia.
                                 T'è noto il suo pensiero?
Pavento assai ma non so dirti il vero.
(Eccola. Oh gelosia!) (Da sé, vedendo Cleofide)
                                        (Poro!)
                                                        Perdona,
importuno così. La tua dimora
più breve io figurai; ma d'Alessandro
piacevole è il soggiorno e di te degno.
(Già di nuovo è geloso. Ardo di sdegno).
                         Le offerte tue ricusa
né vinto ancor si chiama.
                                               E ben, di nuovo
                                 Signor, sospendi
                             Anzi son questi.
                                                            Eh taci.
(Egli si perde). Alla mia reggia il passo (Ad Alessandro)
amico o vincitor. Più dell'Idaspe
non ti contendo il varco. Ivi di Poro
meglio i sensi saprai.
                                         (Che pena!) A lei
non fidarti, Alessandro. È quella infida
avvezza ad ingannar. Grato a' tuoi doni
io ti deggio avvertir.
                                       (Che soffro!)
                                                                 Asbite,
                                   Io n'ho ragion; conosco
Cleofide e il mio re. Da lei tradito
                                        (D'ingelosirsi
abbia ragion per suo castigo). Ascolta.
Cleofide saria; ma tante volte
che giunge ad abborrirlo. Or non è tempo
di finger più. Per Alessandro solo
intesi amor, da che lo vidi. Io scopro
un affetto, signor, con tanta pena
                          (Oh infedeltà!)
                                                        (Che ascolto!)
l'acquisto del tuo cor...
                                          Basta, o regina. (S’alza)
Godi pur la tua pace, i regni tuoi,
tutto otterrai; non domandarmi il core.
alla gloria donai. Lodo ed ammiro
ma però non adoro il tuo sembiante.
Son guerrier sull'Idaspe e non amante.
Lode agli dei. Son persuaso alfine
                                Lode agli dei.
                                 Dov'è chi dice
dell'aura è più leggiero?
                                              Ov'è chi dice
che più del mare un sospettoso amante
                           Mi disinganna assai...
                                  La tua costanza.
                                       Che bella fede!
l'abborrito rival senza contesa?
de' tuoi sparsi guerrieri e presso al ponte,
che unisce dell'Idaspe ambe le rive,
cauto gli ascosi. In questo agguato avvolto
troverassi Alessandro appena giunto
di qua dal fiume ed il soccorso a lui
dell'esercito greco il ponte angusto
                    Benché da lui diviso
l'esercito rimanga, avrà difesa.
                                      Fra questi appunto
l'odio per lui. Gli avrem compagni o almeno
non ci saran nemici. E quando ancora
gli fossero fedeli, il lor coraggio
si perderà nell'improvviso assalto.
combattendo disvia. Sul varco angusto
l'impeto ostile. Alle mie spalle intanto
gli archi di quello ed i sostegni in parte
rosi dal tempo e indeboliti ad arte.
resteranno le schiere e senza schiere
qua il duce resterà. Compito questo,
al fato e al tuo valor si fidi il resto.
che riman fra' disastri agl'infelici,
è il distinguer da' finti i veri amici.
Oh del tuo re, non della sua fortuna,
fido seguace, e perché mai del regno,
ond'io possa premiarti, il ciel mi priva?
Alessandro a momenti. Un greco messo
recò l'avviso. Io dalla regia torre
splender elmi diversi. Il suono intesi
de' stranieri metalli e fra le schiere
vidi all'aura ondeggiar mille bandiere.
                Corre a incontrarlo.
                                                      Ingrata! Amico,
                                E tu non vieni?
de' tradimenti suoi tutta l'immago.
voglio dirle infedele e poi son pago.
E tu pensi a costei? L'onor ti chiama
(Oh amor sempre tiranno anche agli eroi!) (Parte)
debole adunque hai da mostrarti a lei? (Fra sé)
purché a te non dispiaccia, esser nel campo
d'Alessandro all'arrivo.
                                            Anzi tu dei
nella reggia restar. Parti.
                                               E non posso
di sì gran pompa essere a parte? Ogni altro
presente vi sarà. Solo Erissena
non ottiene il piacer.
                                        Ma questo incontro
men piacevole assai. Lasciami solo.
come lice a un guerrier, non è permesso.
Misera servitù del nostro sesso!
non si torni a mirar. Troppo di Poro
che regna ancor conosceria l'ingrata.
non vi crede Alessandro e non vi teme.
quanto è lieve ingannar chi s'assicura.
esulta al tuo passaggio. E lieta tanto
non fu, cred'io, quando tornar si vide
trionfator del Gange infra l'adorna
di pampini frondosi allegra plebe,
su le tigri di Nisa il dio di Tebe.
Siano accenti cortesi o sian veraci
sensi del cuor, di tua gentil favella
mi compiaccio, o regina. E solo ho pena
che fu all'India funesto il brando mio.
le passate vicende. Ormai sicuro
puoi riposar su le tue palme.
                                                      Ascolto (Si sente di dentro romore d’armi)
                                    Poro si vede
                                      (Ah troppo veri
voi foste, o miei timori!)
                                               E ben, regina,
                                    Se colpa mia,
si pentirà chi disperato e folle
tante volte irritò gli sdegni miei. (Alessandro snuda la spada e seco Timagene e vanno verso il ponte)
(L'amato ben voi difendete, o dei). (Parte. Entrata Cleofide, si vedono uscir con impeto gli Indiani da’ lati della scena vicino al fiume, questi assalgono i Macedoni, Poro Alessandro e Gandarte con pochi seguaci corre sul mezzo del ponte ad impedire il passo all’esercito greco. E intanto che siegue la zuffa nel piano, alcuni guastatori vanno diroccando il suddetto ponte. Disviati li combattenti fra le scene, si vede vacillare e poi cader parte del ponte. Quei macedoni, che combattevano su l’altra sponda, si ritirano intimoriti dalla caduta e Gandarte rimane con alcuni de’ suoi compagni in cima alle ruine)
Seguitemi, o compagni. Unico scampo
è quello ch'io v'addito. Ah secondate, (Getta la spada ed il cimiero nel fiume)
pietosi numi, il mio coraggio. Illeso
s'io resterò per lo cammino ignoto,
tutti i miei giorni io vi consacro in voto. (Si getta dal ponte nel fiume)
                                        Io fuggo, ingrata,
l'aspetto di mia sorte. Io fuggo l'ire
dell'inferno e del ciel congiunti insieme
da te fuggo, infedele, e da me stesso.
Lascia almen ch'io ti siegua.
                                                     Io mi vedrei
sempre d'intorno il mio maggior tormento.
                                   a' fortunati Elisi
tu giungeresti a disturbar la pace.
il riposo agli estinti.
                                      Ah per quei primi
fortunati momenti in cui ti piacqui,
non creduto amor mio, dolce mia vita,
                                    Ti lascio alfine
coll'amato Alessandro.
                                          E ancor non vedi
della tua gelosia finsi incostanza?
Ti conosco abbastanza.
                                           Ecco a' tuoi piedi (S’inginnocchia)
supplice, sconsolata e di frequenti
lagrime sventurate aspersa il volto.
(Mi giunge a indebolir, se più l'ascolto). (In atto di partire)
Ingrato, non partir. Guardami. Io t'offro (S’alza)
spettacolo gradito agli occhi tuoi.
onde di quel crudel meno insensate
meco le mie sventure al mar portate. (Va per gettarsi nel fiume)
Cleofide, che fai? Fermati; oh dei! (Corre per arrestarla)
adorato tiranno? È di mia sorte
la pietà che ti muove? O ti compiaci
                                   (Numi, che pena!)
della tua fedeltà. Fingi incostanza,
del geloso mio cor le furie irrita.
ma il perderti fedele è tal martire,
è pena tal che non si può soffrire.
tutto il vostro rigor. Compensa assai
la sua pietade i miei sofferti affanni.
il talamo sperato? È questo il frutto
di tanto amor? Felicità sognate!
                                 Ancor, mio bene,
noi siamo in libertà. Posso a dispetto
dell'ingiusto destin darti una prova
maggior d'ogni altra. In sacro nodo uniti
oggi l'India ci vegga; e questo il punto
de' tuoi dubbi gelosi ultimo sia.
Porgimi la tua destra, ecco la mia.
per invitarmi a tanto ben scegliesti!
un real imeneo fra le ruine,
fra le stragi, fra l'armi, in riva a un fiume,
senz'ara, senza tempio e senza nume?
sempre assistono i numi; ara che basta
è un cor divoto e in questo clima o altrove
ogni parte del mondo è tempio a Giove.
prendi il pegno più grande.
                                                    In tal momento
la mia sorte infelice io non rammento.
involarci potrà... Ma quindi ancora
giunge stuol numeroso. Agl'infelici
son pur brevi i contenti!
                                              Io non saprei
figurarmi uno scampo; a tergo il fiume,
in quella parte e Timagene in questa.
                                    Oh dei! Vedrassi
preda de' Greci? Agl'impudici sguardi
misero oggetto? Alle insolenti squadre
scherno servil? Chi sa qual nuovo amore,
qual talamo novello... Ah ch'io mi sento
dall'insano furor di gelosia
tutta l'alma avvampar.
                                           Sposo, un momento
ci resta ancor di libertà. Risolvi.
Un consiglio, un aiuto.
                                           Eccolo; è questo, (Impugna lo stile)
barbaro sì ma necessario e degno
del tuo core e del mio. Mori e m'attenda
l'ombra tua degli Elisi in su la soglia
senza il rossor della macchiata spoglia.
Qual gelo! Qual timor! Vacilla il piede,
dall'uffizio crudel la man pietosa.
ah dell'anima mia parte più cara,
qual momento è mai questo! E chi potrebbe
non avvilirsi e trattenere il pianto?
Cara, la mia virtù non giunge a tanto.
Oh tenerezze! Oh pene!
                                             Ecco i nemici. (Guardando dentro la scena)
adorato ben mio, perdona e mori. (In atto di ferirla)
                                 (Aita, o stelle).
                                                              E donde
                      Dal mio valor, dal mio
                                      Io sono...
                                                         Egli è di Poro (Va nel mezzo)
fedele esecutor. Di Poro è il cenno
                           Ma non doveva Asbite
                                        Or più non sono
quell'Asbite che credi.
                                          Egli sostiene
le veci del suo re, perciò si scorda (Ad Alessandro)
d'essere Asbite. Eh rammentar dovresti (A Poro)
che suddito nascesti, e che non basta
un comando real, perché in obblio
tu ponga il grado tuo. (Taci, ben mio). (Piano a Poro)
di ritegni non è. Sappi, Alessandro,
che nulla mi sgomenta il tuo potere.
signor, vieni a sedar. Chiede ciascuna
di Cleofide il sangue. Ognun la crede
                               Ella è innocente. Ignota
le fu la trama. Il primo autor son io;
tutto l'onor del gran disegno è mio.
                                   Signor, s'io mai...
è l'innocenza tua. Per me, regina,
sarà nota alle schiere. Io passo al campo.
altro ponte rinnova; occupa i siti
della città più forti; entro la reggia
Cleofide difesa; e questo altero
custodito rimanga e prigioniero.
Asbite in libertà. Sua colpa alfine
è l'esser fido a Poro. Un tal delitto
Di sì bella pietà si rese indegno.
Cleofide si scorga; e intanto Asbite
                              (In libertà potessi,
senza scoprirlo, almen dargli un addio!)
                               De' casi miei,
                                         Più che non credi.
digli dunque per me che non si scordi
la costanza d'un re ma soffra e taccia.
                                            Amico Asbite,
siam pur soli una volta.
                                            E con qual fronte
mi chiami amico? Al mio signor prometti
sedur parte de' Greci e poi l'inganni.
gli argiraspidi avea. Ma non so dirti
se protetto dal ciel, gli ordini usati
cangiò al campo Alessandro; onde rimase
che doveva al passaggio esser primiera.
                                         Io mille prove
ti darò d'amistà. Va'; la mia cura
libero sei; la prima prova è questa.
                          Questo è mio peso. A lui
tu ricerca di Poro e reca a lui (Cava un foglio)
questo mio foglio. Un messaggier più fido
non so trovar di te. Digli che in questo
vedrà le sue speranze. (Gli dà il foglio)
                                           Amico, addio.
l'impeto già de' miei furori ascolto.
sempre così non veglieranno i numi.
spero fra tante, onde mi sia permesso
sollevar dal suo giogo il mondo oppresso.
E tentò di svenarti? E a questo eccesso
del geloso mio re giunse il furore?
                                        Barbaro amore!
dall'onde ti salvò, perché qui vieni
nuovi perigli ad incontrar? Tu vedi
circondan questa reggia.
                                              E in altra parte
neghittoso restar dovrà Gandarte?
aggrava anche il tuo piè de' lacci suoi,
chi più rimane in libertà per noi?
mai ver ch'io t'abbandoni.
                                                  Ah dal suo ciglio
                               Numi, consiglio. (Si nasconde)
d'un campo vincitor l'impeto insano.
non conosce ragion. La rea ti crede
e minacciando il sangue tuo richiede.
Abbialo pur. Dell'innocenza oppressa
né l'ultimo sarò. Vittima io vado
volontaria ad offrirmi. (In atto di partire)
                                            Ah no, t'arresta.
Cleofide così. Mi resta ancora
una via di salvarti. In te rispetti
una parte di me; sarai mia sposa.
                                Di questa, agli occhi altrui
forse dubbia, pietà la gloria mia
si risente gelosa e basta appena,
perché ceda il mio core a tal consiglio.
                        Non rispondi?
                                                     È grande il dono;
ma il mio destin... la tua grandezza... Ah cerca
                                     E qual riparo,
                                       Eccola. (Scoprendosi ad Alessandro)
                                                      (Oh stelle!)
                  Poro son io.
                                          Come fra questi
                                         Per via nascosa
dalle sponde del fiume a queste mura.
pietà, perdono? O ad insultar ritorni
                                 A che mi vai
rimproverando un disperato cenno
fra' tumulti dell'armi, in mezzo all'ire
mal concepito, mal inteso e forse
crudelmente eseguito? È a me palese
del campo tuo, che lei vuol morta, e vengo
ad offrirmi per lei. Porto all'insana
greca barbarie un regio capo in dono.
se il reo si chiede. Io meditai gl'inganni.
Son Cleofide e Asbite ambo innocenti.
(Il mio re si difenda e poi si mora).
                                       Che fai? Che pensi?
per la vita di lei bastar ti deve
ch'offra un monarca alle ferite il petto.
No, Poro, queste offerte io non accetto.
                 Vuoi tutti estinti e ti compiaci
che manchi ogni nemico...
                                                 Ascolta e taci.
ritorni, o Poro; e quell'istessa via,
allo sdegno de' Greci anche t'involi.
Ma qui frattanto infra i perigli avvolta
                                Ma tutto ascolta.
ritenerla dovrei. Potrei salvarla,
senza renderla a te. Ma quando vieni
la meritasti assai. Dall'atto illustre
la tua grandezza e l'amor tuo comprendo,
onde a te (non so dirlo) a te la rendo.
                           Oh pietà!
                                               D'Asbite io volo
a disciogliere i lacci. Andate, amici,
e serbatevi altrove a' dì felici.
tanta felicità fra tanti affanni?
Quanto dobbiamo a' tuoi felici inganni!
ho compito il dover. Pensiamo intanto
sarà miglior, de' Gandariti il regno
o la reggia de' Prasi. A te congiunti
d'interesse e di sangue ambo i regnanti
la gloria di salvarti, infin che passi
in altro clima a desolar la terra.
rimanga a Poro. E ancor non viene? O quanto
l'attenderlo è penoso! Eccolo, io sento...
                                              Oh come asperso
                                         Eh non è tempo (Ad Erissena che sopraggiunge)
di pianto, o principessa. È stanco alfine
di tormentarne il ciel. Con noi respira.
Consolati con noi. Libero è il varco
al nostro scampo e libera mi rende
al mio sposo Alessandro; andremo altrove
a respirar con Poro aure felici.
                                   Come!
                                                  Che dici?
M'ha tradita Alessandro.
                                               Ei di sé stesso
                       Quando? Perché? Finisci
                                       Sai che rimase
creduto Asbite a Timagene in cura.
andava prigionier, quando si mosse
con impeto improvviso ed i sorpresi
improvvidi custodi urtò, divise,
si lanciò nell'Idaspe e si sommerse.
Privo di te, servo de' Greci, in odio (A Cleofide)
                                  I suoi furori
mi predicean qualche funesto eccesso.
Ma donde il sai? (Ad Erissena)
                                 Da Timagene istesso.
tante vittime offrirvi, ingiusti dei?
siete cagione, all'ingiustizia vostra
non son dovute; e se governa il caso
vi usurpate il timor, numi impotenti.
Ah che dici, o regina! Un mal privato
e v'è sempre ragione in ciò che avviene.
                                A che fuggir? Qual danno
mi resta da temer? Lo sposo, il regno
misera già perdei; si perda ancora
Dov'è più di periglio, ho più speranza.
fra perdite sì grandi, ah non si conti
la perdita di te. Fuggiam da questa
Tuo sposo e difensor sarà Gandarte.
d'impaccio al tuo fuggir. La mia salvezza
necessaria non è. La tua potrebbe
esser utile all'India; anzi tu devi
a favor degli oppressi usar la spada.
E dove senza te speri ch'io vada?
E pur chi 'l crederia? Fra tanti affanni
non so dolermi e mi figuro un bene,
quando costretta a disperar mi vedo.
Ah fallaci speranze, io non vi credo!
Poro, tu vivi? E quale amico nume
                             Io non t'intendo. E quando
fra l'onde io mi trovai?
                                            Ma tu pur sei
                            E per Asbite solo
                                         E ben, da questo
si pubblicò che disperato Asbite
                                 Fola ingegnosa
che d'Alessandro ad evitar lo sdegno
                                    Lascia ch'io vada
                        Ascolta. Infin ch'io giunga
un disegno a compir, giova che ognuno
mi creda estinto e più che ad altri, a lei
convien celare il ver. Per troppo affetto
scoprir mi può, che van di rado insieme
l'accortezza e l'amore. A maggior uopo
opportuna mi sei. Senti, ritrova
l'amico Timagene; a lui dirai
nell'ombroso recinto, ove ristagna
l'onda del maggior fonte, ascoso attendo
Alessandro con lui. Là del suo foglio
può valermi l'offerta. Io di svenarlo,
ei di condurlo abbia la cura.
                                                    Oh dio!
Tu impallidisci! E di che temi? Hai forse
pietà per Alessandro? E preferisci
                                      No. Ma pavento...
non credermi, tradirci...
                                              Eccoti un pegno (Cava un foglio)
per cui ti creda, anzi ti tema. È questo
vergato di sua mano un foglio in cui
mi stimola all'insidia; e farlo reo
può col suo re, quando c'inganni. Ardisci,
e mostra che ti diede in vario sesso
un istesso coraggio un sangue istesso. (Le dà il foglio)
amareggia il piacer ch'io proverei
per la vita di Poro. Oh dio! Se penso
che trafitto per me cade Alessandro,
                               Immagini dolenti,
                                     Regina, ormai
rasciuga i lumi. Il consolarsi alfine
è virtù necessaria alle regine.
necessità, non debolezza è il pianto.
Mi fa pietà; le vorrei dir che vive).
che non partisti? A che mi chiami? E come
                                      Dovevi almeno
                              Ove? Con chi? Mi veggo
da tutti abbandonata e non mi resta
                                         Ma in questo loco,
Cleofide, ti perdi. È di mie schiere
troppo contro di te grande il furore.
Sì; ma più grande è d'Alessandro il core.
                               Della tua destra il dono
de' Greci placherà l'ira funesta.
Tu me la offristi, il sai.
                                           (Sogno o son desta?)
(Oh sorpresa! Oh dubbiezza!)
                                                        A che pensoso
tacer così? Non ti rammenti forse
la tua pietosa offerta o sei pentito
di tua pietà? Questa sventura sola
mi mancheria fra tante. Io qui rimango
son vicina a perir; tu puoi salvarmi;
su' labbri tuoi, misera me, sospendi?
Vanne, al tempio verrò. Sposo m'attendi. (Parte)
Cleofide, sì presto io non sperai
vederti inaridir ma n'hai ragione.
non è per te più necessario il pianto.
è virtù necessaria alle regine.
l'uso della virtude, a chi non piace?
Forse il tuo cor non ne saria capace.
Incapace lo credi e pur distingue
                                Vorrei vederti
più cauta in giudicare. Il tempo, il luogo
cangia aspetto alle cose. Un'opra istessa
è delitto, è virtù, se vario è il punto
donde si mira. Il più sicuro è sempre
e s'inganna chi crede al primo sguardo.
verace il suo dolore? Or va', ti fida
di chi mostrò sì grande affanno. E noi
alle nostre querele, a' nostri pianti?
Ma ritorna Alessandro. Oh come in volto
quanto contien di Timagene il foglio.
Oh infedeltà! Mai non avrei potuto
                             (Ah di noi parla!) E quale,
signor, è la cagion di tanto sdegno?
di chi dovrebbe a' benefizi miei
                              (Ah che dirò!) Potresti
                                 Eh non m'inganno. Io stesso
e chi lo meditò né pur lo tace.
Alessandro, pietà. Son colpe alfine...
moltiplicano i rei. Voglio che provi
la vendetta, il castigo ogni alma infida.
Olà, qui Timagene. (Partono le guardie)
                                      Ei sol di tutto
                                     Anzi avvertito
                                      Che indegno! Accusa
gli altri del suo delitto. E Poro ed io,
signor, siamo innocenti. In questo foglio
vedi l'autor del tradimento. (Gli dà il foglio)
                                                     E quando
io mi dolsi di voi? Che foglio è questo?
                                           A me la chiede
chi a me finor la rinfacciò?
                                                  Parlai
sempre de' Greci, il cui ribelle ardire
si oppone alle mie nozze.
                                               E non dicesti
                           Di questo ardire intesi,
                                   «Poro, se invano (Legge)
d'opprimer si tentò, colpa non ebbi.
Tutto il messo dirà. Ma tu frattanto
non avvilirti, a me ti fida e credi
quell'aita da me che più vorrai.
Timagene». Infedel! Sì, di sua mano
                               Ma donde il foglio avesti?
ricercando di Poro a me lo diede.
                                   A chi darò più fede?
                              Ah tu mi scacci. Io vedo
che dubiti di me. Se tu sapessi
con quanto orrore io ricevei quel foglio,
                                       Assai tardasti
                                        Irresoluta
                                       Lasciami solo
                                  Oh sventurata! Io dunque
teco perdei già di fedele il vanto?
Eh non dolerti tanto. Un dubbio alfine
                               Sì, ma quell'alme,
cui nutrisce l'onor, la gloria accende,
il dubbio ancor d'un tradimento offende.
mi scopre il cielo un traditor! Ma viene
l'infido Timagene. Io non comprendo
come abbia cor di comparirmi innanzi.
di me chiedesti; ho prevenuto il cenno;
ricomposi e sedai. Le regie nozze
                                    Non è la prima
prova della tua fé. Conosco assai,
Timagene, il tuo cor; né mai mi fosti
necessario così come or mi sei.
signor, per te? Pugnar di nuovo? Espormi
Tutto il sangue versar? Morir si deve?
Alla mia fede ogni comando è lieve.
da te desio. V'è chi m'insidia; è noto
il traditore e in mio poter si trova;
perché amico mi fu. Ma il perdonargli
tradimenti animar. Tu che faresti?
                      Ma l'amicizia offendo.
e indegno di pietà costui si rese.
lascia a me di punirlo. Il zelo mio
trovar di crudeltà. L'empio m'addita,
palesa il traditor, scoprilo ormai.
Prendi, leggi quel foglio e lo saprai. (Gli dà il foglio)
(Stelle! Il mio foglio! Ah son perduto. Asbite
                           Tu impallidisci e tremi?
Perché taci così? Perché lo sguardo
fissi nel suol? Guardami, parla. E dove
di porre in opra i tuoi consigli. Inventa
armi di crudeltà. Tu m'insegnasti
che indegno di pietà colui si rese
che mi tradì, che l'amicizia offese.
Ah signore, al tuo piè... (In atto d’inginnocchiarsi)
                                             Sorgi. Mi basta
per ora il tuo rossor. Ti rassicura
nel mio perdono; e conservando in mente
del fallo tuo la rimembranza amara,
ad esser fido un'altra volta impara.
Oh rimorso! Oh rossore! E non m'ascondo
misero a' rai del dì? Con qual coraggio
orribile son io tanto a me stesso?
Qui Timagene e solo. Amico, il cielo
giacché a te mi conduce...
                                                Ah parti, Asbite,
                         Se d'Alessandro il sangue
                                           Prima si versi
                                      E la promessa?
                                             E pur quel foglio...
e la mia debolezza in lui detesto. (Lacera il foglio)
debolissimo filo a cui s'attenne
finor la mia speranza. A che mi giova
più questa vita? Abbandonato e privo
della sposa e del regno, in odio al cielo,
grave a me stesso, ad ogn'istante esposto
di fortuna a soffrir gli scherni e l'ire?
Ah finisca una volta il mio martire! (Entrando s’incontra in Gandarte)
                                     Qual colpa mia
                                    Gandarte, è tempo
di darmene un gran pegno. Il brando stringi,
ferisci questo sen. Da tante morti
e togli quest'uffizio alla sua mano.
                       Tu vacilli? Il tuo pallore
timido ti palesa. Ah fin ad ora
di tal viltà non ti credei capace.
al comando crudel. Ma giacché vuoi,
il cenno eseguirò. (Snuda la spada)
                                   Che tardi?
                                                         Oh dio!
il rispettoso cor palpita e trema.
volgi, mio re, volgi il tuo ciglio altrove.
Ardisci, io non ti miro; il braccio invitto
conservi nel ferir l'usato stile. (Poro rivolge il volto non mirando Gandarte e Gandarte allontanandosi da lui, nell’atto d’uccider sé stesso dice:)
Guarda, signor, se il tuo Gandarte è vile.
Fermati. (Trattenendolo)
                    Oh ciel, che fai? (Rivolgendosi a Gandarte)
                                                   Perché mi togli,
che può render illustri i giorni miei?
Qui di morir si parla e intanto altrove
stringe Alessandro all'infedel tua sposa.
               E fia ver?
                                   Tutto risuona il tempio
di stromenti festivi. Ardon su l'are
gli arabi odori. A celebrar le nozze
                                              Udiste mai
più perfida incostanza? Or chi di voi
torna a rimproverarmi i miei sospetti,
il soverchio timor, le furie mie?
                                     Che dici!
                                                        Il tempio
è comodo alle insidie; a me fedeli
son di quello i ministri. Andiamo.
                                                               Oh dio!
Ferma, chi sa, forse la tema è vana.
io mi sento morir! Gelo ed avvampo
d'amor, di gelosia; lagrimo e fremo
di tenerezza e d'ira; ed è sì fiero
di sì barbare smanie il moto alterno
ch'io mi sento nel cor tutto l'inferno.
non lasciarlo, se m'ami.
                                             Addio, mia vita.
se questo fosse mai l'ultimo addio.
si perde, si confonde e nulla intende!
si destino le fiamme. (I ministri con due faci accendono il rogo)
                                         È dolce sorte
d'un'alma grande accompagnare insieme
                                     (Reggete il colpo,
                         Si uniscano, o regina,
ormai le destre e delle destre il nodo
Ferma. È tempo di morte e non d'amori.
consorte a Poro; ei più non vive. Io deggio
su quel rogo morir. Se t'ingannai,
perdonami, Alessandro. Il sacro rito
non sperai di compir senza ingannarti.
Temei la tua pietà. Questo è il momento
in cui si adempia il sacrifizio appieno. (In atto di andare verso il rogo)
Ah nol deggio soffrir. (Volendo arrestarla)
                                         Ferma o mi sveno. (Impugnando uno stile)
(Oh inganno! Oh fedeltà!) (Torna a celarsi)
                                                  Non esser tanto
vivendo acquisterei. Passa alle fiamme
ogni sposa fra noi. Questo è il costume
de' nostri regni; ed ogni età lontana
                                        Legge inumana
che distrugger saprò. (Volendo arrestarla)
                                         Ferma o mi sveno. (Come sopra)
                                       Come!
                                                      E fia vero?
col ferro in pugno io lo trovai. Volea
tentar qualche delitto. Ecco che viene. (Esce Gandarte prigioniero fra due guardie)
                                     Vedilo.
                                                     Oh dio!
M'ingannate, o crudeli, acciò risenta
delle perdite mie tutto il dolore.
s'incontri il fin delle sventure estreme. (In atto di volersi gettar sul rogo)
Anima mia, noi moriremo insieme. (Trattenendola)
forse di nuovo? Ah l'idol mio tu sei!
ingiustamente offese il tuo candore.
perdona, o cara, il violento eccesso.
Perdona... (Volendosi inginocchiare)
                      Ecco il perdono in questo amplesso.
                                  Or delle tue vittorie
fa' pur uso Alessandro. Allorch'io trovo
fido il mio bene, a farmi sventurato
sfido la tua fortuna e gli astri e il fato.
parli con me. Sai che non v'è più scampo,
                                            Lo so.
                                                         Rammenti
                                          A far l'istesso
                            E la mia pena attendo.
che prescriva tu stesso a te le leggi.
Pensa alle offese e la tua sorte eleggi.
sempre degna d'un re la sorte mia.
serbar l'animo regio in mezzo a tante
ingiurie del destin degno è del trono.
E regni e sposa e libertà ti dono.
                                Oh grande!
                                                       E ancor non sei
sazio di trionfar? Già mi togliesti
basti alla gloria tua, lasciami il core.
il tuo poter si stende? Adesso intendo
quel decreto immortal che ti destina
                                          E qual mercede
                                 La vostra fede.
al nostro vincitore. Ah tu non sai
quai doni, qual pietà...
                                           Tutto ascoltai.
Soffri, o signor, ch'io del fedel Gandarte
                            Da voi dipende. Intanto
ei, che sì ben sostenne un finto impero,
avrà virtù di regolarne un vero.
ch'oltre il Gange io domai, regni Gandarte.
                                Dal benefizio oppresso
che dal grande Alessandro il nome avrai.
da te partire; esecutor fedele
sarò de' cenni tuoi. Guidami pure
sugli estremi del mondo. Avranno sempre
di Libia al sole o della Scitia al ghiaccio
la sposa il core ed Alessandro il braccio.

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