Metrica: interrogazione
1024 endecasillabi (recitativo) in Demetrio H 
Basta, Olinto, non più. Fra pochi istanti
comparir mi vedrà. Chiede ch'io scelga
lo sposo, il re? Si sceglierà lo sposo,
il re si sceglierà. Solo un momento
chiedo a pensar. Che intolleranza è questa,
importuna, indiscreta? I miei vassalli
sì poco han di rispetto? A farmi serva
m'innalzaste sul trono o v'arrossite
di soggiacere a un femminile impero?
Cleonice non è. Senza rossore
servì lo Scita ed in diverso lido
Babilonia a Semira, Africa a Dido.
di noi ti lagni a torto. I pregi tuoi
non conosce la Siria? Estinto appena
il tuo gran genitor, t'innalza al trono;
la scelta del suo re; tempo concede
al maturo consiglio; affretta invano,
già promesso da te per suo conforto;
e ti lagni di noi? Ti lagni a torto.
confida a me, di pochi istanti ancora
non mi nieghi l'indugio.
                                              Oh dio, regina,
che si teme a ragion. Due lune intere
donò Seleucia al tuo dolor pietoso
dovuto al genitor. Del terzo giro
e non risolvi ancor. Di tua dimora
quando un infausto dì timida accusi.
a destra balenar, or che su l'ara
sorse obliqua la fiamma, or che i tuoi sonni
ruppe d'augel notturno il mesto canto,
cadde improvviso e involontario il pianto.
Fu giusto il mio timor.
                                           Dopo sì lievi
mendicati pretesti, in questo giorno
sceglier prometti. Impaziente e lieto
previene il dì. Ciascun s'adorna, inteso
con ricca pompa a comparirti avanti.
sudati già dalle sidonie ancelle,
che Tiro colorì, le membra avvolge.
vedi tremar fra i lunghi veli attorti
di raro augel le pellegrine piume;
vedi cader multiplicata e strana
serie d'indiche perle. Altri di gemme,
altri d'oro distingue i ricchi arredi
di partico destrier. Quanto ha di raro
tutto espone la Siria; e tornan tutti
a riveder la luce i preziosi
dall'avaro timor tesori ascosi.
Inutile sollievo a mia sventura.
tanto studio che pro? Se, attesa invano
dal meriggio alla sera e dalla sera
già gran parte trascorsa, ancor non vieni?
dubiti, ti confondi; a' dubbi tuoi
sembra ogn'indugio insufficiente e corto.
E ti lagni di noi? Ti lagni a torto.
dura necessità. Vanne, precedi
il mio venir. Sarà contento il regno;
lo sposo sceglierò.
                                  Pensa, rammenta
Olinto t'ammirò, che il sangue mio...
per le vene trascorse.
                                        Aggiungi a questo
i merti di Fenicio...
                                     A me son noti.
Sai de' consigli suoi...
                                         De' suoi consigli
io conosco il valor; distinguo il pregio
della sua fedeltà. Tutto pensai,
tutto, Olinto, io già so.
                                          Tutto non sai.
Già da lunga stagion tacito amante
mi struggo de' tuoi lumi...
                                                 Ah parti e taci.
Come tacere!
                           E ti par tempo, Olinto, (S’alza da sedere)
di parlarmi d'amor?
                                       Perché sdegnarti,
s'io chiedendo mercé...
                                            Ma taci e parti.
dove sei? Non m'ascolti? Invan ti chiamo;
mi rechi forse? Il mio diletto Alceste
forse tornò?
                        Volesse il cielo. Io vengo,
regina, ad affrettarti. Il popol tutto
per la tardanza tua mormora e freme.
più differir.
                        Misera me! Si vada (In atto di partire e poi si ferma)
dunque a sceglier lo sposo. Oh dio! Barsene,
dubbio il cor, pigro il piè. Chi mai si vide
più agitata di me! (Si getta a sedere)
                                    Qual arte è questa
di tormentar te stessa, ove non sono
figurando sventure?
                                       È figurato
forse il dover che mi costringe a farmi
serva fino alla morte a chi non amo?
con finto amor della mia destra il dono,
si duol che compra a caro prezzo il trono?
del talamo fecondo, il tempo e l'uso
il genio avverso a poco a poco in seno
cangia in amore o in amicizia almeno.
mi ritrovasse ad altro sposo in braccio,
Che sarebbe di me? Tremo in pensarlo.
dell'incostanza mia! Qual egli avrebbe
le smanie sue, le gelosie, gli affanni,
tutto il suo cor gli leggerei nel volto.
Come sperar ch'ei torni? Omai trascorsa
è un'intera stagion, da che trafitto
cadde il tuo genitor. Sai che al suo fianco
sempre Alceste pugnò; né più novella
di lui s'intese. O di catene è cinto
o sommerso è fra l'onde o in guerra estinto.
No, mel predice il core, Alceste vive,
Alceste tornerà.
                               Quando ritorni,
più infelice sarai. Se a lui ti doni,
di cento oltraggi il merto; e, se l'escludi,
uccidi Alceste; onde il di lui ritorno
d'esser crudele ad uno o ingiusta a cento.
qualche via troverò...
                                        Che fai, regina?
Il periglio s'avanza. A poco a poco
degenera in tumulto. Unico scampo
è la presenza tua.
                                  Questo, Barsene,
è il ritorno d'Alceste?... Andar conviene. (S’alza da sedere)
Ma che farai?
                           Non so.
                                           Dunque t'esponi
irresoluta a sì gran passo?
                                                 Io vado
dove vuole il destin, dove la dura
così senza consiglio e senza scorta.
quanto mi fa pietà!
                                     Tanta per lei
e sì poca per me?
                                  S'altro non chiedi
che pietà, l'ottenesti. Amor se speri,
indarno ti lusinghi.
                                     E non son io
Perché toglier mi vuoi fin la speranza?
Inutile pietà.
                          Mitrane amico,
Cleonice dov'è?
                               Costretta alfine
s'incammina alla scelta.
                                             Ecco perdute
tutte le cure mie.
                                 Perché?
                                                  Conviene
ch'io sveli alla tua fede un grande arcano.
Tacilo e mi consiglia.
                                        A me ti fida;
impegno l'onor mio.
                                       Già ti sovviene
di Cleonice genitor, dal trono
scacciò Demetrio il nostro re.
                                                      Saranno
omai sei lustri e n'ho presente il caso.
morì nel duro esilio; e inteso avrai
seco il figlio morì.
                                   Rammento ancora
che Demetrio ebbe nome.
                                                 Or sappi, amico,
ed a te non ignoto.
                                    Il ver mi narri
Anche più ti dirò. Vive in Alceste.
Numi, che ascolto!
                                    In queste braccia il padre
lo depose fuggendo. Ei mi prescrisse
di nominarlo Alceste. Al sen mi strinse
tra il figlio e me, s'intenerì, mi disse:
al genitore, alla vendetta, al regno».
del tuo zelo per lui. Ma per qual fine
celarlo tanto?
                           Avventurar non volli
una vita sì cara. Io sparsi ad arte
tacqui che fosse Alceste; e questa voce
contro Alessandro a sollevar di Creta
sai che l'armi bastò; sai che 'l tiranno
nella pugna morì. Ma vario effetto
produce in Siria. Ambiziosi i grandi
niegan fede alla fama, onde bisogna
soccorso esterno a stabilirlo in soglio.
ma invano giungerà. Lontano è Alceste;
non so s'ei viva; e Cleonice intanto
elegge un re.
                          Ma Cleonice elegga;
sempre, quando ritorni e che 'l soccorso
vendicar si potrà.
                                  Questo non era,
Mitrane, il mio pensier. Sperai che un giorno,
fatto consorte a Cleonice, Alceste
senza toglierlo a lei. L'eccelsa donna
degna è di possederlo. A tale oggetto
nel cor d'entrambi. E se il destin... Ma perdo
l'ore in querele. Io di mie cure, amico,
ti chiamo a parte. Avrem dell'opra il frutto,
sol che tempo s'acquisti. Andiam. Si cerchi
d'interromper la scelta. Al caso estremo
s'avventuri il segreto. In faccia al mondo
tu mi seconda; e, se coll'armi è d'uopo,
Ecco tutto il mio sangue. In miglior uso
mai versar nol potrò. Chiamasi acquisto
a favor del suo re. Sì bella morte
invidiata saria.
                              Vieni al mio seno,
generoso vassallo. Ai detti tuoi
il ciglio inumidir; sento nel petto
rinvigorir la speme; e veggo un raggio
del favor degli dei nel tuo coraggio.
nascer fra le capanne. Il suo sembiante,
palesava abbastanza il cor gentile
negli atti ancor del portamento umile.
Dal tuo labbro, o regina, il suo monarca
la Siria tutta impaziente attende.
Risolvi. Ognuno il gran momento affretta
Sedete. (Oh dei, che gran momento è questo!) (Siedono Fenicio, Olinto e gli altri grandi)
(Che mai farò?)
                                Voi m'innalzaste al trono;
son grata al vostro amor; ma troppo è il peso
che uniste al dono. E chi fra tanti uguali
incerto non saria? Ne' miei pensieri
dubbiosa, irresoluta, or questo, or quello
ricuso, eleggo; e mille faccio e mille
A sceglier vengo e sono incerta ancora.
maggior tempo a pensar.
                                               Come!
                                                              T'accheta.
non è la Siria; e ognun di noi conosce
quanto è grande il cimento.
                                                    È dunque poco
il giro di tre lune? In questa guisa,
prometter sempre e non risolver mai.
temerario a tal segno?
                                          Il zelo, il giusto,
il periglio di lei. Se ancor delusa
oggi resta la Siria, io non so dirti
l'intolleranza sua.
                                  Potrebbe forse
pentirsi dell'ardir. Chi siede in trono
leggi non soffre. Il numero degli anni,
non mi toglie coraggio. Il sangue mio
tutto si verserà...
                                 Fenicio, oh dio!
nuove discordie. Il differir che giova?
Udite. Io sceglierò...
                                      Sceglier non dei.
(S'avventuri l'arcano).
                                           A noi che porta
frettoloso Mitrane? (Vedendo venir Mitrane)
                                      In questo punto
sopra picciolo legno Alceste è giunto.
                  (Respiro!)
                                        Ove si trova?
                                                                  Ei viene. (Accennando verso il porto)
Fenicio, Olinto, (ah ch'io mi perdo!) andate (S’alza dal trono e seco s’alzano tutti)
l'amico ad abbracciar che s'avvicina.
(Io quasi mi scordai d'esser regina). (Torna a sedere. Fenicio e Mitrane vanno ad incontrare Alceste, che in picciola barca si vede approdare, e l’abbracciano)
(Inopportuno arrivo!)
                                          (Ecco il mio bene. (Verso Alceste che s’avvicina)
che riconosci, oh dio! le tue catene).
di trovarmi a' tuoi piedi, o mia regina.
recar sui labbri miei possa il tributo.
d'un regio sguardo il mio tributo è degno.
l'istessa Cleonice in me ritrovi.
atteso giungi e sospirato e pianto!
(Torno a sperar).
                                 Ma qual disastro a noi
sì gran tempo ti tolse?
                                          (Oh sofferenza!)
col re tuo genitor...
                                    Sappiamo, Alceste,
di lui la morte e le vicende...
                                                     Il resto
dunque giovi ascoltar. Siegui.
                                                       (Che pena!)
Al cader d'Alessandro in noi l'ardire
tutto mancò. Già le nemiche squadre
balzan sui nostri legni; orrido scempio
si fa de' vinti; in mille aspetti e mille
erra intorno la morte. Altri sommerso,
altri spira trafitto e si confonde
la cagion del morir tra 'l ferro e l'onde.
di perdite sì grandi, odiando il giorno,
d'infranta nave a mille strali esposto,
lungamente pugnai, finché, versando
perdei l'uso de' sensi e caddi esangue.
(Mi fa pietà).
                           Quindi in balia dell'onde
quanto errai non so dirti. Aprendo il ciglio,
so che più non rividi. In rozzo letto
sotto rustico tetto io mi trovai.
eran di nasse e reti; e curvo e bianco
pietoso pescator mi stava al fianco.
Ma in qual terra giungesti?
                                                   In Creta; ed era
cretense il pescator. Questi sul lido
mi trovò semivivo. Al proprio albergo
pietoso mi portò. Ristoro al seno,
sollecito apprestò. Questi provvide
di quel picciolo legno il mio ritorno.
l'istoria terminò. Tempo sarebbe...
T'intendo, Olinto; io sceglierò lo sposo.
Ciascun sieda e m'ascolti. (Fenicio, Olinto e gli altri grandi siedono)
                                                 (Io ritornai
opportuno alla scelta). (Alceste volendo sedere, è impedito da Olinto)
                                           Olà, che fai?
Servo al cenno real.
                                     Come! Al mio fianco
vedrà la Siria un vil pastore assiso?
Alceste dal pastor. Depose Alceste
allor che di pastor si fe' guerriero.
scorre l'ignobil sangue.
                                            In queste vene
tutto si rinnovò; tutto il cangiai,
quando in vostra difesa io lo versai.
a tant'oltre aspirar t'aprì la strada?
Il mio cor, la mia destra e la mia spada.
                     Eh taci una volta.
                                                       Almen si sappia
la chiarezza qual è degli avi sui.
Finisce in te, quando comincia in lui.
si nobilita Alceste.
                                   In questo loco
di sedere è permesso.
                                          E bene, Alceste
del sigillo real sieda custode.
Ti basta, Olinto? (Alceste siede e Olinto si alza)
                                 Ah questo è troppo. A lui
dona te stessa ancor. Conosce ognuno
dove giunger tu brami.
                                            In questa guisa,
temerario, rispondi? Al braccio mio
di punir quell'audace.
                                          Ai merti suoi,
all'inesperta età tutto perdono
ma taccia in avvenir.
                                        Siedi e raffrena
tacendo almeno il violento ingegno. (Ad Olinto)
                Ubbidirò. (Fremo di sdegno). (Torna a sedere)
Scelsi già nel mio cor; ma, pria che faccia
palese il mio pensiero, un'altra io bramo
sicurezza da voi. Giuri ciascuno
di tollerar del nuovo re l'impero,
o sia di chiaro o sia di sangue oscuro.
(Come tacer!)
                            Su la mia fé lo giuro.
Lasciatemi tacer.
                                 Forse ricusi?
m'oppongo al giuramento. Altri vi sono...
regni chi vuole. Io d'un servile impero
non voglio il peso.
                                   Eh non curar di pochi
il contrasto, o regina, in faccia a tanti
rispettosi vassalli.
                                   In faccia mia
l'ardir di pochi io tollerar non deggio. (Scende dal trono)
l'affar decida. O senza legge alcuna
che da quel soglio, ove richiesta ascesi,
volontaria discenda. Almen privata
disporrò del cor mio. Volger gli affetti
almen potrò dove più il genio inclina;
ed allor crederò d'esser regina.
sempre arrossir degg'io? Né mai de' saggi
emendar ti farà?
                                 Ma, padre, io soffro
ingiustizia da te. Potresti al soglio
innalzarmi e m'opprimi.
                                               Avrebbe invero
la Siria un degno re; torbido, audace,
violento, inquieto...
                                     Il caro Alceste
generoso, prudente... Ah chi d'un padre
gli affetti ad acquistar l'arte m'addita!
Vuoi gli affetti d'un padre? Alceste imita.
vuol ch'io virtude apprenda. E bene, Alceste,
comincia ad erudirmi. Ah, renda il cielo
così l'ingegno mio facile e destro
che non faccia arrossir sì gran maestro.
soffro solo da te. Senza periglio
tutto può dir chi di Fenicio è figlio.
ragionai col mio re. Signor, perdona
se offendo in te la maestà del soglio.
Olinto, addio. Più cimentar non voglio
la sofferenza mia. Tu scherzi meco,
e del rispetto mio troppo ti fidi.
origine ignorasse ai detti alteri
progenie il crederebbe. E pure, ad onta
Alceste per Olinto è un gran rivale.
tutto il mondo ad Alceste oggi è nemico?
più impegna l'amor mio.
                                               Ma in questo istante
forse il consiglio a tuo favor decise.
Che giova innanzi tempo...
                                                  Eh ch'io conosco
dell'invidia il poter. Forse a quest'ora
terminai di regnar. Ma non per questo
misera mi farà l'altrui livore.
È un gran regno per me d'Alceste il core.
il consiglio, o Fenicio? (A Fenicio che sopraggiunge)
                                           Appunto.
                                                               Il resto,
Il mio regno finì.
                                 Meglio, o regina,
giudica della Siria. I tuoi vassalli
han rispetto ed amore. Arbitra sei
di sollevar qual più ti piace al trono.
di chiara stirpe o di progenie oscura,
ciascuno adorerà, ciascuno il giura.
sì da prima diversi?
                                       Ah, tu non sai
quanta fede è ne' tuoi; nel gran consesso
tutta si palesò. Chi del tuo volto,
chi del tuo cor, chi della mente i pregi
a gara rammentò. Chi tutto il sangue
offerse in tua difesa; e in mezzo a questo
impeto di piacer, regina, oh come
s'udia sonar di Cleonice il nome!
(Infelice amor mio!)
                                        Vanne; al consiglio
riporta i sensi miei. Di' che 'l mio core
insensibil non è, che fia mia cura
di sua fiducia in me, che grata io sono.
(Ecco in Alceste il vero erede al trono). (Parte)
i tuoi voti seconda. Ecco appagato
ecco finito ogni tormento.
                                                Oh dio!
ragion di sospirar. L'amato bene
in questo punto acquisti e ancor non sai
le luci serenar torbide e meste?
Cara Barsene, ora ho perduto Alceste.
di me più generosi? Il genio mio
de' merti altrui? Senza curar di tanti
il sangue illustre, io porterò sul trono
un pastorello a regolar l'impero?
Con qual cor, con qual fronte? Ah! Non fia vero.
La gloria mia mi consigliò sinora
l'invidia a superar; ma, quella oppressa,
or mi consiglia a superar me stessa.
Alceste che dirà?
                                 Se m'ama Alceste,
amerà la mia gloria; andrà superbo
si distingua così co' propri vanti
dalla schiera volgar degli altri amanti.
ragionerai così.
                              Questo cimento,
amica, io fuggirò. Non so se avrei
virtù di superarmi. È troppo avvezzo
ad amarlo il mio cor. Se vincer voglio,
non veder più quel volto a me conviene.
Chiede Alceste l'ingresso.
                                                Oh dio, Barsene!
Va'; non deggio per ora... (A Mitrane)
                                                Egli s'avanza. (Parte)
(Resisti, anima mia).
                                         Senza riguardi
dappresso vagheggiar posso una volta.
pace non ritrovai da te lontano;
sola de' pensier miei cura gradita,
il mio ben, la mia gloria e la mia vita.
Deh non parlar così.
                                       Come! Uno sfogo
che ti piacque altre volte, oggi ti spiace?
l'istessa Cleonice in te ritrovo?
atteso giunge e sospirato e pianto?
di poche lune a ricoprir di gelo
di due lustri l'amor.
                                      Volesse il cielo!
qual demerito è in me? S'io mai t'offesi,
mi ritolga il destin quanto mi diede
la tua prodiga man, sempre sdegnati
arbitri del mio cor, del viver mio.
Guardami, parla.
                                  (Ah non resisto!) Addio. (Parte)
Numi, che avvenne mai! Quei dubbi accenti,
mi fanno palpitar. Qual è, Barsene,
cangiamento improvviso? È invidia altrui?
È ingiustizia degli astri? È colpa mia?
mi fan pietà. Forse con altra amante
più felice saresti.
                                 Ah giunga prima
l'ultimo de' miei giorni. Io voglio amarla
a prezzo ancor di non trovar mai pace,
per la mia Cleonice ogni tormento
che per mille bellezze esser contento.
Infelice cor mio, qual altro attendi
disinganno maggiore! Indarno aspiri
ad espugnar la fedeltà d'Alceste.
Ma pur chi sa, la tolleranza, il tempo
forse lo vincerà. Vince de' sassi
il nativo rigor picciola stilla
collo spesso cader. Rovere annosa
d'assidua scure. E se m'inganno? Oh dio!
nel conservarsi al primo amor costante,
sia più fermo de' sassi e delle piante.
mi contendi l'ingresso? Al regio piede
necessario è ch'io vada. (In atto d’innoltrarsi)
                                             Andar non lice;
la regina lo vieta, Olinto il dice.
che fia permesso il presentarmi a lei.
chiari abbastanza. A Cleonice innanzi
più non dei comparir. Ti vieta il passo
né mai più vuol mirarti. Intendi ancora?
Più mirarmi non vuole? Oh dei! Mi sento
stringere il cor.
                              Questo comando, Alceste,
No, perdonami, Olinto, io non ti credo.
tanto ingiusta con me. Né v'è ragione
che a sì gran pena un suo fedel condanni.
O ingannar ti lasciasti o tu m'inganni.
E ardisci dubitar de' detti miei?
Se troppo ardisco, io lo saprò da lei. (In atto d’entrare s’incontra in Mitrane)
Non arrestarmi. A Cleonice io vado.
all'aspetto real non è permesso.
Purtroppo è ver.
                                Deh per pietà, Mitrane,
intercedi per me. Ritorna a lei;
io resister non so, che alcun l'inganna,
che reo non sono, e che, se reo mi crede,
io saprò discolparmi al regio piede.
Ubbidirti non posso. Ha la regina
che di te non si parli a noi prescritto;
e 'l nominarle Alceste anch'è delitto.
Ma qual è la cagione?
                                         A me la tace.
Ah son tradito! Una calunnia infame
qualunque sia. Non lungamente occulto
al mio sdegno sarà. Su l'are istesse
a trafiggergli il sen.
                                     Queste minacce
sono inutili, Alceste.
                                       Amici, oh dio!
d'un'anima agitata. In questo stato
son degno di pietà. Da voi la chiedo;
voi parlate per me. Voi muova almeno
ridotto Alceste a confidarsi in voi.
La caduta d'Alceste alfin, Mitrane,
m'assicura lo scettro. Io con la speme
ne prevengo il piacer.
                                         Fidarsi tanto
non deve il saggio alle speranze. Un bene
con sicurezza atteso, ove non giunga,
come perdita affligge. E poi t'inganni
speri così. Felicità sarebbe
il regno inver, se i contumaci affetti
rispettassero il trono, onde, cingendo
la clamide real, più non restasse
altro a bramar. Ma da un desire estinto
germoglia un altro; e nel cambiare oggetto
non scema di vigor. Se pace adesso
solo in te stesso ritrovar non sai,
infelice sarai, come privato.
del comando il piacer?
                                           L'uso d'un bene
ne scema il senso. Ogni piacer sperato
è maggior che ottenuto. Or non comprendi
di qual peso è il diadema e quanto studio
costi l'arte del regno.
                                        Il regno istesso
a regnare ammaestra.
                                          È ver; ma sempre
s'impara errando; ed ogni lieve errore
si fa grande in un re.
                                        Tanta dottrina
non intendo, Mitrane. Il brando e l'asta
solo appresi a trattar. Gli affetti umani
investigar non è per me. Bisogna
età più ferma e frequentar conviene
d'Egitto i tempi o i portici d'Atene.
per serbarsi fedel. Tu fino ad ora
non amasti Barsene?
                                        E l'amo ancora.
per cui la perdi?
                                E comparar tu puoi
coll'acquisto d'un regno?
                                               A queste prove
chi è fedel si distingue.
                                            Eh che in amore
fedeltà non si trova. In ogni loco
si vanta assai ma si conserva poco.
che spira incerta, è a sollevar bastante
quell'anima leggiera. Il regio scettro
già tratta Olinto e si figura in trono.
fra i ciechi affetti lor le menti umane!
Olà; scriver vogl'io. (Ad un paggio) Parti, Mitrane.
Ubbidisco al comando. (In atto di partire)
                                            Odimi. Alceste
più di me non ricerca?
                                           Anzi, o regina,
altra cura non ha; ma l'infelice...
Parti, basta così. Senti. (A Mitrane che s’incammina per partire) Che dice?
Regina, è pronto il foglio. I sensi tuoi
spiega in quello ad Alceste.
                                                   Ah! Che in tal guisa
son troppo a lui, son troppo a me crudele.
dividerlo da me. L'attende il regno,
l'onor mio lo consiglia, il ciel lo vuole;
io lo farò. Ma dal mio labbro almeno
vorrei che lo sapesse. È tirannia
sì barbara novella. Altro sollievo
non resta, amica, a due fedeli amanti,
d'un lungo amor le tenerezze estreme
e nell'ultimo addio piangere insieme.
Questo è sollievo? Ah di vedere Alceste
il desio ti seduce. A tal cimento
non esporti di nuovo. Assai facesti
resistendo una volta. Il frutto perdi
se tenti la seconda. Io te conosco
e 'l nemico è più forte. Eh la grand'opra
generosa compisci. I tuoi vassalli
fidano in te. Dal superar costante
questo passo crudel, ch'ora t'affanna,
pende la gloria tua.
                                     Gloria tiranna,
morir di pena e rimaner per sempre
così d'ogni mio ben vedova e priva?
Legge crudel! T'appagherò. Si scriva. (Va a scrivere al tavolino)
non dispero d'Alceste).
                                            «Alceste amato». (Scrivendo)
(Lusingarmi potrò d'esser felice,
fra i moti di quel cor pochi momenti).
«E non vuole il destin farci contenti». (Scrivendo)
(Cresce la mia speranza. Oh dei! Sospende
la man tremante e si ricopre il volto.
Ah che ritorna ai primi affetti in preda!)
Povero Alceste mio! (Parlando, poi torna a scrivere)
                                       (Temo che ceda.
non so dir che farei).
                                        «Vivi, mio bene, (Scrivendo)
ma non per me». Già terminai, Barsene.
(Eccomi in porto). Or giustamente al trono
un'anima sì grande il ciel destina.
Prendi e tua cura sia... (Volendole dare il foglio)
                                            Pietà, regina.
                        Per Alceste. Io l'incontrai
pallido, semivivo e per l'affanno
quasi fuori di sé. La dura legge
è un colpo tal che gli trafigge il core,
che lo porta a morir. Freme, sospira,
prega, minaccia; e fra le smanie e 'l pianto
il tuo nome ripete ad ogni passo;
farebbe il suo dolor pietade a un sasso.
Ah, Fenicio crudel! Da te sperava
mal sicura virtù qualche sostegno,
non impulsi a cader. Perché ritorni
barbaramente a ritentar la viva
ferita del mio cor?
                                    Perdona al zelo
del mio paterno amor questo trasporto.
figlio del mio sudor, pianta felice
dalle mie cure e dai consigli miei,
del tuo regio favor, speme del regno,
di mia cadente età speme e sostegno.
(Zelo importuno).
                                   E inaridir vedrassi
così bella speranza in un momento?
sì robusta vecchiezza e sì vivace
sopravvivere un dì.
                                     Che far poss'io?
Che vuole Alceste? E qual da me richiede
Rivederti una volta e poi morire.
ti veggo intenerir. Pietà di lui,
pietà di me. Questo canuto crine,
la lunga servitù, l'intatta fede
merita pur ch'io qualche premio ottenga.
Eh resista chi può; digli che venga. (Lacera il foglio e si alza da sedere)
(Ecco di nuovo il mio sperare estinto).
(Basta che vegga Alceste e Alceste ha vinto). (In atto di partire s’incontra in Olinto)
più in Seleucia non è. Per opra mia
già ne partì.
                         Come!
                                        Perché?
                                                         Voleva
rivederti importuno ad ogni prezzo.
la legge di partir.
                                 Ma quando avesti
questa legge da me? Custodi, o dei! (Escono alcune guardie)
si trovi Alceste e si conduca a noi. (Partono le guardie)
                        Se la ricerca è vana, (Ad Olinto)
trema per te. Mi pagherai la pena
del temerario ardir.
                                      Credei servirti,
togliendo alla tua gloria.
                                             E chi ti rese
del mio decoro e della gloria mia?
Fenicio, preveder questa sventura?
Il mondo tutto a danno mio congiura.
non vidi mai più stravagante ingegno.
or Alceste dimanda, or lo ricusa;
e delle sue follie poi gli altri accusa.
temerario, rispetti? Impara almeno
a tacere una volta. Ah ch'io dispero
di poterlo emendar!
                                       Matura il senno
al crescer dell'etade. Olinto ancora
degli anni è su l'april.
                                         Barsene, anch'io
scorsi l'april degli anni; e folto e biondo
fu questo crin ch'ora è canuto e raro.
la stolta gioventù porgea l'orecchia.
Declina il mondo e peggiorando invecchia. (Parte)
senile austerità dovremo noi
cominciar dalle fasce a far da eroi?
chiede la nostra età. Dimmi se Olinto
vive più nel tuo core.
                                        Eh che tu vuoi
deridermi, o signor. Le mie cangiasti
alla regina sua cede Barsene.
la fortuna d'Alceste ed i severi
rimproveri paterni avrian d'ogni altro
sgomentato l'ardir; ma non per questo
Olinto si sgomenta. Ai grandi acquisti
gran coraggio bisogna; e non conviene
temer periglio o ricusar fatica,
che la fortuna è degli audaci amica.
Eccoti, Cleonice, al duro passo
ma per l'ultima volta. Avrai coraggio
la sentenza crudel, che t'abbandoni,
che si scordi di te? Quant'era meglio
non impedir la sua partenza!
                                                      Alceste,
regina, è qui che, ritornato in vita
di rivederti impaziente attende.
(Già mi palpita il cor).
                                           Fenicio il vide;
quanto può nel tuo core; e parve allora
risorga al sol. Rasserenò la fronte,
il pallor colorì, cangiò sembianza;
l'allegrezza e l'amor gli ride in viso.
(E perderlo dovrò?) Parti, Mitrane;
stanze l'attendo.
                                Oh fortunato Alceste! (Parte)
e di gloria e di regno ah dove siete?
Chi vi fugò? Per mia difesa al fiero
vi ricerco nell'alma e non vi trovo.
terribile per me. Qual posso in voi
speranza aver se, intimoriti al solo
nome dell'idol mio, m'abbandonate?
radunatevi tutti intorno al core
l'ultimo sforzo a sostener d'amore.
Adorata regina, io più non credo
che di dolor si muora. È folle inganno
l'ultime della vita ore funeste;
se fosse ver, non viverebbe Alceste.
sospirata mercé la pena mia,
in questo punto è compensata assai.
(Tenerezze crudeli!)
                                       Ah! Se l'istessa
per me tu sei, come per te son io,
tutto sperar da te, qual fu l'errore,
io da te meritai, dimmi una volta.
Tutto, Alceste, saprai. Siedi e m'ascolta.
(Io gelo e temo). (Siede)
                                 (Io mi consolo e spero). (Siede)
la tua regina o t'innamora in lei
l'onor degli avi e la real fortuna?
credi in Alceste? O con i dubbi tuoi
le paterne capanne? Io fra le selve
o lasciai questi sensi o mai non gli ebbi.
quella beltà che non soggiace al giro
di fortuna e d'etade; amo il suo core;
e delle sue virtù, rende allo scettro
ed al serto real co' pregi sui
luce maggior che non ottien da lui.
posso dunque sperar?
                                          Qualunque legge
fedele eseguirò.
                               Molto prometti.
E tutto adempirò. Non v'è periglio
sostenuto per te. N'andrò sicuro
a sfidar le tempeste; inerme il petto
esporrò, se lo chiedi, incontro all'armi.
Chiedo molto di più. Convien lasciarmi.
E lasciarmi per sempre e in altro cielo
viver senza di me.
                                   Ma chi prescrive
così barbara legge?
                                     Il mio decoro,
la giustizia, il dover, la gloria mia,
ti piacque in me, quella che al regio serto
luce maggior che non ottien da lui.
chiedi ch'io t'abbandoni?
                                                Ah! Tu non sai...
So che non m'ami e lo conosco assai. (S’alza)
servi alla tua virtù; porta sul trono
la taccia d'infedele. Io tra le selve
viva nel cor della mia fé tradita,
se pure il mio dolor mi lascia in vita. (In atto di partire)
Deh non partire ancor.
                                           Del tuo decoro
troppo son io geloso. Un vil pastore
con più lunga dimora avvilirebbe
il tuo grado real.
                                Tu mi deridi,
veramente l'ingrato; io t'abbandono;
le promesse, l'amor. Barbara, infida,
inumana, spergiura.
                                       Io dal tuo labbro
tutto voglio soffrir. S'altro ti resta,
sazio sei d'insultarmi, almen per poco
lascia ch'io parli.
                                 In tua difesa, ingrata,
che dir potrai? D'infedeltà sì nera
la colpa ricoprir forse tu credi?
Non condannarmi ancor. M'ascolta e siedi.
nel suo poter!)
                             Se ti ricordi, Alceste,
il più dolce pensier, creder potrai
nel doverti lasciar la pena mia.
ad eleggere un re, più col suo core
consigliarsi non può; ma deve, oh dio!
tutti sacrificar gli affetti sui
alla sua gloria ed alla pace altrui.
non ti rese il consiglio?
                                            È ver, potrei
dell'arbitrio abusar, condurti in trono;
ne soffrissero il torto? Insidie ascose,
aperti insulti e turbolenze interne
Alceste e me. La debolezza mia,
la tua giovane etade, i tuoi natali
sarian armi all'invidia. I nostri nomi
sarian per l'Asia in mille bocche e mille
vil materia di riso. Ah, caro Alceste,
mentiscano i maligni. Altrui d'esempio
sia la nostra virtù. Quest'atto illustre
il mondo spettator. Dagli occhi altrui
qualche lagrima esiga il caso acerbo
di spezzar volontari i dolci nodi
di così giusto e così lungo amore.
Perché, barbari dei, farmi pastore!
Va'; cediamo al destin. Da me lontano
vivi felice; il tuo dolor consola.
ch'io ti viva infedele, anima mia.
io comincio a morir. Questo ch'io verso
fors'è l'ultimo pianto. Addio. Non dirmi
mai più che infida e che spergiura io sono.
Perdono, anima bella, oh dio! perdono.
intatta la tua gloria. Io m'arrossisco
de' miei trasporti; e son felice a pieno,
tanta virtù, tanta costanza imparo.
ch'ami la mia virtù.
                                      Su quella mano,
che più mia non sarà, permetti almeno
l'ultimo bacio e poi ti lascio.
                                                    Addio.
ambiziosi miei folli pensieri.
Eccomi abbandonata, eccomi priva
d'ogni conforto mio. Qual nume infausto
questa sete d'onor? Che giova al mondo
se per viver a lei convien morire?
sui propri affetti anche al tuo ben vicina?
contro te, contro Alceste?
                                               È vero, è vero.
di tanta crudeltà.
                                 Minor costanza
non sperava da te.
                                   L'atto inumano
massime di pietà.
                                   L'atto sublime
stimoli di virtù.
                               Col tuo rigore
oh quanto perdi!
                                 Oh quanta gloria acquisti!
                         Ah resisti...
                                                Oh dio! Tacete.
Perché affliggermi più? Che mai volete?
l'inganno tuo.
                           Di tua costanza il vanto
vorrei serbarti.
                              E m'uccidete intanto.
il proprio male ed il rimedio abborre;
e m'affretta il morir chi mi soccorre.
intendere io non so. La nobil cura
della gloria di lei troppo ti preme.
figurarmi non posso. Altro interesse
sotto questi d'onor sensi fallaci
nascondi in sen. Ma t'arrossisci e taci?
rival di Cleonice? Io ben ti vidi
volger furtivi e sospirar. Ma tanto
ingrata non sarai. La tua regina
querelarsi a ragion di te potria.
Ma se l'amo, o Fenicio, è colpa mia?
Fenicio, che farai? Tutto s'oppone
al tuo nobil desio. Pietosi dei,
voi vedete il mio core. Io non vi chiedo
uno scettro per me. Sarebbe indegno
della vostra assistenza il voto avaro.
per un oppresso re. Chi sa; talora
nasce lucido il dì da fosca aurora.
senza rival. Da questo lido alfine
vedrò Alceste partir. La sua tardanza
però mi fa temer. Si fosse mai
pentita Cleonice! Ah non vorrei...
forse saran degl'importuni amici.
di trattenermi ancor.
                                        Son pronti, Alceste,
i nocchieri e la nave; amico è il vento,
placido è il mar.
                                Taci, (Ad Olinto) importuno. Almeno
la tua partenza. Io non lo chiedo invano.
non avrai da pentirti. Infino ad ora
sai pur che amico e genitor ti fui.
(Mancava il padre a trattener costui).
Ah! Della mia sovrana al tuo consiglio
Alceste, a quel ch'io sento, ha gran ragione.
E puoi lasciarmi? E vuoi partir? Né pensi
come resta Fenicio? Io ti sperai
più grato a tanto amor.
                                            Deh caro padre,
mercé la tua pietà, non dirmi ingrato,
che mi trafiggi il cor. Lo veggio anch'io
questi del tuo sudor frutti infelici.
su l'orme tue per il sentier d'onore,
lagrime di piacer, non di dolore.
contrastare al voler? Soffri ch'io parta.
meno ingrato sarò; forse talvolta
la compagnia degl'infelici. Almeno,
giacché in odio son io tanto agli dei,
solamente a turbar. Vengano meco
e a' danni tuoi non ne rimanga alcuna.
Figlio, non dir così. Tu non conosci
il prezzo di tua vita; e questa mia,
inutile per me.
                              Signor, tu piangi?
una lagrima tua. Questo dolore
prolungarti non deggio. Addio; restate. (In atto di partire)
(Lode agli dei).
                              Vi raccomando, amici,
l'afflitta mia regina. Avrà bisogno
della vostra pietà nel caso amaro.
la sua virtù! Fra quante smanie avvolto
è il suo povero cor! Trovarsi sola,
disperar di vedermi, aver presenti
le memorie, il costume, i luoghi... Oh dio!
Consolatela, amici. Amici, addio. (Nel partire s’incontra in Cleonice)
Fermati, Alceste.
                                 Oh stelle!
                                                     (Un altro inciampo
ecco alla sua partenza).
                                            A che ritorni,
regina, a rinnovar la nostra pena?
Fenicio, Olinto, in libertà lasciate
me con Alceste.
                              Il mio dover saria
coll'amico restar.
                                 Tornar potrai
Tornerò. (Ma ch'ei parta io non lo credo). (Parte)
Giungi a tempo, o regina. A caso il cielo
forse non prolungò la sua dimora;
di renderlo felice hai tempo ancora.
è 'l meditar dall'eseguir le imprese.
facile credo il riportar vittoria
e parmi che l'amor ceda alla gloria.
priva di te, s'indebolisce il core
e la mia gloria, oh dio! cede all'amore.
Che vuoi dirmi perciò?
                                            Che non poss'io
viver senza di te. Se Alceste e il regno
il rigor delle stelle a me funeste,
si lasci il regno e non si perda Alceste.
rimaner non conviene. Aure più liete
                      Meco verrai! Ma dove?
sudor degli avi miei, sudditi e trono,
facile a compiacere il tuo disegno;
che in retaggio mi diè sorte tiranna,
son pochi armenti ed una vil capanna.
quella pace godrò che in regio tetto
lunge da te questo mio cor non gode.
che vegliando assicuri i miei riposi;
non verranno a recar sonni interrotti.
di rari cibi in lucid'oro accolti;
di propria man, non porteranno, aspersi
sconosciuta la morte in questo seno.
ma sarà meco Alceste. E sempre il sole,
quando tramonta e l'Occidente adorna,
con te mi troverà, quando ritorna.
Cleonice adorata, in queste ancora
d'alma gentil che nell'amore eccede,
oh come chiaro il tuo bel cor si vede!
d'un acceso desio...
                                     Lusinghe vane!
capace non mi credi?
                                         E tu capace
mi credi di soffrirlo? Ah! Bisognava
meglio la tua virtude e meno amante
farmi della tua gloria. Io fra le selve
la tua sorte avvilir? L'anime grandi
non son prodotte a rimaner sepolte
in languido riposo. Ed io sarei
all'Asia debitor di quella pace
dalla tua man, dalla tua mente attende.
e del nostro dolor. Tu fosti, o cara,
ad amarti così. Gloria sì bella
merita questa pena. Ai dì futuri
l'istoria passerà de' nostri amori
della nostra virtude. E se non lice
felicemente infino all'ore estreme,
vivranno almeno i nostri nomi insieme.
tutta l'Asia non è? Che l'Asia tutta
di quell'amor, che in Cleonice accusa,
nel tuo parlar ritroveria la scusa.
Io vacillai; ma tu mi rendi, o caro,
la mia virtude; e nella tua favella
quell'istessa virtù mi par più bella.
gli effetti in me di tua fortezza. Alceste,
seguimi nella reggia. Il nuovo sposo
da me saprai. Dell'imeneo reale
ti voglio spettator.
                                   Troppa costanza
                           Ci sosterremo insieme,
emulandoci a gara.
                                     Oh dio! Non sai
il barbaro martir d'un vero amante
che di quel ben, che a lui sperar non lice,
invidia in altri il possessor felice.
mi confondon la mente. Ella desia
ch'io la rimiri in braccio ad altro sposo
e poi dice che pensa al mio riposo.
pria di partir. Ma s'ubbidisca. Io sono
per lei pronto a soffrire ogni cordoglio
e il suo comando esaminar non voglio.
Sei pur solo una volta. Or non avrai
chi differisca il tuo partir. Permetti
che in pegno d'amistà l'ultimo amplesso
ti porga Olinto.
                              Un generoso eccesso
del tuo bel cor la mia partenza onora;
ma la partenza mia non è per ora.
La regina l'impone.
                                      Ogni momento
Il comando cangiò, mi cangio anch'io.
Ma che vuol Cleonice? È suo pensiero
forse eleggerti re?
                                   Tanto non spero.
al novello imeneo. Barbaro cenno
che non devi eseguir.
                                         T'inganni. Io voglio
tutto soffrir. Sarà, qualunque sia,
bella, se vien da lei, la sorte mia.
Io lo previdi. Una virtù fallace
simulò Cleonice. Ella pretende
col caro Alceste assicurarsi il trono.
che 'l duro fren della paterna cura
questi audaci assicura. Ah se una volta
scuoto il giogo servil, cangiar d'aspetto
e far saprò mille vendette in una.
mai non mi vidi. Alle mie stanze impone
Cleonice ch'io torni; e vuol che attenda
qui l'onor de' suoi cenni. Impaziente
le richiedo d'Alceste e mi risponde
che finor non partì. Qual è l'arcano
la regina mi tace? Ah ch'io pavento
che sian le cure mie disperse al vento.
Consolati, o signor. Vicine al porto
son le cretensi squadre. Io rimirai
che sotto a mille prore il mar biancheggia.
sospirato da noi. Possiamo alfine
il vero successor. Ritrova Alceste;
guidalo a me. De' tuoi fedeli aduna
quella parte che puoi. Mitrane amato,
della tua fedeltà.
                                Volo a momenti
quanto imponesti ad eseguir. (In atto di partire)
                                                        Ma senti;
per qual ragion le numerose squadre...
apportator son io.
                                  Che rechi?
                                                        Ha scelto
Cleonice lo sposo.
                                  È forse Alceste?
Che colpo è questo inaspettato e strano!
Permetti che al tuo piede... (Inginocchiandosi)
                                                    Alceste, oh dei!
Che fai? Che chiedi?
                                        Il nostro re tu sei.
                          Signor, per me t'invia
la saggia Cleonice. Ella t'attende
di quelle adorno a celebrar nel tempio
teco il regio imeneo. Sdegnar non puoi
Alceste apportator. So ch'egualmente
il messaggier, la donatrice e il dono.
sia Fenicio d'età?
                                  Pensò che in altri
ritrovar non potea. Con questa scelta
mille cose compì. Premia il tuo merto;
provvede al regno; il van desio delude
di tanti ambiziosi...
                                      E calma in parte
nel dubbio cor dell'affannato Alceste.
Ecco l'unico evento a cui quest'alma
preparata non era.
                                    Ognun sospira
di vedere il suo re. Consola, o padre,
il popolo fedel, Seleucia tutta
che freme di piacer.
                                       Precedi, Olinto,
al tempio i passi miei. Di' che fra poco
vedranno il re. Meco Mitrane e Alceste
(Purché Alceste non goda, io son contento). (Parte)
Numi del ciel, pietosi numi, io tanto
non bramavo da voi. Cure felici!
Fortunato sudor! Finisco, Alceste,
d'esserti padre. In queste braccia accolto
l'ultime tenerezze. (L’abbraccia)
                                     E per qual fallo
Son tuo vassallo ed il mio re tu sei. (S’inginocchia)
Sorgi, che dici?
                              Oh generoso!
                                                         Alfine
riconosci te stesso. In te respira
di Demetrio la prole. Il vero erede
vive in te della Siria. A questo giorno
felice io ti serbai. Se a me non credi,
credi a te stesso, all'indole reale,
al magnanimo cor, credi alla cura
ch'ebbi degli anni tuoi, credi al rifiuto
d'un'offerta corona e credi a queste,
lagrime di piacer.
                                   Ma fino ad ora,
                          Tutto saprai. Concedi
che un momento io respiri. Oppresso il core
niega alla vita il ministero usato.
Sogno? Son desto?
                                    Il primo segno anch'io
di suddito fedel... (In atto d’inginocchiarsi)
                                   Mitrane amato,
Lasciami in libertà. Dubito ancora.
del trono di Seleucia, e tanto ignoto
a me stesso finor! Quante sembianze
io vo cangiando! In questo giorno solo
son monarca e pastore, esule e sposo.
non ti faccia pastore un'altra volta?
Fenicio è dunque il re?
                                            Lo scelse al trono
l'illustre Cleonice.
                                   Io ti compiango
nelle perdite tue. Ma non potendo
la regina ottener, più non dispero
che tu volga a Barsene il tuo pensiero.
rispettosa finor l'affetto mio.
Un trono, una regina eran rivali
troppo grandi per me. Ma veggo alfine
Fenicio re, le tue speranze estinte,
onde a spiegar ch'io t'amo altri momenti
sceglier non posso.
                                    Oh quanto mal scegliesti!
Era meglio tacer. Speravo almeno
avrebbe la mia fiamma Alceste accolta.
sa la mia fiamma Alceste e la ricusa.
Credimi, io non t'inganno; Alceste è il vero
successor della Siria. A lui dovute
son quelle regie insegne.
                                               In fronte a lui
dell'anima real.
                               So ch'è delitto
la cura ch'io mostrai d'un tuo nemico;
facciano la mia scusa e 'l mio perdono.
in un giorno adunò! Di pace priva
quando credo restar...
                                          Demetrio arriva.
che mi presento a te senza il timore
di vederti arrossir del nostro amore.
che al destino real congiunti sono,
questo è il maggior ch'io troverò sul trono.
Signor, cangiammo sorte. Il re tu sei,
e 'l timor dal tuo sen passò nel mio.
degli avi tuoi. Con quel piacer lo rendo
che donato l'avrei. Godilo almeno
più felice di me. Finché m'accolse,
così mi fu d'ogni contento avaro
che, sol quando lo perdo, egli mi è caro.
Anime generose!
                                 Andrò sul trono
ma la tua man mi guidi; e quella mano
sia premio alla mia fé.
                                           Sì grato cenno
il merto d'ubbidir tutto mi toglie. (Vanno vicino all’ara e si porgono la mano)
Oh qual piacer nell'alma mia s'accoglie!
Tuoni a sinistra il ciel.
                                          Tutta in tumulto
giunse di Creta il messaggiero e seco
cento legni seguaci...
                                       E ben fra poco
                      Ma l'inquieto Olinto,
non potendo soffrir che regni Alceste,
col messaggio s'unì. Sparge nel volgo
che sosterrà veraci i detti sui,
e che 'l vero Demetrio è noto a lui.
Aimè, Fenicio!
                             Eh non temer. Sul trono
si vedrà chi mentisce.
                                          Olà, fermate. (A Cleonice e ad Alceste incamminati verso il trono)
Il ciel non soffre inganni. In questo foglio
dell'estinto Demetrio. Esule in Creta
pria di morir lo scrisse. Il foglio è chiuso
dal sigillo real. Questi lo vide (Accennando l’ambasciatore cretense)
da Demetrio vergar; questi lo reca
per publico comando; e porta seco
del regio sangue a sostener l'onore.
Alceste finirà cotanto orgoglio. (Olinto apre il foglio e legge)
«Popoli della Siria, il figlio mio
vive ignoto fra voi. Verrà quel giorno
che a voi si scoprirà. Se ad altro segno
Fenicio l'educò nel finto Alceste.
                        Io torno in vita.
                                                       A questo passo (Ad Olinto)
t'aspettava Fenicio.
                                     (Io son di sasso).
Gelò l'audace.
                            In te, signor, conosco (Ad Alceste)
il mio monarca e dell'ardir mi pento.
Che sei figlio a Fenicio io sol rammento.
lasciate ch'io vi miri, ultimo segno
                           Quanto possiedo è dono
della tua fedeltà. Dal labbro mio
tutto il mondo lo sappia.
                                              E 'l mondo impari
dalla vostra virtù come in un core
si possano accoppiar gloria ed amore. (Alceste e Cleonice vanno sul trono)
il corso trattener, Cesare invitto,
chiaro del nome tuo, frenar potesse
l'impeto del piacer che sino al trono
fa sollevar delle tue lodi il suono.
O non v'è cosa in terra o è questa sola
difficile ad Augusto; e se non sei
pietoso a quest'error, tutti siam rei.
se vuoi così. Ma non è il labbro solo
interprete del cor. Qual atto illustre
di virtù sovrumana offrir potranno
a ravvisarne in te l'esempio espresso?
de' sensi altrui poco fedel custode,
saprà spiegarsi e diverrà tua lode.

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