Metrica: interrogazione
1013 endecasillabi (recitativo) in La clemenza di Tito R 
Sesto, a dir mi verrai? So che sedotto
fu Lentulo da te, che i suoi seguaci
son pronti già, che 'l Campidoglio acceso
darà moto a un tumulto e sarà il segno,
Tito assalir, che i congiurati avranno
vermiglio nastro al destro braccio appeso
per conoscersi insieme. Io tutto questo
già mille volte udii; la mia vendetta
mai non veggo però. S'aspetta forse
che Tito a Berenice in faccia mia
l'usurpato mio soglio e la sua mano?
Parla, di', che s'attende?
                                              Oh dio!
                                                               Sospiri?
Intenderti vorrei. Pronto all'impresa
sempre parti da me; sempre ritorni
confuso, irresoluto. Onde in te nasce
d'ardire e di viltà?
                                    Vitellia, ascolta.
Ecco io t'apro il mio cor. Quando mi trovo
presente a te, non so pensar, non posso
voler che a voglia tua, rapir mi sento
tutto nel tuo furor, fremo a' tuoi torti,
Tito mi sembra reo di mille morti.
Tito, non ti sdegnar, parmi innocente.
ch'io ti spieghi il mio stato almen concedi.
Tito vuol fedeltà. Tu di tua mano
con l'offerta mi sproni; ei mi raffrena
co' benefizi suoi. Per te l'amore,
per lui parla il dover. Se a te ritorno,
qualche nuova beltà; se torno a lui,
qualche nuova virtù. Vorrei servirti;
tradirlo non vorrei. Viver non posso,
se ti perdo, mia vita; e se t'acquisto,
Questo è lo stato mio; sgridami adesso.
l'onor dell'ire mie.
                                    Pensaci, o cara,
pensaci meglio. Ah non togliamo in Tito
la sua delizia al mondo, il padre a Roma,
l'amico a noi. Fra le memorie antiche
trova l'egual, se puoi. Fingiti in mente
eroe più generoso o più clemente.
Parlagli di premiar, poveri a lui
Parlagli di punir, scuse al delitto
cerca in ognun. Chi all'inesperta ei dona,
chi alla canuta età. Risparmia in uno
l'onor del sangue illustre; il basso stato
compatisce nell'altro. Inutil chiama,
in cui fatto non ha qualcun felice.
                       Ei regna, è ver; ma vuol da noi
sol tanta servitù quanto impedisca
di perir la licenza. Ei regna, è vero;
suo tutto il peso e tutto il frutto è nostro.
venisti il mio nemico? E più non pensi
che questo eroe clemente un soglio usurpa
Che m'ingannò, che mi ridusse, e questo
è il suo fallo maggior, quasi ad amarlo?
E poi, perfido! e poi di nuovo al Tebro
richiamar Berenice? Una rivale
degna di me fra le beltà di Roma.
un'esule antepormi! Una regina!
                                Narra a' fanciulli
codeste fole. Io so gli antichi amori;
so le lagrime sparse allor che quindi
l'altra volta partì; so come adesso
l'accolse e l'onorò. Chi non lo vede?
Il perfido l'adora.
                                  Ah! Principessa,
                          Io!
                                  Sì.
                                          Gelosa io sono,
se non soffro un disprezzo?
                                                   E pure...
                                                                     E pure
non hai cor d'acquistarmi.
                                                  Io son...
                                                                   Tu sei
sciolto d'ogni promessa. A me non manca
più degno esecutor dell'odio mio.
                   Intesi assai.
                                           Fermati.
                                                              Addio.
Perdonami, ti credo, io m'ingannai.
Tutto, tutto farò. Prescrivi, imponi,
tu la mia sorte, il mio destin tu sei.
voglio Tito svenato e voglio...
                                                     Amico,
Cesare a sé ti chiama.
                                          Ah non perdete
questi brevi momenti. A Berenice
                              Ingiustamente oltraggi,
Vitellia, il nostro eroe. Tito ha l'impero
e del mondo e di sé. Già per suo cenno
                              Come!
                                             Che dici!
Voi stupite a ragion. Roma ne piange
di meraviglia e di piacere. Io stesso
fui presente, o Vitellia, al grande addio.
                              Oh virtù!
                                                  Quella superba
oh come volentieri udita avrei
esclamar contro Tito!
                                        Anzi giammai
più tenera non fu. Partì; ma vide
che adorata partiva e che al suo caro
men che a lei non costava il colpo amaro.
Ognun può lusingarsi.
                                          Eh si conobbe
tutto l'eroe per superar l'amante.
Vinse ma combatté. Non era oppresso;
ma tranquillo non era; ed in quel volto,
si vedea la battaglia e la vittoria.
(E pur forse con me, quanto credei,
Tito ingrato non è). Sesto, sospendi (A parte a Sesto)
d'eseguir i miei cenni. Il colpo ancora
                            E tu non vuoi ch'io vegga...
ch'io mi lagni, o crudele... (Con isdegno)
                                                 Or che vedesti?
Di che ti puoi lagnar? (Con isdegno)
                                          Di nulla. (Oh dio! (Con sommissione)
Chi provò mai tormento eguale al mio?)
di rendermi felice. All'amor mio
Servilia promettesti. Altro non manca
che d'Augusto l'assenso. Ora da lui
impetrar lo potresti.
                                       Ogni tua brama,
Annio, m'è legge. Impaziente anch'io
e tenera amicizia aggiunga il sangue
                                    Io non ho pace
senza la tua germana.
                                         E chi potrebbe
rapirtene l'acquisto? Ella t'adora,
sarò tuo; Tito è giusto.
                                          Il so ma temo.
Numi, assistenza. A poco a poco io perdo
l'arbitrio di me stesso. Altro non odo
che il mio funesto amor. Vitellia ha in fronte
un astro che governa il mio destino.
La superba lo sa; ne abusa; ed io
né pure oso lagnarmi. Oh sovrumano
poter della beltà! Voi che dal cielo
tal dono aveste, ah non prendete esempio
dalla tiranna mia. Regnate, è giusto;
ma non sia così duro il vostro impero.
oggi appella il Senato; e mai più giusto
non fu ne' suoi decreti, o invitto Augusto.
suo nume tutelar. Più che mortale
giacché altrui ti dimostri, a' voti altrui
comincia ad avvezzarti. Eccelso tempio
ti destina il Senato; e là si vuole
anche il nume di Tito il Tebro adori.
delle serve provincie annui tributi
all'opra consagriam. Tito non sdegni
questi del nostro amor pubblici segni.
è de' voti di Tito il vostro amore;
che debbano arrossirne e Tito e voi.
per me non v'è; ma meritarlo io voglio,
ottenerlo non curo. I sommi dei
abborrisco emular. Gli perde amici
chi gli vanta compagni; e non si trova
che potersi scordar d'esser mortale.
non ricuso però. Cambiarne solo
l'uso pretendo. Udite. Oltre l'usato
terribile il Vesevo ardenti fiumi
dalle fauci eruttò; scosse le rupi;
i campi intorno e le città vicine.
fuggendo van ma la miseria opprime
quei che al fuoco avanzar. Serva quell'oro
di tanti afflitti a riparar lo scempio.
Questo, o Romani, è fabbricarmi il tempio.
                           Quanto di te minori
tutti i premi son mai, tutte le lodi!
Sesto a me s'avvicini; Annio non parta;
ogni altro s'allontani. (Si ritirano tutti fuori dell’atrio e vi rimangono Tito, Sesto ed Annio)
                                         (Adesso, o Sesto,
                             Come, signor, potesti
la tua bella regina...
                                      Ah Sesto amico,
che terribil momento! Io non credei...
Basta, ho vinto, partì. Grazie agli dei.
a compir la vittoria. Il più si fece;
                                E che più resta?
                                                                A Roma
di vederla mia sposa.
                                         Assai lo toglie
                               Un'altra volta ancora
partissi e ritornò. Del terzo incontro
dubitar si potrebbe; e finché vuoto
il mio talamo sia d'altra consorte,
sempre dirà ch'io lo conservo a lei.
troppo Roma abborrisce; una sua figlia
e appagarla convien. Già che l'amore
scelse invano i miei lacci, io vo' ch'almeno
l'amicizia or gli scelga. Al tuo s'unisca,
Sesto, il cesareo sangue. Oggi mia sposa
                   Appunto.
                                       (Oh me infelice!)
                                                                         (Oh dei!
Che dici? Non rispondi?
                                              E chi potrebbe
risponderti, o signor? M'opprime a segno
la tua bontà che non ho cor... Vorrei...
(Sesto è in pena per me).
                                                Spiegati. Io tutto
(Ah si serva l'amico).
                                         (Annio, coraggio).
di Sesto il cor. Fin dalla cuna insieme
tenero amor ne stringe. Ei di sé stesso
modesto estimator teme che sembri
sproporzionato il dono e non s'avvede
d'un cesare il favor. Ma tu consiglio
da lui prender non dei. Come potresti
dell'impero e di te? Virtù, bellezza,
tutto è in Servilia. Io le conobbi in volto
ch'era nata a regnar. De' miei presagi
(Annio parla così! Sogno o son desto?)
Annio, tu la novella. E tu mi siegui,
tue dubbiezze deponi. Avrai tal parte
t'innalzerò che resterà ben poco
che frapposer gli dei fra Sesto e Tito.
Questo è troppo, o signor. Modera almeno,
modera, Augusto, i benefizi tuoi.
che benefico io sia, che mi lasciate?
Non ci pentiam. D'un generoso amante
era questo il dover. Se a lei che adoro,
tolto l'impero avessi, amato avrei
il mio piacer, non lei. Mio cor, deponi
le tenerezze antiche. È tua sovrana
chi fu l'idolo tuo. Cambiar conviene
in rispetto l'amore. Eccola. Oh dei!
Mai non parve sì bella agli occhi miei.
                     Taci, Servilia. Ora è delitto
                                   Perché?
                                                    Ti scelse
Cesare (che martir!) per sua consorte.
A te (morir mi sento) a te m'impose
di recarne l'avviso (oh pena!) ed io...
io fui... (Parlar non posso). Augusta, addio.
di Cesare! E perché?
                                        Perché non trova
più degna d'un impero, anima... Oh stelle!
deh lasciami partir.
                                      Così confusa
abbandonar mi vuoi? Spiegati, dimmi,
Mi perdo, s'io non parto, anima mia.
Io consorte d'Augusto! In un istante
io cambiar di catene! Io tanto amore
dovrei porre in obblio! No, sì gran prezzo
Annio, non lo temer, non sarà vero.
Che mi rechi in quel foglio?
                                                    I nomi ei chiude
de' rei che osar con temerari accenti
la memoria oltraggiar.
                                           Barbara inchiesta
che agli estinti non giova e somministra
d'insidiar gl'innocenti. Io da quest'ora
ne abolisco il costume; e perché sia
in avvenir la frode altrui delusa,
nelle pene de' rei cada chi accusa.
                                 Se la giustizia usasse
di tutto il suo rigor, sarebbe presto
un deserto la terra. Ove si trova
chi una colpa non abbia o grande o lieve?
Noi stessi esaminiam. Credimi, è raro
dell'error che punisce.
                                          Hanno i castighi...
minore autorità. Si fan le pene
familiari a' malvagi. Il reo s'avvede
d'aver molti compagni; ed è periglio
il pubblicar quanto sian pochi i buoni.
Ma v'è, signor, chi lacerare ardisce
                                    E che perciò? Se 'l mosse
se ragion, gli son grato; e se in lui sono
impeti di malizia, io gli perdono.
                  Di Tito al piè...
                                               Servilia! Augusta!
non darmi ancora. Odimi prima. Io deggio
                                    Publio, ti scosta
ma non partir. (Publio si ritira)
                              Che del cesareo alloro
generoso monarca, inviti a parte
è dono tal che desteria tumulto
nel più stupido core. Io ne comprendo
tutto il valor. Voglio esser grata e credo
doverla esser così. Tu mi scegliesti
né forse mi conosci. Io, che tacendo
tutta l'anima mia vengo a svellarti.
chi più di me le tue virtudi adori;
sensi di meraviglia e di rispetto.
Ma il cor... Deh non sdegnarti.
                                                        Eh parla.
                                                                           Il core,
signor, non è più mio; già da gran tempo
Annio me lo rapì. L'amai che ancora
non comprendea d'amarlo e non amai
altri finor che lui. Genio e costume
unì l'anime nostre. Io non mi sento
valor per obbliarlo; anche dal trono
farebbe a mio dispetto il mio pensiero.
d'un cesare al voler; ma tutto almeno
poi, se mi vuol sua sposa, ecco la mano.
Grazie, o numi del ciel. Pure una volta
mirai la verità. Pur si ritrova
chi s'avventuri a dispiacer col vero.
oggi provar mi fai! Quanta mi porgi
ragion di meraviglia! Annio pospone
alla grandezza tua la propria pace!
per essergli fedele! Ed io dovrei
turbar fiamme sì belle? Ah non produce
sentimenti sì rei di Tito il core.
di consorte m'avrai, sgombra dall'alma
ogni timore. Annio è tuo sposo. Io voglio
stringer nodo sì degno. Il ciel cospiri
meco a farlo felice; e n'abbia poi
cittadini la patria eguali a voi.
delizia de' mortali! Io non saprei
come il grato mio cor...
                                           Se grata appieno
esser mi vuoi, Servilia, agli altri inspira
il tuo candor. Di pubblicar proccura
più del falso, che piace, il ver che offende.
                      Posso alla mia sovrana
offrir del mio rispetto i primi omaggi?
ha perduto il riposo il cor di Tito?
(Che amaro favellar! Per mia vendetta
si lasci nell'inganno). Addio.
                                                     Servilia
Oh dei! Partir così! Così lasciarmi!
vergognoso disprezzo? Ah con qual fasto
già mi guarda costei! Barbaro Tito,
Berenice antepormi? Io dunque sono
l'ultima de' viventi? Ogn'altra è degna
di te fuor che Vitellia? Ah trema, ingrato,
trema d'avermi offesa. Oggi il tuo sangue...
                   E ben, che rechi? Il Campidoglio
Lentulo dove sta? Tito è punito?
Nulla intrapresi ancor.
                                           Nulla! E sì franco
mi torni innanzi? E con qual merto ardisci
di chiamarmi tua vita?
                                            È tuo comando
il sospendere il colpo.
                                         E non udisti
i miei novelli oltraggi? Un altro cenno
aspetti ancor? Ma ch'io ti creda amante,
se così poco i miei pensieri intendi?
almen giustificarmi...
                                         Una ragione!
Mille ne avrai, qualunque sia l'affetto
da cui prenda il tuo cor regola e moto.
È la gloria il tuo voto? Io ti propongo
la patria a liberar. Frangi i suoi ceppi,
abbia il suo Bruto il secol nostro ancora.
ambizion capace? Eccoti aperta
una strada all'impero. I miei congiunti,
gli amici miei, le mie ragioni al soglio
tutte impegno per te. Può la mia mano
renderti fortunato? Eccola, corri,
mi vendica e son tua. Ritorna asperso
di quel perfido sangue e tu sarai
la tenerezza mia. Non basta? Ascolta
e dubita, se puoi. Sappi che amai
Tito finor, che del mio cor l'acquisto
ei t'impedì, che se rimane in vita
si può pentir, ch'io ritornar potrei,
non mi fido di me, forse ad amarlo.
desio di gloria, ambizione, amore,
che involar ti potrà gli affetti miei,
degli uomini il più vil dirò che sei.
Basta, basta, non più. Già m'inspirasti,
Vitellia, il tuo furore; arder vedrai
fra poco il Campidoglio e quest'acciaro
nel sen di Tito... (Ah sommi dei qual gelo
mi ricerca le vene!)
                                      Ed or che pensi?
tu pentito già sei...
                                    Non son pentito
            Non stancarmi più. Conosco, ingrato,
che amor non hai per me. Folle ch'io fui!
Già ti credea, già mi piacevi e quasi
cominciavo ad amarti. Agli occhi miei
                                 Fermati; io cedo,
io già volo a servirti.
                                       Eh non ti credo.
M'ingannerai di nuovo. In mezzo all'opra
                        No, mi punisca amore,
Dunque corri; che fai? Perché non parti?
Vedrai, Tito, vedrai che alfin sì vile
questo volto non è. Basta a sedurti
gli amici almen, se ad invaghirti è poco.
                         Tu qui, Vitellia? Ah corri.
Cesare! E a che mi cerca?
                                                Ancor nol sai?
Sua consorte ti elesse.
                                          Io non sopporto,
Deriderti! Se andò Cesare istesso
non so perché, rimane esclusa.
                                                         Ed io...
Tu sei la nostra augusta. Ah principessa,
andiam. Cesare attende.
                                              Aspetta. (Oh dei!)
Sesto?... (Misera me!) Sesto?... È partito. (Verso la scena)
Digli... No. Va' più tosto... (Ah! Mi lasciai
trasportar dallo sdegno). E ancor non vai?
               A Sesto.
                                E dirò?
                                                Che a me ritorni,
Vado. (Oh come confonde un gran contento!) (Parte)
Che angustia è questa! Ah! Caro Tito, io fui
teco ingiusta, il confesso. Ah! Se fra tanto
Sesto il cenno eseguisse, il caso mio
sarebbe il più crudel... No, non si faccia
sì funesto presagio. E se mai Tito
si tornasse a pentir... Perché pentirsi?
Perché l'ho da temer? Quanti pensieri
mi si affollano in mente! Afflitta e lieta
godo, torno a temer, gelo, m'accendo;
me stessa in questo stato io non intendo.
Che tumulto ho nel cor! Palpito, agghiaccio,
m'incammino, m'arresto; ogn'aura, ogn'ombra
mi fa tremare. Io non credea che fosse
sì difficile impresa esser malvagio.
Ma compirla convien. Già per mio cenno
Lentulo corre al Campidoglio. Io deggio
Tito assalir. Nel precipizio orrendo
è scorso il piè. Necessità divenne
ormai la mia ruina. Almen si vada
con valore a perir. Valore? E come
può averne un traditor? Sesto infelice,
tu traditor! Che orribil nome! E pure
t'affretti a meritarlo. E chi tradisci?
Il più grande, il più giusto, il più clemente
principe della terra, a cui tu devi
quanto puoi, quanto sei. Bella mercede
gli rendi invero! Ei t'innalzò per farti
il carnefice suo. M'inghiotta il suolo
prima ch'io tal divenga. Ah! Non ho core,
Vitellia, a secondar gli sdegni tui;
morrei prima del colpo in faccia a lui.
or che tutto è disposto... Andiamo, andiamo
Lentulo a trattener. Sieguane poi
quel che il fato vorrà. Stelle! Che miro!
Arde già il Campidoglio! Aimè l'impresa
Lentulo incominciò. Forse già tardi
Difendetemi Tito, eterni dei. (Vuol partire)
Sesto, dove t'affretti?
                                         Io corro, amico...
Oh dei! Non m'arrestar. (Vuol partire)
                                               Ma dove vai?
Vado... Per mio rossor già lo saprai. (Parte)
Già lo saprai per mio rossor? Che arcano
si nasconde in que' detti! A quale oggetto
celarlo a me! Quel pallido sembiante,
stelle, che mai vuol dir? Qualche periglio
sovrasta a Sesto. Abbandonar nol deve
un amico fedel. Sieguasi. (Vuol partire)
                                                Alfine,
Annio, pur ti riveggo.
                                         Ah mio tesoro,
quanto deggio al tuo amor! Torno a momenti.
                                       E perché mai
così presto mi lasci?
                                       Annio, che fai?
Roma tutta è in tumulto. Il Campidoglio
vasto incendio divora; e tu fra tanto
tranquillamente a ragionar d'amore?
più mi fanno tremar. Cerchisi...) (In atto di partire)
                                                              E puoi
abbandonarmi in tal periglio?
                                                        (Oh dio!
divider mi vorrei). Prendine cura,
Publio, per me; di tutti i giorni miei
l'unico ben ti raccomando in lei. (Parte frettoloso)
                                   Ah voglia il cielo
che un'opra sia del caso e che non abbia
chi destò quelle fiamme!
                                               Ah tu mi fai
tutto il sangue gelar!
                                       Torna, o Servilia,
a' tuoi soggiorni e non temer. Ti lascio
quei custodi in difesa e corro intanto
di Vitellia a cercar. Tito m'impone
d'aver cura d'entrambe.
                                              E ancor di noi
                                    Tutto rammenta,
provvede a tutto: a riparare i danni,
a prevenir l'insidie, a ricomporre
gli ordini già sconvolti... Oh se 'l vedessi
gl'impeti regolar! Gli audaci affrena;
i timidi assicura; in cento modi
sa promesse adoprar, minacce e lodi.
Tutto ritrovi in lui; ci vedi insieme
l'amico, il prence, il cittadino, il padre.
Ma sorpreso così, come ha saputo...
Tito non si sorprende. Un impensato
colpo non v'è che nol ritrovi armato.
vedersi abbandonar, saper che a tanti
rischi corre ad esporsi, in sen per lui
sentirsi il cor tremante e nel periglio
non poterlo seguir, questo è un affanno
d'ogni affanno maggior; questo è soffrire
la pena del morir senza morire!
Sesto dov'è? Misera me! Per tutto
ne chiedo invano, invan lo cerco. Almeno
Tito trovar potessi.
                                    Ove m'ascondo!
Dove fuggo infelice! (Senza veder Vitellia)
                                       Ah Sesto! Ah senti!
Crudel, sarai contenta. Ecco adempito
il tuo fiero comando.
                                        Aimè, che dici!
Già Tito... oh dio! già dal trafitto seno
versa l'anima grande.
                                         Ah che facesti!
No, nol fec'io, che dell'error pentito
a salvarlo correa; ma giunsi appunto
che un traditor del congiurato stuolo
da tergo lo feria. «Ferma» gridai;
ma 'l colpo era vibrato. Il ferro indegno
lascia colui nella ferita e fugge.
n'esce, il manto m'asperge; e Tito, oh dio!
manca, vacilla e cade.
                                         Ah ch'io mi sento
                            Pietà, furor mi sprona
l'uccisore a punir; ma il cerco invano,
già da me dileguossi. Ah principessa,
che fia di me? Come avrò mai più pace?
il desio di piacerti?
                                     Anima rea,
piacermi! Orror mi fai. Dove si trova
mostro peggior di te? Quando s'intese
colpo più scellerato? Hai tolto al mondo
quanto avea di più caro; hai tolto a Roma
quanto avea di più grande. E chi ti fece
punisti in lui? L'averti amato? È vero,
ma punir nol dovea chi l'ha punito.
Onnipotenti dei! Son io? Mi parla
così Vitellia? E tu non fosti...
                                                     Ah taci,
non volermi accusar. Dove apprendesti
un delirio d'amor nel mio trasporto
compreso non avrebbe? Ah! Tu nascesti
per mia sventura. Odio non v'è che offenda
al par dell'amor tuo. Nel mondo intero
empio, se tu non eri. Oggi di Tito
la destra stringerei; leggi alla terra
darei dal Campidoglio; ancor vantarmi
innocente potrei. Per tua cagione
e Tito, ah scellerato! e Tito è morto.
Grazie, o numi crudeli! Or non mi resta
più che temer. Della miseria umana
questo è l'ultimo segno. Ho già perduto
quanto perder potevo. Ho già tradito
l'amicizia, l'amor, Vitellia e Tito.
questo perfido cor. Se lente siete
io stesso, io la farò. (In atto di snudar la spada)
                                     Sesto, t'affretta.
                          Lo so; brama il mio sangue;
tutto si verserà. (In atto di snudar la spada)
                                Ferma; che dici?
Tito chiede vederti; al fianco suo
stupisce che non sei, che l'abbandoni
in periglio sì grande.
                                        Io!... Come?... E Tito
nel colpo non spirò?
                                      Qual colpo? Ei torna
                                   Eh tu m'inganni.
Io stesso lo mirai cader trafitto
               Nel varco angusto, ove si ascende
quinci presso al Tarpeo.
                                             No; travedesti;
altri Tito ti parve.
                                  Altri! E chi mai
ardirebbe adornarsi? Il sacro alloro,
l'augusto ammanto...
                                        Ogni argomento è vano.
Vive Tito ed è illeso. In questo istante
io da lui mi divido.
                                     Oh dei pietosi!
Oh caro prence! Oh dolce amico! Ah lascia
che a questo sen... Ma non m'inganni?
                                                                       Io merto
sì poca fé! Dunque tu stesso a lui
                               Ch'io mi presenti a Tito
                            Io del tumulto, io sono
                             Come! Perché?
                                                           Non posso
                        Sesto è infedele!
                                                        Amico,
m'ha perduto un istante. Addio. M'involo
Ricordati di me. Tito difendi
da nuove insidie. Io vo rammingo, afflitto
a pianger fra le selve il mio delitto.
Fermati. Oh dei! Pensiam... Senti. Finora
la congiura è nascosta; ognuno incolpa
di quest'incendio il caso; or la tua fuga
indicar la potrebbe.
                                      E ben, che vuoi?
Che tu non parta ancor, che taccia il fallo,
che torni a Tito, e che con mille emendi
prove di fedeltà l'error passato.
Colui, qualunque sia che cadde estinto,
                                Là dov'ei cadde io volo.
Saprò chi fu, se il ver si sa, se parla
alcun di te. Pria che s'induca Augusto
a temer di tua fé, potrò avvertirti;
fuggir potrai. Dubbio è 'l tuo mal se resti,
                           Io non ho mente, amico,
per distinguer consigli. A te mi fido,
vuoi ch'io vada? Anderò... Ma Tito, oh numi!
mi leggerà sul volto... (S’incammina e si ferma)
                                         Ogni tardanza,
                              Eccomi, io vo... Ma questo (Come sopra)
Chi quel sangue versò?
                                            Quell'infelice
che per Tito io piangea.
                                             Cauto l'avvolgi,
nascondilo e t'affretta.
                                          Il caso, oh dio!
                 Dammi quel manto; eccoti il mio. (Cambia il manto)
Fra poco io ti raggiungo. (Parte)
                                               Io son sì oppresso,
che non so se vaneggio o se ragiono.
Contro me si congiura! Onde il sapesti?
tutto a scoprirmi, acciò da te gl'implori
                               E Lentulo è infedele?
lo scellerato autor. Sperò di Roma
involarti l'impero; unì seguaci;
dispose i segni; il Campidoglio accese
per destare un tumulto; e già correa
a sorprender, l'indegno, ed a sedurre
Ma, giustizia del ciel! l'istesse vesti,
fur tua difesa e sua ruina. Un empio
fra i sedotti da lui corse, ingannato
e per uccider te Lentulo uccise.
Dunque morì nel colpo?
                                              Almen se vive,
                      Come l'indegna tela
tanto poté restarmi occulta?
                                                    E pure
de' complici vi son. Cesare, è questo
lo scellerato segno, onde fra loro
si conoscono i rei. Porta ciascuno
pari a questo, signor, nastro vermiglio
che su l'omero destro il manto annoda.
Osservalo e ti guarda.
                                         Or di', Servilia,
che ti sembra un impero? Al bene altrui
più di quello ch'io feci? E pur non giunsi
a farmi amar; pur v'è chi m'odia e tenta
e ritrova seguaci; e dove? In Roma!
Tito l'odio di Roma! Eterni dei!
tutti i miei dì, che per la sua grandezza
e or sul Nilo, or su l'Istro arsi e gelai!
fuorch'alla gloria sua pensar non oso,
non sogno che il suo ben, che a me crudele,
sveno gli affetti miei, m'opprimo in seno
l'unica del mio cor fiamma adorata!
Oh patria! Oh sconoscenza! Oh Roma ingrata!
mi palpita al mirarlo il cor smarrito!)
Sesto, mio caro Sesto, io son tradito.
                                       Il crederesti, amico?
Tito è l'odio di Roma. Ah tu che sai
tutti i pensieri miei, che senza velo
hai veduto il mio cor, che fosti sempre
l'oggetto del mio amor, dimmi se questa
aspettarmi io dovea crudel mercede!
(L'anima mi trafigge e non sel crede).
tant'odio ho mai contro di me commosso?
                  Parla.
                               Ah signor! Parlar non posso.
Tu piangi, amico Sesto; il mio destino
ti fa pietà. Vieni al mio seno. Oh quanto
                                 (Morir mi sento;
non posso più. Parmi tradirlo ancora
col mio tacer. Si disinganni a pieno).
(Ah! Sesto è qui; non mi scoprisse almeno).
Sì sì voglio al suo piè... (Vuole andare a Tito)
                                            Cesare invitto, (S’inoltra e l’interrompe)
preser gli dei cura di te.
                                             (Mancava
al passato tuo rischio ancor pavento.
(Per pietà non parlar). (Piano a Sesto)
                                            (Questo è tormento!)
affliggermi non può. Già miei non sono
che per usarne a benefizio altrui.
So che tutto è di tutti e che né pure
di nascer meritò chi d'esser nato
crede solo per sé. Ma quando a Roma
perché insidiarmi? Ho ricusato mai
di versarlo per lei? Non sa l'ingrata
che son romano anch'io, che Tito io sono?
Perché rapir quel che offerisco in dono?
Sesto avvertir. M'intenderà). Signore, (A Tito)
già l'incendio cedé. Ma non è vero
che il caso autor ne sia; v'è chi congiura
contro la vita tua; prendine cura.
Servilia, il segno, che distingue i rei,
Annio non ha sul manto?
                                               Eterni dei!
Non v'è che dubitar. Forma, colore,
tutto, tutto è concorde.
                                           Ah traditore! (Ad Annio)
                       (Che avvenne!)
                                                      E sparger vuoi
Annio, figlio, e perché? Che t'ho fatt'io?
Io spargere il tuo sangue? Ah! Pria m'uccida
                                     T'ascondi invano.
divisa de' ribelli, a me scoperse
ch'a parte sei del tradimento orrendo.
                              (Ah che feci! Or tutto intendo).
di tal divisa. In testimonio io chiamo
L'ebbi... (Se dico il ver, l'amico accuso).
                L'ebbi. Non so...
                                                L'empio è confuso!
                             (Oh timor!)
                                                     Dove si trova
di me più sventurato? Ogn'altro acquista
amici almen co' benefici suoi;
altro non fo che proccurar nemici.
                                     (Ah non rimanga oppressa
l'innocenza per me. Vitellia, ormai
tutto è forza ch'io dica). (Incamminandosi a Tito)
                                              (Ah no! Che fai?
(Che angustia è questa!)
                                               (Eterni dei, consiglio!)
                                    Io dell'affetto antico
ho rimorso, ho rossor.
                                          (Povero amico!)
Ma dimmi, anima ingrata, il sol pensiero (Ad Annio)
di tanta infedeltà non è bastato
                                 (Son io l'ingrato).
(Più resister non posso). Eccomi, Augusto,
a' piedi tuoi. (S’inginocchia)
                           (Misera me!)
                                                      La colpa
                                  Sì, la sua colpa è grande;
sarà maggior. Per lui, signor, perdono
Sesto domanda e lo domando anch'io.
(Morta mi vuoi?) (Piano a Sesto)
                                   (Che atroce caso è il mio!) (S’alza)
Dirò... (Che posso dir?)
                                             Sesto, io mi sento
gelar per lui. La mia presenza istessa
più confonder lo fa. Custodi, a voi
Annio consegno. Esamini il Senato
chiamarti traditor. Rifletti, ingrato,
del tuo principe il cor quanto è diverso.
E pur, dolce mia sposa... (A Servilia)
                                               A me t'invola;
tua sposa io più non son. (Partendo)
                                                Fermati e senti.
(E Sesto non favella!)
                                         (Io moro).
                                                               (Io tremo).
ridotto io sono; e non ascolto ancora
chi s'impieghi per me. Tu non ignori
quel che mi dice ognun, quel ch'io non dico.
Questo è troppo soffrir. Pensaci, amico.
non perdiamo così. Fuggi e conserva
                                     Ch'io fugga e lasci
                                         Io dell'amico
                                 No, finch'io vegga
                                    A tutti i numi il giuro,
                              Ma che ti giova
                         Con la tua fuga è salva
la tua vita, il mio onor. Tu sei perduto,
se alcun ti scopre; e se scoperto sei,
pubblico è il mio segreto.
                                                In questo seno
sepolto resterà. Nessuno il seppe;
                                 Mi fiderei,
per Tito in te vedessi. Il suo rigore
non temo già, la sua clemenza io temo.
Questa ti vincerebbe. Ah! Per que' primi
momenti in cui ti piacqui, ah! per le care
dolci speranze tue, fuggi, assicura
il mio timido cor. Tanto facesti,
l'opra compisci. Il più gran dono è questo
che far mi puoi. Tu non mi rendi meno
che la pace e l'onor. Sesto, che dici?
                Oh dio!
                                 Sì, già ti leggo in volto
la pietà che hai di me; conosco i moti
del tenero tuo cor. Di', m'ingannai?
Sperai troppo da te? Ma parla, o Sesto.
Partirò, fuggirò. (Che incanto è questo!)
                                      Sesto.
                                                    Che chiedi!
                           E perché?
                                                Per tua sventura
Lentulo non morì. Già il resto intendi.
              (Oh colpo fatale!) (Sesto dà la spada)
                                                Alfin, tiranna...
Sesto, partir conviene. È già raccolto
per udirti il Senato; e non poss'io
                                      Ingrata, addio.
Misera, che farò? Quell'infelice,
oh dio! muore per me. Tito fra poco
saprà il mio fallo e lo sapran con lui
tutti per mio rossor. Non ho coraggio
né a fuggir né a restar. Non spero aiuto,
non ritrovo consiglio. Altro non veggo
che imminenti ruine; altro non sento
che moti di rimorso e di spavento.
signor, l'ora trascorre. Il dì solenne
sai che non soffre il trascurargli. È tutto
colà d'intorno alla festiva arena
il popolo raccolto; e non si attende
che la presenza tua. Ciascun sospira
di rivederti salvo. Alla tua Roma
non differir sì bel contento.
                                                   Andremo,
Publio, fra poco. Io non avrei riposo,
pria non sapessi. Avrà 'l Senato ormai
le sue discolpe udite; avrà scoperto,
vedrai, ch'egli è innocente; e non dovrebbe
tardar molto l'avviso.
                                        Ah troppo chiaro
                              Lentulo forse
per averlo al perdono. Ei non ignora
quanto Sesto m'è caro. Arte comune
questa è de' rei. Pur dal Senato ancora
non torna alcun! Che mai sarà? Va', chiedi
che si fa, che s'attende. Io tutto voglio
                                      Vado; ma temo
di non tornar nunzio felice.
                                                   E puoi
creder Sesto infedele? Io dal mio core
il suo misuro; e un impossibil parmi
Ma, signor, non han tutti il cor di Tito.
il mio Sesto non credo. Io l'ho veduto
ma tenero per me. Tanto cambiarsi
un'alma non potrebbe. Annio, che rechi?
come la tua, di', si svelò? Che dice?
                       Ah signor! Pietà per lui
                                         Pietà! Ma dunque
                                     Quel manto, ond'io
parvi infedele, egli mi diè. Da lui
sai che seppesi il cambio. A Sesto in faccia
Lentulo afferma e l'accusato tace.
Che sperar si può mai?
                                            Speriamo, amico,
speriamo ancora. Agl'infelici è spesso
colpa la sorte; e quel che vero appare
sempre vero non è. Tu n'hai le prove.
mi vieni innanzi; ognun t'accusa; io chiedo
degl'indizi ragion; tu non rispondi,
palpiti, ti confondi... A tutti vera
non parea la tua colpa? E pur non era.
può il caso unir le circostanze istesse
o somiglianti a quelle.
                                          Il ciel volesse!
Ma se poi fosse reo, dopo sì grandi
prove dell'amor mio, se poi di tanta
enorme ingratitudine è capace,
anch'io... Ma non sarà. Lo spero almeno.
Cesare, nol diss'io? Sesto è l'autore
                                    Publio, ed è vero?
tutto affermò. Co' complici il Senato
alle fiere il condanna. Ecco il decreto
né vi manca, o signor, che 'l nome augusto.
Ah pietoso monarca... (Inginocchiandosi)
                                          Annio, per ora
lasciami in pace. (Annio si leva)
                                  Alla gran pompa unite
sai che le genti ormai...
                                            Lo so. Partite. (Publio si ritira)
Che nera infedeltà! Fingersi amico,
essermi sempre al fianco, ogni momento
qualche prova d'amore, e starmi intanto
preparando la morte! Ed io sospendo
ancor la pena? E la sentenza ancora
non segno... Ah sì, lo scellerato mora. (Prende la penna per sottoscrivere e poi s’arresta)
mando Sesto a morir? Sì; già l'intese
abbastanza il Senato. E s'egli avesse
qualche arcano a svelarmi? Olà. (S'ascolti (Depone la penna, intanto esce una guardia)
e poi vada al supplizio). A me si guidi
infelice il destino! A noi si niega (S’alza)
ciò che a' più bassi è dato. In mezzo al bosco
quel villanel mendico a cui circonda
ruvida lana il rozzo fianco, a cui
dall'ingiurie del ciel tugurio informe,
passa tranquillo i dì; molto non brama;
sa chi l'odia e chi l'ama; unito o solo
torna sicuro alla foresta, al monte;
e vede il core a ciascheduno in fronte.
sempre incerti viviam, che in faccia a noi
su la fronte d'ognun trasforma il core.
Chi dall'infido amico, olà, chi mai
                                        Ma, Publio, ancora
                                Ad eseguire il cenno
già volaro i custodi.
                                     Io non comprendo
                                    Pochi momenti
sono scorsi, o signor.
                                       Vanne tu stesso;
                    Ubbidisco. I tuoi littori (Nel partire)
veggonsi comparir. Sesto dovrebbe
non molto esser lontano. Eccolo.
                                                           Ingrato!
già mi parla a suo pro l'affetto antico.
Ma no; trovi il suo prence e non l'amico. (Tito siede e si compone in atto di maestà)
di Tito il volto? Ah la dolcezza usata
più non ritrovo in lui! Come divenne
                                   (Stelle! Ed è questo
il sembiante di Sesto? Il suo delitto
come lo trasformò! Porta sul volto
la vergogna, il rimorso e lo spavento).
(Mille affetti diversi ecco a cimento).
che mi piomba sul cor!)
                                             Non odi? (A Sesto con maestà)
                                                                (Oh dio! (S’avanza due passi e si ferma)
Mi trema il piè; sento bagnarmi il volto
l'angoscia del morir non è maggiore).
                                   (Dubbio mi sembra
più dolga a Sesto o se il punirlo a Tito).
(E pur mi fa pietà). Publio, custodi,
                                   (No; di quel volto
non ho costanza a sostener l'impero). (Parte Publio e le guardie)
Dunque vuoi la mia morte? E in che t'offese
il tuo benefattor? Se Tito augusto
hai potuto obbliar, di Tito amico
come non ti sovvenne? Il premio è questo
ch'ebbe sempre di te? Di chi fidarmi
in avvenir potrò, se giunse, oh dei!
anche Sesto a tradirmi? E lo potesti?
E il cor te lo sofferse?
                                         Ah Tito! Ah mio (Prorompe in un dirottissimo pianto e se gli getta a’ piedi)
Non più, non più; se tu veder potessi
questo misero cor, spergiuro, ingrato
pur ti farei pietà. Tutte ho sugli occhi
tutte le colpe mie; tutti rammento
i benefizi tuoi; soffrir non posso
né la presenza tua. Quel sacro volto,
la voce tua, la tua clemenza istessa
diventò mio supplizio. Affretta almeno,
affretta il mio morir. Toglimi presto
questa vita infedel; lascia ch'io versi,
questo perfido sangue a' piedi tuoi.
Sorgi, infelice. (Si leva) (Il contenersi è pena
a quel tenero pianto). Or vedi a quale
un delitto riduce, una sfrenata
avidità d'impero! E che sperasti
di trovar mai nel trono? Il sommo forse
d'ogni contento? Ah sconsigliato! Osserva
                                     No; questa brama
                               La debolezza mia,
                             Più chiaro almeno
                  Oh dio! Non posso.
                                                       Odimi, o Sesto.
non è presente. Apri il tuo core a Tito,
confidati all'amico. Io ti prometto
che Augusto nol saprà. Del tuo delitto
di' la prima cagion. Cerchiamo insieme
una via di scusarti. Io ne sarei
forse di te più lieto.
                                      Ah! La mia colpa
                            In contraccambio almeno
d'amicizia lo chiedo. Io non celai
a la tua fede i più gelosi arcani;
mi fidi un suo segreto.
                                           (Ecco una nuova
spezie di pena! O dispiacere a Tito
                                    Dubiti ancora? (Tito comincia a turbarsi)
nel più vivo del cor. Vedi che troppo
con questo diffidar. Pensaci. Appaga
(Ma qual astro splendeva al nascer mio!) (Con impeto di disperazione)
E taci? E non rispondi? Ah già che puoi
tanto abusar di mia pietà...
                                                   Signore...
Sappi dunque... (Che fo?)
                                                 Siegui.
                                                                 (Ma quando
                                 Parla una volta.
                                    Ch'io son l'oggetto
dell'ira degli dei, che la mia sorte
non ho più forza a tollerar, ch'io stesso
traditor mi confesso, empio mi chiamo,
ch'io merito la morte e ch'io la bramo.
Sconoscente! E l'avrai. Custodi, il reo (Tito ripiglia l’aria di maestà)
toglietemi dinanzi. (Alle guardie che saranno uscite)
                                      Il bacio estremo
su quella invitta man...
                                            Parti. (Non lo concede)
                                                         Fia questo
l'ultimo don. Per questo solo istante
ricordati, signor, l'amor primiero.
Parti; non è più tempo. (Senza guardarlo)
                                             È vero, è vero.
più contumace infedeltà? Poteva
il più tenero padre un figlio reo
trattar con più dolcezza? Anche innocente
d'ogn'altro error, saria di vita indegno
per questo sol. Deggio alla mia negletta
disprezzata clemenza una vendetta. (Va con isdegno verso il tavolino e s’arresta)
Vendetta! Ah Tito! E tu sarai capace
d'un sì basso desio, che rende eguale
l'offeso all'offensor? Merita invero
gran lode una vendetta, ove non costi
più che il volerla. Il torre altrui la vita
al più vil della terra; il darla è solo
de' numi e de' regnanti. Eh viva... Invano
parlan dunque le leggi? Io lor custode
l'eseguisco così? Di Sesto amico
non sa Tito scordarsi? Han pur saputo
obbliar d'esser padri e Manlio e Bruto.
Sieguansi i grandi esempi. (Siede) Ogn'altro affetto
d'amicizia e pietà taccia per ora.
Sesto è reo; Sesto mora. (Sottoscrive) Eccoci alfine
su le vie del rigore. (S’alza) Eccoci aspersi
di cittadino sangue e s'incomincia
dal sangue d'un amico. Or che diranno
i posteri di noi? Diran che in Tito
la crudeltà. Forse diran che troppo
rigido io fui, ch'eran difese al reo
i natali e l'età, che un primo errore
punir non si dovea, che un ramo infermo
saggio cultor, se a risanarlo invano
molto pria non sudò, che Tito alfine
era l'offeso e che le proprie offese,
ben poteva obbliar... Ma dunque io faccio
sì gran forza al mio cor? Né almen sicuro
sarò ch'altri m'approvi? Ah non si lasci
il solito cammin. Viva l'amico, (Lacera il foglio)
benché infedele; e se accusarmi il mondo
m'accusi di pietà, non di rigore. (Getta il foglio lacerato)
al popolo che attende.
                                         E Sesto?
                                                           E Sesto
venga all'arena ancor.
                                         Dunque il suo fato...
Sì, Publio, è già deciso.
                                            (Oh sventurato!)
                 Dove?
                                All'arena. (Come sopra)
                                                    E Sesto?
                                                                      Anch'esso.
                                Purtroppo. (Come sopra)
                                                      (Aimè!) Con Tito
                                 E lungamente.
                                                              E sai
                                    No; solo con lui
restar Cesare volle; escluso io fui. (Parte)
Sesto già mi scoperse. A Publio istesso
si conosce sul volto. Ei non fu mai
con me sì ritenuto; ei fugge; ei teme
di restar meco. Ah! Secondato avessi
gl'impulsi del mio cor. Per tempo a Tito
dovea svelarmi e confessar l'errore.
Sempre in bocca d'un reo, che la detesta,
scema d'orror la colpa. Or questo ancora
tardi saria. Seppe il delitto Augusto
e non da me. Questa ragione istessa
                           Ah Vitellia!
                                                  Ah principessa!
                                       Il caro amico...
                                     Fra poco in faccia
delle fiere sarà pasto infelice.
                                         Tutto. a' tuoi prieghi
                             Non può negarlo
                                      Annio, non sono
                             Pria che tramonti il sole,
Tito sarà tuo sposo. Or, me presente,
per le pompe festive il cenno ei diede.
(Dunque Sesto ha taciuto! Oh amore! Oh fede!)
Annio, Servilia, andiam. (Ma dove corro
così senza pensar?) Partite, amici;
                      Ma se d'un tardo aiuto
Sesto fidar si dee, Sesto è perduto. (Parte)
Precedimi tu ancora. Un breve istante (A Servilia)
                                 Deh non lasciarlo
perir così. Sai che finor di Roma
fu la speme e l'amore. Al fiero eccesso
chi sa chi l'ha sedotto? In te sarebbe
obbligo la pietà. Quell'infelice
t'amò più di sé stesso; avea fra' labbri
sempre il tuo nome; impallidia, qualora
si parlava di te. Tu piangi!
                                                  Ah! Parti.
Ma tu perché restar? Vitellia, ah parmi...
Oh dei! Parti, verrò, non tormentarmi.
d'esaminar la tua costanza. Avrai
valor che basti a rimirare esangue
il tuo Sesto fedel? Sesto che t'ama
più della vita sua? Che per tua colpa
divenne reo? Che t'ubbidì crudele?
Che ingiusta t'adorò? Che in faccia a morte
sì gran fede ti serba? E tu fra tanto
non ignota a te stessa andrai tranquilla
al talamo d'Augusto? Ah! Mi vedrei
sempre Sesto d'intorno. E l'aure e i sassi
mi scoprissero a Tito. a' piedi suoi
vadasi il tutto a palesar; si scemi
se scusar non si può. Speranze, addio,
d'impero e d'imenei; nutrirvi adesso
stupidità saria. Ma, pur che sempre
questa smania crudel non mi tormenti,
si gettin pur l'altre speranze a' venti.
spettacoli si dia, custodi, innanzi
conducetemi il reo. (Più di perdono
speme ei non ha. Quanto aspettato meno,
più caro esser gli dee).
                                           Pietà, signore.
                           Se a chiederla venite
per Sesto, è tardi. È il suo destin deciso.
                                        Di Tito il core
come il dolce perdé costume antico?
Ei s'appressa; tacete.
                                        Oh Sesto!
                                                            Oh amico!
qual pena ti si dee. Roma sconvolta,
l'offesa maestà, le leggi offese,
l'amicizia tradita, il mondo, il cielo
voglion la morte tua. De' tradimenti
sai pur ch'io son l'unico oggetto. Or senti.
eccoti al piè la più confusa...
                                                    Ah sorgi,
                                       Io ti conduco innanzi
l'autor dell'empia trama.
                                               Ov'è? Chi mai
preparò tante insidie al viver mio?
                          Perché?
                                           Perché son io.
                       Oh stelle!
                                           Oh numi!
                                                                E quanti mai,
quanti siete a tradirmi?
                                              Io la più rea
son di ciascuno; io meditai la trama;
io ti sedussi; io del suo cieco amore
                                      Ma del tuo sdegno
                            La tua bontà. Credei
che questa fosse amor. La destra e il trono
da te speravo in dono e poi negletta
restai due volte e proccurai vendetta.
Ma che giorno è mai questo? Al punto istesso
che assolvo un reo, ne scopro un altro! E quando
un'anima fedel? Congiuran gli astri,
cred'io, per obbligarmi a mio dispetto
a diventar crudel. No; non avranno
questo trionfo. A sostener la gara
già s'impegnò la mia virtù. Vediamo
l'altrui perfidia o la clemenza mia.
Olà, Sesto si sciolga; abbian di nuovo
e vita e libertà; sia noto a Roma
tutto so, tutti assolvo e tutto obblio.
                           E chi mai giunse a tanto?
                              Io non trattengo il pianto.
                                    Lo conosco, Augusto;
non è per me; dopo un tal fallo il nodo
                                Ti bramo in parte
contenta almeno. Una rival sul trono
non vedrai, tel prometto. Altra io non voglio
sposa che Roma; i figli miei saranno
serbo indivisi a lor tutti gli affetti.
agl'imenei felici unisci i tuoi,
principessa, se vuoi. Concedi pure
la destra a Sesto; il sospirato acquisto
già gli costa abbastanza.
                                             Infin ch'io viva,
fia sempre il tuo voler legge al mio core.
Ah Cesare! Ah signore! E poi non soffri
che t'adori la terra? E che destini
tempi il Tebro al tuo nume? E come e quando
sperar potrò che la memoria amara
                             Sesto, non più; torniamo
di nuovo amici; e de' trascorsi tuoi
non si parli più mai. Dal cor di Tito
me gli scordo, t'abbraccio e ti perdono.
Non crederlo, signor; te non pretesi
ritrarre in Tito. Il rispettoso ingegno
né a questo segno io gli rallento il freno.
ti riconobbe in lui. So che tu stesso
che in sen Tito sentiva, in sen ti senti.
È colpa mia che tu somigli a lui?
se le immagini tue mirar non vuoi,
vieta alle muse il rammentar gli eroi.

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