Metrica: interrogazione
96 settenari (pezzi chiusi) in Issipile R 
   So che riduce a piangere
l'eccesso d'un piacer;
ma queste tue mi sembrano
lagrime di dolor.
   E non s'inganna appieno
d'un genitor lo sguardo,
se d'una figlia in seno
cerca le vie del cor. (Parte)
   Impallidisce in campo
anche il guerrier feroce
a quella prima voce
che all'armi lo destò.
   D'ardir non è difetto
un resto di timore
che nel fuggir dal petto
sul volto si fermò. (Parte)
   Perché l'altrui misura
ciascun dal proprio core,
confonde il nostro errore
la colpa e la virtù.
   Se credi tu con pena
pietà nel petto mio,
credo con pena anch'io
che un traditor sei tu. (Parte)
   Ti vo cercando in volto
di crudeltade un segno;
ma ritrovar nol so.
   Tanto nel cor sepolto
un contumace sdegno
dissimular si può. (Parte)
del caro figlio esangue,
non chiedermi vendetta,
l'avesti già da me.
e qual riposo avrai,
se non ti basta il sangue
che si versò per te? (Va agitata per la scena cercando il figlio)
   Ah! Che nel dirti addio
mi sento il cor dividere,
parte del sangue mio,
viscere del mio sen.
   Soffri da chi t'uccide,
soffri gli estremi amplessi.
Così morir potessi
nelle tue braccia almen. (Parte)
   Affetti, non turbate
la pace all'alma mia,
sia vostra scelta o sia
l'oprar necessità.
   Perché rei vi credete,
se liberi non siete?
Perché non vi cangiate,
se avete libertà? (Parte)
   Parto, se vuoi così;
ma questa crudeltà
forse ti costerà
   Conoscerai l'error;
ma il tardo tuo dolor
ristoro non sarà
   Tortora, che sorprende
chi le rapisce il nido,
di quell'ardir s'accende
che mai non ebbe in sen.
   Col rostro e con l'artiglio
se non difende il figlio,
l'insidiator molesta
con le querele almen.
   Guardami prima in volto,
anima vile, e poi
giudica pur di noi
il vincitor qual è.
   Tu libero e disciolto
sei di pallor dipinto;
io di catene avvinto
sento pietà di te. (Parte fra i pirati)
   Dille che in me paventi
un disperato amor;
dille che si rammenti
quanto mi disprezzò.
   E se per queste offese
mi chiama traditor,
dille che tal mi rese
quando m'innamorò. (Parte)
   Odia la pastorella
quanto bramò la rosa,
perché vicino a quella
la serpe ritrovò.
   Né il vol mai più raccoglie
l'augel tra quelle foglie
dove invischiò le piume
e appena si salvò. (Parte)
   Eccomi, non ferir. (A Learco)
Numi, pietà non v'è?
Ricordati di me. (A Giasone)
   Ha ben di sasso il cor
chi senza lagrimar
ha forza di mirar

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