Metrica: interrogazione
53 ottonari in Catone in Utica B 
   Si sgomenti alle sue pene
il pensier di donna imbelle
che vil sangue ha nelle vene,
che non vanta un nobil cor.
   Se lo sdegno delle stelle
tollerar meglio non sai,
arrossir troppo farai
e lo sposo e il genitor. (Parte)
   O nel sen di qualche stella
o sul margine di Lete
se mi attendi anima bella,
non sdegnarti, anch'io verrò.
   Sì verrò; ma voglio pria
che preceda all'ombra mia
l'ombra rea di quel tiranno
che a tuo danno il mondo armò. (Parte)
   È follia se nascondete
fidi amanti il vostro foco.
A scoprir quel che tacete
un pallor basta improvviso,
un rossor che accenda il viso,
uno sguardo ed un sospir.
   E se basta così poco
a scoprir quel che si tace,
perché perder la sua pace
con ascondere il martir. (Parte)
   Va', ritorna al tuo tiranno,
servi pur al tuo sovrano
ma non dir che sei romano
fin che vivi in servitù.
   Se al tuo cor non reca affanno
d'un vil giogo ancor lo scorno,
vergognar faratti un giorno
qualche resto di virtù. (Parte)
   Per te spero e per te solo
mi lusingo e mi consolo.
La tua fé, l'amore io vedo.
(Ma non credo a un traditor).
   D'appagar lo sdegno mio
il desio ti leggo in viso.
(Ma ravviso infido il cor). (Parte)
   Quell'amor che poco accende
alimenta un cor gentile
come l'erbe il nuovo aprile,
come i fiori il primo albor.
   Se tiranno poi si rende
la ragion ne sente oltraggio
come l'erba al caldo raggio,
come al gielo esposto il fior. (Parte)
   Già ti cede il mondo intero
   Non v'è regno, non v'è impero
che resista al tuo valor. (Terminato il coro Cesare scende dal carro, quale disfacendosi, ciascuno de’ soldati che lo componevano si pone in ordinanza con gli altri)

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