Metrica: interrogazione
48 ottonari in Issipile P 
   Non è ver, benché si dica,
che dal ciel non fu permesso
altro pregio al nostro sesso
che piacendo innamorar.
   Noi possiam quando a noi piace
fiere in guerra, accorte in pace,
alternando i vezzi e l'ire,
atterrire ed allettar. (Parte)
   Crudo amore, oh dio, ti sento;
dolci affetti lusinghieri
voi parlate al mesto cor.
   Deh tacete. In tal momento
non divido i miei pensieri
fra l'amante e il genitor. (Parte)
   Nell'istante sfortunato
ch'a' tuoi sguardi io parvi bella
lo splendor d'iniqua stella
funestava i rai del ciel.
   D'un amor sì disperato
l'odio stesso è men crudel. (Parte)
   Tu non sai che bel contento
sia quel dire: «Offesa sono;
lo rammento; ti perdono;
e mi posso vendicar».
   E mirar frattanto afflitto
l'offensor vermiglio in volto
che pensando al suo delitto
non ardisce favellar. (Parte)
   Io ti lascio e questo addio
se sia l'ultimo non so.
   Tornerò coll'idol mio
o mai più non tornerò. (Parte. Giasone parte seguito dagli argonauti che nel tempo dell’aria si vedono uscir dalle tende e radunarsi in scena)
   Care luci che regnate
sugli affetti del mio cor,
non piangete, se volete
ch'io conservi il mio valor.
   Tal pietà se in me destate
con quel tenero dolor,
non m'avvanza più costanza
per vestirmi di rigor.
   È follia d'un'alma stolta
nella colpa aver speranza.
Fortunata è ben talvolta
ma tranquilla mai non fu.
   Nella sorte più serena
di sé stesso il vizio è pena,
come premio è di sé stessa
benché oppressa la virtù.

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