Metrica: interrogazione
76 ottonari in Adriano in Siria R1 
   Vivi a noi, vivi all'impero,
grande Augusto, e la tua fronte
su l'Oronte prigioniero
s'accostumi al sacro allor.
   Della patria e delle squadre
ecco il duce ed ecco il padre
in cui fida il mondo intero,
in cui spera il nostro amor.
   Palme il Gange a lui prepari;
e d'Augusto il nome impari
dell'incognito emisfero
il remoto abitator. (Nel tempo del coro scende Adriano e sciogliendosi quella connessione d’armi, che serviva a sostenerlo, quei soldati che la componevano prendono ordinatamente sito fra gli altri)
   Vivi a noi, vivi all'impero,
grande Augusto, e la tua fronte
sull'Oronte prigioniero
s'accostumi al sacro allor. (Nel tempo che si ripete il coro, passano il ponte Farnaspe ed Osroa con tutto il seguito de’ parti. Sono preceduti da Aquilio che gli conduce)
   Prigioniera abbandonata
pietà merto e non rigore.
Ah fai torto al tuo bel core,
disprezzandomi così.
   Non fidarti della sorte.
Presso al trono anch'io son nata;
e ancor tu fra le ritorte
sospirar potresti un dì. (Parte)
   Vuoi punir l'ingrato amante?
Non curar novello amore.
Tanto serbati costante
quanto infido egli sarà.
   Chi tradisce un traditore
non punisce i falli sui;
ma giustifica l'altrui
con la propria infedeltà. (Parte)
   Infelice invan mi lagno
qual dolente tortorella
che cercando il suo compagno
lo ritrova prigionier.
   Sempre quella ov'ei soggiorna
vola e parte e fugge e torna,
com'io vo fra le catene
il mio bene a riveder. (Parte)
   La ragion, gli affetti ascolta
dubbia l'alma; e poi confusa
non vorrebbe esser disciolta
né restare in servitù.
   Contro i rei se vi sdegnate,
giusti dei, perché non fate
o più forte il nostro core
o men aspra la virtù? (Parte)
   Volga il ciel, felici amanti,
sempre a voi benigni i rai;
né provar vi faccia mai
il destin della mia fé.
   Non invidio il vostro affetto;
ma vorrei che in qualche petto
la pietà, ch'io mostro a voi,
si trovasse ancor per me. (Parte)
   Quell'amplesso e quel perdono,
quello sguardo e quel sospiro
fa più giusto il mio martiro,
più colpevole mi fa.
   Qual mi fosti e qual ti sono
chiaro intende il core afflitto,
che misura il suo delitto
dall'istessa tua pietà. (Parte)
   Non ritrova un'alma forte
che temer nell'ore estreme.
La viltà di chi lo teme
fa terribile il morir.
   Non è ver che sia la morte
il peggior di tutt'i mali;
è un sollievo de' mortali
che son stanchi di soffrir. (Parte)
   S'oda, Augusto, infin su l'etra
il tuo nome ognor così
   e da noi con bianca pietra
sia segnato il fausto dì.

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