Metrica: interrogazione
563 endecasillabi (recitativo) in Il re pastore Q 
               A te, caro Aminta. (Lieta e frettolosa)
                                                  Oh dei! Non sai
quindi lungi non è? Che tutte infesta
il Macedone armato?
                                        Il so.
                                                    Ma dunque
perché sola t'esponi all'insolente
licenza militar?
                               Rischio non teme,
Il non vederti è il mio maggior periglio.
                       Deh m'ascolta. Ho colmo il core
di felici speranze; e non ho pace
finché con te non le divido.
                                                   Altrove
più sicura potrai...
                                    Ma d'Alessandro
fai torto alla virtù. Son della nostra
quelle schiere che temi. Ei da un tiranno
venne Sidone a liberar; né vuole
ne franse il giogo e ne ricusa il trono.
Chi sarà dunque il nostro re?
                                                       Si crede
che ignoto anche a sé stesso occulto viva
il legittimo erede.
                                   E dove...
                                                     Ah lascia
che Alessandro ne cerchi. Odi; la mia
pietosa madre, oh cara madre! alfine
già l'amor mio seconda; ella de' nostri
va l'assenso a implorar dal genitore;
e l'otterrà; me lo predice il core.
degno, Elisa, di te. Tu vanti il chiaro
sangue di Cadmo; io pastorello oscuro
ignoro il mio. Tu abbandonar dovrai
per me gli agi paterni. Offrirti invece
io non potrò nella mia sorte umile
che una povera greggia, un rozzo ovile.
Non lagnarti del ciel; prodigo assai
ti fu de' doni suoi. Se l'ostro e l'oro
a te negò, quel favellar, quel volto,
quel cor ti diè. Non le ricchezze o gli avi,
cerco Aminta in Aminta; ed amo in lui
fin la sua povertà. Dal dì primiero
che ancor bambina io lo mirai, mi parve
quel pastor, quella greggia e quell'ovile;
quell'ovil, quella greggia e quel pastore.
felicità! Quei cari detti...
                                              Addio.
Corro alla madre e vengo a te. Fra poco
io non dovrò mai più lasciarti. Insieme
sempre il sol noi vedrà, parta o ritorni.
Oh dolce vita! Oh fortunati giorni!
Perdono, amici dei. Fui troppo ingiusto
lagnandomi di voi. Non splende in cielo
dell'astro che mi guida astro più bello.
Se la terra ha un felice, Aminta è quello.
(Ecco il pastor). (Piano ad Alessandro)
                                Ma fra' contenti oblio
la mia povera greggia. (In atto di partire)
                                           Amico ascolta. (Ad Aminta)
Sol con te ragionar.
                                     Signor perdona,
qualunque sei, d'abbeverar la greggia
l'ora già passa.
                             Andrai. Ma un breve istante
donami sol. (Che signoril sembiante!) (Ad Agenore)
(Da me che mai vorrà!)
                                             Come t'appelli?
                  E il padre?
                                         Alceo.
                                                       Vive?
                                                                    No; scorse
un lustro già ch'io lo perdei.
                                                    Che avesti
dal paterno retaggio?
                                         Un orto angusto
poche agnelle, un tugurio e il cor contento.
Vivi in povera sorte.
                                       Assai benigna
non bramo della mia sorte più bella.
Ma in sì scarsa fortuna...
                                              Assai più scarse
son le mie voglie.
                                  Aspro sudor t'appresta
                       Ma lo condisce.
                                                     Ignori
e rimorsi non ho.
                                  T'offre un ovile
Ma tranquilli e sicuri.
                                          E chi fra queste
che ti fremono intorno armate squadre,
chi assicurar ti può?
                                       Questa, che tanto
io lodo, tu disprezzi e il ciel protegge,
povera oscura sorte.
                                      Hai dubbi ancora? (Piano ad Alessandro)
(Quel parlar mi sorprende e m'innamora).
S'altro non brami, addio.
                                               Senti. I tuoi passi
ad Alessandro io guiderò, se vuoi.
ei me dalle mie cure; io qualche istante
al mondo usurperei del suo felice
benefico valor. Ciascun sé stesso
deve al suo stato. Altro il dover d'Aminta,
altro è quel d'Alessandro. È troppo angusta
per lui tutta la terra. Una capanna
assai vasta è per me. D'agnelle io sono,
picciol campo io coltivo; ei fonda imperi.
in un punto cangiar tutto il tenore.
Sì; ma il cielo finor mi vuol pastore.
Or che dici Alessandro?
                                             Ah certo asconde
quel pastorel lo sconosciuto erede
del soglio di Sidone! Eran già grandi
le prove tue; ma quel parlar, quel volto
son la maggior. Che nobil cor! Che dolce,
che serena virtù! Sieguimi. Andiamo
la grand'opra a compir. De' fasti miei
sarà questo il più bello. Abbatter mura,
eserciti fugar, scuoter gl'imperi
è il piacer che gli eroi provano in terra.
coronar la virtù, togliere a lei
quel che l'adombra ingiurioso velo
è il piacer che gli dei provano in cielo.
Agenore? T'arresta. Odi...
                                                Perdona
leggiadra pastorella. Io d'Alessandro
deggio or sull'orme... (Oh dei! Tamiri è quella
                         Ah mio ben!
                                                  Sei tu?
                                                                  Son io.
Tu qui? Tu in questa spoglia?
                                                       Io deggio a questa
ch'è la mia libertà, giacché Alessandro
padre e regno m'ha tolto.
                                               Oh quanto mai
ti piansi e ti cercai! Ma dove ascosa
ti celasti finor?
                              La bella Elisa
fuggitiva m'accolse.
                                      E qual disegno...
Addio. Ritornerò.
                                  Senti. Alla fuga
tu d'aprirmi un camin, ben mio, procura;
altrove almeno io piangerò sicura.
un consiglio più saggio? Ad Alessandro
                             All'uccisor del padre!
Straton sé stesso uccise; ei la clemenza
del vincitor prevenne.
                                          Io stessa ai lacci
offrir la destra! Io delle greche spose
andrò gl'insulti a tollerar?
                                                 T'inganni.
Non conosci Alessandro. Ed io non posso
per or disingannarti. Addio. Fra poco
a te verrò. (In atto di partire)
                      Guarda; di Elisa i tetti
             Già mi son noti. (Come sopra)
                                             Odi.
                                                        Che brami?
Come sto nel tuo core?
                                           Ah non lo vedi?
a' tuoi begli occhi, o principessa, il chiedi.
inclementi con me. Cangiaste, è vero,
in capanna il mio soglio, in rozzi velli
la porpora real; ma fido ancora
pietosi dei, voi mi lasciaste assai.
Oh lieto giorno! Oh me felice! Oh caro
mio genitor! Ma... Dove andò? Pur dianzi
qui lo lasciai. Sarà là dentro. Aminta?
Aminta... Oh stolta! Or mi sovviene; è l'ora
d'abbeverar la greggia. Al fonte io deggio
e non qui ricercarne... E s'ei tornasse
per altra via? Qui dee venir. S'attenda;
e si riposi; io n'ho grand'uopo. Oh come (Siede)
mi balza il cor! Non mi credea che tanto
affannasse un piacere... Eccolo... Ha scossi
alcun que' rami... È il mio Melampo. Ah questo
è un eterno aspettar! No; non poss'io (S’alza)
più rimaner. (In atto di partire)
                           Dove t'affretti Elisa?
Ah tornasti una volta! Andiamo.
                                                            E dove?
                      Dunque ei consente...
                                                               Il core
non m'ingannò. Sarai mio sposo, e prima
che il sol tramonti. Impaziente il padre
n'è al par di noi. D'un così amabil figlio
superbo e lieto... Ei tel dirà. Vedrai
dall'accoglienze sue... Vieni.
                                                    Ah, ben mio,
lasciami respirar! Pietà d'un core
Deh non tardiam, respireremo insieme. (Come sopra)
il primo omaggio, eccelso re, ricevi.
                        Lasciami in pace; e prendi (Con viso sdegnoso)
alcun altro a schernir. Libero io nacqui,
se re non sono. E se non merto omaggi, (Crescendo il risentimento)
ho un core almen che non sopporta oltraggi.
te scopre e me difende. Odimi e soffri
che ti sveli a te stesso il zelo mio.
Come! Aminta ei non è? (Ad Agenore)
                                               No.
                                                         E chi son io?
Tu Abdolonimo sei, l'unico erede
del soglio di Sidone.
                                       Io!
                                               Sì. Scacciato
dal reo Stratone il padre tuo, bambino
al mio ti consegnò. Questi morendo
te, il segreto e le prove.
                                            E il vecchio Alceo...
T'educò sconosciuto.
                                       E tu finora...
Ed io finor tacendo alla paterna
legge ubbidii. M'era il parlar vietato
finché qualche camin t'aprisse al trono
l'assistenza de' numi. Io la cercai
nel gran cor d'Alessandro e la trovai.
Il mio bene è il mio re.
                                            Dunque Alessandro... (Ad Agenore)
vuol coronarti il crin. Le regie spoglie
quelle son ch'ei t'invia. Questi che vedi
son tuoi servi e custodi. Ah vieni ormai;
ah questo giorno ho sospirato assai! (Parte)
              Aminta?
                                 È sogno?
                                                    Ah no!
                                                                   Tu credi
questo colpo per me, benché improvviso.
Un cor di re sempre io ti veddi in viso.
al padre tuo. (Si incamina)
                          No; maggior cura i numi (L’arresta)
ora esigon da te. Va', regna e poi...
Che, m'affretti a lasciarti?
                                                 Ah se vedessi
come sta questo cor! Di gioia esulta
importuni timori. Or non si pensi
se non che Aminta è re. Deh va'; potrebbe
Alessandro sdegnarsi.
                                          Amici dei,
ma troppo è caro a questo prezzo un trono!
Seguimi. A che t'arresti?
                                               Amica, oh dio!
tremo da capo a piè. Torniam, se m'ami,
torniamo al tuo soggiorno.
                                                 Io non t'intendo;
pria d'Agenore in traccia; ed or nol curi
già vicina a trovarlo!
                                       Amor m'ascose
da lungi il rischio; or che vi son, comprendo
la mia temerità.
                                Perché?
                                                 La figlia
non son io di Stratone?
                                            E ben?
                                                            Le tende
non son quelle de' Greci? E se di loro
mi scopre alcuno? Ah per pietà fuggiamo
                     È follia. Chi vuoi che possa
scoprirti in queste vesti? E se potesse
scoprirti ognun, che n'avverrebbe? È forse
un barbaro Alessandro? Abbiam sì poche
prove di sua virtù? Del re de' Persi
                   Lo so; ma la sventura mia
forse è maggior di sua virtù; non oso
di metterle a cimento. Andiam.
                                                           Perdona;
puoi tornar sola. Io nulla temo e voglio
cercare Aminta. (Incaminandosi verso il padiglione)
                                Aspetta. Il tuo coraggio
m'inspira andar. (Risoluta)
                                  Dunque mi segui. (S’incaminano come sopra)
                                                                     Oh dio! (Fa qualche passo e poi s’arresta)
                              Dunque mi lasci? (Le fugge di mano)
                                                                Ah senti.
è la tenda maggior. Qui l'idol mio
certo ritroverò.
                              Dove t'affretti
leggiadra ninfa? (Arrestandola)
                                 Io vado al re. (Vuol passare)
                                                           Perdona, (La ferma)
                              Per qual cagione?
                                                                Or siede
                              Sì.
                                      Dunque andar poss'io. (Incaminandosi)
Non è quello il mio re.
                                          Ferma. Né pure (Arrestandola)
al tuo re lice andar.
                                     Perché?
                                                      Che attenda
Alessandro or convien.
                                           L'attenda. Io bramo
vederlo sol. (Come sopra)
                        No; d'inoltrarti tanto
non è permesso a te.
                                       Dunque l'avverti;
non è permesso a lui.
                                         Permesso almeno
mi sarà d'aspettarlo. (Siede come sopra)
                                        Amica Elisa
deh non turbarci. Io col tuo re fra poco
più tosto a te verrò.
                                     No; non mi fido.
ed a me penserai?
                                    T'inganni. Appunto
di lei parlar. Già incominciai ma fui
nell'opera interrotto. Ah va'! S'ei viene,
                             T'appagherò. Frattanto (S’alza, s’incamina e poi si volge)
              E parla di me? (Da lontano)
                                           Sempre.
                                                             E che dice? (Torna ad Agenore)
Ma tu partir non vuoi. Se tutte io deggio (Con impeto)
Vado; non ti sdegnar. Sei pur crudele!
Nel gran cor d'Alessandro, o dei clementi,
a favor di Tamiri. Ah n'è ben degna
la sua virtù, la sua beltà... Ma dove,
dove corri, mio re?
                                     La bella Elisa
pur da lungi or mirai; perché s'asconde?
                Partì.
                             Senza vedermi? Ingrata!
Ferma signor. (L’arresta)
                             Perché?
                                              Non puoi.
                                                                   Non posso?
Chi dà legge ad un re?
                                           La sua grandezza,
la giustizia, il decoro, il bene altrui,
la ragione, il dover.
                                     Dunque pastore
io fui men servo? E che mi giova il regno?
tu giovar devi a lui. Te dona al regno
il ciel, non quello a te. L'eccelsa mente,
l'alma sublime, il regio cor, di cui
largo ei ti fu, la pubblica dovranno
felicità produrre; e solo in questa
tu dei cercar la tua. Se te non reggi,
come altrui reggerai? Come... Ah mi scordo
che Aminta è il re, che un suo vassallo io sono.
Errai per troppo zel; signor, perdono. (Vuole inginocchiarsi)
parlami ognor così. Mi par sì bella
la verità, quando mi sferza ancora.
veramente a regnar!
                                       Ma dimmi amico;
non deggio amar chi m'ama? È poco Elisa
degna d'amore? Ho da lasciar regnante
chi mi scelse pastore? I suoi timori,
farmi pietà? Chi condannar potrebbe
fra gli uomini, fra i numi, in terra, in cielo
la tenerezza mia?
                                  Nessuno. È giusta.
Ma pria di tutto...
                                  Ah pria di tutto andiamo,
amico, a consolarla e poi...
                                                 T'arresta.
Sciolto è il consiglio; escono i duci; a noi
viene Alessandro.
                                  Ov'è?
                                                Non riconosci
i suoi custodi alla real divisa?
                     Attender convien.
                                                        Povera Elisa!
Agenore. (Ad Agenore che parte)
                    Signor.
                                    Fermati. Io deggio
poi teco favellar. Per qual cagione (Agenore si ferma)
ravvolto ancor fra quelle lane istesse?
su quella man, che lo solleva al regno,
del suo grato rispetto un bacio in pegno.
del mio benefattor... (Vuole inginocchiarsi)
                                        No; dell'amico
vieni alle braccia; e di rispetto invece
rendigli amore. Esecutor son io
dei decreti del ciel. Tu del contento,
sol mi sei debitor. Per mia mercede
chiedo la gloria tua.
                                      Qual gloria, oh dei,
io saprò meritar, se fino ad ora
una greggia a guidar solo imparai?
Sarai buon re, se buon pastor sarai.
come l'antica; e dell'antica al pari
te la nuova amerà. Tua dolce cura
ombre liete, erbe verdi, acque sincere
non fu sinor? Tua dolce cura or sia
di quest'altra cercar. Vegliar le notti,
i dì sudar per la diletta greggia,
esporti generoso in sua difesa
forse è nuovo per te? Forse non sai
che atterrir con la verga? Ah porta in trono
porta il bel cor d'Aminta; e amici i numi,
come avesti fra' boschi, in trono avrai;
sarai buon re, se buon pastor sarai.
ignoto e procelloso. Or se tu parti,
chi sarà l'astro mio? Da chi consigli
                               Già questo dubbio solo
mi promette un gran re. Del mar che varchi
già lo scoglio peggior. Darne consiglio
spesso non vuol chi sa. Di fé, di zelo,
di valor, di virtù sugli occhi nostri
fa pompa ognun; ma sempre uguale al volto
ognun l'alma non ha. Sceglier fra tanti
chi sappia e voglia è gran dottrina; e forse
è la sola d'un re. Per mano altrui
ben di Marte e d'Astrea l'opre più belle
può un re compir; ma il penetrar gli oscuri
nascondigli di un cor, distinguer chiara
la verità tra le menzogne oppressa,
è la grande al re solo opra commessa.
può sperar un pastor?
                                          Dal ciel che illustra
quei che sceglie a regnar. Nebbie d'affetti
se dal tuo cor tu sollevar non lasci
a turbarti il seren, tutto vedrai.
Sarai buon re, se buon pastor sarai.
Tanto ardir da quei detti...
                                                  Or va', deponi
quelle rustiche vesti; altre ne prendi;
e torna a me. Già di mostrarti è tempo
a' tuoi fidi vassalli.
                                    Ah fate, o numi,
sé stesso onori, il donatore e il dono.
è tempo di parlar).
                                     La gloria mia
o Agenore, non soffre. Oggi a Sidone
il suo re donerò. Col nuovo giorno
partir vogl'io. Ma, tel confesso, a pieno
sodisfatto non parto. Il vostro giogo
io fransi, è vero; io ritornai lo scettro
nella stirpe real; nel saggio Aminta
un buon re lascio al regno, un vero amico
in Agenore al re. Sarebbe forse
onorata memoria il nome mio
lungamente fra voi; Tamiri, oh dei,
sol Tamiri l'oscura. Ov'ella giunga
di me che si dirà? Che un empio io sono,
un barbaro, un crudel.
                                           Degna è di scusa,
se figlia di un tiranno ella temea...
Questo è il suo fallo; e che temer dovea?
le colpe altrui, le altrui virtudi onora.
L'Asia non vide altri Alessandri ancora.
Quanta gloria m'usurpa! Io lascerei
tutti felici; ah per lei sola or questa
riman del mio valore orma funesta!
altrui mostrar, se non fuggia Tamiri,
ch'io distinguer dal reo so l'innocente.
Non lagnarti; il potrai.
                                           Come?
                                                           È presente.
            Tamiri.
                             E mel taci?
                                                    Il seppi appena
che a te venni; e or volea...
                                                  Corri, t'affretta;
                           Vado e ritorno. (In atto di partire)
                                                         Aspetta; (Pensa)
non strinse amore). Or sì contento a pieno
partir potrò. Vola a Tamiri e dille
io darò la corona, ella la mano.
                   Sì, amico. Ah con un sol diadema
di due bell'alme io la virtù corono!
senza ch'ella ne scenda; e a voi la pace,
rendo così; tutto assicuro.
                                                (Oh dio!)
Disapprovi il consiglio? È pur Tamiri...
Degnissima del trono.
                                          È un tal pensiero...
Degnissimo di te.
                                  Di quale affetto
quel tacer dunque è segno e quel pallore?
Di piacer, di rispetto e di stupore.
Oh inaspettato, oh fiero colpo! Ah troppo
trascendeste i miei voti. Io non chiedea
tanto da voi. Misero me! Ti perdo
bella Tamiri e son cagione io stesso
della perdita mia. Folle ch'io fui!
Ben preveder dovea... Come! Ti penti
d'un atto illustre? E tu sei quel che tanta
virtude ostenta? E quel tu sei che ardisce
di correggere i re? Torna in te stesso
e grato ai numi... Ah rimirar potrai
la tua bella speranza ad altri in braccio
senza morir? No; ma la scusa è indegna,
o Agenore, di te. S'ami la vita
men dell'onor, se più Tamiri adori
che il tuo piacer, guidala in trono e mori.
Eccomi a te di nuovo; ecco deposte
le care spoglie antiche. Avvolto in questi
lucidi impacci alla mia bella Elisa
mal noto forse io giungerò. Potessi
almeno a lei mostrarmi!
                                              Ah d'altre cure,
signore, è tempo. Or che sei re conviene
che a pensar tu incominci in nuova guisa.
Come? E che far dovrei?
                                               Scordarti Elisa.
Elisa? E chi l'impone?
                                           Un cenno augusto
di chi può ciò che vuole, e vuole il giusto.
l'onor d'un trono...
                                    Ah vadan pria del mondo
tutti i troni sossopra. Elisa è stato,
Elisa è il mio pensiero; e fin che l'alma
sempre Elisa il sarà. Scordarmi Elisa?
Sai che fece per me? Sai come...
                                                            Ah calma
quegl'impeti, o mio re.
                                            Scordarmi Elisa?
Se lo tentassi, io ne morrei.
                                                   T'inganni.
Di tua virtù non ben conosci ancora
tutto il valor. Sentimi solo; e poi...
Che mai, che dir mi puoi?
                                                  Che quando al trono
sceglie il cielo un regnante... Ah viene Elisa!
Fuggiam. (Vede Elisa alla destra)
                     Non lo sperar.
                                                 Pietà, signore,
di te, di lei. L'ucciderai se parli
pria di saper...
                             Non parlerò; tel giuro.
No; dei fuggirla. Andiam; soffri un eccesso
dell'ardita mia fé sol questa volta. (Lo prende per mano e s’incamina seco in fretta verso la sinistra)
                              Oh stelle!
                                                  Aminta ascolta.
                               Ah mio tesoro!
                                                            E tanto
attenderti convien?
                                      Tanto bisogna (Ad Aminta)
sospirar per vederti?
                                        A me pensasti? (Ad Agenore)
Pensasti a me? (Ad Aminta)
                               Posso saper qual sia (Ad Agenore)
alfin la sorte mia?
                                   Ritrovo ancora
il mio pastor nel re? (Ad Aminta)
                                        Ma tu sospiri? (Ad Agenore)
Parla. (Ad Aminta)
              Vorrei... Non so.
                                              Come?
                                                              Che avvenne?
Ma parlate una volta.
                                        Ah che purtroppo
si parlerà! Lasciateci un momento
respirar soli in pace.
                                       Udisti Elisa?
Oh dei! Scacciarne? E tu che dici Aminta?
Ch'io mi sento morire.
                                           Intendo.
                                                             Intendo.
Han quelle spoglie anche il tuo cor cangiato.
Agenore incostante!
                                      Aminta ingrato!
Aimè! Declina il sol. Già il tempo è scorso
Agenore concesse. Ad ogni fronda
che fan l'aure tremar, parmi ch'ei torni,
e a decider mi stringa. Io da che nacqui
mai non mi vidi in tanta angustia. Elisa (Siede)
tenero, lungo e generoso amore.
Agenore m'opprime. Io nel periglio
di parer vile o di mostrarmi infido
tremo, ondeggio, m'affanno e non decido.
E questo è il regno? E così ben si vive
fra la porpora e l'or? Misere spoglie!
Siete premio o gastigo? In questo giorno
non ho più ben, da che mi siete intorno.
Finché in povere lane... Oh me infelice!
Agenore già vien. Che dirgli? Oh dio! (Si leva)
resistergli non so. Troppo ha costui
dominio sul mio cor. Mi sgrida e l'amo;
m'affligge e lo rispetto. Ah non si venga (Pensa e poi risoluto)
                             E irresoluto ancora
ti ritrovo o mio re?
                                     No.
                                               Decidesti?
a compir son disposto.
                                           Ad Alessandro
dunque d'andar più non ricusi?
                                                           A lui
anzi già m'incamino.
                                        Elisa e trono
vedi che andar non ponno insieme.
                                                                 È vero.
Né d'un eroe benefico al disegno
oppor si dee chi ne riceve un regno.
Oh fortunato Aminta! Oh qual compagna
ti destinan le stelle! Amala; è degna
degli affetti d'un re.
                                      Comprendo, amico,
tutta la mia felicità. Non dirmi
d'amar la sposa mia. Già l'amo a segno
che senza lei mi spiacerebbe il regno.
dal carcere del cor. Più nol contende
alfin la mia virtù. L'onor, la fede
abbia l'amor qualche momento almeno.
Oh dio, bella Tamiri, oh dio...
                                                       Ma senti
s'inventan qui per tormentarmi. È sparso
darà la man di sposo; e si pretende
che a tal menzogna io presti fé. Dovrei,
di tanta infedeltà, conoscer meno
di Aminta il cor. Ma chi sarà costui
sì maligno piacer?
                                    Mia cara Elisa
esci d'error; nessun t'inganna.
                                                         E sei
tu sì credulo ancor? Tu ancor faresti
sì gran torto ad Aminta?
                                              Io non saprei
per qual via dubitarne.
                                            E mi abbandona
dunque Aminta così?... No; non è vero;
ti lasciasti ingannar. Donde apprendesti
novella sì gentil?
                                 Da lui.
                                                Da lui?
               Qui.
                          Quando?
                                             Or ora.
                                                             E disse?
                                                                               E disse
non dessi oppor chi ne riceve un regno.
Santi numi del ciel! Come? A Tamiri
                          La mano e il cor.
                                                          Che possa
così tradirmi Aminta?
                                           Ah cangia, Elisa,
                            No; non sarà mai vero. (Con impeto ma piangendo)
nol pretenda Tamiri; egli è mio sposo;
io l'amai da che nacqui; Aminta è mio.
ma inutile il tuo duol. Se saggia sei
credimi; ti consola.
                                     Io consolarmi?
facile ad eseguir!
                                 L'eseguirai,
se imitar mi vorrai. Puoi consolarti;
e ne dei dall'esempio esser convinta.
consolarmi io non voglio; io voglio Aminta.
Ma s'ei più tuo non è, con quei trasporti
                          Che far posso? Ad Alessandro,
agli uomini, agli dei pietà, mercede,
giustizia chiederò. Voglio che Aminta
che del suo cor m'ha fatto dono; e voglio,
se pretende il crudel che ad altri il ceda,
voglio morir d'affanno, e ch'ei lo veda.
Povera ninfa! Io ti compiango; e intendo
nella mia la tua pena. E pure Elisa
ha di me più valor. Perde il suo bene
ed ha cor di vederlo; a tal cimento
la mia virtù non basta. Io da Tamiri
convien che fugga; e ritrovar non spero
alla mia debolezza altro ricorso. (In atto di partire)
Agenore, t'arresta.
                                    (O dei soccorso).
dunque è Tamiri?
                                   Il debitore è il regno.
non recarmi tu stesso? Io dal tuo labbro
più che da un foglio tuo l'avrei gradita.
quest'impresa, o regina.
                                              Era men grande (Con risentimento)
che il cedermi ad Aminta.
                                                 È ver; ma forse
in faccia a te... Bella regina, addio.
Sentimi. Dove corri?
                                        A ricordarmi
Sol tua mercé. (Con ironia)
                             Ch'io d'esser teco eviti
chiede il rispetto mio.
                                          Tanto rispetto (Con isdegno)
è immaturo finor. Sarà più giusto
                         Che? Nol vedrai? Ti voglio (Con impeto)
presente alle mie nozze.
                                             Ah no, perdona;
questo è l'ultimo addio.
                                             Senti. Ove vai?
E ubbidisci così la tua regina? (Come sopra)
                              No; senza te sarebbe
la mia sorte men bella.
                                           E che pretendi?
il mio benefattore, e si compiaccia
                           (Che tirannia!) Deh cangia
Tamiri per pietà...
                                    Prieghi non odo (Con impeto)
né scuse accetto. Ubbidienza io voglio
                    M'udisti? (Come sopra)
                                        Ubbidirò crudele.
le tirannie d'amore. Ah non è vero.
misero core, a tollerar ti resta.
Olà che più si tarda? Il sol tramonta;
                             È d'Alessandro al piede.
               Signor non dubitarne; è dessa.
sanno gli eroi; ma sollevargli al trono
sanno sol gli Alessandri. Io dirti i moti,
signor, non so, che per te sento in petto;
vincitor ti rispetto, eroe t'onoro;
t'amo benefattor, nume t'adoro.
di sì amabil regina.
                                      Ancor nol sono.
la mia grandezza all'amor suo prepone;
se alla grandezza mia posporre io debba
esamini Alessandro e ne decida.
Alessandro faria far voglio anch'io.
E tu sapesti amando... (Ad Agenore)
                                           Odila; e vedi
un'anima sì bella.
                                   E tu sì grata (A Tamiri)
dunque ti senti a lui...
                                          L'ascolta; e dimmi
                       Ma, principessa, or ora
più ambiziosa che amante; io t'ho punito.
Ah giustizia, signor, pietà, mercede.
Chi sei? Che brami?
                                        Io sono Elisa. Imploro
a pro d'un core ingiustamente oppresso.
                                Contro Alessandro istesso.
Che ti fece Alessandro?
                                            Egli m'invola
ogni mia pace, ogni mio ben; d'affanno
D'Aminta io vivo; ei mi rapisce Aminta.
hai tu sopra di lui?
                                     Qual? Da bambina
ebbi il suo core in dono; e fino ad ora
sempre quel core ho posseduto in pace.
chi ne dispon, s'io non lo cedo; ed io
la vita cederò, non l'idol mio.
Colui che il cor ti diè, ninfa gentile,
era Aminta il pastore; a te giammai
Abdolonimo il re non diede il core.
Signore io sono Aminta e son pastore.
ecco al tuo piè; con le mie lane intorno
alla mia greggia, alla mia pace io torno.
E Tamiri non è...
                                 Tamiri è degna
del cor d'un re; ma non è degna Elisa
ch'io le manchi di fé. Pastor mi scelse;
re non deggio lasciarla. Elisa e trono
giacché non vanno insieme, abbiasi il regno
purché Elisa mi resti, io son contento.
più che un re senza fede esser mi piace.
Agenore, io tel dissi; Aminta è mio.
miseri ad onta mia tutti io vi rendo!
Ah non sia ver! Sì generosi amanti
non divida Alessandro. Eccoti, Aminta,
la bella Elisa. Ecco, Tamiri, il tuo
Agenore fedel. Voi di Sidone (Ad Aminta ed Elisa)
or sarete i regnanti; e voi soggetti (Ad Agenore e Tamiri)
non resterete. A fabbricarvi il trono
ed a tanta virtù non manca un regno.
                       Oh giusto!
                                             Ah vegga alfin Sidone
coronato il suo re!
                                   Ma in queste spoglie...
qui non ti guida il cielo. Il ciel predice
tutto per questa via forse il tenore.
Bella sorte d'un regno è il re pastore.

Notice: Undefined index: metrica in /home/apostolo/domains/progettometastasio.it/public_html/library/opera/controllers/Metrica/queryAction.php on line 8