Metrica: interrogazione
277 settenari (recitativo) in Temistocle H 
                  Lascia ch'io vada
la turba adulatrice
esule, abbandonato,
ramingo, discacciato
da quelle mura istesse
della patria inumana
che a tal segno si venga
e lagnar non t'ascolto!
soffrir con questa pace
nel cammin della vita
dell'ignoranza è figlia
è de' gran benefizi
perciò diversi siamo;
Se solo ingiusti, o padre,
o misera o serena
                Sé stessa affina
Brando, che inutil giace,
Ma il passar da' trionfi
forse l'età future,
che l'assalita Atene
Deh non creder sì breve
Deh per pietà, signore,
                     Taci; da lungi
in tempesta sì fiera
bella Aspasia, arrestarmi;
Signor, dimmi, se lice (Incontrando Sebaste)
Se forse errai, cortese
da questa greca intanto
              E tu vivi?
                                  Ah fuggi,
alla morte rapita
m'involò semiviva;
alla real Rossane
han fra loro i confini
Oh ingratissima Atene!
non è chi può lo scempio
                    Parti una volta,
che supplice e tremante
che non soffri oltraggiata,
della fortuna avara
Ah non ho fibra in seno
Taci, ingrata. Io ti scopro
e tu m'insidi intanto
de' benefizi miei
ignota a me non sono;
al suo fallo una scusa,
Pietoso e non amante
                          Principessa,
È ancor noto il suo nome?
Deh non tradirmi.
                                    Ah scaccia
può mai trovar ricetto
Questo fra tanti affanni,
Olà, venga e s'ascolti
Allettano sì poco
a un vile angusto legno
torbid'acqua e sanguigna
e vivrà chi di tanto
non solo Atene onora
maggior di tutti i doni.
L'opprimer chi disturbi
nuoce chi un reo ricetta,
Temistocle (ah perdona,
(Oh domanda crudele!
Esaminar per ora,
So ben che tutta l'arte
questo nuovo introdusse
la greca sorte incerta;
Ma di qual uso a voi
intesi i sensi tuoi;
Temistocle fra' Persi
Questa vittima sola
l'odio, che il cor mi strugge,
dal trono s'allontani.
             No no; s'ascolti.
temi dunque i miei sdegni?
de' giuochi della sorte
quel Temistocle istesso
Ti conosce potente,
Se l'odio ti consiglia,
che vana è la ruina
(Giusti dei, chi mai vide
anima più sicura!
Qual nuova spezie è questa
solo, inerme e nemico
Ah signor, fin ad ora
sempre saran minori
Sia Temistocle amico
se ben l'odio mi spoglio,
Oh come, instabil sorte,
Dov'è mai? Chi m'addita,
Io son dell'infelice
Temistocle la figlia.
                       Or più non giova
nasconder la mia sorte.
Deh generosa implora
e il racconto funesto
                 Aspasia, t'affretta;
Fosse l'odio di Serse
(Già Rossane è gelosa;
giunge a bramar vendetta,
quanto ardita è la speme;
di preziosi arredi
rilucente soggiorno;
splender ti vedi intorno
sul teatro del mondo
che favola è la vita;
Splendon pure una volta,
tremeran spaventati
Or di nostre fortune
già ricchezze ed onori,
già trionfi ed allori
passar d'Alcide i segni,
Non tanta ancor, non tanta
si mostrano un momento,
che tanto or t'avvalora,
e quel timor, che tanto
prima ti tenne oppresso,
Ma che temer dobbiamo?
D'un istante son dono;
Del magnanimo Serse
se un malvagio il circonda;
l'ottenni; or le promesse
onde superbo io sono,
                  Vuo' della sorte
Deh sia più moderato
di mirar non ti piaccia
credermi generoso?
rendere a' regni miei
Ma le ruine, il sangue,
Oh magnanimi sensi
della proposta gara
le radunate schiere
dell'inquieto Egitto
E a questo segno arriva,
chi tanto a voi somiglia
È ver che opprime il peso
della cieca fortuna
che di tutto ristora,
se tanto un uom presume,
Pur d'Aspasia io vorrei
che un ospite sì degno
è confuso il tuo core,
né mi fa meraviglia,
                 Signor, di nuovo
Che! Non partì?
                                No. Seppe
pria con me di spiegarti
Non giova lusingarsi;
è il gran pregio che adora
di nodi sì tenaci
So che la fama il disse;
Deh perché mi trafiggi
nemico al genitore
Nemico! Ah tu non vedi
se al dolor del mio bene
punisce il mio rifiuto).
Chiedo da un vero amante
Ed obbliga tal nome
E ben, facciamo entrambi
ogni ragion consiglia.
Senti. Ah non dare al mondo
Ma sì poco ti costa...
ridotta al duro passo
vorrei ma non ho tanto
               Fuggo un assalto
ancor qualche scintilla...
Dunque il donarmi a Serse
ecco de' miei guerrieri
a tante squadre ormai
(Dunque il re mi deluse
in tua virtù sicuro,
Faccian gli dei che meco
o se sventura alcuna
In questa guisa, o Serse,
Va'; l'impresa d'Egitto
delle nostre catene
Non più; vanne e riporta
pria l'ardir non confondo,
                   È stabilita
Dunque eleggi altro duce.
                 Dell'armi perse
               E vuoi ch'io divenga
È istinto di natura
la favella, i costumi,
il sudor che mi costa,
lo splendor che ne trassi,
Ingrato! E in faccia mia (Scende dal trono)
vanti con tanto fasto
e a caratteri eterni,
altri nemici sui,
Ma, della patria a' danni
del tuo destin decide
chi può farti infelice.
toglietemi d'innanzi;
a tutto il mondo in faccia,
se ne vanta; e per lei
vendicarmi d'entrambi.
lo confesso, ti cedo;
(Profittiam di quell'ira).
Ah Sebaste, ah potessi
vendicarmi di Serse.
sollevate in Egitto
Rossane, avrai costanza
che giunto all'ora estrema...
impiegar le mie cure,
ma, per esserti fido,
ed a re sì clemente
che oltraggiato e potente
un Temistocle ingrato.
pronto a giurar su l'ara
Sebaste, i prieghi miei.
Sia luminoso il fine
Un mal? Fuggasi presto
dal timor d'aspettarlo
quel vil che agli altri oscuro,
chi può senza rossore
                              Oh amato
che sentisti una volta
L'ultima volta è questa,
forse di tante pene
gratitudine io deggio,
è da me violato,
della virtù l'amore,
della gloria il desio,
soli, in mezzo a' nemici,
instabili vicende
mostratevi con l'opre
sian de' vostri pensieri
d'ogni nobil suo dono
Del nemico destino
insoffribil non dura,
vi stimoli la gloria,
intrepidi a mirarlo
valor gli affetti tui?
Dunque di me più forte
Dove il mio duce, il mio
un disegno sì rio
Sentimi, principessa;
Viene il foglio a Sebaste;
de' tumulti d'Egitto
Sebaste, i merti tuoi
Va l'impresa d'Atene
che all'ultima destini,
poter del zelo mio
conoscer del tumulto
Così dunque tradisci,
son d'accusarla ardito!
il terror, lo spavento
seguiran la mia traccia;
l'amistà, l'amor mio
A che, signor, mi chiedi?
non affliggermi a torto,
quell'intrepido aspetto).
Pur, Temistocle, alfine
d'un re che tanto onora... (Volendo abbracciarlo)
Degno pria me ne renda
la necessaria al rito
popoli spettatori,
fuor di queste due colpe
arbitrio alla mia scelta,
se non quel della vita,
licor, la sacra tazza (Lo lascia cader nella tazza)
vittima volontaria
tu, Lisimaco amico,
le ingiurie alla fortuna,
se dell'alme innocenti
voi della vostra Atene
per la Grecia inspirate
odiar la produttrice
Numi, ed è ver! Tant'oltre
gl'inaspettati effetti
dove giurar dovevi
a donator sì grande,
in libertà gli affetti
deh fate voi ch'io possa
che ti serbino in vita
le sparse raccogliendo
perciò d'Atene e Roma

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