Metrica: interrogazione
127 settenari (pezzi chiusi) in Artaserse P2 
   Conservati fedele,
pensa ch'io resto e peno.
E qualche volta almeno
ricordati di me.
   Ch'io per virtù d'amore
parlando col mio core
ragionerò con te.
   Fra cento affanni e cento
palpito, tremo e sento
che freddo dalle vene
fugge il mio sangue al cor.
   Prevedo del mio bene
il barbaro martiro;
e la virtù sospiro
che perse il genitor.
   Sogna il guerrier le schiere,
le selve il cacciator
e sogna il pescator
   Sopito in dolce oblio
sogno pur io così
colei che tutto il dì
   Torna innocente e poi
t'ascolterò se vuoi,
tutto per te farò.
   Ma fin che reo ti veggio,
compiangerti non deggio,
difenderti non so.
   Se al labro mio non credi
cara nemica mia,
aprimi il petto e vedi
qual sia l'amante cor.
   Il cor dolente, afflitto
ma d'ogni colpa privo,
se pur non è delitto
un innocente ardor. (Parte fra le guardie)
   Rendimi il caro amico
parte dell'alma mia.
Fa' che innocente sia
come l'amai finor.
   Compagni dalla cuna
tu ci vedesti e sai
che in ogni mia fortuna
seco finor provai
ogni piacer diviso,
diviso ogni dolor.
   Lascia cadermi in volto
uno de' sguardi tuoi,
che forse ancor tu puoi
sentir pietade in te.
   Se dallo sdegno è tolto
il bel primiero amore
guardami; e col tuo core
giudica poi di me. (Parte fra le guardie)
   Amalo e se al tuo sguardo
amabile non è,
la man che te lo diè
   Poi ne l'amar men tardo
forse il tuo cor sarà
quando fumar vedrà
   Se d'un amor tiranno
credei di trionfar,
lasciami nell'inganno,
lasciami lusingar
   Se l'odio è il mio dover
barbara, e tu lo sai,
perché avveder mi fai
   Per questo dolce amplesso
per quest'estremo addio
serbami o padre mio
   Sol questa all'ombra mia
pace e conforto sia
   Va' tra le selve ircane
barbaro genitore.
Fiera di te peggiore,
mostro peggior non v'è.
   Quanto di reo produce
l'Africa al sol vicina,
l'inospita marina
tutto s'aduna in te.
   Così stupisce e cade
su le mature biade
al folgore che passa
l'attonito arator.
   Ma quando poi s'avvede
del vano suo spavento,
sorge, respira e riede
a numerar l'armento
disperso dal timor.
   Pensa che l'amor mio
t'offre la vita in dono;
sovvengati ch'io sono
il tuo liberator.
   Dammi l'estremo addio,
ch'io te ne priego, e parti,
che tutto per salvarti
far voglio a tuo favor.
   Parto, qual pastorello
prima che rompa il fiume
a questo colle e a quello
sen fugge e i cari armenti
s'affanna a riserbar.
   Il tutelar suo nume
invoca ad isfuggire
quel mal che può avvenire,
quel duol che può aspettar.
   Figlio se più non vivi
morrò; ma del mio fato
farò che un re svenato
preceda messaggier.
   Infin che il padre arrivi
fa' che sospenda il remo
colà sul guado estremo
il pallido nochier. (Parte seguito da’ congiurati)
   Tu vuoi ch'io viva o cara
ma se mi nieghi amore
cara mi fai morir.
   Oh dio che pena amara!
Ti basti il mio rossore,
più non ti posso dir.
                        No.
                                  Tu sei...
Parti dagli occhi miei
lasciami per pietà.
   Quando finisce o dei
la vostra crudeltà.
   Se in così gran dolore
d'affanno non si muore
qual pena ucciderà?

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