Metrica: interrogazione
126 settenari (pezzi chiusi) in Artaserse H 
   Conservati fedele;
pensa ch'io resto e peno;
e qualche volta almeno
ricordati di me.
   Ch'io per virtù d'amore,
parlando col mio core,
ragionerò con te. (Parte)
   Fra cento affanni e cento
palpito, tremo e sento
che freddo dalle vene
fugge il mio sangue al cor.
   Prevedo del mio bene
il barbaro martiro
e la virtù sospiro
che perde il genitor. (Mentre Arbace canta l’aria, Artabano, che non l’ode, va sospettoso spiando intorno ed ascoltando per poter regolarsi a seconda di quello che veda o senta. Dopo l’aria Arbace parte)
   Sogna il guerrier le schiere,
le selve il cacciator;
e sogna il pescator
   Sopito in dolce obblio,
sogno pur io così
colei che tutto il dì
   Deh respirar lasciatemi
qualche momento in pace!
Capace di risolvere
la mia ragion non è.
   Mi trovo in un istante
giudice, amico, amante
e delinquente e re. (Parte)
   Torna innocente e poi
t'ascolterò, se vuoi;
tutto per te farò.
   Ma finché reo ti veggio,
compiangerti non deggio,
difenderti non so. (Parte)
   Dimmi che un empio sei,
ch'hai di macigno il core,
perfido traditore,
e allor ti crederò.
   (Vorrei di lui scordarmi,
odiarlo, oh dio! vorrei;
ma sento che sdegnarmi
quanto dovrei non so).
   Dimmi che un empio sei
e allor ti crederò.
   (Odiarlo, oh dio! vorrei
ma odiarlo, oh dio! non so). (Parte)
   Rendimi il caro amico,
parte dell'alma mia;
fa' che innocente sia
come l'amai finor.
   Compagni dalla cuna
tu ci vedesti e sai
che in ogni mia fortuna
seco finor provai
ogni piacer diviso,
diviso ogni dolor. (Parte)
   Amalo e se al tuo sguardo
amabile non è,
la man che te lo diè
   Poi nell'amar men tardo
forse il tuo cor sarà,
quando fumar vedrà
   Se d'un amor tiranno
credei di trionfar,
lasciami nell'inganno,
lasciami lusingar
   Se l'odio è il mio dover,
barbara, e tu lo sai,
perché avveder mi fai
   Per quel paterno amplesso,
per questo estremo addio,
conservami te stesso,
placami l'idol mio,
difendimi il mio re.
   Vado a morir beato,
se della Persia il fato
tutto si sfoga in me. (Parte fra le guardie seguito da Megabise e partono i grandi)
   Va' tra le selve ircane,
barbaro genitore;
fiera di te peggiore,
mostro peggior non v'è.
   Quanto di reo produce
l'Africa al sol vicina,
l'inospita marina,
tutto s'aduna in te. (Parte)
   Così stupisce e cade
pallido e smorto in viso
al fulmine improvviso
l'attonito pastor.
   Ma quando poi s'avvede
del vano suo spavento,
sorge, respira e riede
a numerar l'armento
disperso dal timor.
   L'onda dal mar divisa
bagna la valle e 'l monte;
va passeggiera in fiume,
va prigioniera in fonte;
mormora sempre e geme,
fin che non torna al mar,
   al mar dov'ella nacque,
dove acquistò gli umori,
dove da' lunghi errori
spera di riposar. (Parte)
   Figlio, se più non vivi,
morrò; ma del mio fato
farò che un re svenato
preceda messaggier.
   Infin che il padre arrivi,
fa' che sospenda il remo
colà sul guado estremo
il pallido nocchier. (Parte)
   Tu vuoi ch'io viva, o cara;
ma se mi nieghi amore,
cara, mi fai morir.
   Oh dio, che pena amara!
Ti basti il mio rossore;
più non ti posso dir.
                      No.
                                Tu sei...
Parti dagli occhi miei;
lasciami per pietà.
   Quando finisce, o dei,
la vostra crudeltà?
   Se in così gran dolore
d'affanno non si muore,
qual pena ucciderà? (Partono)

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