Metrica: interrogazione
782 endecasillabi (recitativo) in Antigono Q 
tu non apri il tuo cor; da più profonde
derivano i tuoi pianti.
                                          E ti par poco
quel che sai de' miei casi? Al letto, al trono
del padre tuo vengo d'Egitto; appena
questa reggia m'accoglie, ecco geloso
per me del figlio il genitore; a mille
sospetti esposta io senza colpa e senza
delitto il prence ecco in esiglio. E questo
de' miei mali è il minor. Sente Alessandro
Antigono m'ottiene; e amante, offeso,
giovane e re l'armi d'Epiro aduna;
la Macedonia inonda e al gran rivale
vien regno e sposa a contrastar. S'affretta
Antigono al riparo e m'abbandona
sul compir gl'imenei. Sola io rimango
in terreno stranier; tremando aspetto
d'Antigono il destin; penso che privo
ne' cimenti è per me; mi veggo intorno
di domestiche fiamme e pellegrine
questa reggia avvampar; so che di tanti
incendi io son la sventurata face;
altre cagioni al mio dolor?
                                                 Son degni
questi sensi di te. Ma il duol, che nasce
sol di ragion, mai non eccede; e sempre
il tranquillo carattere conserva
dell'origine sua. Quelle, onde un'alma
son tempeste del cor, non della mente.
Come? D'affetti alla ragion nemici
puoi credermi capace?
                                           Io non t'offendo,
se temo in te ciò che in me provo. Anch'io
nemico al padre, infido a me; vorrei,
lo procuro e non posso.
                                           E ne' tuoi casi
Come Alessandro il mio, Demetrio forse
ha sorpreso il tuo cor.
                                         Demetrio! Ah donde
sospetto sì crudel?
                                    Dal tuo frequente
parlar di lui. Dalla pietà che n'hai,
ti vide, t'ammirò, ma più che altronde
dagli sdegni del padre.
                                           Ei non comincia
oggi ad esser geloso.
                                       È ver, fu sempre
d'un eroe così grande il sol difetto.
Ma è vero ancor che l'amor suo, la speme
era Demetrio; e che or lo scacci a caso
credibile non è. Chi sa. Prudente
di rado è amor; qualche furtivo sguardo,
qualche incauto sospir, qualche improvviso
mal celato rossor forse ha traditi
del vostro cor gli arcani.
                                             Un sì gran torto
non farmi, Ismene. Io destinata al padre
sarei del figlio amante?
                                             Ha ben quel figlio
onde sedur l'altrui virtù. Finora
in sì giovane età mai non si vide
merito egual; da più gentil sembiante
finor non trasparì; qualunque il vuoi
ammirabile ognor, principe, amico,
cittadino, guerrier...
                                       Taci; opportune
le sue lodi or non son. De' pregi io voglio
sol del mio sposo ora occuparmi. A lui
e miei sudditi son gli affetti miei.
Io di Demetrio amante! Ah voi sapete,
numi del ciel che mi vedete il core,
s'io gli parlai, s'ei mi parlò d'amore.
ognun con me; le sue sventure io piansi;
ma chi mai non le pianse? È troppo, è vero,
la pietà che ho di lui; ma chi prescrive
limiti alla pietà? Chi può... Che miro!
Demetrio istesso? Ah perché viene! Ed io
perché avvampo così! Principe, e ad onta
del paterno divieto in queste soglie
osi inoltrarti?
                           Ah Berenice, ah vieni, (Con affanno)
fuggi, siegui i miei passi.
                                                Io fuggir teco?
Come? Dove? Perché?
                                           Tutto è perduto;
è vinto il genitor; son le sue schiere
trucidate o disperse. Andiam; s'appressa
a queste mura il vincitor.
                                                Che dici?
Antigono dov'è?
                                Nessun sa darmi
nuova di lui. Ma se non vive il padre,
tremi Alessandro; il sangue suo ragione
mi renderà... Deh non tardiam.
                                                           Va'; prendi,
cura di te. D'un'infelice a' numi
lascia tutto il pensier.
                                         Che! Sola in tanto
rischio vuoi rimaner?
                                          Rischio più grande
per la mia gloria è il venir teco. Avrebbe
l'invidia allor per lacerarne alcuna
apparente ragion. Già il tuo ritorno
ne somministra assai. Parti; rispetta
del padre il cenno e l'onor mio.
                                                          Non bramo
vendicarlo e morir. Soffri ch'io possa
condurti in salvo e non verrò, lo giuro,
mai più sugli occhi tuoi.
                                              Giurasti ancora
l'istesso al re.
                           Disubbidisco un padre
ma per serbarlo in vita. Ei non vivrebbe
se ti perdesse. Ah tu non sai qual sorte
d'amore inspiri. Ha de' suoi doni il cielo
troppo unito in te sola. Ov'è chi possa
perderti, Berenice, e non morire?
Prence! (Severa)
                  (Che dissi mai!)
                                                  Passano il segno
queste premure tue. (Con severità)
                                        No; rasserena
Son premure di figlio e non d'amante.
Non più; lasciami sola.
                                           Almen...
                                                             Non voglio
udirti più.
                      Ma qual delitto...
                                                       Ah parti.
comparir d'improvviso; ah qual saria,
il suo sdegno, il tuo rischio, il mio rossore!
                     Né vuoi partir?
                                                   Dunque a tal segno
Fuggi; ecco il re.
                                Non è più tempo.
                                                                  Oh dio!
tanto non sono; ho Berenice ancora,
il miglior mi restò. Sposa... Ah che miro,
qui Demetrio e con te? Dunque il mio cenno
ubbidito è così?
                               Signor... Non venne... (Confusa)
Udì... Mi spiegherò.
                                      Già ti spiegasti,
nulla dicendo. E tu spergiuro...
                                                         Il cenno,
padre, s'io violai...
                                   Parti.
                                                Ubbidisco.
Ma sappi almeno...
                                     Io di partir t'impongo,
non di scusarti.
                              Al venerato impero
piego la fronte.
                              (Oh genitor severo!)
(Povero prence!)
                                 Or perché taci? Or puoi
spiegarti a tuo talento. I miei gelosi
perché non mi rinfacci? Ingrata! Un regno
perder per te non curo; è gran compenso
d'ogni perdita mia; ma un figlio, oh dei,
ma un caro figlio, onde superbo e lieto
ero a ragion, perché sedurmi e farne
un contumace, un disleal? Sì dolce
spettacolo è per te dunque, crudele,
il vedermi ondeggiar fra i vari affetti
di padre e di rival?
                                     Deh ricomponi,
signor, l'alma agitata. Io la mia destra
a te promisi e a seguitarti all'ara
son pronta ove ti piaccia. Il figlio è degno,
se mai lo fu, dell'amor tuo. Non venne
che a salvarmi per te; né dove io sono
mai più comparirà.
                                      Padre. (Uscendo)
                                                     E ritorni
di nuovo audace!
                                 Uccidimi se vuoi (Affannato)
ma salvati signor. Nel porto è giunto
trionfando Alessandro; e mille ha seco
legni seguaci. I tuoi fedeli ha volto
tutti in fuga il timor. Più difensori
non ha la reggia o la città; se tardi,
preda sarai del vincitor. Perdona
se violai la legge; era il salvarti
troppo sacro dover; ma sfortunato
che mi costa un delitto il dover mio. (Torna a partire)
(Che nobil cor!)
                               Se di seguir non sdegni
d'un misero il destin, da queste soglie
trarti poss'io per via sicura.
                                                    È mia
la sorte del mio sposo.
                                          Ah tu mi rendi
fra' disastri beato. Andiam... Ma Ismene
lascio qui fra' nemici? Ah no; si cerchi... (Dubbioso)
Ma può l'indugio... Io con la figlia, amici, (Risoluto)
vi seguirò; voi cauti al mar frattanto (Alle guardie)
Berenice guidate. Avversi dei
placatevi un momento, almen per lei.
che sarà di Demetrio? Esule, afflitto,
chi sa dove lo guida... Aimè! Non posso
dunque pensar che a lui? Dunque fra' labbri
sempre quel nome ho da trovarmi! Oh dio
che affetto è mai, se non è amore il mio?
cede, o mio re. Solo il tuo nome ha vinto;
Tessalonica è tua. Mentre venisti
tu soggiogando il mar, trascorsi invano
io le campagne intorno. Alcun non osa
mirar da presso i tuoi vessilli; e sono
sgombre le vie di Macedonia al trono.
il trionfo saria, se non scemasse
tanta parte di merto al mio sudore!
per ventura ei restò.
                                       Dunque m'invola
la conquista maggior.
                                         Non la più bella.
Berenice è tua preda.
                                         È ver?
                                                        Sorpresa
fu da me nella fuga. I tuoi guerrieri
or la guidano a te. Di pochi istanti
io prevenni i suoi passi.
                                             Ah tutti or sono
paghi i miei voti, a lei corriam.
                                                          T'arresta;
odo strepito d'armi.
                                      Il padre mio
deh serbami, Alessandro.
                                                Ov'è?
                                                              Superbi, (Difendendosi)
ancora io non son vinto.
                                             Olà cessate
dagl'insulti, o guerrieri, e si rispetti
d'Antigono la vita.
                                   Infausto dono
dalla man d'un nemico.
                                             Io questo nome
dimenticai vincendo; hanno i miei sdegni
per confine il trionfo.
                                         E i miei non sono
spoglia del vincitor. Ma Berenice,
oh dei! vien prigioniera. A questo colpo
cede la mia costanza.
                                        Io son, lo vedo,
fra' tuoi lacci, Alessandro, e ancor nol credo.
a' danni di chi s'ama armar feroce
è nuovo stil di conquistare affetti.
(Mille furie ho nel cor).
                                            Guardami in volto,
principessa adorata, e dimmi poi
qual più ti sembri il prigionier di noi.
                   (Audace!)
                                        Io di due scettri adorna
t'offro la destra, o mio bel nume, e voglio
che mia sposa t'adori e sua regina
Macedonia ed Epiro. Andiam. Mi sembra
lungo ogn'istante. Ho sospirato assai.
Ah tempo è di morir. (Vuole uccidersi)
                                          Padre che fai! (Trattenendolo)
Qual furor! Si disarmi.
                                            E vuoi la morte (Gli vien tolta la spada)
rapirmi ancora!
                               Io de' trasporti tuoi,
Antigono, arrossisco. In faccia all'ire
chi nacque al trono esser dovria più forte.
è viltà conservarsi e non costanza.
l'opporsi è van; son le vicende umane
da' fati avvolte in tenebroso velo;
e i lacci d'imeneo formansi in cielo.
                   Andiam Berenice; e innanzi all'ara
la destra tua pegno d'amor...
                                                     T'inganni,
se lo speri, Alessandro. Io fé promisi
ad Antigono; il sai.
                                    (Respiro).
                                                         Il sacro
rito non vi legò.
                               Basta la fede
a legar le mie pari.
                                    (Ah qual contento
m'inonda il cor!)
                                 Può facilmente il nodo
Antigono disciorre.
                                     Io non vorrei.
No! (Resta immobile)
           Che avvenne, Alessandro? Onde le ciglia
sì stupide e confuse? Onde le gote
Chi nacque al trono esser dovria più forte.
(Che oltraggio, oh dei!)
                                            Consolati. Al destino
sai che l'opporsi è van.
                                           Dunque io non venni
qui che agl'insulti ed a' rifiuti.
                                                         Avvolge
gli umani eventi un tenebroso velo;
e i lacci d'imeneo formansi in cielo.
quell'audace d'innanzi.
                                            In questo stato
a rendermi infelice io sfido il fato.
posso sperar?
                           (Dell'amor suo costei
parlar vorrà).
                           Non m'odi?
                                                   E ti par questo
de' rimproveri il tempo?
                                               Io chiedo solo
andar mi sia permesso.
                                             Olà, d'Ismene (Alle guardie)
nessun limiti i passi.
                                        (Oh come è vero
sembra accusa ad un cor che reo si sente!)
Berenice si scorga. E tu più saggia...
spazio a pentirti. I subiti consigli
pensa meglio al tuo caso e poi decidi.
lungi è Demetrio e palpitar per lui,
mio cor, non dei).
                                   Del genitor la sorte
per pietà chi sa dirmi?... Ah principessa,
tu non fuggisti?
                               E tu ritorni?
                                                        Invano
è pur Clearco. Oh quale incontro, oh quale
aita il ciel m'invia! Diletto amico,
vieni al mio sen...
                                  Non t'appressar. Tu sei
macedone alle vesti; ed io non sono
tenero co' nemici.
                                   E me potresti
non ravvisar?
                           Mai non ti vidi.
                                                          Oh stelle!
la tua spada in mia man.
                                               Che?
                                                           D'Alessandro
sei prigionier.
                            Questa mercé mi rendi
de' benefici miei?
                                   Tu sogni.
                                                      Ingrato!
pria vuo' rapirti... (Snuda la spada)
                                    Intempestive, o prence,
son l'ire tue. Cedi al destin; quel brando
lascia e serbati in vita. Io tel comando.
Prendilo, disleal. (Gli dà la spada)
                                  Non adirarti,
guerrier, con lui; quell'eccessivo scusa
impeto giovanil.
                                Con Berenice
mi preceda ciascuno. I vostri passi
raggiungerò. (Alle guardie)
                           Ti raccomando, amico,
quel prigionier; trascorse, è ver, parlando
oltre il dover; ma le miserie estreme
turbano la ragion. Se dir potessi
so che farei pietade anche a' nemici.
Or chi dirmi oserà che si ritrovi
fede, amistà?
                           Siam soli alfin. Ripiglia
l'invitto acciaro; e ch'io ti stringa al petto
permettimi, signor.
                                      Come! Finora...
Finora io finsi. Allontanar convenne
tutti quindi i custodi. In altra guisa
io mi perdea senza salvarti.
                                                    Ah dunque
a torto io t'oltraggiai. Dunque...
                                                          Il periglio
troppo grande è per te. Fuggi, ti serba
a fortuna miglior, principe amato;
e pensa un'altra volta a dirmi ingrato. (In atto di partire)
                      Non posso.
                                            Ah dimmi almeno
Il padre è prigionier. Salvati. Addio. (Parte)
fra' ceppi un padre! Ah non fia ver. Se amassi
mi renderei di conservarla indegno.
tranquillo io soffrirò? No; qual rispetto
nel vincitor dessi al favor de' numi
vuo' che Antigono impari.
                                                 a' piedi tuoi,
dimanda uno stranier.
                                           Chi fia?
                                                            Nol vidi;
uom d'alto affar; tace il suo nome e vuole
sol palesarsi a te.
                                 Che venga.
                                                        Udiste? (Alle guardie che ricevuto l’ordine partono)
Lo stranier s'introduca. E tu perdona
signor se a troppo il zelo mio s'avanza;
perché mesto così?
                                     Di Berenice
non udisti il rifiuto?
                                       Eh chi dispera
che da' teneri assalti il cor difende,
de' misteri d'amor poco s'intende.
parlar superbo e l'oltraggioso riso
mi sta sul cor; se non punissi...
                                                         Accetta,
eroe d'Epiro, il volontario omaggio
d'un nuovo adorator.
                                        Chi sei?
                                                          Son io
Che? D'Antigono il figlio?
                                                 Appunto.
                                                                     Ed osi
a me nemico e vincitor dinanzi
                      Sì. Dalla tua grandezza
e fidandomi a un re, poco avventuro.
(Che bell'ardir!) Ma che pretendi?
                                                                Imploro
né senza prezzo. Alle catene io vengo
ad offrirmi per lui. Brami un ostaggio?
una vittima vuoi? Vittima io sono.
Antigono, lo so; ma qualche peso
al compenso inegual l'acerbo aggiunga
la pietà d'Alessandro, il mio dolore.
(Oh dolor che innamora!) È falso dunque
da sé ti discacciò.
                                  Purtroppo è vero.
È vero! E tu per lui...
                                        Forse d'odiarmi
egli ha ragione. Io se l'offesi, il giuro
a tutti i numi, involontario errai.
Fu destin la mia colpa; e volli e voglio
pria morir ch'esser reo. Ma quando a torto
m'odiasse ancor, non prenderei consiglio
dal suo rigor.
                          (Che generoso figlio!)
Non rispondi, Alessandro? Il veggo; hai sdegno
dell'ardita richiesta. Ah no; rammenta
che un figlio io son, che questo nome è scusa
ad ogni ardir, che la natura, il cielo,
la fé, l'onor, la tenerezza, il sangue,
tutto d'un padre alla difesa invita;
e tutto dessi a chi ci diè la vita.
anima grande, e ti consola. Avrai
libero il padre. A tuo riguardo amico
l'abbraccerò.
                          Di tua pietà mercede
ti rendano gli dei. L'offerto acciaro
ecco al tuo piè. (Vuol deporre la spada)
                              Che fai? Prence, io non vendo
i doni miei. La tua virtù gli esige,
non gli compra da me. Quanto gli tolsi
tutto Antigono avrà; non mi riserbo
de' miei trofei che Berenice.
                                                     (Oh dei!)
T'ama ella forse?
                                 Io nol so dir; ma parli
Demetrio e m'amerà.
                                         Ch'io parli?
                                                                 Al grato
tuo cor bramo doverla. Ove tu voglia,
qual forza hanno i tuoi detti io so per prova.
Misero me, che ottenni! Ah Berenice,
tu d'Alessandro e per mia mano! Ed io
esser quello dovrei... No, non mi sento
tanto valor; morrei di pena; è impiego
troppo crudel... Che? Puoi salvare un padre,
figlio ingrato, e vacilli? Il dubbio ascondi;
non sappia alcun vivente i tuoi rossori;
se dovessi morir, salvalo e mori.
Ardir; l'indugio è colpa. Andiam... Ma viene
la principessa appunto. Ecco il momento
Assistetemi, o numi; il cor mi trema.
Qui Demetrio! S'eviti. È troppo rischio
l'incontro suo. (Vuol ritirarsi)
                             Deh non fuggirmi! Un breve
istante odimi e parti.
                                         In questa guisa
tu i giuramenti osservi? Ogni momento
mi torni innanzi? (Severa)
                                   Il mio destino... (Appassionato)
                                                                  Addio;
non voglio udir. (Come sopra)
                                Ma per pietà...
                                                             Che brami?
Che pretendi da me? (Impaziente)
                                          Rigor sì grande
non meritò mai di Demetrio il core.
(Ah non sa che mi costa il mio rigore!)
Ricusar d'ascoltarmi...
                                          E ben, sia questa
l'ultima volta; e misurati e brevi
siano i tuoi detti.
                                 Ubbidirò. (Che pena,
giusti numi, è la mia!) De' pregi tuoi,
ogni alma è adoratrice.
                                            (Aimè spiegarsi (Confusa)
ei vuole amante).
                                  Ognun che giunga i lumi (Tenero)
Prence, osserva la legge o non t'ascolto.
L'osserverò. (Costanza). Il re d'Epiro (Si ricompone)
arde per te; gli affetti tuoi richiede;
io gl'imploro per lui.
                                       Per chi gl'implori? (Sorpresa)
Per Alessandro.
                               Tu!
                                        Sì. Render puoi
E mel consigli?
                              Io te ne priego.
                                                            (Ingrato!
Mai non m'amò).
                                  Perché ti turbi?
                                                                 Ha scelto
un opportuno intercessor. Gran dritto
invero hai tu di consigliarmi affetti.
Necessario non è; troppo ascoltai. (Vuol partire)
e regno e libertà rende Alessandro,
s'io gli ottengo il tuo amor. Della mia pena
deh non rapirmi il frutto; è la più grande
che si possa provar. (Con espressione)
                                       Parmi che tanto (Con ironia)
codesta pena tua crudel non sia.
Ah tu il cor non mi vedi, anima mia.
                 Prence vaneggi! A quale eccesso... (Sdegnosa)
A chi deve morir tutto è permesso.
            Sappi ch'io t'amo e t'amo quanto
degna d'amor tu sei, che un sacro, oh dio!
dover m'astringe a favorir gli affetti
or di' qual pena è alla mia pena uguale.
Ma Demetrio! (Ove son?) Credei... Dovresti...
(Sdegni miei dove siete? Io non vi trovo).
Pietà, mia bella fiamma. Il caso mio
n'è degno assai. Lieto morrò, s'io deggio
a una man così cara il genitore.
Basta. (E amar non degg'io sì amabil core!)
fossi per me, s'io nel tuo petto avessi
destar saputo una scintilla, a tante
preghiere mie...
                                Dunque tu credi... Ah prence... (Tenera)
(Stelle! Io mi perdo).
                                         Almen finisci.
                                                                     Oh dei!
Va'; farò ciò che brami.
                                            E quel sospiro
che volle dir?
                           Nol so. So ch'io non posso
voler che il tuo volere. (Amorosa)
                                           Ah nel tuo volto (Con trasporto)
veggo un lampo d'amor, bella mia face.
Crudel, che vuoi da me? Lasciami in pace.
arde per me! Quanto mi disse o tacque
tutto è prova d'amor. Ma in quale istante,
numi, io lo so! Qual sacrificio, o padre,
costi al mio cor! Perdonami se alcuna
lagrima ad onta mia m'esce dal ciglio;
benché pianga l'amante, è fido il figlio.
partir da te. Che ne ottenesti?
                                                        Ottenni
(oh dio!) tutto, o signor. Tua sposa (io moro)
ella sarà. Le tue promesse adempi;
io compite ho le mie.
                                        Fra queste braccia,
caro amico e fedel... Ma quale affanno
può turbarti così? Piangi o m'inganno?
più di me possa dirsi. Ecco il più caro
d'ogni trionfo.
                            Oh quanto, ancor che infido, (Con ironia)
compatisco Alessandro! Essere amante,
vedersi disprezzar son troppo invero,
Tanto per me non tormentarti, Ismene.
alfin pensar dovea che tu famosa
la sua beltà rendesti. Uguali andranno
ai dì remoti, e tu cagion ne sei,
Tessalonica a Troia, Elena a lei.
Forse m'ama perciò.
                                       T'ama?
                                                       E mia sposa
oggi esser vuole.
                                (Oh dei!) D'un cangiamento
tanto improvviso io la ragion non vedo.
Della pietà d'Ismene opra lo credo.
Ah crudel! Mi deridi?
                                          Eh questi nomi
d'infido e di crudel poni in oblio,
principessa, una volta. I nostri affetti
scelta non fur ma legge. Ignoti amanti
ci destinaro i genitori a un nodo
che l'anime non strinse. Essermi Ismene
grata d'un'incostanza alfin dovria,
onde il frutto è comun, la colpa è mia.
tante volte giurarmi?
                                         Io lo giurava
senza intenderlo allor. Credea che sempre
si parlasse così.
                              Tanta in Epiro
innocenza si trova?
                                     I nostri sdegni,
amico re, son pur finiti; il cielo
alfin si rischiarò.
                                 Perché? Qual nuovo
                  A lui dunque usurpar non voglio
il tenero piacer. Parlagli e poi
vedrai che fausto dì questo è per noi.
L'arcano io non intendo.
                                              È Berenice
già d'Alessandro amante. A lui la mano
consorte oggi darà; questo è l'arcano.
            L'afferma Alessandro.
                                                      E Berenice
che a me giurò? Di sì gran torto il figlio
mi sarà messaggier? Mi chiama amico
per ischerno Alessandro? A questo segno
che fui re si scordò? No. Comprendesti
male i suoi detti. Altro sarà.
                                                    Purtroppo,
padre, egli è ver. Troppo l'infido io vidi
Taci. E qual gioia hai di vedermi afflitto?
quel freddo cor non sa, perché imitando
non imparo a sprezzar chi mi disprezza?
per mia sventura? Il più crudel nemico
dunque ho nutrito in te? Bella mercede
di tante mie paterne cure e tanti
palpiti che mi costi. Io non pensai
che di me stesso a render te maggiore;
non pensi tu che a lacerarmi il core.
                        Che credesti? Ad Alessandro
con quale autorità gli affetti altrui
ardisti offrir? Chi t'insegnò la fede
e a favor del nemico?
                                         Il tuo periglio...
voglio solo il pensiero. A te non lice
il mio rischio maggior.
                                           Se di te stesso,
signor, cura non prendi, abbila almeno
di tanti tuoi fidi vassalli. Un padre
lor conserva ed un re. Se tanto bene
non vuol congiunto il ciel, renda felice
tu Macedonia. È gran compenso a questa
del ben che perderà quel che le resta.
degno del tuo gran cor! (Vuol partire)
                                             Degno d'un figlio (Seguitandolo)
guardati di seguir.
                                    Cangiò sembianza,
Antigono, il tuo fato. Oh fausto evento! (Con affanno d’allegrezza)
Oh lieto dì! Sappi...
                                      Già so di quanto
son debitor. Ma d'una fé disponi
che a me legasti, io non disciolsi.
                                                             Oh dei!
Non ci arrestiam. Per quel camino ignoto
che quindi al mar conduce, alle tue schiere
sollecito ti rendi ed Alessandro
                          Che dici! Ai muri intorno
l'esercito d'Epiro...
                                    È già distrutto.
Agenore il tuo duce intera palma
ne riportò. Dal messaggier, che ascoso
non lungi attende, il resto udrai. T'affretta,
che assalir la città non ponno i tuoi,
finché pegno vi resti.
                                        Onde soccorso
ebbe Agenore mai?
                                      Dal suo consiglio,
dall'altrui fedeltà, dal negligente
fasto de' vincitori; ei del conflitto
unì gl'avanzi inosservato e venne
il primo fallo ad emendar.
                                                 Di forze
tanto inegual, no, non potea...
                                                       Con l'arte
il colpo assicurò. Fiamme improvvise
ei sparger fe' da fida mano ignota
fra le navi d'Epiro. In un momento
di legno in legno; e le terrestri schiere
già correano al soccorso. Allor feroci
entran nel campo i tuoi; quegli non sanno
chi gli assalisca; e fra due rischi oppressi
senza evitarne alcuno. All'armi invano
gridano i duci; il bellicoso invito
atterrisce o non s'ode. Altri lo scampo
non cerca, altri nol trova. Il suon funesto
del ripercosso acciar, gli orridi carmi
di mille trombe, le minaccie, i gridi
di chi ferisce o muor, le fiamme, il sangue,
la polve, il fumo e lo spavento abbatte
i più forti così che un campo intero
di vincitor vinto si trova e tutto
sui trofei che usurpò cade distrutto.
Oh numi amici!
                                Oh amico ciel! Si vada
la vittoria a compir. (Volendo partire)
                                       Fermati; altrove (Ad Antigono)
meco, signor, venir tu dei.
                                                 Che fia!
                           Ma che si brama? (A Clearco)
                                                              Un pegno
grande qual or tu sei vuol custodito
gelosamente il re. Sieguimi. Al cenno
il caso d'Alessandro e la mia fede.
                         Che fiero colpo è questo!
Sognai d'esser felice e già son desto.
fuggi almen tu.
                              Mia Berenice, e il padre
abbandonar dovrò?
                                      Per vendicarlo
serbati in vita.
                             Io vuo' salvarlo o voglio
morirgli accanto. E morirò felice
or che so che tu m'ami.
                                            Io t'amo! Oh dei
Quando d'amor parlai?
                                            Tu non parlasti
ma quel ciglio parlò.
                                       Fu inganno.
                                                               Ah lascia
a chi deve morir questo conforto.
No, crudel tu non sei; procuri invano
finger rigor; ti trasparisce in volto
co' suoi teneri moti il cor sincero.
E tu dici d'amarmi? Ah non è vero.
la mia virtù; non ti parria trionfo
la debolezza mia; verresti meno
a farmi guerra; estingueresti un foco
può farci rei; non cercheresti, ingrato,
saper per te fra quali angustie io sono.
Berenice, ah non più; son reo; perdono.
Eccomi qual mi vuoi. Conosco il fallo;
l'emenderò; da così bella scorta
il camin di virtù facile io credo.
Non lo speri Alessandro; il patto indegno
abborrisco, ricuso. Io Berenice
cedere al mio nemico!
                                          E qual ci resta
altra speme, signor?
                                       Va'. Sia tua cura
Più del mio rischio il cenno mio rispetti.
Padre, ah che dici mai! Sarebbe il segno
del tuo morir quel dell'assalto. Io farmi
parricida non voglio.
                                        Or senti. Un fido
veleno ho meco; e di mia sorte io sono
arbitro ognor. Sospenderò per poco
l'ora fatal; ma se congiura il vostro
tardo ubbidir col mio destin tiranno,
io so come i miei pari escon d'affanno.
Gelar mi fai. Deh...
                                     Che ottenesti Ismene?
Risolvesti signor?
                                  Sì, ad Alessandro
nuncio tornar.
                            Ma che a lui dir degg'io?
quel prigionier. Se del voler sovrano
questa gemma real non vi assicura,
Chi trasgredisce il cenno è reo di morte. (I custodi osservata la gemma si ritirano)
Clearco, ah non partir. Senti e pietoso
Perdona, udir non posso. Il re m'attende. (Parte)
Agenore all'assalto, è d'Alessandro
vittima il padre; e se ubbidir ricuso,
lo sarà di sé stesso. Onde consiglio
in tal dubbio sperar?
                                        Lode agli dei, (Senza vedere Ismene)
ho la metà dell'opra.
                                       Ah dove ardisci
                    T'accheta, Ismene. In queste spoglie
un de' custodi io son creduto.
                                                       E vuoi...
far ch'ei si salvi e rimaner per lui.
ma inutile pietà!
                                 Perché? Di questo
orrido loco al limitare accanto
la sotterranea via che al mar conduce.
Esca Antigono quindi e in un momento
nel suo campo sarà.
                                      Racchiuso, oh dio,
Antigono è colà. Né quelle porte
v'è speranza d'aprir.
                                       Che! Giunto invano
fin qui sarei?
                           Né il più crudele è questo
de' miei terrori. Antigono ricusa
furibondo ogni patto; odia la vita;
ed ha seco un velen.
                                      Come! A momenti
dunque potrebbe... Ah s'impedisca. Or tempo
è d'assistermi, o numi. (In atto di snudar la spada e partire)
                                             Aimè! Che speri?
quelle porte ad aprir. (Come sopra)
                                          T'arresta. Affretti
così del padre il fato.
                                        È ver. Ma intanto
se il padre mai... Misero padre! Addio;
soccorrerlo convien. (Risoluto)
                                       Ma qual consiglio...
Tutto oserò. Son disperato e figlio. (Parte)
quell'impeto esser può. Che! Per l'ingrato
Ah per quanti a tremar nata son io!
Antigono ricusa! Ah mai non speri
più libertà.
                       Senza quest'aureo cerchio,
ch'io rendo a te, non s'apriran le porte
del carcer suo. (Porgendogli l’anello reale)
                             Da queste mura il campo
o Agenore allontani, o in faccia a lui
Antigono s'uccida.
                                   Io la minaccia
cauto in uso porrò. Ma d'eseguirla
mi guardi il ciel. Tu perderesti il pegno
della tua sicurezza. Assai più giova
una lenta prudenza ai gran perigli.
sveller di man, dell'adorato oggetto
i rifiuti ascoltar, d'un prigioniero
soffrir gl'insulti, e non potere all'ira
sciogliere il fren, questa è un'angustia...
                                                                         Ah dove...
Il re... dov'è? (Affannato e torbido)
                           Che vuoi?
                                                Voglio... Son io...
Rendimi il padre mio.
                                           (Numi! Che volto!
Che sguardi! Che parlar!) Demetrio! E ardisci...
chi trema per un padre... Ah la dimora
saria fatal; sollecito mi porgi
l'impressa tua gemma real.
                                                   Ma questa
è preghiera o minaccia?
                                              È ciò che al padre
esser util potrà.
                               Parti. Io perdono
a un cieco affetto il temerario eccesso.
Non partirò, se pria...
                                         Prence, rammenta
con chi parli, ove sei.
                                        Pensa, Alessandro,
ch'io perdo un genitor.
                                           Quel folle ardire
più mi stimola all'ire.
                                         Umil mi vuoi? (S’inginocchia)
Eccomi a' piedi tuoi. Rendimi il padre
e il mio nume tu sei. Suppliche o voti
più non offro che a te. Già il primo omaggio
ecco nel pianto mio. Pietà per questa
invitta mano a cui del mondo intero
auguro il fren. Degli avi tuoi reali
signor, pietà. Placa quel cor severo,
                Lo speri invano.
                                                Invan lo spero! (In atto feroce)
Ah non l'avrai; rendimi il padre o mori. (S’alza furioso; prende con la sinistra il destro braccio d’Alessandro in guisa ch’ei non possa scuotersi; e con la destra lo disarma)
           Taci o t'uccido. (Presentandogli sugli occhi la spada che gli ha tolta)
                                        E tu scordasti...
Tutto, fuorch'io son figlio. Il regio cerchio
Porgi. Dov'è? Che tardi?
                                              E speri, audace,
Dunque mori. (In atto di ferire)
                             Ah che fai? Prendilo e parti. (Gli dà l’anello)
Eumene? Eumene? (Correndo verso la porta)
                                       Ove son io? (Attonito)
                                                               T'affretta, (Ad un macedone che comparisce su la porta del gabinetto)
corri, vola, compisci il gran disegno;
Antigono disciogli; eccoti il segno. (Dà l’anello al macedone che subito parte)
che balena in quel ciglio).
                                                (A sciorre il padre (Inquieto a parte)
di propria man mi sprona il cor; m'affrena
turbi l'opra, se parto. In due vorrei
dividermi in un punto).
                                              Ancor ti resta (Alzandosi da sedere)
altro forse a tentar? Perché non togli
quell'orribil sembiante agli occhi miei?
il frutto dell'impresa).
                                          Ah l'insensato
il passo io volgerò. (Vuol partire)
                                    Ferma. (Opponendosi)
                                                    Son io
dunque tuo prigionier?
                                             Da queste soglie
vivi non uscirem, finché sospesa
questo è troppo soffrir). Libero il passo
lasciami, traditore, o ch'io... Ma... Il cielo
soccorso alfin m'invia.
                                          Stelle! È Clearco? (Agitato)
non ritengo Alessandro. Ah fosse almeno
il padre in libertà. (S’accosta ad Alessandro)
                                    Mio re, chi mai
dalla tua man la real gemma ottenne?
Ecco; e vedi in qual guisa. (Additando Demetrio)
                                                  Oh ciel! Che tenti?
Quel nudo acciar... (In atto di snudar la spada)
                                     Non appressarti o in seno (Prende di nuovo Alessandro e minaccia di ferirlo)
d'Alessandro l'immergo.
                                              Ah ferma! (Come
porgergli aita!) O lascia il ferro o il padre
volo fra' ceppi a ritener. (In atto di partire)
                                              Se parti,
vibro il colpo fatale. (Accenna di ferire)
                                       Ah no. (Qual nuova
specie mai di furor?) Prence, e non vedi...
Dunque Demetrio è un reo?
                                                     Demetrio è un figlio.
alle colpe il rossor.
                                   Chi salva un padre
non arrossisce mai.
                                     D'un tale eccesso
ah che dirà chi t'ammirò finora?
Ch'ha il Manlio suo la Macedonia ancora.
Non più, Clearco; il reo punisci. Io dono
già la difesa alla vendetta. Assali,
ferisci, uccidi; ogn'altro sforzo è vano.
siegui i miei passi. Il tuo coraggio ha vinto;
il padre è in libertà. Fra le sue braccia
volo a rendere intero il mio conforto. (Parte)
Grazie, o dei protettori; eccomi in porto. (Lascia Alessandro)
Che ci resta a sperar?
                                         (Qual nero occaso
barbara sorte ai giorni miei destini!)
troppo, o signor, l'impeto mio trascorse,
perdono imploro. Inevitabil moto
furon del sangue i miei trasporti. Io stesso
più me non conoscea. Moriva un padre,
altra via da tentar. Sì gran cagione
se non è scusa al violento affetto,
ferisci; ecco il tuo ferro; ecco il mio petto. (Rende la spada ad Alessandro)
Sì; cadi, empio... Che fo? Punisco un figlio
perché al padre è fedel? Trafiggo un seno
che inerme si presenta a' colpi miei?
Ah troppo vil sarei! M'offese, è vero;
mi potrei vendicar; ma una vendetta
mi farebbe arrossir più che l'offesa.
compisci or l'opra. Il genitore è salvo
ma suo rival tu sei. Depor conviene
o la vita o l'amor. La scelta è dura
ma pur... Vien Berenice. Intendo. Oh dei!
Già decide quel volto i dubbi miei.
Oh illustre, oh amabil figlio! Oh prence invitto,
cura de' numi, amor del mondo e mio!
qual trasporto, quai nomi!
                                                  E chi potrebbe,
chi non amarti, o caro? È salvo il regno,
libero il padre, ogni nemico oppresso,
sol tua mercé. S'io non t'amassi...
                                                              Ah taci;
il dover nostro...
                                Ad un amor che nasce
da tanto merto è debil freno.
                                                      Oh dio!
Amarmi a te non lice.
                                         Il ciel, la terra,
gli uomini, i sassi, ognun t'adora; io sola
perché amar non dovrò? Che legge è questa?
La man promessa...
                                      È maggior fallo il darla
senza il cor che negarla. Io stessa in faccia
al mondo intero affermerò che sei
tu la mia fiamma, e che non è capace
Oh assalto! Oh padre! Oh Berenice! Oh amore!
fin da quel giorno...
                                      Addio mia vita, addio.
A morire innocente. Anche un momento
se m'arresti, è già tardi.
                                             Oh dio! Che dici?
Io manco... Ah no...
                                     Deh non opporti. A pena
quanta basta a morir. Lasciami questa.
Berenice che fai! More il tuo bene,
stupida, e tu non corri... Oh dio! Vacilla
l'incerto passo; un gelido mi scuote
insolito tremor tutte le vene; (S’appoggia)
e a gran pena il suo peso il piè sostiene.
folla d'idee tutte funeste adombra
la mia ragion! Veggo Demetrio; il veggo
che in atto di ferir... Fermati; vivi;
d'Antigono io sarò. Del core ad onta
volo a giurargli fé. Dirò che l'amo;
dirò... Misera me! S'oscura il giorno!
Balena il ciel! L'hanno irritato i miei
meditati spergiuri. Aimè! Lasciate
ch'io soccorra il mio ben, barbari dei;
Ah sarete contenti; eccolo ucciso.
Aspetta, anima bella; ombre compagne
a Lete andrem. Se non potei salvarti,
potrò fedel... Ma tu mi guardi e parti!
dal torrente crudel de' miei martiri! (Piange)
Misera Berenice, ah tu deliri.
Ma Demetrio dov'è? Perché s'invola
agli amplessi paterni? Olà, correte;
il caro mio liberator si cerchi,
si guidi a me. (Partono alcuni macedoni)
                            Fra tue catene alfine,
Antigono, mi vedi.
                                    E ne son lieto
per poterle disciorre. Ad Alessandro
rendasi il ferro. (Gli vien resa la spada)
                                E in quante guise e quante
trionfate di me! Per tante offese
tu libertà mi rendi; a mille acciari
espone il sen l'abbandonata Ismene,
                   Son pochi istanti. Io non vivrei,
s'ella non era. Ah se non sdegna un core
che tanto l'oltraggiò...
                                         Salva, se puoi...
signor... salva il tuo figlio.
                                                Aimè! Che avvenne?
Perché viver non sa che a te rivale,
corre a morir. M'ama. L'adoro. Ormai
tradimento è il tacerlo.
                                           Ah si procuri
la tragedia impedir. Volate...
                                                      È tarda,
padre, già la pietà. Già più non vive
il misero german.
                                   Che dici?
                                                       Io moro.
Pallido su l'ingresso or l'incontrai
del giardino reale. «Addio» mi disse
«per sempre, Ismene. Un cor dovuto al padre
scellerato io rapii; ma questo acciaro
mi punirà». Così dicendo, il ferro
snudò, fuggì. Dove il giardin s'imbosca
corse a compir l'atroce impresa; ed io
l'ultimo, oh dio, funesto grido intesi;
tanto oppresse il terrore i sensi miei.
Dunque per colpa mia cadde trafitto
quest'aure che respiro! Un figlio in cui
la fé prevalse al mio rigor tiranno?
i posteri di te? Come potrai
l'idea del fallo tuo, gli altri e te stesso,
Antigono, soffrir? Mori; quel figlio
col proprio sangue il tuo dover t'addita. (Vuole uccidersi)
Antigono, che fai? Demetrio è in vita.
contro il furor de' tuoi, dov'è più nero
e folto il bosco io m'era ascoso. Il prence
v'entrò; ma in quell'orror, di me più nuovo,
visto non vide; onde serbarlo in vita
la mia poté non preveduta aita.
Ma crederti poss'io?
                                       Credi al tuo ciglio;
                Manco di gioia.
                                              Ah padre! (Da lontano)
                                                                   Ah figlio! (Incontrandolo)
signor, son reo. Posso morir, non posso
lasciar d'amarla. Ah se non è delitto
la mia colpa è la vita e non l'amore.
Amala, è tua. Picciolo premio a tante
                       Saria supplicio un dono
che costasse al tuo core...
                                              Ah sorgi; ah taci,
vera felicità de' giorni miei.
Una tigre sarei, se non cedesse
all'amor d'un tal figlio ogn'altro affetto.
Se dolce premio alla virtù d'un padre,
è de' figli l'amore, oh come, oh quanto
più d'Antigono il sai! Non son ristretti
fra i confini del sangue; hanno i tuoi regni
tutti il lor padre in te; per te ciascuno
ha di Demetrio il cor; la fede altrui
e la clemenza tua sono a vicenda
e cagione ed effetto. Un figlio solo
Antigono vantò ne' suoi perigli;
quanti i sudditi tuoi sono i tuoi figli.

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