Metrica: interrogazione
270 settenari (recitativo) in Adriano in Siria R2 
Chiede il parto Farnaspe
Valorosi compagni,
voi m'offrite un impero
non men col vostro sangue
abbia a raccoglier tutto
Ma se al vostro desio
nel grado a me commesso
A me non servirete;
alla pubblica speme,
Nel dì che Roma adora
da cui di tanti regni
ora al cesareo piede
(Tanta viltà, Farnaspe,
accoglie ognun che brama
della virtù romana
geme fra' vostri lacci
Prence, in Asia io guerreggio,
                        Venga il padre.
in cui tutti per Roma
Finché d'Osroa palese
dell'onor suo geloso,
che il sacro rito.
                               (Oh dio!)
quasi nel tempo istesso
si fece un'alma sola
so che nascono eroi;
da me pretendi invano,
Prence, della sua sorte
Vieni a lei. S'ella siegue,
come credi, ad amarti,
Comprendesti, o Farnaspe,
Ah! Questo ferro istesso
innanzi alle tue ciglia
Sì, saprai, quando torni,
tutti i disegni miei.
Dalla man del nemico
il gran pegno si tolga
Son vinto e non oppresso
Ah! Se con qualche inganno
E se tal fiamma obblia,
da quai furie agitato
ti richiese, gli disse
di Cesare ha destate
giura che in Campidoglio
che al rossor del trionfo
Se un violento amore
della sua simulata
tranquillità. Deludi
E il povero Farnaspe
Addio. Pensaci; e trova,
Principe, quelle sono
altrove hai pur veduti.
Son reo di qualche fallo?
Di nulla io mi rammento;
abbastanza m'affanna
il tenor pertinace.
barbara, se pur vuoi
libero almen mi resti,
Io perdei la mia pace,
non si perde col regno,
che se il regno natio
offerirti, se vuoi,
del popolo seguace
di quel lauro io ti miri
a' soggiorni migliori
se lungamente il cielo
lasciandoti il tuo volto,
la pietà che mi chiedi
                     Che dovrei? (Con serietà e sdegno)
al fianco alla rivale,
che in vedermi si turba,
volgetevi un momento
nelle perdite nostre
raccolto in quelle mura
Chi sa? Fra quelle fiamme
col suo Cesare avvolta
Se quel folle si perde,
Di qua gente s'appressa;
volevate involarmi,
Misera, dove fuggo?
                     Principessa!
                 Perché son parto,
parlasti, o principessa.
E da lui che temevi?
ne porterò nell'alma
l'immagine scolpita,
detesto i miei sospetti;
e pure ad onta vostra
i tormenti, gli affanni,
le furie de' tiranni,
il suo labbro mel dice;
                              Conviene
Sarà la morte istessa
Chi protegger Farnaspe
miglior uso farebbe
È la menzogna ormai
che sembri a tuo malgrado
e tu quando vorrai,
Non so dove s'apprenda
un riso che non passi
Tu, che in corte invecchiasti,
saprai sereno in volto
Far volesti, Emirena,
Consigliarti pretesi.
Ed io sempre ho creduto
Credimi, principessa...
Addio. Gente s'appressa.
più di quel che credei
de' cesarei giardini
Ma verrai? Del destino
Ah, che a sì gran contento
è quest'anima angusta!
Chi sa? Quando lontana
Adriano incostante!
dimmi pure infedele,
gli scambievoli affetti,
le cento volte e cento
se a te volli serbarlo
il ciel lo sa. Ne chiamo
Le bellezze dell'Asia
trascurai le difese
pieno d'una vittoria
quando condotta innanzi
è facile il passaggio,
le supplici pupille
Pretenderesti ancora
per non vederti afflitto
E dove mai s'intese
che ho da te meritato?
(Qui Sabina!) (In disparte)
                             (Io non posso
Che alla pietà già cedo
(Qui bisogna un riparo).
S'Emirena una volta
l'afflitta prigioniera
No, Aquilio, io più non deggio
è pur ch'io mi rammenti
ma pur nacque regina.
L'udirò te presente;
La tua bella Emirena
la ragion mi raffrena.
Vorrei... Ma... Dei, che pena!
benché non sia lontana,
gli sdegni di Sabina
l'opportuna alla fuga,
lunge dal primo ingresso
sicuri a' vostri lidi,
esiga il mio martiro
se sognar non vogliamo. (S’incamminano verso la strada disegnata da Sabina)
Ferma. (Ad Emirena arrestandola)
                 Perché?
                                  Non odi
Ma del nemico invece
potevi fra quell'ombre
a mille che concorsi
ricercar se vi fosse
il cammin che prescritto
ch'altri il sappia e v'accorra,
Impedite ogni passo
con voci ingiuriose
Qual disegno t'ha mosso?
Non puoi? Si tragga a forza
              Tra quelle fronde
Ah padre! (Resta immobile)
                      Il re de' Parti
ma se mi lasci in vita,
Onde confuso il segno
t'invito, t'offerisco
E chi di lei vi fece
ne' celesti congressi
Se non siam numi, almeno
Numi però voi siete
gl'innocenti rivali,
Padre... Oh dio! Con qual fronte
Deh se per me t'avanza...
no, sdegnato non sono,
t'abbraccio, ti perdono;
Almen tutto il mio sangue
a conservar bastasse
il rossor di vedermi
Come resisto a tanti
insoffribili affanni!
d'Emirena e Farnaspe
Serbando la sua gloria,
Io la trama dispongo
l'assenza del tuo bene;
Aquilio, che ottenesti?
l'incostanza d'Augusto
Ma, signor, ti scordasti
qual guerra di pensieri
poi d'essermi pentito
Eh finisci una volta
Che dir può il mondo? Alfine
il conservar la vita
abbia triegua il suo sdegno. (Siede)
saria che gli odi nostri
è necessaria al vinto,
tanto ti tolse e tanto
né che vincere a noi
d'un ben che posseduto
nel più misero trova
uso del poter nostro
Quando basti sì poco
Ah! Tu mi rendi, amico,
la principessa invia.
Van riguardo. Eseguite (Alle guardie)
Quella fiamma verace... (Ad Emirena)
Tal virtù ne' tuoi lumi (Ad Emirena)
(Senti, o figlia, e scolpisci
in te lasciar morendo
Né timor né speranza
vedilo a tutte l'ore
Giusti dei, son schernito!
che tu il fulmine accendi
Qual rabbia! Qual veleno!
un veleno, una morte,
fosse tanto inumano,
Va'. Ti credea più degna
Misera, a qual consiglio
che il comando rivochi
contro il tuo genitore.
                 Vuol che traendo
i ritegni, i riguardi,
non ho fibra nel seno
non ho che per le vene
afflitto, disperato,
sacrifichiamo a questo
Va'. Consorte d'Augusto
il grado più sublime
nel mio dolor profondo:
Ah! Se vuoi ch'io consenta
Di vassallo e d'amante
varian fortuna e tempre.
del mio cor la richiesta.
La prima volta è questa...
E sia l'ultima volta
Mi discacci, mi vieti
Non fu cenno d'Augusto (Ad Aquilio)
d'Emirena i disprezzi,
gli odi del genitore...
Rendimi il padre mio.
per quel sudato alloro
ch'è sostegno del mondo,
(Qual contrasto in quel petto
fan l'onore e l'affetto?)
(Se alla ragione io cedo,
quale angustia crudele!)
quanto dir mi potrai,
ti perdono ogni offesa;
Oh generosa! Oh degna
tu la sposa mi cedi (A Farnaspe)
sacrifichi te stessa (Ad Emirena)
io sol fra tanti forti
d'ogni fallo commesso;
Oh contento improvviso!
Finch'io respiri, Augusto,
So ben che il mio ritorno
so che già desto ammira
Ma il soffra in pace; e pensi
solenne legge è questa,

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