Metrica: interrogazione
244 settenari (recitativo) in Achille in Sciro R 
turbar col suon profano
che d'infami pirati
fur le figlie infelici
la recente di Sparta
Chi sa che ancora in quelle
solo in pensarlo io moro,
questa vostra imprudente
cura di separarvi
Di pacifiche ulive (Guardando il porto)
come splende fra l'armi
a te, che una donzella
quell'elmo luminoso
Nearco, io son già stanco (Torna risoluto)
Lasciami un sol momento
vuol che la man di sposo
Che difficile impresa,
se sapesse che Troia
che alcuno in questo lido
Ulisse! E qual cagione
Che farò? Mi conosce,
e nella reggia appunto
non osar d'inoltrarti
il mio re la prescrisse.
Ulisse! I detti audaci
                 Ove nascesti?
non sa chi giunse in porto.
Arcade, il ciel seconda
Che d'Achille si cerchi
Già con prospero vento
quest'incontro felice,
Semplice! Va'; m'attendi
Padre... Ah senti.
                                 M'attende
                              È permesso (Con ironia sdegnosa)
a svolger Licomede
che amai finora e voglio
Che val, se la smentisce
già feroce diventi;
Ma il cambiar di natura
dunque con questa scusa
                   No; questa volta
che temerario ardisci
Che vuoi? Parla, rispondi;
Non son di Licomede
Perdona. (Vuol partire)
                    Odi. E che brami
               La Grecia chiede
dimmi; le greche navi
dove ad unirsi andranno?
O il desio di trovarlo
Peleo ne' suoi verd'anni
più cauto il tempo, il loco,
è in suo cammin di rado
Tardi, finch'è maturo,
               Arcade! E in queste
la real principessa
Signor, vieni, che fai?
Chi può d'Ulisse al pari
facili, ubbidienti
ogni giorno mi trovo
No, Achille, io non mi fido
qui tacito in disparte
Chi ascolta, o principessa,
(Dei! Qual timor m'assale!)
Deidamia, or che ti sembra
ne ammiro, ne comprendo;
Giusti numi! E in tal guisa
A Deidamia appresso;
sappilo, io parlo invano. (Parte lentamente)
E pur quella fierezza
che di te sola io tema?
(Quell'ardir m'innamora). (Da sé)
bramo sol de' tuoi sdegni
Mi guardi? Ti confondi?
Tutto, come imponesti,
il militare arnese
che simular dovranno
sì confuso comando.
Fra mille ninfe e mille
quel fuoco a forza oppresso
si preme un violento
Fra le sicure piume
già di nuovo son chiare;
Arcade, più sicura,
Ma se, come supponi,
Le addormentate allora
Di quest'albergo invero (Guardando le statue)
Ecco quando dal suolo
quando è sì al vivo espresso,
mille secoli e mille.
Che miro! Ecco l'istesso (Volgendosi ad altra parte)
terror de l'Erimanto
avvilir lo scalpello.
il disegno non scopra).
un ospite sì grande
Sempre eguale a sé stesso
è del gran Licomede
i congiurati a danno
ne fian l'armi e le navi
che ti piacque apprestarmi.
che a Deidamia spiace
                 Sì, che la scelta
che i merti del suo sposo
                    E tu mi credi (Reprimendosi a forza)
dimmi, a qual altro mai
Signor... (Risoluto)
                   Le regie mense,
Non parlarmi, Nearco,
passar così vilmente
ho tollerato i tuoi
vincer nel corso i venti,
Ed ora... Ah che direbbe,
tu non serbi altro segno
quest'ozio vergognoso
che dal sonno ti desti,
che ti svolga da questi
È ver che Deidamia
Morir! Dunque tu credi
che non abbia costanza
che perda il solo oggetto
che, se ti scosti mai
Oh incredibile, oh strano
Fumin le tazze intorno
se di tua man non viene,
l'ambrosia degli dei
Ubbidisco. Ah da questa
spettacolo sublime
tant'armi, tanti duci,
tante squadre guerriere,
la gioventù proterva
              È ver. (Si riscuote, prende la tazza, s’incammina, poi torna a fermarsi)
                            Chi d'onore
restano e quasi a forza
                     Eccomi. (Va con la tazza a Deidamia)
                                      (Ingrato! (Piano ad Achille nel prendere la tazza)
Olà rechisi a Pirra
che alle corde sonore
seconda il genitore.
(Tanto amor non comprendo).
portan di Licomede
d'ospite non ingrato
Mai non si tinse in Tiro
sculti vasi io non vidi
Pirra, che fai? Ritorna
agl'interrotti carmi.
corri l'impeto insano
Dove corro a celarmi? (Parte intimorita)
onde sento avvamparmi?
Guardalo. (Piano ad Arcade)
                      E questa cetra
dello scudo pesante (Imbraccia lo scudo)
a mille squadre e mille!
tu l'onor della Grecia,
gl'impeti generosi
che d'incendio di guerra
Diria l'età futura:
«Di Dardano le mura
miser tutto in faville
Achille in gonna avvolto
traea misto e sepolto
quale oggetto di riso
quel vergognoso nome
troppo il colpo è inumano!
Achille m'abbandona!
come poté l'ingrato
le promesse di fede?
ch'io mi struggo in querele,
mia sposa al nuovo giorno...
Ma chi spiegar potrebbe
mentre s'annoda e scioglie,
del racchiuso soggiorno;
di tanti eroi lo stuolo
del nemico Scamandro
nell'angusto recinto
che a celar tanto fuoco
Ecco i legni alla sponda.
                 Sì turbato,
Arcade? Che recasti?
il re saper la nostra
partenza inaspettata
No; ma è saggio consiglio
or che l'onde ha tranquille. (Lo prende per la mano e seco s’incammina)
(Or sì ch'io mi sgomento). (Avendo lasciato Achille)
Barbaro! È dunque vero? (Con passione ma senza sdegno)
questa bella mercede
tutto pose in obblio;
non son, qual tu mi chiami,
odio non è né sdegno
Non più; troppo, lo veggo,
deve alla Grecia, al mondo
Che signor di te stesso
premer più questo suolo,
ma... vedi? (Accennandogli Deidamia)
                        Eh già comprendo.
Già di partir scegliesti.
Hai la dimora eletta;
E ben, giacché ti costa
quel glorioso acciaro
che quella destra amata, (Piange)
arbitra di mia sorte,
d'Achille a' duci argivi
fa degli ozi di Sciro
        Come?
                        All'onor mio
Ah perfido! Ah spergiuro!
presente ovunque sei,
forza è che paghi il fio,
S'egli ha un'alma sì fiera,
Lasciami. (Ad Ulisse)
                     Dove corri?
              Lode agli dei,
cercò de' tuoi trasporti,
fra l'imprese d'Achille
se puri, se innocenti
sì, lo confesso, errai;
di' che il feroce Achille
Né di risposta ancora
le richieste d'Achille
fu colpa in cor gentile
celare ad ogni ciglio
Oh come al nodo illustre
(Chi mai sperato avrebbe
sì grande questo nome
la mia sposa, il mio bene
come a sì caro dono
Tutto del cor d'Achille
se languir si vedesse
la tromba eccitatrice,
del sudor si ristori
giuste leggi m'accheto.
Lieta il saggio decreto
che il moto, ond'arde e splende,
lunghissimo e tranquillo

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