Metrica: interrogazione
698 endecasillabi (recitativo) in Ipermestra R 
I teneri tuoi voti alfin seconda
propizio il padre, o principessa; alfine
oggi ti stringerà. Vedi il contento
la tua felicità. Quanti da questa
quanti dì fortunati il mondo aspetta!
oggi non v'è chi possa dirsi. Ottengo
quanto seppi bramar. Linceo fu sempre
la soave mia cura. Il suo valore,
la sua virtù, tanti suoi pregi e tanti
meriti suoi mi favellar di lui
dell'armi di ragion si valse amore.
al principe Plistene in questo giorno
unir la sorte mia. Tu sai...
                                                Ne lascia
la cura a me. Dal real padre io spero
ottenerne l'assenso. In dì sì grande
nulla mi negherà.
                                  Qual mai poss'io,
generosa Ipermestra...
                                           Ah tu non sai
che gran felicità per l'alma mia
è il fare altri felici.
                                    I fausti numi
custodiscan gelosi.
                                    Ancor Linceo
non veggo comparir. Che fa? Dovrebbe
già dal campo esser giunto. Ah fa', se m'ami,
che alcun l'affretti. Alla letizia nostra
tempo sarebbe; abbiam penato assai.
Vadasi al genitor; dal labbro mio
sappia quanto io son grata e sappia... Ei viene
appunto a questa volta. Ah padre amato,
il don ch'oggi mi fai molto maggiore
rende quel della vita. Oggi conosco
tutto il prezzo di questa. Oggi...
                                                          Da noi
s'allontani ciascun. (Al seguito che si ritira)
                                     Perché? M'ascolti
tutto il mondo, signor. Non arrossisco
che il padre approva; e a così pure faci...
Voglio teco esser solo. Odimi e taci.
M'è legge il cenno.
                                    Assicurar tu dei
la mia tranquillità. Posso di tanto
fidarmi a te?
                          M'offende il dubbio.
                                                                 Avrai
costanza e fedeltà?
                                    Quanta ne deve
ad un padre una figlia.
                                           Or questo acciaro (Le dà un pugnale)
prendi; cauta il nascondi; e quando oppresso
fia dal sonno Linceo, passagli il core.
Santi numi! E perché?
                                           Minaccia il fato
il mio scettro, i miei dì per man d'un figlio
dell'empio Egitto. Ancor mi suona in mente
che poc'anzi ascoltai. Né v'è chi possa
più di Linceo farmi temer.
                                                  Ma pensa...
Molto, tutto pensai. Qualunque via
ed ha rischio maggior. L'aman le squadre,
Argo l'adora.
                          (Io non ho fibra in seno
che tremar non mi senta).
                                                 Il gran segreto
guarda di non tradir. Componi il volto,
misura i detti e nel bisogno all'ire
poi sciogli il freno. Osa, ubbidisci e pensa
te perde e me, senza salvar lo sposo.
Misera, che ascoltai! Son io? Son desta?
Sogno forse o vaneggio? Io nelle vene
del mio sposo innocente... Ah pria m'uccida (Getta il pugnale)
con un fulmine il ciel; pria sotto al piede
mi s'apra il suol... Ma... Che farò? Se parlo,
di Linceo la vendetta esser funesta
potrebbe al genitor. Linceo, se taccio,
lascio esposto del padre all'odio ascoso.
Oh comando! Oh vendetta! Oh padre! Oh sposo!
come l'accoglierò? Con qual sembiante,
con quai voci potrei?... Numi! In pensarlo
mi sento inorridir. Fuggasi altrove;
si nasconda il dolor che mi trasporta. (Vuol partire)
Principessa, mio nume?
                                              (Aimè! Son morta).
che tanto sospirai! Chiamarti mia
posso pure una volta! Or sì che l'ire
tutte io sfido degli astri, o mio bel sole.
non so restar, non so formar parole).
Ma perché, principessa, in te non trovo
quel contento ch'io provo? Altrove i lumi
tu rivolgi inquieta e sfuggi i miei?
Che avvenne? Non tacer.
                                               (Consiglio, o dei!)
bramasti tanto e tanti voti a tanti
numi per lei facesti! Or spunta alfine
e sì mesta ne sei? Cangiasti affetto?
Dell'amor di Linceo stanco è il tuo core?
Questi son gl'imenei? Son d'una sposa
questi i dolci trasporti? In questa guisa
Ipermestra m'accoglie? Onde quel pianto?
Quell'affanno perché? Di qualche fallo
mi crede reo? Qualche rival nascosto
di maligno velen sparse a mio danno
forse quel cor? Ma chi ardirebbe... Ah questo
vindice acciar nell'empie vene... Oh vano,
oh inutile furore! Il colpo io sento
ma non so chi m'insidia o chi m'uccide.
Fortunato Linceo, contenta a segno
son io de' tuoi contenti...
                                              Ah principessa,
l'anima mi trafiggi. Io de' mortali,
onde esulto per te. Tu godi e parmi...
Amico, ah per pietà non tormentarmi.
                 Son disperato.
                                              Or che alla bella
Ipermestra t'accoppia un caro laccio,
disperato tu sei?
                                 Mi scaccia, oh dio!
Ipermestra da sé; vieta Ipermestra
ch'io le parli d'amor; non più suo bene
Ipermestra cangiò, non è più quella.
non mel tacete, amici. Io vo'...
                                                        T'inganni;
che il suo Linceo, lui solo attende...
                                                                E dunque
Perché fugge da me? Così turbata
perché m'accoglie?
                                     E la vedesti?
                                                               Or parte
da questo loco.
                             Ed Ipermestra istessa
Così morto foss'io pria d'ascoltarla.
Plistene, ah che sarà? Come in un punto
Ipermestra cangiossi?
                                          Io nulla intendo,
non so che immaginar.
                                            Questo mancava
novello inciampo al nostro amor. Turbati
gl'imenei d'Ipermestra, ancor le nostre
speranze ecco deluse. Ah questa è troppo
crudel fatalità. Sotto qual mai
astro nemico io nacqui? Anche nel porto
per me vi son tempeste.
                                              In queste care
intolleranze tue, bella Elpinice,
perdona, io mi consolo. Esse una prova
son del vero amor tuo. Questa sventura
mi priva della man qualche momento
ma del cor m'assicura e son contento.
dar non vorrei dell'amor mio. Di queste
tu ancor ti stancherai.
                                          No, non si trova
per sì degna cagion dolce non sia.
So che fido sei tu; ma so che troppo
sventurata son io.
                                  Deh non conviene
disperar così presto. Esser potrebbe
un nembo passeggier. Chi sa? Talora
stravaganze produce. Almen si sappia
la cagion che ci affligge ed avrem poi
assai tempo a dolerci.
                                         È ver. L'amico
a raggiunger tu corri; io d'Ipermestra
volo i sensi a spiar. Secondi amore
le cure nostre. Il tuo parlar m'inspira
e fermezza e coraggio. Io non so quale
arbitrio hai tu sopra gli affetti. Oppressa
ero già dal timor; funesto e nero
pareami il ciel; tu vuoi che speri; e spero.
Se di toglier proccuro all'idol mio
la pena di temer, quante ragioni
onde sperar mi suggerisce amore!
quanti allor, quanti rischi io mi figuro!
Ah signor, siam perduti. Il tuo segreto
forse è noto a Linceo.
                                        Stelle! Ipermestra
m'avrebbe mai tradito? Onde in te nasce
questo timor? Vedesti il prence?
                                                             Il vidi.
                   Lo volea; molto propose,
più volte incominciò; ma un senso intero
mai compir non poté. Torbido, acceso,
sospirava e fremea. Vidi che a forza
sugli occhi trattenea lagrime incerte
fra l'ira e fra l'amor. Senza spiegarsi
lasciommi alfine; e mi riempie ancora
di pietà, di spavento e di sospetto.
Ah non tel dissi, Adrasto? Era Elpinice
de' cenni miei.
                              Di fedeltà mi parve
la nipote alla figlia.
                                     A figlia amante
troppo fidai. Ma se tradì l'ingrata
l'arcano mio, mi pagherà...
                                                  Per ora
alla tua sicurezza. È delle squadre
Linceo l'amor; tutto ei potrebbe.
                                                            Ah corri,
va'; di lui t'assicura e fa'... Ma temo
che a suo favor... Meglio sarà... No, troppo
il colpo ha di periglio. Io mi confondo;
deh consigliami, Adrasto.
                                                Or nella reggia
il numero s'accresca. Al prence intorno
chi ne osservi ogni moto, e i suoi pensieri
chi scopra e i detti suoi. Da quel ch'ei tenta
prendiam consiglio e ad un rimedio estremo
senza ragion non ricorriam, che spesso
sollecita un periglio.
                                       Oh saggio, oh vero (L’abbraccia)
Va'; tutto alla tua fede io m'abbandono.
Giunse Linceo dal campo e a me sinora
non comparisce innanzi! Ah troppo è chiaro
che la figlia parlò. Ma vien la figlia.
Placido mi ritrovi; e lo spavento
non le insegni a tacer.
                                          Posso, o signore,
m'ottengano da te che pochi istanti
senza sdegno m'ascolti?
                                             E quando mai
d'ascoltarti negai? Teco io non uso
parla a tua voglia.
                                  (Or m'assistete, o numi).
padre, da te, me ne rammento e questo
è degli obblighi miei forse il minore.
                     T'accheta; ecco Linceo.
l'incontro suo.
                            No. Già ti vide; e troppo
il fuggirlo è sospetto. Il passo arresta;
seconda i detti miei.
                                       (Che angustia è questa!)
vien sì pigro Linceo? Tanto s'affretta
sì poco a conseguirla?
                                         I miei sudori,
le cure mie, la servitù costante,
sotto i vessilli tuoi, della mercede,
signor, ch'oggi mi dai, degni non sono;
sol corrisponde al donatore il dono.
(Doppio parlar!)
                                 (Par che mirarmi, oh dio!
sdegni Ipermestra).
                                       (Ah che tormento è il mio!)
oggi più lieto, o prence.
                                            Anch'io sperai...
               Come nol sai?
                                           Signor...
                                                             Palesa
l'affanno tuo. Voglio saper qual sia.
Ipermestra può dirlo in vece mia.
No, tempo è di parlar. Dirmi tu dei
quel che tace Linceo.
                                        Ma... Padre... (Impaziente)
                                                                  Ah veggo
da una figlia sperar. Conosco, ingrata...
signor, per me; non merita Linceo
d'Ipermestra il dolor. Da sé mi scacci,
sdegni gli affetti miei, m'odi, mi fugga,
mi riduca a morir, tutto per lei,
tutto voglio soffrir; ma non mi sento
per vederla oltraggiar forze bastanti.
(Che fido amor! Che sfortunati amanti!)
Ipermestra sdegnar gli affetti tuoi,
                          Ah mio re, purtroppo è vero.
Non so veder per qual ragion dovrebbe
cangiar così.
                         Pur si cangiò.
                                                    Ne sai
                         Volesse il ciel. Mi scaccia
senza dirmi perché. Questo è l'affanno
ond'io gemo, ond'io smanio, ond'io deliro.
(Mi fa pietà).
                           (Nulla ei scoprì; respiro).
disperato morir, dimmi qual sia
almen la colpa mia.
                                     (Potessi in parte
consolar l'infelice).
                                    (In lei pavento
il troppo amor).
                               Bella mia fiamma, ascolta.
il mio nume maggior, nulla io commisi,
colpa io non ho. Se volontario errai,
con questo istesso acciar, con questa destra
voglio passarmi il cor.
                                          Prence... (A Linceo)
                                                            Ipermestra! (Temendo che parli)
                        (Che crudeltà! Non posso
né parlar né tacer).
                                     Né m'è concesso
che durar possa a questi assalti? Alfine
non ho di sasso il petto; e s'io l'avessi,
già sarebbe spezzato un sasso ancora.
E che vi feci, o dei? Perché a mio danno
sorti di pene? Ha il suo confin prescritto
la virtù de' mortali. Astri tiranni,
o datemi più forza o meno affanni!
Qual ignoto dolor, bella mia face?...
Io mi sento morir; voi m'uccidete.
Io mi perdo, o mio re. Quei detti oscuri,
quel pianto, quel dolor...
                                              Non ti sgomenti
d'una donzella il pianto. Esse son meste
spesso senza cagion ma tornan spesso
senza cagione a serenarsi.
                                                 Ah parmi
d'Ipermestra il dolor; né facilmente
si sana il duol d'una ferita ascosa.
Io ne prendo la cura. In me riposa. (Parte)
a serenarsi il ciel l'alma non spera;
la nube che l'ingombra è troppo nera.
Come! Di me già cominciò Linceo
                        Qual maraviglia? È forza
ch'ei cerchi la cagione onde Ipermestra
tanto cangiò. Mille ei ne pensa; in tutti
teme il nemico; e da' sospetti suoi
Danao esente non è.
                                       Mi gela, Adrasto,
quel dubbio ancorché lieve e passeggiero.
Mal si nasconde il vero; alfin traspira
per qualche via non preveduta. Un moto,
un accento, uno sguardo... Ah s'ei giungesse
una volta a scoprir...
                                       Questo periglio
vidi, prevenni e de' sospetti suoi
determinai già l'incertezza. Ei teme
per opra mia nel suo più caro amico
                        In Plistene. Un de' miei fidi
cominciò l'opra, io la compii. Dubbioso
a me corse Linceo. Me ne richiese;
io finsi pria d'esser confuso e poi
debolmente m'opposi e con le accorte
i sospetti irritai.
                                Ma qual profitto
speri da ciò?
                          Mille, signor. Disvio
ogni indizio da te; scemo la fede
se mai parlasse; e l'union disciolgo
di due potenti amici.
                                        È d'Ipermestra
Linceo troppo sicuro.
                                        Io l'ho veduto
già impallidir. La gelosia non trova
mai chiuso il varco ad un amante. È tale
che per tutto germoglia ove s'innesta.
ricusa d'ubbidir, possono appunto
questi sospetti agevolar la strada
al primo mio pensiero ed Elpinice
il colpo eseguirà.
                                 Senza bisogno
non s'accrescano i rischi. Il buon si perde
talor cercando il meglio.
                                             Io non pretendo
far noto ad Elpinice il mio segreto
pria del bisogno. Avrem ricorso a lei,
se ci manca Ipermestra. Intanto è d'uopo
disporla al caso e tocca a te. Va'; dille
che irato con la figlia or sol per lei
di padre ho il cor, ch'ella aspirar potrebbe
al retaggio real, che il grande acquisto
da lei dipende. Invogliala del trono,
rendila ambiziosa; e a me del resto
lascia il pensiero.
                                  Ubbidirò. Ma...
                                                                Veggo
Ipermestra da lungi. Ad Elpinice
t'affretta, Adrasto; usa destrezza e quando
tu la vedrai, di' che a me venga allora.
Signor pria di parlar pensaci ancora.
al mio padre, al mio re...
                                              Vieni; io mi deggio
molto applaudir di tua costanza. Invero
nell'accoglier Linceo.
                                        Signor, se giova
che tutto il sangue mio per te si versi,
se la patria è in periglio e può salvarla
il mio morir, vadasi all'ara; io stessa
il colpo affretterò. Non mi vedrai
impallidir sino al momento estremo.
Ma se chiedi un delitto, è vero, io tremo.
Linceo ti sta nel cor.
                                      Nol niego, io l'amo,
l'approvasti, lo sai. Ma il tuo comando
se ricuso eseguir, credimi, ho cura
più di te che di lui. Linceo morendo
termina con la vita ogni dolore.
Ma tu, signor, come vivrai, s'ei muore?
da' seguaci rimorsi, ove salvarti
da lor non troverai. Gli uomini, i numi
crederai tuoi nemici. Un nudo acciaro
se balenar vedrai, già nelle vene
ti parrà di sentirlo. In ogni nembo
il fulmine per te. Notti funeste
ai torbidi tuoi giorni. In odio a tutti,
tutti odierai, sino all'estremo eccesso
d'odiar la luce, d'abborrir te stesso.
Ah non sia vero. Ah non stancarti, o padre,
d'esser l'amor de' tuoi, l'onor del trono,
lo spavento de' rei. Cangia per queste
lagrime che a tuo pro verso dal ciglio,
amato genitor, cangia consiglio.
sento nel cor! Temo Linceo; vorrei
conservarmi innocente).
                                              (Ei pensa. Ah forse
la sua virtù destai. Numi clementi,
secondate quei moti).
                                          (È tardi. Io sono
già reo nel mio pensiero). Odi Ipermestra,
dicesti assai; ma il mio timor presente
vince ogni tua ragion. Veggo in Linceo
il carnefice mio. S'egli non muore,
pace io non ho.
                              Vano timor.
                                                      Da questo
vano timor tu liberar mi dei.
che ormai troppo resisti, e ch'io son stanco
di sì lungo garrir. Compisci l'opra;
io lo chiedo, io lo voglio.
                                             Ed io non posso
volerlo, o genitor.
                                  Nol puoi? D'un padre
così rispetti il cenno?
                                         Io ne rispetto
la gloria, la virtù.
                                 Temi sì poco
lo sdegno del tuo re?
                                       Più del suo sdegno
un fallo suo mi fa tremar.
                                                Tue cure
                      Perdona; io sentirei
mancarmi il core, irrigidir la mano.
m'abbandoni in tal guisa?
                                                 Ogn'altra prova...
No no; già n'ebbi assai. Veggo di quanto
son posposto a Linceo. Chi m'ha potuto
disubbidir per lui, per lui tradirmi
ancor potrebbe.
                               Io?
                                        Sì. Perciò ti vieto
di vederlo mai più. Pensaci. Ogn'atto,
ogni suo moto, ogni tuo passo, i vostri
pensieri istessi a me saran palesi.
Ei morrà, se l'ascolti. Udisti?
                                                      Intesi.
Nuova angustia per me. Come poss'io
evitar che lo sposo...
                                      Ah principessa,
pietà del tuo Linceo. Confuso, oppresso
com'or lo veggo io non l'ho mai veduto.
Se tarda il tuo soccorso, egli è perduto.
Che fa? Che pensa? Il mio ritegno accusa?
sventurata o infedel?
                                        Tanto io non posso
dirti, Ipermestra. Or più Linceo qual era
meco non è. Par che diffidi e pare
che si turbi in vedermi. Il suo dolore
forse sol n'è cagion. Deh lo consola,
or che a te vien.
                               Dov'è? (Con timore)
                                               Nelle tue stanze
ti cerca invan; ma lo vedrai fra poco
                            (Misera me!) Plistene,
soccorrimi, ti prego; abbi pietade
dell'amico e di me. Fa' ch'ei non venga
dove son io; mi fido a te.
                                               Ma come
posso impedir?...
                                  Di conservar si tratta
la vita sua. Più non cercar; né questo
ch'io fido a te sappia Linceo.
                                                     Ma l'ami?
Più di me stessa.
                                 Io nulla intendo. E puoi
lasciarlo a tanti affanni in abbandono?
Ah tu non sai quanto infelice io sono.
ha da temer Linceo? Perché non deggio
del suo rischio avvertirlo? E con qual arte
Ipermestra dov'è?
                                    Nol so. (Confuso)
                                                   Nol sai? (Turbato)
Era teco pur or.
                               Sì... Ma... Non vidi
dove rivolse i passi; e non osai
spiarne l'orme.
                              Il tuo rispetto ammiro. (Con ironia)
Rinvenirla io saprò. (Vuol partire)
                                       Senti. (Agitato)
                                                     Che brami?
Molto ho da dirti.
                                  Or non è tempo. (Vuol partire)
                                                                  Amico,
fermati; non partir.
                                      Tanto t'affanni
perch'io non vada ad Ipermestra?
                                                               Andrai.
Per or lasciala in pace.
                                          In pace? Io turbo
dunque la pace sua? Dunque tu sai
che in odio le son io.
                                       No.
                                                 Che ad alcuno
dispiaccia il nostro amor?
                                                 Nulla so dirti;
tutto si può temer.
                                    Senti, Plistene.
si trova alcun che a defraudarmi aspiri
un cor che mi costò tanti sospiri,
pensi solo a rapir, di' che paventi
tutto il furor d'un disperato amante.
ei non godrà del mio dolor, che andrei
sul tripode d'Apollo, in grembo a Giove.
(Son fuor di me).
                                  Così turbato in volto
perché trovo Linceo? Con chi ti sdegni?
Dimandane a Plistene; ei potrà dirlo (In atto di partire)
meglio di me. Seco ti lascio.
                                                    Ascolta. (Trattenendolo)
Abbastanza ascoltai. (In atto di partire)
                                        Linceo, perdona,
trattenerti degg'io.
                                    Ma sai che troppo
ormai, prence, m'insulti e mi deridi?
dell'antica amistà? Tutti i doveri
io ne so; gli rispetto; e ben tu vedi
se gran prove io ne do. Ma... poi...
                                                              Se m'odi,
un consiglio fedel...
                                     Miglior consiglio
io ti darò. Le tue speranze audaci
lusinga men; non irritarmi e taci.
Addio, cara Elpinice. (Partendo)
                                         Ove t'affretti?
Su l'orme di Linceo. (Partendo)
                                        Gran cose io vengo
                 Tornerò. Perdon ti chieggio;
per or l'amico abbandonar non deggio. (Parte)
l'alma mia non fu mai. M'alletta Adrasto
a novelli imenei. Ch'io vada a lui
m'impone il re. Col mio Plistene io voglio
parlarne, ei fugge. In così dubbio stato
chi mi consiglierà? Ma di consiglio
qual uopo ho mai? Forse non so che indegni
quei che Adrasto propone affetti avari?
per l'impero del mondo il proprio core;
ed una volta sola ardon d'amore.
Tanto ardisce Linceo?
                                          Non v'è chi possa
ormai più trattenerlo. Ei nulla ascolta,
veder vuole Ipermestra; e se la vede,
                       Vanne ed un colpo alfine
termini... Ah no. Troppo avventuro. Un'altra
via mi parrebbe... Ed è miglior. S'affretti
la figlia a me. (Alle guardie) Tu corri, Adrasto, e cerca
il prence trattener, finché Ipermestra
io possa prevenir. Venga egli poi;
                          Ma se la figlia amante...
Vanne; non parlerà. Compisci solo
tu quanto imposi.
                                   Ad ubbidirti io volo. (Parte)
Ecco al paterno impero...
                                               Olà, custodi,
celatevi d'intorno e a un cenno mio
siate pronti a ferir. (Le guardie si nascondono)
                                      (Che fia!)
                                                           Linceo (Ad Ipermestra)
ora a te vien.
                          L'eviterò.
                                              No. Crede
che tu per altri arda d'amor. Mi giova
molto il sospetto suo. Se vivo il vuoi,
disingannar nol dei.
                                       Ma tu vietasti...
Ed or ch'il vegga io ti comando. Ascoso
qui resto ad osservar. Se con un cenno
Già vedesti i custodi; il resto intendi.
che si muova a pietà? Che da me lunge
guidando il prence... Ah son perduta! Ei giunge.
Alfin, lode agli dei, tutto è palese
il mistero, Ipermestra. Intendo alfine
tutti gli enigmi tuoi; de' nuovi amori
tutta la storia io so. Sperasti invano
di celarti da me.
                                No, teco mai
celarmi io non pensai. So che t'è noto
troppo il mio cor, che mi conosci appieno,
che ingannar non ti puoi. (Capisse almeno!)
Purtroppo m'ingannai. Prima sconvolti
gli ordini di natura avrei temuti
che Ipermestra infedel. Tante promesse,
pegni di fé, teneri voti... E come,
cangiarti, abbandonarmi e non morire?
(Numi, assistenza. Io non resisto).
                                                                Ingrata!
Bel cambio inver per tanto amor mi rendi,
per tanta fé! Se fra' cimenti io sono,
non penso a' rischi miei; penso che degno
deggio farmi di te. Se qualche alloro
m'ottiene il mio sudor, non volgo in mente
che il mio n'andrà co' nomi illustri al paro,
ma che a te vincitor torno più caro.
non v'è gioia per me; non chiamo affanno
ciò che te non offende; ogni mia cura
da te deriva e torna a te; non vivo,
crudel, che per te sola; e tu frattanto
Sai ch'io morrò di pena e pure...
                                                            Ah taci; (Si trasporta)
prence, non più. Se d'un pensiero infido
son rea... (S’arresta vedendo il padre)
                    Perché t'arresti?
                                                    (Oh dio, l'uccido!)
Siegui, termina almen.
                                            Se rea son io (Si ricompone)
d'un infido pensier, da te non voglio
tollerarne l'accusa. Assai dicesti;
basta così; parti, Linceo.
                                              T'affanna
Più di quel che non credi, e d'un affanno
che spiegarti non posso.
                                             A questo segno
dunque son io?... Che tirannia! Mi lasci,
non hai rossor, non ti difendi, abborri
l'aspetto mio, non vuoi che a te m'appressi;
giungi sino ad odiarmi e mel confessi?
                           Addio per sempre. Io non so come
non mi tragga di senno il mio martire.
Addio. (Partendo)
                Dove, Linceo?
                                            Dove? A morire.
Che ho perduto il tuo cor? Ch'io son l'oggetto
dell'odio tuo? L'intesi già, lo vedo,
lo conosco, lo so. Voglio appagarti,
perciò parto da te. (Come sopra)
                                    Senti e poi parti.
E ben, che brami?
                                    Io non pretendo... (Oh dio!
Mi mancano i respiri). Io la tua morte
non pretendo, non chiedo. Anzi t'impongo
che tu viva, Linceo.
                                     Tu vuoi ch'io viva?
        Ma perché?
                                Perché se mori... Ah parti,
non tormentarmi più.
                                          Che vuol dir mai
cotesta smania tua? Direbbe forse
Dice sol che tu viva; altro non dice.
Ma, giusti dei, tu vuoi che viva e vuoi
dal cor, dagli occhi tuoi ch'io vada in bando?
E che deggio pensar?
                                         Ch'io tel comando.
Pure è così. Vuol che il mio braccio adempia
ciò che il tuo ricusò.
                                      Ma come indurre
te ad un atto sì reo, d'un'altra sposa
come Danao sperò?
                                      Ciò che si brama
mai difficil non sembra. Egli ha creduto
Linceo sedur con un geloso sdegno,
me con l'esca d'un trono.
                                               E che dicesti
a sì fiera proposta?
                                     Al primo istante
l'orror m'istupidì, poi mi conobbi
perduta in ogni caso. Impunemente
mai non si san simili arcani. Almeno
io mi studiai d'acquistar tempo e finsi
di volerlo ubbidir. Di me sicuro
ei non proccura intanto al reo disegno
un altro esecutor; fuggir poss'io;
posso avvertir Linceo.
                                          Parlasti a lui? (Con timore)
No; ma il dissi a Plistene. Ei dell'amico
corse subito in traccia.
                                           Ah che facesti,
sconsigliata Elpinice! A qual periglio
esponi il padre mio! Tanti finora
sospiri a' labbri miei, pianti alle ciglia;
             Ma, principessa, io non son figlia.
Va' per pietà, trova Plistene... È meglio
che al padre io corra e lo prevenga... Oh dio!
Il colpo affretterò... Vedi a che stato
m'hai ridotto, Elpinice.
                                            E pur credei...
Parlisi con Linceo. Corri, t'affretta;
ch'ei venga a me.
                                  Volo a servirti. (In atto di partire)
                                                               Aspetta.
Troppo arrischia, s'ei vien. De' sensi miei
l'informi un foglio. Attendimi; a momenti
          Non m'arrestar. (Come sopra)
                                         Linceo s'appressa.
Aimè! Se 'l vede alcun... Ma fra due rischi
scelgo il minor. Corri a Plistene intanto;
taccia, se non parlò.
                                      Che giorno è questo! (Parte)
Non creder già ch'io torni a te...
                                                           Vedesti
Plistene? (Con fretta e premura)
                    Il vidi e l'evitai.
                                                   (Respiro).
fra' labbri tuoi creduto avessi...
                                                          Il tempo
or manca, o prence. Io di lagnarmi avrei
ben più ragion di te. Fu menzognero
il tuo sospetto; ed il mio torto è vero.
della fé d'Ipermestra?
                                          Il chiedi! Ingrato!
dunque ha il tuo col mio cor? Dunque non sanno
il cammin di quest'alma? I miei pensieri
più non mi leggi in volto? I merti tuoi,
la fede mia più non conosci?
                                                     Ah dunque,
cara, tu m'ami ancor?
                                          S'io lo volessi,
non potrei non amarti. Ad altra face
non arsi mai, non arderò; tu sei
il primo, il solo, il sospirato oggetto
del puro ardor che nel mio sen s'annida;
vorrei prima morir ch'esserti infida.
Oh cari accenti! Oh mio bel nume!
                                                                E pure
solo un'ombra bastò...
                                          Lo veggo; è vero;
non merito perdon. Ma...
                                               Di scusarti
lascia il peso al mio cor. Sarà sua cura
di trovarti innocente. Or da te bramo
una prova d'amor.
                                    Tutto, mia speme,
                     Ma lo prometti?
                                                     Il giuro
                           Senza frappor dimore
fuggi d'Argo, se m'ami.
                                            E qual cagione...
Questo cercar non dei. Questa è la prova
ch'io domando a Linceo.
                                              Che dura legge!
Barbara, è ver, ma necessaria. Addio, (Vuol partire)
il piacer d'esser teco. Io perdo il frutto
del mio dolor, se più rimango.
                                                        E come?
Non cercar come io sto. Se tu vedessi
in che misero stato ora è il cor mio,
se tu sapessi... Amato prence, addio.
mai la cagion... Ma ciecamente io deggio
il comando eseguir.
                                      Pur ti ritrovo, (Affannato)
principe, alfin. Sieguimi, andiamo.
                                                                 E dove?
A punire un tiranno, a vendicarci
de' nostri torti. I tuoi seguaci, i miei
corriamo a radunar.
                                       Ma quale offesa...
Danao ti vuole estinto. Indur la figlia
a svenarti non seppe. Ad Elpinice
sperò di persuaderlo. Essa la mano
promise al colpo; e mi svelò l'arcano.
le angustie d'Ipermestra. In questa guisa
premia de' miei sudori...
                                               Or di vendette,
non di querele è tempo. Andiam.
                                                              Non posso,
caro Plistene. All'idol mio promisi
quindi partir; voglio ubbidirlo.
                                                          Udite.
Io gelo di timor.
                                Che fu?
                                                 S'invia
alle stanze del re, condotta a forza
fra' custodi, Ipermestra. O seppe o vide
Danao che teco ella parlò; né mai
sì terribile ei fu.
                                Contro una figlia
che potrebbe tentar?
                                        Tutto, o Linceo.
la teme accusatrice; ed è sicuro
coi deboli è furor.
                                  Plistene, accetto (Risoluto)
le offerte tue; le mie promesse assolve
il rischio d'Ipermestra.
                                            Eccomi teco
a vincere o a morir. (In atto di partire)
                                       Dove correte
così senza consiglio? Ah pria pensate
Ipermestra è in periglio e vuoi ch'io pensi?
Sai come io resto e abbandonar mi puoi?
deh proteggete il mio Plistene. È degno
della vostra assistenza. E quando ancora
d'una vittima i fati abbian desio,
risparmiate il suo petto; eccovi il mio.
Dove corri, o mio re?
                                        Fuor della reggia
un asilo a cercar.
                                 Chi ti difende
fral popolo commosso? Ogni momento
s'aggiungono i seguaci. In campo aperto
son pochi i tuoi custodi; e son bastanti
finch'io gente raccolga e a te ritorni.
Potrai tornar con la raccolta schiera?
                 A tutto pensai; fidati e spera. (Parte)
Sei contenta, Ipermestra? Al caro amante
sagrificasti il genitor. Trionfa
dell'opera sublime. Il tuo Linceo
ben grato esser ti dee d'una sì bella
prova d'amor. Le sacre leggi, è vero,
calpesti di natura; è ver, cagione
sei dello scempio mio; ma il primo vanto
fra le spose fedeli ai dì futuri.
Padre, t'inganni. Io non parlai.
                                                         Pretendi
di deludermi ancor? Non vidi io stesso
                            Ma non perciò...
                                                            T'accheta,
figlia inumana, ingrata figlia.
                                                       E credi?...
dell'odio tuo, che di veder sospiri
del sangue mio, che tollerar non puoi
Ah qual tumulto!
                                 Ogni soccorso è lungi;
cader degg'io. Le mie ruine almeno
Mora, mora il tiranno.
                                          Empi, fermate. (Opponendosi)
Lascia che un colpo alfin...
                                                 Sì; ma comincia (Si pone innanzi a Danao)
da questo sen. Per altra strada un ferro
al suo non passerà.
                                    (Che ascolto!)
                                                                È giusta
la pena d'un crudele.
                                        E voi chi fece
giudici de' monarchi?
                                          Il tuo periglio...
Questo è mia cura.
                                    È un barbaro.
                                                                È mio padre.
                           È il tuo re.
                                                 T'odia e il difendi?
Può toglierti la vita.
                                      Ei me la diede.
                       E vuoi, ben mio...
                                                         Taci. Tuo bene,
non osar di chiamarmi.
                                             Amor...
                                                             Se amore
sento rossor della mia fiamma antica.
                       Non è ver; son tua nemica.
(Chi vide mai maggior virtù?)
                                                         Linceo,
troppo tempo tu perdi. Ecco da lungi
mille spade appressar.
                                           Vieni, Ipermestra. (Con fretta)
Sieguimi almen.
                                 Non lo sperar; dal fianco
del padre mio non partirò.
                                                  T'esponi
al suo sdegno, se resti.
                                          E se ti sieguo,
complice a comparir.
                                        Ma la tua vita...
Ne disponga il destin. Meglio una figlia
spirar non può che al genitore accanto.
(Un sasso io son, se non mi sciolgo in pianto).
Prence, ognun ci abbandona; Adrasto arriva;
Salvati, amico; io vo' morir con lei. (Getta la spada)
dell'albergo real tutte le parti.
nell'inchiesta del reo. Da me sedotto
fu il prence a prender l'armi. Ei non volea.
Io che svelai l'arcano, io son la rea.
in sicuro già sei, senti una sposa.
Sposa, ma non temer di questo nome,
Non difendo Linceo; me stessa accuso.
a te sagrificarlo; al sagrifizio
sopravviver non so. Se i merti suoi,
se l'antica sua fé, se un cieco amore,
se le lagrime mie da te non sanno
ottenergli perdon, mora; ma seco
mora Ipermestra ancor. Debole, io merto
questo castigo; e sventurata, io chiedo
questa pietà. Troppo crudel tormento
la vita or mi saria; finisca ormai.
A salvarti bastò; fu lunga assai.
Non più, figlia, non più. Tu mi facesti
abbastanza arrossir. Come potrei
altri punir, se non mi veggo intorno
alcun più reo di me? Vivi felice,
vivi col tuo Linceo. Ma se la vita
dar mi sapesti, or l'opra assolvi e pensa
a rendermi l'onore. Il regio serto
passi al tuo crine e sul tuo crin racquisti
quello splendor che gli scemò sul mio.
ceder dell'universo a te l'impero;
renderei fortunato il mondo intero.
Or deposto il coturno, i vostri alfine
eccelsi sposi, io celebrar dovrei.
auspici sì gran numi, unisce insieme
virtù sì pellegrine, avviva in noi
tante speranze e tanti voti appaga
gela sul labbro al cominciar l'impresa.
v'è chi parla per me. Vedete intorno
come su' volti in cento guise e cento
il rispetto, l'amor. Quei muti sguardi
rivolti al ciel, quell'umide pupille
in cui ride il piacer, quelli d'affetto
insoliti trasporti, onde a vicenda
stringe l'un l'altro al sen, teneri eccessi
son del giubbilo altrui; son lieti auguri;
son lodi vostre. A quel silenzio io cedo
l'onor dell'opra. Un tal silenzio esprime
tutti i moti del cor limpidi e vivi;
e facondia non v'è che a tanto arrivi.

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