Metrica: interrogazione
411 settenari (recitativo) in Siroe R 
Figli, di voi non meno
un successore in cui
della real mia sede
che meco il soglio ascenda
Felice me, se pria
che in pace o fra le squadre
Tutta dal tuo volere
Amo in Siroe il valore,
la modestia in Medarse;
in te l'animo altero, (A Siroe)
temo che a nuovi sdegni
Ecco l'ara, ecco il nume;
e giuri al nuovo erede
(Che giuri il labbro mio?
«A te nume fecondo
s'offre Medarse e giura
Il tuo benigno raggio,
Amato figlio! Al nume,
Deh perché la mia pace
ancor non assicuri?
Questa ingiusta dubbiezza
Tu sai, padre, tu sai
Era avvezzo il mio core
quando udì il genitore
Tu sai di quante spoglie
Tu sai quante ferite
traeva in ozio imbelle
so ch'Emira la figlia
che sospirar ti vidi
Odio allor mi giurasti;
e s'Emira vivesse,
Appaga pure, appaga
Sconvolgi per Medarse
confuso tra la plebe
de' popoli vassalli
Chi sa? Vegliano i numi
Infino alle minacce,
E puoi senza arrossirti
Olà, così favella
oggi l'arbitro io sono?
Troppo presto t'avanzi
e per pentirsi al padre
Perché di tanto sdegno,
principi, vi accendete?
Ah cessino una volta
d'amor, di genio eguali
A placar m'affatico
gli sdegni del germano;
È suo costume antico
Quant'odio in seno accolga
                  Oh dio! M'oltraggi
Digli che adoro in lui
Bella Emira adorata.
Nessun ci ascolta e solo
a me nota qui sei.
Senti qual torto io soffro
Siroe che fa? Riposa
E allor che perde un regno,
Che posso far?
                             Che puoi?
il tuo trionfo affretta
Lo so. L'idolo mio,
ma son quella infelice
Oh dio! Per opra mia
e ingrata a tanti doni
Pensa, se tua mi brami,
da Emira essere accolto
immondo di quel sangue
Ed io potrei spergiura
pallida e sanguinosa
e fra le piume intanto
                     Dunque se vuoi
Senti, se il tuo mi nieghi,
Ah! Non son questi, o cara,
Qui l'odio ti conduce;
Io ti celai lo sdegno,
Oh quante volte, oh quante
E potrei lusingarmi
che s'abbassi ad amarmi, (A Siroe)
E rende amor sì poco
il suo labbro loquace?
Ma il silenzio del labbro
Eh Laodice, t'inganni.
D'Idaspe egli ha rossore.
Siroe rossor! Sinora
cangia affatto i costumi.
Rende il timido audace,
fa l'audace modesto.
Idaspe, e pur mi resta
Mai nel fidarsi altrui
(Che importuna!) Ah Laodice,
Se Cosroe, che t'adora,
e approva il nostro amore.
Ci tormentiamo invano,
tanto affetto in obblio.
la noia a te d'udirle,
a più vezzosi rai;
e se speri ch'io possa
E tollerar potrei
nell'affetto e nel regno
Arasse il mio germano
E se non godo a pieno,
Di te, germana, in traccia
Cosroe di sdegno acceso
mormorano le squadre.
Tu dell'ingiusto padre
svolgi, se puoi, lo sdegno;
che solo è di sé stesso
e che tutto in tributo
La caduta è vicina;
così cangiar Laodice?
Condannerà ciascuno
Non tradirò per lei
del molle sesso. Oh quanto,
quanto, donne leggiadre,
All'insidie d'Emira
si palesi il periglio
Che farò? S'ei mi vede,
dubiterà che venga
da voi difesa sia
Che da un superbo figlio
Un tuo figlio proccura
di renderlo contento,
Dell'amato Medarse
Purtroppo è ver. Tu vedi
Anche in amor costui
(Fu mio saggio consiglio
S'io preveder potea
E che di più funesto
cangiato in volto.
                                 Ah! Senti,
Dunque temer degg'io
Ei mente; a te mi trasse
ecco il braccio, ecco l'armi.
Vedi, amico, a qual pena (Dà il foglio ad Emira, la quale lo legge da sé)
tutto svelò.
                      Il germano
Dunque perché non scopri
Perfido, e in questa guisa
interrotto è il disegno;
Traditore, io vorrei...
Signor, de' sdegni miei (A Cosroe)
Perché son fido al padre,
io non rispetto il figlio.
che del tuo core indegno
Perciò taci e arrossisci,
Medarse, quel silenzio
Se un mentitor si cerca,
difesa né perdono.
E non è reo chi niega
al padre un giuramento?
Non è reo l'ardimento
del tuo foco amoroso?
Non è reo chi nascoso
io stesso ho qui veduto?
Non è reo chi ha potuto
quando seco io ragiono?
Anzi tutta confido
Scopri l'indegna trama
Ad anima più fida
tutta l'opra e 'l consiglio.
Avresti mai creduto
E qual viltade è questa
a un principe Laodice.
a sdegnarti con noi?
or lo vorresti oppresso.
Gli enigmi artifiziosi
figurandosi in essi
Non credo che sian tali
ma vo, quando l'ascolto,
Che funesto piacere
è mai quel di vendetta!
Figurata diletta
Lo so ben io che sento
così confusa io sono
figlio del tuo disprezzo,
io scoprirò l'inganno;
d'amorosa fra noi
Tu me l'addita; a quanto
Come quel di Laodice,
potessi almen lo sdegno
Ancor non sei contenta?
Vai forse al genitore
Ed io, crudel, che faccio
Sempre della vendetta
più giusta è la difesa.
La generosa impresa
Ma sai però qual sia
figli di due nemici,
Tu devi il mio disegno
Mio ben, t'arresta.
                                    Ardisci
e ti mostri a un istante
è nell'odio sepolto.
Parlami di furore,
Dunque così degg'io...
Mi vuoi reo, mi vuoi morto;
così sarà contenta. (In atto di partire)
Va' pur, va', traditore,
chi troverà più fede. (Vuol partire)
Il mio sangue si chiede,
                    Contro un mio fido
se la ritardi adesso.
Non curo uomini e dei;
(Difendetelo, o numi).
Invan cerchi un riparo
Perché fuggir?
                             La fuga
Pochi istanti di vita
Necessaria a' tuoi giorni
Forse incontro al tuo fato
Io tradirlo?
                       In ciascuno
(Forse crede a' sospetti
io son dell'onor mio.
Io traditore! Oh dio!
Finché si scopra il vero,
Prima dall'alma sgombra
poscia per tuo riparo
No no; ripiglia il brando.
di novelli sospetti
Anzi voglio che Idaspe
        Sì.
                Chi m'assicura
E solo esser tu dei.
Fra le reali guardie
Non è piccola sorte
E opporsi a due regnanti
Atroce ma sicuro
perde tutto il vigore
dunque per tua salvezza
Volentier gli abbandono
Sarò felice appieno,
se può la mia ferita
Sento per tenerezza
Più dubitar non posso.
per lui mi parla in petto
Chi ricusa un'aita
Disperato e non forte,
un zelo che fomenta
L'ira del fato avaro
L'alma che in me s'annida,
più che felice e rea,
Un'innocenza obblia
Ad onta ancor di questa
Il popolo e le squadre
Son già quasi sicure
qui venir Cosroe e forse
poter senza compagno
sapresti il mal talento.
T'inganni; a me non spiace
favellar te presente;
nelle vicine stanze
Resti se vuol.
                          No, teco
Siedi, Siroe, e m'ascolta. (Siede)
Mi vuoi padre? Vedrai
Giudice vuoi ch'io sia?
Posso sperar dal figlio
Ti perdono e t'abusi
e mentre il mio timore
Che più? Medarse istesso
Vedi da quanti oltraggi
altra emenda non chiede
(Veggio Siroe commosso.
Odi, Siroe. Se temi
Se tu non sei, ti dono,
                  Quando sicuri
              Non ti rammenti
Spiegati e ricomponi
Al nome di Laodice
Dubbioso ancor ti veggio?
Perfido, alfin tu vuoi (S’alza)
Che più da me vorresti?
Ti scuso, ti perdono,
ti richiamo sul trono;
colei che m'innamora
La mia morte, il mio sangue
solo e senza soccorso
E chi tant'ira accende?
Così senza difesa
Signor, se amai Laodice,
con novelli spergiuri.
Questa è l'ultima volta
Oh Persia avventurosa,
se imitando la sposa
di sceglier me presente
e vo fra le ritorte
tormentarmi finora.
ora dipende, Idaspe,
Di Siroe, a quel ch'io sento,
senza noia Laodice
Dunque l'ami?
                              L'adoro.
E speri la sua mano...
             Del tuo sembiante,
                Sì; chi mai puote
quelle vermiglie gote,
le labbra coralline,
il bianco sen, le belle
qual fuoco ho in petto accolto,
E tacesti...
                     Il rispetto
Amarti non poss'io.
Siroe si perde.
                             Il cielo
La tua crudel sentenza
riderti de' miei danni.
Sì diversi sembianti
Amo Siroe e mi pento
Così sempre il mio core
No no; voglio che mora.
Abbastanza finora
Signor, chi t'assicura
Sollecito e nascosto
Vedrai gelar lo sdegno,
Ubbidirò con pena;
e sa ben la mia fede
Finché del ciel nemico
io non provai lo sdegno,
Ma quando il conservargli
per le aperte ferite
Misera me, che intendo!
E che facesti mai?
Che feci? Io vendicai
i tuoi torti ed i miei.
Nell'amor tuo giammai
                   Amore invano
Sì, Cosroe, ecco la rea;
Viva chi t'innamora?
È reo di fellonia;
ch'io temeraria sono,
sembianze sfortunate,
se placarti non sanno?
Fin della Persia al trono
Ho mille cure in petto,
ti conosco infedele
Dunque alle mie preghiere
Chiedendo la sua vita,
Vediam fin dove giunge
Minaccia in ogni lato
co' fremiti confusi
fatti arditi e veloci
Se ancor pochi momenti
                 Già il fido Arasse
la sentenza funesta;
Che mai dirà la Persia?
amor de' tuoi vassalli,
terror de' tuoi nemici;
l'armi tue vincitrici
colà sul ricco Gange,
le leggi di natura,
Deh con miglior consiglio...
figlio che di te degno
dalle paterne imprese
che fu bambino ancora
So che a pugnar qualora
ed ei lieto e sicuro
né il sanguinoso lume
Vado? Risolvi. Or ora
sul moribondo labbro
Va', tiranno, e dal petto,
Sazia il furore interno,
torna di sangue immondo,
Finsi finor ma solo
Empio, che mi facesti?
Lo sposo m'uccidesti,
Sappi ch'ei ti difese
ch'ogni accusa è fallace.
Serba, Arasse, al mio sdegno,
Olà, deponi...
                           Io stessa
d'un'alma disperata
Perché tu resti afflitto
Ho nemici i vassalli,
Perché tacerlo al padre
la sua pietà di nuovo
di forza la pietade.
Quella dal nostro e questa
Siroe dov'è?
                         Fra' lacci
attende la sua morte.
i miei fidi raccorre,
si crede estinto, avremo
Andiamo. Ah vien Medarse.
e mi vuoi lieto, Idaspe?
E liberar vorresti
Non so. Dubbia e confusa
Nulla seppi.
                        Saranno
De' tuoi disegni avrai
Se la strada del trono
quest'aita permette
Son stanco, ingiusti numi,
così bilancia Astrea,
Ed Emira fra tanti
Se del mio fato estremo
per così bella morte
Senti Emira qual sia.
mel tolsero i custodi.
È lieve pena a un reo
seco il mio sdegno antico.
quasi a morte mi trasse.
E Idaspe è così infido
Sento, né so che sia,
se speri alcun riparo...
quando a te m'abbandono?
                       Traditori,
verranno ad un mio grido
Vieni, Siroe.
                         Ah difendi,
                        Dipende (A Siroe)
Libero è il varco; e lascio
Dell'amica fortuna
non si trascuri il dono.
È pur vero, idol mio,
Siroe, già so qual sorte
Ah con mio danno imparo
Chi si fida alla colpa,
Chi alla virtù s'affida,
Vinto ancor non son io.
Io vivo e posso ancora
Libero il prence io volli,
non fa la mia discolpa,
E perché quindi il trono
fu da' prim'anni inteso,

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