Metrica: interrogazione
122 settenari (pezzi chiusi) in Olimpiade R 
   Superbo di me stesso
andrò, portando in fronte
quel caro nome impresso
come mi sta nel cor.
   Dirà la Grecia poi
che fur comuni a noi
l'opre, i pensier, gli affetti
e alfine i nomi ancor. (Parte)
   Oh care selve, oh cara
felice libertà!
   Qui se un piacer si gode,
parte non v'ha la frode;
ma lo condisce a gara
amore e fedeltà.
   Oh care selve, oh cara
felice libertà!
   Qui poco ognun possiede;
e ricco ognun si crede;
né più bramando impara
che cosa è povertà.
   Oh care selve, oh cara
felice libertà!
   Senza custodi o mura
la pace è qui sicura,
che l'altrui voglia avara
onde allettar non ha.
   Oh care selve, oh cara
felice libertà!
   Qui gl'innocenti amori
   Tu di saper proccura
dove il mio ben s'aggira,
se più di me si cura,
se parla più di me.
   Chiedi se mai sospira,
quando il mio nome ascolta,
se 'l proferì talvolta
nel ragionar fra sé. (Parte)
   Ne' giorni tuoi felici
ricordati di me.
   Perché così mi dici,
anima mia, perché?
   Taci, bell'idol mio.
Parla, mio dolce amor.
tu mi trafiggi il cor.
   (Veggio languir chi adoro
né intendo il suo languir).
   (Di gelosia mi moro
e non lo posso dir).
   Chi mai provò di questo
affanno più funesto,
più barbaro dolor?
   Che non mi disse un dì?
Quai numi non giurò?
E come, oh dio! si può,
come si può così
   Tutto per lui perdei,
oggi lui perdo ancor.
Poveri affetti miei!
Questa mi rendi, amor,
   Siam navi all'onde algenti
lasciate in abbandono;
impetuosi venti
i nostri affetti sono;
ogni diletto è scoglio;
tutta la vita è mar.
   Ben, qual nocchiero, in noi
veglia ragion; ma poi
pur dall'ondoso orgoglio
si lascia trasportar. (Parte)
   So ch'è fanciullo Amore
né conversar gli piace
con la canuta età.
   Di scherzi ei si compiace;
si stanca del rigore;
e stan di rado in pace
rispetto e libertà. (Parte)
   Tu me da me dividi,
barbaro, tu m'uccidi;
tutto il dolor ch'io sento,
tutto mi vien da te.
   No, non sperar mai pace.
Odio quel cor fallace;
oggetto di spavento
sempre sarai per me. (Parte)
   Gemo in un punto e fremo;
fosco mi sembra il giorno;
ho cento larve intorno;
ho mille furie in sen.
   Con la sanguigna face
m'arde Megera il petto;
m'empie ogni vena Aletto
del freddo suo velen. (Parte)
   Caro, son tua così
che per virtù d'amor
i moti del tuo cor
   Mi dolgo al tuo dolor;
gioisco al tuo gioir;
ed ogni tuo desir
   Lo seguitai felice,
quand'era il ciel sereno;
alle tempeste in seno
voglio seguirlo ancor.
   Come dell'oro il fuoco
scopre le masse impure,
scoprono le sventure
de' falsi amici il cor. (Parte)
   Son qual per mare ignoto
naufrago passeggiero,
già con la morte a nuoto
ridotto a contrastar.
   Ora un sostegno ed ora
perde una stella; alfine
perde la speme ancora
e s'abbandona al mar. (Parte)
   Nube così profonda
non può formarsi mai
che le tue glorie asconda,
che ne trattenga il vol.
   Saria difficil meno
torre alle stelle i rai,
a' fulmini il baleno,
la chiara luce al sol.

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