Metrica: interrogazione
74 ottonari in Temistocle R 
   Al furor d'avversa sorte
più non palpita e non teme
chi s'avvezza, allor che freme,
il suo volto a sostener.
   Scuola son d'un'alma forte
l'ire sue le più funeste,
come i nembi e le tempeste
son la scuola del nocchier. (Parte)
   Basta dir ch'io sono amante
per saper che ho già nel petto
questo barbaro sospetto
che avvelena ogni piacer.
   Che ha cent'occhi e pur travede,
che il mal finge, il ben non crede,
che dipinge nel sembiante
i deliri del pensier. (Parte)
   Quando parto e non rispondo,
se comprendermi pur sai,
tutto dico il mio pensier.
   Il silenzio è ancor facondo
e talor si spiega assai
chi risponde col tacer. (Parte)
   Serberò fra' ceppi ancora
questa fronte ognor serena;
è la colpa, e non la pena,
che può farmi impallidir.
   Reo son io; convien ch'io mora,
se la fede error s'appella;
ma per colpa così bella
son superbo di morir. (Parte)
   L'ire tue sopporto in pace,
compatisco il tuo dolore;
tu non puoi vedermi il core,
non sai come in sen mi sta.
   Chi non sa qual è la face,
onde accesa è l'alma mia,
non può dir se degna sia
o d'invidia o di pietà. (Parte)
   Ora a' danni d'un ingrato
forsennato il cor s'adira;
or d'amore in mezzo all'ira
ricomincia a palpitar.
   Vuol punir chi l'ha ingannato;
a trovar le vie s'affretta;
e abborrisce la vendetta
nel potersi vendicar. (Parte)
   Ah frenate il pianto imbelle;
non è ver, non vado a morte;
vo del fato, delle stelle,
della sorte a trionfar.
   Vado il fin de' giorni miei
ad ornar di nuovi allori;
vo di tanti miei sudori
tutto il frutto a conservar. (Parte)
   Ah si resti... Onor mi sgrida.
Ah si vada... Il piè non osa.
Che vicenda tormentosa
di coraggio e di viltà!
   Fate, o dei, che si divida
l'alma ormai da questo petto;
abbastanza io fui l'oggetto
della vostra crudeltà. (Parte)
   Non tremar, vassallo indegno;
è già tardo il tuo timore;
quando ordisti il reo disegno
era il tempo di tremar.
   Ma giustissimo consiglio
è del ciel che un traditore
mai non vegga il suo periglio
che vicino a naufragar. (Parte)
   Quando un'emula l'invita,
la virtù si fa maggior,
   qual di face a face unita
si raddoppia lo splendor.

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