Metrica: interrogazione
774 endecasillabi (recitativo) in Nitteti H 
Oimè! Già spunta il sol. Sa pur che il padre
sollevato sarà; sa che a momenti
in Canopo s'attende. Ah se all'arrivo
d'Amasi ei qui non è, quali per lui,
quali scuse addurrò? Tanta imprudenza
io non so perdonargli. Ah lo saprei,
gli astri, come per lui, fossero amici.
son secoli i momenti; e sono istanti
i lunghi giorni ai fortunati amanti.
gli fuggon l'ore e non s'avvede... Un legno (Sammete approda e scende dal battello ed Amenofi gli va incontro)
parmi che approdi. Ah lode al ciel! Ma prence,
che più tardi? Che fai? Le rozze spoglie
corri, corri a deporre. I precursori
tutta in moto è Canopo; ho palpitato
assai finor per te.
                                  Son disperato.
Perché, Sammete? Onde l'affanno?
                                                                 Oh dio!
Beroe gli affetti tuoi?
                                         Beroe è perduta.
Perduta! Oimè! Come? Che dici?
                                                              Invano
ne corsi in traccia. Alla capanna, al bosco
mille volte tornai; quel caro nome
replicai mille volte e sempre invano.
forse Beroe ha scoperto e a te s'invola.
è più funesto assai. Da un fuggitivo
timido villanello intesi alfine
fu da gente crudel Beroe rapita.
ei l'asserì.
                     Non so pensar... Ma fugge,
Sammete, il tempo. Ah le tue spoglie usate
vanne a vestir. Questo real soggiorno
per Dalmiro non è.
                                     Vado e ritorno.
è dover l'assistenza ai fidi amici.
confondi i sensi e la ragion disarmi!
Ma... Quai ninfe! Qual armi! Oh dei, Nitteti!
D'Aprio la figlia! Il mio tesoro! Ah donde
donna real? Che fu? Perché d'armati
cinta così?
                      Nol so. Vittima io vengo
forse del nuovo re. Dal bosco, in cui
io m'ascondea da lui, qui tratta a forza
son con l'ospite mia.
                                       No; t'assicura;
Amasi non trascorre a questi eccessi.
del mio caso avvertir).
                                           Di questa schiera
qual è il duce e dov'è?
                                          Bubaste ha nome;
va incontro al re.
                                 Raggiungerollo. Or ora
in libertà sarai; ne son sicuro.
(Le smanie di Dalmiro io mi figuro).
del tuo bel cor questa non è. Son grata,
                    Ah no, non mi conosci; io sempre...
Sappi... Tu sei... Sperai... (Barbaro amore,
tu m'annodi la lingua al par del core).
Nitteti, ah per pietà, fedel compagna
se m'avesti finor, s'è ver che m'ami,
se grata pur mi sei, deh fa' ch'io possa
a' miei boschi tornar. Ah per quei boschi
invan mi cercherà! Da' suoi trasporti
troppo fido è quel core e troppo è mio.
Non tante smanie, amata Beroe, andrai;
farò tutto per te. Ma della sorte
con più costanza a tollerar t'insegno.
maestra di costanza anch'io sarei.
non eguagliano i tuoi?
                                          V'è gran distanza.
ma in Canopo è Sammete e non Dalmiro.
la debolezza mia; Sammete adoro;
la speme sol di riveder quel volto,
quel caro volto ond'è il mio core acceso,
di mie catene alleggerisce il peso.
per consolarti; e vuoi che un ben ch'io perdo
affliggermi non debba?
                                             Ah, se vedessi
il mio Sammete, approveresti assai
la mia tranquillità.
                                    Se fosse noto
Dalmiro a te, condanneresti meno
l'intolleranza mia.
                                   Nitteti, arriva
scorgetela, o custodi. (Espone e parte)
                                        Amica, addio.
Così mi lasci! Io che farò?
                                                 T'accheta,
amata Beroe; a me ti fida e credi
che Sammete sia mio che tuo Dalmiro.
son pur nuovi per me! Dovunque io miro...
Ecco deposte alfin... (Si veggono e si guardan fissamente alcuni istanti senza parlare)
                                       Beroe!
                                                      Dalmiro!
A che vieni? Ove vai?
                                         Che strano evento
ti trasforma in tal guisa agli occhi miei?
Parla; che fu? Dov'è il pastor? Chi sei?
Tutto, ben mio, dirò...
                                          Prence, Sammete,
giunge il real tuo genitor.
                                                (Sammete! (Sammete confuso)
Misera me!) (Beroe colpita dalla sorpresa del nome)
                          Verrò. (Come sopra)
                                        Corri; potria
prima giungere il re.
                                        Verrò; t'invia. (Con impazienza ad Amenofi che parte)
Tu sei prole d'un re? Dunque finora
spoglia, nome, costumi e forse affetto?
d'un cor che offerto interamente in dono...
Barbaro!... Ingrato!...
                                        Anima mia, perdono.
che fra rustici giuochi in finte spoglie
a mischiarmi m'indusse. In quelle, il sai,
Ti piacqui, mi piacesti e il grado mio
ti celai per timor. So che in amore
gran nodo è l'eguaglianza; io volli prima
un amante pastor renderti caro
ed un principe amante offrirti poi.
Or non t'inganna; ha su le labbra il core;
accettami qual vuoi, prence o pastore.
Ah Sammete! Ah non più! Sorgi; io trascorsi
troppo con te. Dal mio dolor sorpresa
il mio prence insultai; perdona il fallo
all'eccesso, o signor, d'un lungo affetto.
Per pietà, mio tesoro, ah men rispetto! (Con enfasi affettuosa)
tutte le colpe mie; morir mi fai
parlandomi in tal guisa.
                                             Ah! Che or tu sei...
Il tuo fedele.
                         Ah! Che or son io...
                                                              La mia
unica speme.
                           Oh dio! (Piange)
                                            Tanto ti spiace
che in real prence il tuo pastor si cangi?
No; lo merti, cor mio.
                                         Dunque a che piangi?
se sian doglia o piacer dir non saprei.
Quando penso che sei qual d'esser nato
degno ognor ti credei, lagrime liete
verso dagli occhi e ti vorrei Sammete;
or non son più di te, col ciel m'adiro;
piango d'affanno e ti vorrei Dalmiro.
l'eccesso in me degli amorosi affanni,
vegga Beroe, l'ascolti e mi condanni.
voglio teco morir. No, non potrei
lasciarti, anche volendo, in abbandono.
o principe o pastor sarò... sarai...
Amasi sarà giunto.
                                    È vero. Addio.
Ma... siamo in pace?
                                       Sì.
                                               Del tuo perdono
mi posso assicurar?
                                      Sì, caro.
                                                       Ottengo
Tutti. Ah parti.
                              E tu sei...
                                                  Son quel che vuoi.
Sembran sogni i miei casi. Ancor non posso
a me stessa tornar. Sappia Nitteti
le mie felicità. Si sveli a lei
che Sammete in Dalmiro... Eterni dei!
Or mi sovviene; ella l'adora ed io
finor nol rammentai! Ma in tal sorpresa
se di me mi scordai, come di lei
rammentar mi potea? Stelle! Io mi trovo
d'un'amica rival! Che far? Se parlo,
tradisco l'amistà. Potrei con arte
senza tradir... No; chi ricorre all'arti,
benché ancor non tradisca, è sul cammino;
l'artificio alla frode è assai vicino.
popoli al ciel diletti, i miei sudori
o la vinta Pentapoli o Cirene;
il soglio ad occupar mi dà valore
che spero in ogni cor. Tenero padre
ah mentre io veglio a rendervi felici,
figli, implorate a chi donaste il trono
vigor, virtù che corrisponda al dono. (Siede)
Signor, t'arride il ciel. L'unica prole
che estinta si credea, colà del Nilo
da noi scoperta in su l'opposta riva,
ecco al tuo piede e prigioniera e viva. (Additando Nitteti)
Come! Nitteti! In così vili spoglie (S’alza e scende)
l'egizia principessa!
                                      Illustri assai
eran per me, se dalle tue catene
m'avessero difeso.
                                    Ah quai catene?
forse che Amasi è il re? Da che nascesti,
nella reggia paterna innanzi agli occhi
forse ognor non ti fui? Quali osservasti
segni in me d'alma rea? No, non può darsi
insulto più crudel del tuo timore.
Oh magnanimo!
                                Oh grande!
                                                       Amasi, il sai,
fu real la mia cuna; e, se pretendo
evitar d'esser serva, io non t'offendo.
dell'albergo reale in vece mia
scorgi Nitteti.
                           Ubbidirò. (Che pena!
Beroe mi attenderà).
                                        Bubaste, amici,
che raggiungervi io possa. Aperti a lei
si rispetti, si onori e i cenni suoi,
come a me lo saran, sian legge a voi.
Signor, non più; questa è vendetta.
                                                                 È vero,
m'oltraggiasti; son punto; e a vendicarmi
appena incominciai. Maggior vendetta
dall'offeso mio cor, Nitteti, aspetta.
Amenofi, ove vai? (Ad Amenofi che volea seguitar Nitteti)
                                    Come imponesti,
sieguo Nitteti.
                            No; ferma; vogl'io
parlarti, o prence.
                                   Adoro il cenno. (Oh dio!) (Guardando con tenerezza presso Nitteti)
Di gran fede ho bisogno; e tanta altrove
come in te non ne spero. Io l'ammirai
pria che farti ribelle al tuo signore,
discacciar ti lasciasti. Atto sì grande
tanto m'innamorò che, se mi avesse
lasciata il ciel la figlia Amestri, a lei
ti ambirebber consorte i voti miei.
non è premio, è dover. Col poter mio,
Amenofi, misura ogni tua brama;
Amasi regna e ti conosce e t'ama.
Troppo, signor...
                                Taci, m'ascolta e giura
silenzio e fedeltà.
                                  Tutti ne impegno
vindici i numi.
                              Or di'. D'Aprio nemico
tutto, signor, con me l'Egitto.
                                                      E tutto
con te s'inganna. Ebbe l'inganno, è vero,
giusti principi. Io difensor di lui,
divenni condottier. Ma questo un cenno
fu d'Aprio istesso. Ecco il suo foglio. Ogni altro
rimedio disperando, ei volle almeno
evitar che rapina in mano altrui
fosse il suo regno; e nella mia lo rese
deposito sicuro.
                               Oh stelle!
                                                   Il cielo
secondava il mio zel, quando sorpreso
fu il misero mio re. Sentì vicini
gl'istanti estremi; a sé chiamommi; io corsi
al suo nascosto albergo e pieno il volto
già di morte il trovai. Mi strinse al petto;
s'intenerì; la sua perduta figlia
cercar m'impose, e al figlio mio trovata
darla in isposa. Io lo giurai piangendo.
Ei di più dir volea ma freddo intanto
mi cadde in braccio e mi lasciò nel pianto.
deggio e voglio adempir; ma temo avversa
l'indole del mio figlio. Il sai, non parla
mai d'imenei; non v'è beltà che giunga
a riscaldargli il cor. Fugge la reggia;
sol fra boschi s'aggira; e tutti sono
valli, monti e campagne i suoi pensieri.
Di correggerlo è d'uopo; e giova a questo
più l'amico che il padre. Io fausti i numi
implorerò; tu d'ammollir proccura
quel duro cor. Vanta Nitteti, esalta
la sua beltà, la sua virtù. S'ei cede
per tuo consiglio all'amorosa face,
io, caro prence, io ti dovrò la pace.
                     Più non tardiam; non v'è riposo
per me, se il giuramento io non adempio.
Corri, amico, a Sammete; io vado al tempio.
folli speranze, in pace. Alfin vedete...
Ov'è, signor... perdona... ov'è Sammete?
Beroe sei tu delle vicine selve
Quella Beroe son io.
                                      Beroe infelice!
un consiglio fedel. Fuggi la reggia;
ritorna a' boschi tuoi.
                                         Ma tu chi sei?
Perché fuggir degg'io?
                                           Del tuo Dalmiro
l'amico io son; tu dei fuggir, se in braccio
d'altra veder nol vuoi. Sposo a Nitteti
l'ha destinato il padre.
                                           Oimè! Consente
Sammete al nodo?
                                    E come opporsi il figlio
ad un re genitor?
                                  Dunque...
                                                       È vicino
del fatale imeneo.
                                   Morir mi sento. (Piange)
Tu piangi e n'hai ragion. Dal caso mio,
bella ninfa, io misuro... Ah sappi... Addio... (Parte)
Misera! Ah qual novella! Ah qual mi stringe
gelida mano il cor! No; più funeste
Beroe, idol mio, pur ti raggiungo alfine. (Allegro molto)
(Che giubbilo crudel!)
                                           Di mia tardanza
colpa non ho. Presso a Nitteti il padre
finor mi volle.
                            (Ah questo è troppo! Ostenta
in faccia mia l'infedeltà).
                                               Tu piangi!
Perché? Che avvenne, anima mia?
                                                                Ma basta;
prence, signor, non insultarmi. Assai
Ah per pietà, se la conosci, imponi
un piccol legno all'altra sponda. Almeno
lungi dagli occhi tuoi morir vogl'io.
Bramar la morte! Io che ti feci? Ah parla;
non m'uccider così, Beroe vezzosa.
mi torni innanzi? E l'idol tuo mi chiami?
Se intendo i detti tuoi, m'atterri, o cara,
un fulmine del ciel.
                                     Che! Non dicesti
tu stesso or or che per voler del padre
il padre mio. Qual mentitor ti venne
a recar tai novelle?
                                    Un che si vanta
tuo vero amico; e di Dalmiro il nome
meco ti diè.
                        Stelle! Amenofi? Ah dunque (Si turba)
fola non è. Ma si spiegò? Ti disse
onde il sapea?
                            No; ma parlò sicuro.
ai numi, a te, del minacciato nodo
nulla seppi finora; e ingiusta sei,
Vuoi che non tema e mi conosci amante?
No, temer tu non dei. Tuo mi promisi
e tuo, Beroe, io sarò.
                                       Ma come al cenno
d'un padre opporti?
                                       Io so per me qual sia
del genitor la tenerezza. Ah lascia,
lasciane a me tutta la cura. Ah solo
di' se in fronte una volta il cor mi vedi,
se sei tranquilla e se fedel mi credi.
ma che potrà lo sventurato in faccia
ad un padre che alletta, a un re che sforza,
a un merto che seduce? Il grado mio,
gli altrui consigli... il suo decoro... oh dio!
son fuor di me!
                              Che avvenne?
                                                          Ogni mia speme
M'offre il padre a Sammete, ei mi ricusa.
potuto immaginar? Come io mi sento
dirti, amica, non so. L'amore offeso,
la vergogna, il disprezzo... Audace! Ingrato!
(Mi fa pietà).
                           Qualche segreto affetto,
credimi, mi prevenne.
                                           (È un tradimento
il mio silenzio).
                               Ah conoscessi almeno
la felice rivale! Almen...
                                             Perdona,
amata principessa, il fallo mio.
Perdon! Di che?
                                La tua rival son io.
            Che? T'ama Sammete?
                                                        Il credo.
                                                                          E l'ami?
Più di me stessa.
                                 E il tuo Dalmiro?
                                                                   È un solo
e Dalmiro e Sammete.
                                           E tu, superba,
vai degli affetti miei...
                                          Sempre un pastore
l'ho creduto finor. Sempre...
                                                     Ah Nitteti,
mi copre di rossor. Ma re, ma padre
non son, se a vendicarti...
                                                Eh del tuo sdegno,
gran scusa ha il reo; la mia rivale è questa. (Con ironia amara)
le grazie di quel volto e assolvi il figlio. (Parte)
(Tremo da capo a piè). (Timida e confusa)
                                            T'appressa. (Esaminandola fissamente ma senza sdegno)
                                                                   (Oh dio!)
                   È Beroe.
                                     Ove nascesti?
                                                                Io nacqui
che adombrano del Nil l'opposta sponda.
nota ti rese?
                         In rozze lane avvolto,
danze innocenti io non so quale il trasse
curioso desio. Mi vide; il vidi;
dimandò la mia fede; io la giurai.
Stelle, la fede tua! Sposa tu sei? (Con premura)
nella reggia ei s'offerse agli occhi miei,
alfin conobbi e di morir credei.
Come tu nella reggia?
                                          I tuoi guerrieri
mi trasser con Nitteti.
                                          Or odi. Io scuso, (Con umanità)
Beroe, la tua semplicità; ma pensa
ch'or tuo dovere...
                                   Il mio dover, signore,
purtroppo io so. Non me ne scemi il merto
l'eseguirlo per cenno. A regie nozze
l'aspirar saria colpa; io ti prometto
che rea non diverrò. Scacciar Sammete
dovrei dal core, il so, mio re; ma questo
non posso offrir; t'ingannerei; conosco
che l'amerò finch'io respiri. Ah forse
t'offende l'amor mio. Deh non turbarti;
sarà breve l'offesa. Io già mi sento
morir d'affanno. Oh avventurosa morte! (Piangendo)
figlio sì caro e genitor sì degno.
Ma sei tu pastorella? Ove apprendesti
a spiegarti, a pensar? Quanto han le reggie
di grande, di gentil, quanto han le selve
d'innocenza e candor congiunto io trovo
mirabilmente in te. Deh non celarti;
chi sei? Chi t'educò?
                                        Qualunque io sono,
d'Inaro il padre mio deggio alla cura.
E ha saputo un pastor...
                                             Sempre ei pastore,
signor, non fu. Visse già d'Aprio in corte
ed è lo stato suo scelta e non sorte.
arbitro ancor del mio voler! Qual altra
più degna sposa al figlio mio... Ma voglio
farti, o Beroe, felice. A tuo talento
chiedi grandezze, onori; un degno sposo
fra' miei più cari e più sublimi amici
scegli a tua voglia...
                                     Ah giusto re, che dici?
Io promettermi ad altri! Ogni promessa
speranza ancor...
                                 Non resterà. Ti puoi
darà di sé mallevadore un nume.
                Ad Iside offrirmi e fra le sacre
vergini sue ministre il resto io voglio
de' miei giorni celar. Là, sempre intesa
farò la mia felicità. Divisa
da chi solo adorai, perch'ei t'imiti,
stancherò co' miei voti almen gli dei.
Ah Beroe! Ah figlia! Io fuor di me mi sento (Con trasporto di tenerezza)
di tenerezza e di pietà. Chi mai
Chi più candido cor? Sammete, ah vieni. (Vedendo Sammete)
Vieni. Non arrossirti; esser superbo
puoi del tuo amor. T'appressa pur; ti lascio,
ti fido a lei; l'ascolta; e, se finora
quel labbro in questo dì ti dia consiglio.
il nostro amor palese?
                                          Ei da Nitteti,
ella il seppe da me.
                                     Più amabil padre
trovar si può! Non tel diss'io? Conosce
gli affetti miei; di te mi lascia a lato;
prenda consiglio in questo dì mi dice.
Oh padre! Oh caro padre! Oh me felice!
(Beroe, costanza).
                                   E tu non parli?
                                                                 Ammiro,
principe, il tuo bel cor. Per un tal padre
riconoscenza tua. Dimmi; non merta
un sì buon genitor da un grato figlio
ogni prova d'amor?
                                      Se il ciel m'intende,
qualche via m'aprirà, cara, ond'io possa
farmi una volta al genitor palese.
Consolati, Sammete; il ciel t'intese.
la pace dell'Egitto e la paterna
tranquillità.
                        Da me?
                                         Sì.
                                                 Parla; a tutto
pronto son io. Qual per sì grande oggetto,
qual impresa, ben mio, compir dovrei?
L'impresa è dura; abbandonar mi dei.
Che? (Attonito)
             Abbandonarmi.
                                            Abbandonarti! Ah forse
il padre mi deluse?
                                     Il padre è giusto;
t'ama, non t'ingannò.
                                         Chi dunque chiede
sì crudel sacrifizio?
                                     Il ciel, la terra;
Sammete, esaminarti, il chiederai.
Sei fido alla tua patria? I suoi passati
rischi non rinnovar. Rispetti il trono?
Non avvilirlo. Al genitor sei grato?
Non scemar sì bei giorni. Ami te stesso?
Rifletti al tuo dover. Beroe t'è cara?
Non opporti al destin; lasciala in quello
stato in cui nacque e non espor l'oggetto
all'odio, al riso ed agl'insulti altrui.
A parlarmi così valor ti senti?
Beroe crudel, di poco amor t'accusa.
come sta questo cor, com'io mi sento,
no, così non diresti.
                                      A non amarmi
pur disposta già sei.
                                       T'inganni. Io posso
e voglio amarti sempre. Io di monarchi
non son come tu sei; non è l'amore
delitto in Beroe. Io libertà non bramo
quando ti scioglio. Il dolce cambio antico
de' nostri cori, in quella parte almeno
che soffre la virtù, serbar vogl'io.
Ti rendo il tuo; ma non dimando il mio.
Ah se vuoi ch'io non t'ami, ah non mostrarti
così degna d'amore, anima mia!
pastorella gentile. È suo volere
ch'io dipenda dal tuo. Di me disponi;
qui de' tuoi cenni.
                                   Amato prence, addio.
Che! Già mi lasci? Ah dove vai?
                                                           Fra poco
saprà tutto Sammete.
                                         I passi tuoi
seguir vogl'io.
                            No; s'è pur ver che m'ami,
resta, ben mio. Quest'ultimo io ti chiedo
pegno d'amor.
                             Che tirannia! Ch'io resti
così senza saper...
                                  Fidati, o caro;
da te lungi io non vo; caro, io tel giuro,
d'altri non sarò mai. Come tu fosti
sarai sempre tu solo il mio pensiero.
Dove Beroe s'invia? Perché mel tace?
Chi la sforza a lasciarmi? Ed io fra queste
tenebre ho da languir? Morir degg'io
e ignorar chi m'uccide? È il mio tesoro,
è il genitor che mi tradisce? (Resta immobile e pensoso e non ode che le ultime parole di Nitteti)
                                                     Ah prence,
son rea; perdona. Un improvviso assalto
di cieco sdegno al genitor mi fece
la tua Beroe tradir.
                                     No, principessa, (Con vivacità)
possibile non è. Beroe incapace
è di tradirmi. Ha troppo bello il core,
troppo candida ha l'alma.
                                                O non m'intendi
o non t'intendo.
                               (In questa angustia, in questa
oscurità come restar? No; voglio
raggiungere il mio ben... Ma, oh dio! m'impose
di non seguirla). (Pensoso come sopra e non intendendo che le ultime parole d’Amenofi)
                                 Al genitor, Sammete,
il passo affretta. Egli m'impose...
                                                             Ed io
nulla ho promesso a lei. Quand'io la siegua,
non dee Beroe sdegnarsi. (In atto di partire)
                                                 Odi; t'arresta.
Qual favella è mai questa? Io non ritrovo
senso ne' detti tuoi. Non sembra intero,
caro prence, il tuo senno.
                                               È vero, è vero;
la ragion m'abbandona. Ah chi pretende
Non l'ha chi non la perde in questo stato.
estremità per mia cagion tu sei?
De' folli sdegni miei quanto, Amenofi,
questa pietà. Quanto d'invidia è degno
chi può farsene oggetto! Io, se ottenerla
conterei per favor l'ire del fato.
d'esigerla così, prence cortese,
Essi intendono meglio i voti miei.
Sammete ama da vero; è amato e teme
di perdere il suo bene; ad ogni eccesso
può il dolor trasportarlo. Al suo dolore
deh non l'abbandonar. Le parti adempi
d'un fido amico. Io ti dovrò la cura
che avrai di lui.
                               Sì venerato cenno
all'amistà s'accorda. Io vo; ma intanto
qualche pietà per gli altri ancora. È grande
né a meritar pietà Sammete è solo.
un solo in libertà de' miei pensieri,
Amenofi l'avria. Degno è d'amore
Amenofi dov'è? (Con gran fretta)
                                Cerca Sammete.
Dunque ad Amasi io volo.
                                                 Odi. Che rechi?
Donde vieni? Che fu?
                                          Temo, o Nitteti,
qualche fiero disastro.
                                          Onde la tema?
Volle Beroe da me d'Iside a' sacri
io l'ubbidii; ma nel tornar dal tempio
in Sammete m'avvenni. Ah principessa,
se veduto l'avessi... Io tremo ancora
Forsennato correa; chiedea seguaci;
scotea nudo l'acciar; torbido il volto,
scomposto il manto, il crin, parea dal ciglio
fremea piangendo e confondea gli accenti.
Perdona, o principessa; erro s'io resto.
Può troppo un breve indugio esser funesto. (Parte in fretta)
Misera! Quai ruine un mio geloso
può cagionar! Taciuto avessi, oh dio!
Fu cieco il condottier, fui cieca anch'io!
Qual furor ti consiglia! Ah che facesti? (Comincia ad oscurarsi il cielo)
pensa ad Iside, al padre, a te.
                                                       Non posso
Beroe la mia ragion.
                                       Rendimi al tempio, (Tuoni)
idol mio, per pietà. Condanna il cielo
l'irriverenza tua. Ve' come a un tratto
tempestoso si fa. Mira de' lampi
il sanguigno splendor; de' tuoni ascolta
il fragor minaccioso. Ah par vicino
l'orrido de' mortali ultimo scempio!
Idol mio, per pietà, rendimi al tempio.
passeggiera tempesta. Andiamo; aperto
il mar ci offre lo scampo.
                                               Il mar! Non vedi
l'avverso irato ciel? Che il mar, sconvolto
con le nubi confonde? Oimè, non farti
dell'ira degli dei misero esempio!
Rendimi, per pietà, rendimi al tempio.
più disastri per me? Stanche non siete
di tormentarmi ancor?
                                            Fuggi, Sammete.
                 Giungono armati. Oimè! La fuga
E ben, tutto si perda. Amici, all'armi. (Lascia Beroe, snuda la spada e seco i suoi seguaci)
Ah no; che fai? Cedi più tosto il brando;
abbandonati al padre.
                                          Al mondo intero
m'opporrò per serbarti, o mio tesoro.
All'armi, all'armi. (Ai seguaci)
                                   Oh dio! T'arresta... Io moro. (Sviene sopra un sasso alla destra. Sammete assale furioso le guardie reali e si disvia inseguendone alcune alla sinistra. Intanto fra il balenar de’ frequenti lampi, fral rimbombo de’ tuoni e fra il muggito marino, a vista delle navi e de’ nocchieri che balzati dall’onde e sospinti dal vento si urtano fra di loro, si frangono e si sommergono in parte, siegue, con lo strepito di tumultuosa sinfonia nella spiaggia e nel porto, ostinato combattimento fra i seguaci di Sammete e le guardie reali che vincitrici alfine rincalzando gli altri lasciano vuota la scena. Verso il fine del combattimento cessa a grado a grado il furore della tempesta, si va rasserenando il cielo e l’iride comparisce)
Oimè! Deh per pietà (Senza aprire gli occhi) rendimi... Oh dei, (Guardando sorpresa intorno)
sola restai! Prence? (S’alza) Sammete? Ah dove,
misera! andò? Forse è rimasto esangue;
colà strepito d'armi. (Di dentro alla sinistra)
                                        Invan ch'io ceda,
temerari, sperate. (Esce)
                                    Ah basta, o prence;
più non opporti agli astri.
                                                Olà, deponi,
forsennato, quel brando e prigioniero
Principe, non opporti.
                                          Ah Beroe! Ah padre! (Si lascia disarmare)
de' paterni sudori, ecco la bella
mercé che tu mi rendi, ecco l'eroe
ch'io mi promisi e che aspettò l'Egitto.
che i rei più illustri al cominciar vincesti.
qual dover non calpesti? Il duol d'un padre,
l'ira del ciel, la maestà d'un trono
freni bastanti al tuo furor non sono.
tutto non dessi il tuo rigor. La rea
de' suoi falli son io; le ree son queste
infelici sembianze. Io l'allettai;
io lo sedussi; io gli turbai la mente.
Se mai non mi vedeva, era innocente.
invan la tua pietà...
                                     No, contumace,
per lungo uso quel cor. T'ama, t'onora.
Non son gli eccessi suoi che ultimi sforzi
d'un moribondo amor.
                                           M'onora e m'ama
o fiero padre o ingiusto re? Potea
forse ignorar che una sua colpa sola
m'avrebbe oppresso? Il sol dolor d'un padre
tenero al par di me gl'impeti suoi
raffrenar non dovea? Quest'è l'amore?
                  No, padre mio; no, non è vero.
dura prova dimanda. Armi, ruine,
affronterò; né vacillar vedrai
l'ubbidienza mia. Ma Beroe, oh dio!
ma Beroe abbandonar? Ah padre, io l'amo;
ella è tutto per me. Se lei mi togli...
Pietà, signor.
                          Su la paterna mano...
Parti. (L’evita senza sdegno)
              Ah concedi al mio dolor verace
che questo pegno almen...
                                                 Lasciami in pace.
E fia vero, o mio re? Varran sì poco
i dritti di natura? Un figlio...
                                                      Un figlio,
che pria di me se gli scordò, non merta
ch'io li rammenti. È reo di morte...
                                                                 È reo;
ma non l'istessa han sempre i falli istessi
velenosa sorgente. È reo; ma sai
che non ribelle avidità d'impero,
non disprezzo de' numi, odio del padre
gli armò la man; fu giovanil furore,
fu cecità d'amore. E chi può dirsi
di tal colpa innocente? Ei Beroe adora;
ei la perdea. Tu non conosci appieno
qual virtù, qual bellezza il figlio accese.
Ah son grandi, o signor, le sue difese.
Beroe m'è nota; e più di quel che credi
padre son io; ma di giustizia io deggio,
oggi prove all'Egitto. Oggi conversi
tutti son gli occhi in me. Da me ciascuno...
clemenza e non rigor. Mostrati e udrai
delle supplici voci a pro del figlio
il grido universal. Se a te non puoi,
donalo al mio. Dal tuo favor, da tante
tue regie offerte autorizzata assai
signor, grazie da te; questa io ti chiedo.
dà legge, allor che implora. Olà. Bubaste,
ov'è Sammete affretta il passo.
                                                         (Ho vinto).
Nitteti offesa e ch'io consento a patto
che grato ei sia. Purché ad offrirle in dono
venga il cor con la destra, io gli perdono.
                  Volo. (Volendo partire)
                              Che fai? Questo è castigo,
Amasi, e non perdono. Io mai non chiesi
prezzo dell'opra mia.
                                        Ma l'opra istessa
il chiede assai.
                             Dunque m'ascolta. (Ah tutto
per salvarlo si tenti). Invan tu fai
violenza all'amor. Sempre sarebbe,
bench'ei cedesse, il tuo pensier deluso;
io (soffritelo, affetti) io lo ricuso.
Ricusalo, se vuoi; ma venga ed offra
materia al tuo rifiuto.
                                         Inutil cura.
ingegnosa pietà. Vuoi salvo il figlio,
ostinato il conosci e di sottrarlo
al cimento proccuri. Io, che t'ammiro,
secondarti non deggio. I sensi miei,
Bubaste, udisti. A lui li reca e torna
a me co' suoi. (Parte Bubaste)
                            Dunque?...
                                                   Ho deciso. O ceda
o aspetti il suo castigo.
                                           (Ah di salvarlo
Dove, Nitteti?
                            Ad arrossirmi altrove. (Parte)
Ah de' falli del figlio in parte è reo
il mio soverchio amor. Poco, or m'avveggo,
il mio cor gli celai. Troppo conosce
che il punirlo è punirmi; e forte il rende
la debolezza mia. Ma, s'ei non cede,
giudice e re... No; cederà. Si sprezza
da lungi, il so, ma non si guarda poi
il momento fatal quando s'appressa.
chiede, signor, che tu l'ascolti.
                                                        Intendo.
vorrà vendetta.
                              A me nol disse. Ei reca
un chiuso foglio; ed uom canuto ha seco
non ai detti, un pastor.
                                           Che fia? S'ascolti. (In atto di partire)
Tu qui Bubaste attendi e, quando ei giunga,
sollecito m'avverti. (Come sopra)
                                     Eccolo.
                                                    Oh dei! (Dopo essersi rivoltato e aver guardato attentamente Bubaste entro la scena)
leggo la mia sventura.
                                          E ben? (Con premura a Bubaste)
                                                          Signore... (Con timore tardando in rispondere)
grazie Sammete è ancor ribelle?
                                                            È amante. (In atto di scusa)
né timor né pietà?
                                    L'occupa amore. (In atto di scusa)
L'occuperà per poco. (Esce Beroe e resta indietro) Un sangue reo
si versi, ancor che mio. (Con molto sdegno in atto di partire)
                                             Misera!
                                                              Ah pensa...
più non osi parlarmi. È chi il difende
Ah signor, per pietà m'odi e mi svena. (Amasi si rivolge, Beroe si getta a’ suoi piedi)
Beroe, sorgi; che vuoi?
                                           L'onor del figlio,
la tua felicità, tutto io ti tolsi;
tutto ti renderò. L'ira sospendi
finché al prence io favelli. Io tel prometto
sposo a Nitteti e in questo dì.
                                                       Ch'io speri
dalla cagion che l'ha sedotto?
                                                      Il ferro
atto a ferir può risanar. Ti fida,
Aprio e il tuo giuramento. È d'altri il figlio;
sai che il devi a Nitteti.
                                            Ei la ricusa.
L'accetterà; lascia ch'io parli.
                                                      A lui
ma ritorna a momenti.
                                            I suoi custodi
mel vieteran.
                           Del regio assenso il segno
questa gemma sarà. (Le dà l’anello) Va'; ma vedrai
ch'oltre ragion del tuo poter presumi.
(Or la vostra assistenza imploro, o numi). (Parte in fretta)
Dove, Bubaste?
                               Appresso al re.
                                                            Non puoi.
                        Il sacerdote! Ei mai
senza grave cagion. T'è nota?
                                                      Un foglio
in man gli vidi ed un pastore al fianco;
                         Contro Sammete il padre
forse irritar vorrà.
                                   Deh tu, che sei
sempre d'Amasi a lato, i moti osserva
del confuso suo cor. Se qualche atroce
sospendilo; m'avverti. Il caro amico
                         Nel portico vicino
Amasi attenderò; tutto saprai;
fidati a me. L'opporsi al suo rigore
è di fida pietà saggio consiglio;
conserva il re chi gli conserva il figlio.
questo re, questo regno. Ubbidienza
inspirate a Sammete, e sposo... Oh dio!
Come! E gli affetti miei faran contrasto
al voto di ragion? No; sono amante
Della ragion col dono il ciel distinse
gli uomini dalle fiere; e sì geloso
del dono io son che risentir lo voglio
che alle fiere ho comuni. Uom che si scorda
del privilegio suo, qualor lo sproni
è ingrato al cielo e d'esser fiera è degno.
Beroe mi vuol?
                              Sì, caro prence, e prima (Sollecita e affannata)
che il sol giunga all'occaso. Or non si tratta
di ragion, di dover. Quest'imeneo
della tua vita è il solo prezzo; al padre
io l'ho promesso; e il fatal colpo appena
ho sospeso così. Non v'è più tempo
d'esaminar; salvati, vivi; io prego,
io consiglio, io comando.
                                              E ad altra sposa (Con ironia lenta ed amara)
tranquillamente in braccio...
                                                     Ah tu non dei (Con tenerezza)
in questo punto il cor.
                                          La tua costanza
lo palesa abbastanza.
                                        E ben, se vuoi, (Con rassegnazione affettata)
credi pur ch'io non t'amo. Al nuovo laccio
conserva la tua vita e sia vendetta.
l'imitarti, o crudel.
                                    Sarei pietosa,
se spirar ti vedessi? Ah prence amato, (Con passione)
volan gl'istanti; il re m'attende. Ah cedi
al padre, al fato, al mio dolor.
                                                      Ch'io stringa (Con ammirazione)
sposo altra man...
                                  Sì, la tua Beroe il vuole. (Con dolcezza ed affetto)
son pur io del tuo cor.
                                         Che pena! (Dubbioso)
                                                              Io tremo,
tutto il sangue gelar nel tuo periglio.
per quei sospiri onde a parlar fra loro
le nostre incominciato anime amanti.
sei già disposto a consolarmi. Al padre
del lieto avviso apportatrice io volo. (In atto di partire)
Ferma, Beroe. (Con premura ansiosa)
                             Perché?
                                              Troppo pretendi. (Risoluto)
Io non posso, io non voglio, io di Nitteti,
rovini il ciel, non sarò mai consorte.
spettatrice mi vuoi? No; (Si slontana) questa pena
per un'anima fida è troppo amara.
Guarda se non lo sai, guardami e impara. (Snuda uno stile)
se d'un passo t'appressi.
                                              Ah Beroe, ah cara (Arrestandosi)
ti rendo, ingrato. (In atto di ferirsi)
                                  Ah no; prescrivi, imponi, (Slontanandosi)
di' qual mi brami.
                                    Ubbidiente al padre, (Con autorità)
fido sposo a Nitteti e de' tuoi giorni
rispettoso custode.
                                    E ben, deponi (Con sommissione)
dunque, o cara, l'acciar. Pronto son io
tutto, tutto a compir.
                                        Giuralo. (Autorevole come sopra)
                                                          Oh dio! (In atto supplichevole)
Che tirannia! Beroe, mia vita...
                                                          Ingrato! (Grave, torbida e minacciosa)
Ah vedimi morir. (Risoluta in atto di ferirsi)
                                   Fermati; io giuro.
Getta quel ferro; esecutor fedele
sarò de' cenni tuoi; lo giuro a' numi;
(Oh vittoria crudel!) (Getta lo stile e s’abbandona come stanca) Sammete, addio. (In atto di partire)
Dove sì presto?
                              Al re.
                                           Sentimi almeno,
ha la nostra virtù. Ne arrischia il frutto
chi quelli eccede. È l'abusarne ormai
temerità; fu cimentata assai.
Misero, che giurai! Come da quella
dividermi per sempre, onde diviso
viver non posso un solo istante! Ah troppo
per soverchia pietà, Beroe crudele,
di rugginosi cardini improvviso
stridore ascolto? Inusitato ingresso
s'apre colà. Chi fia? Nitteti! Oh stelle!
Ed armati ha con sé! La sua vendetta
fra quest'orride forse ombre segrete
a nasconder verrà.
                                    Fuggi, Sammete;
ti reca libertà. Chiusa ogni via
han trovata i miei prieghi al cor del padre;
questa l'oro m'aprì. (Accennando la porta per la quale è venuta) Gli altri riguardi
il mio dover tutti ha posposti.
                                                       È tardi.
Tardi sarà, se non risolvi. Un solo
che ascolti, che s'avvegga... Ah prence, ah fuggi;
non t'arrestar.
                            Non è più tempo.
                                                              Ingrato!
la vita ancor! Va'; non temer, non chiedo
mercé dell'opra.
                                Oh dio, Nitteti! (Con impazienza)
                                                              Intendo;
lasciandola così. Va' pur; l'avrai;
a te si serberà.
                             Qual nuovo è questo
eccesso di virtù! Dopo un rifiuto...
Prence, ti chiede il re.
                                          (Tutto è perduto).
Giunse già Beroe al re?
                                            No; ma desia
Amasi di vederla. Io per cammino
in lei m'avvenni e l'affrettai.
                                                     Che vuole
il genitor da me?
                                 Nol so. Lasciai
d'Iside seco il sacerdote e solo
te condurgli m'impose. Andiam; ci attende;
non l'irritiam.
                            Deh non esporti. (A Sammete) Amico, (A Bubaste)
salviam Sammete. Io quel cammin gli apersi;
ei può, se non t'opponi...
                                              Ah d'agitarti
per me cessa, o Nitteti. Al padre è forza
ch'io mi presenti.
                                  Ed incontrar non temi
Son finiti (ah purtroppo!) i miei timori.
la fortuna è per gli altri; a danno mio
ostinato tenor sempre mantiene;
né ottener né salvar posso il mio bene.
signor, ti ride in volto? Ah la mia fede
merita pur ch'io n'entri a parte.
                                                           Amico,
oggi il più lieto in me. Sappi...
                                                        È compito, (Alla destra d’Amasi)
Amasi, il mio dover; Sammete...
                                                            Ah dove,
perché tarda ad offrirsi?
                                              Ah padre! (Gettandosi in ginocchioni alla sinistra del padre)
                                                                   Ah figlio!
eccomi a' piedi tuoi. Del fallo mio
il castigo a soffrir pronto son io.
chiede premio e l'avrà. D'Aprio la figlia
ti renderà felice. E Beroe istessa
                    Questa è Nitteti ed è tua sposa. (Prende senza fretta Beroe per mano e la conduce a Sammete)
Come esser può?
                                 Non dubitar del dono;
la tua Beroe è Nitteti.
                                         Ed io chi sono?
vieni al mio seno.
                                  Io figlia tua?
                                                            Sì, quella
già piansi estinta.
                                   Io nulla intendo. (Ad Amasi)
                                                                   Ascolta.
La real madre tua perdé la vita
nel darla a te. Da un subito in quel giorno
moto ribelle Aprio a fuggir costretto,
per celarti fidò. Grave ella il seno
di parto ormai maturo, e Amestri è quella
che espose poi, lenta fuggia. S'avvenne
in un pastor; tacque il tuo stato; e a lui
come Beroe ti diede. Aprio in Canopo
tornò poi vincitor. Da lei richiese
il confidato pegno. Ella, il nascosto
pastor cercato invano, Amestri estinta
la pubblicò Nitteti e al re la rese.
Tutto ciò donde sai?
                                       Da questo foglio
che, impresso di sua man, la mia consorte
morendo consegnò.
                                     Dunque celato
perché fu fin ad or?
                                      Temea la sposa
ch'Aprio si vendicasse e dell'inganno
e della sua mal custodita figlia
in Sammete ed in me. Quindi prescrisse
si tacesse l'arcano.
                                   Anche al consorte?
Sì. L'esatta mia fé, la mia paterna
tenerezza sapeva; e mi suppose
complice mal sicuro.
                                       E chi ne accerta,
soffri il mio zel, che questa Beroe è quella?
Non può supporne altra il pastor?
                                                              No; quando
a lui la consegnò, cauta la sposa
con un acciar di queste note impresse (Mostra i caratteri nel foglio)
tenero braccio ove alla man confina.
È vero; eccole; osserva. (Ad Amasi)
                                             Il so. Poc'anzi
Inaro già mel disse.
                                      Inaro! Ah dove
è il padre mio!
                             Seco il conduce al tempio
che d'un doppio imeneo va per mio cenno
a prepararsi al rito. Oggi d'Amestri
voglio sposo Amenofi, ed alla vera
Nitteti il mio Sammete.
                                             E al cor d'Amestri
posso aspirar?
                             T'è ben dovuto.
                                                           Io temo,
Sammete, di sognar.
                                        Mia Beroe, io sento
che angusto il core a tanta gioia...
                                                             Ancora
tempo, o figli, non è di sciorre il freno
a' vostri affetti. Oggi propizio il cielo
diè per voi di clemenza un raro esempio;
prima al tempio si vada.
                                              Al tempio, al tempio.

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