Metrica: interrogazione
609 endecasillabi (recitativo) in Romolo ed Ersilia R 
vincitrici adorate, eccovi spose,
eccovi nostre. Ah già che il ciel vi rese
le più care speranze, ah con noi fate
dolce cambio d'affetti. A far di voi
odio, vendetta o giovanil talento.
Si evitò di perir; cangiar del sangue
gli sdegni in amistà. Voi lo sapete,
in custodia de' numi, or vinte alfine
volontarie compiste il sacro rito.
d'un popolo guerrier principi umili.
limiti alla virtù. Quel Campidoglio,
chi sa qual nome un dì sarà? Di vaste
speranze ho pieno il cor. Siatene a parte
voi già romane; e rivolgendo in mente
l'amor presente ed i trofei futuri,
secondate amorose i grandi auguri. (Nel tempo della seguente replica del coro partono danzando gli sposi)
adorabile Ersilia, esser degg'io
incerto ancor della mia sorte?
                                                       (Oh dio!)
del sabino pur or vinto rigore
il cor per me d'una romana?
                                                     (Oh amore!)
Parla almen, principessa.
                                                Al sacro rito
tu mi bramasti; io ti compiacqui. Or dirti
che mai di più poss'io? Tu non ignori
tu sai ch'io son sabina e ch'io son figlia.
d'ottener la tua mano, ove dal grande
tuo genitor non sia concessa; e questa
lodevole di figlia ammiro ed amo
esatta ubbidienza. Io delle prime
le istanze rinnovai. Deh mentre attendo
l'esito palpitando, ah mi consola
tu fra i palpiti miei; tu dimmi intanto
qual parte ho nel tuo cor; dimmi se m'ami,
d'un amante fedel...
                                      Romolo, ah taci
                           Qual fallo è il mio?
a soffrir non son use e non s'impara
tal linguaggio fra noi che presso all'ara.
ornata di virtù! Seconda, amico,
vanne, dimanda, invia; vedi se giunge
il sospirato messaggier. Gl'istanti
son secoli per me.
                                   Di te non meno
il popolo roman che sposo in trono
vuol vedere il suo re. Già intollerante
pretenderia che tu volgessi ad altro
men difficile oggetto i tuoi pensieri.
Altro oggetto ch'Ersilia! Ah non lo speri.
S'ei non poté d'un popolo feroce
l'attentato impedir, tu vedi come
                            Il veggo.
                                              E nulla intanto
per lui ti dice il cor?
                                       L'ammiro.
                                                             Io chiedo
me stessa io non intendo. Ho mille in seno
finor da me non conosciuti affetti.
Romolo mi lasciò. Parmi ch'ei sia
il più degno mortal. Ma che? Ribelle
a' divieti paterni, alla sabina
rigida disciplina, il suo dovrebbe
Ersilia abbandonar? No, non fia vero.
Arde e nol sa ma in nobil fuoco almeno
la saggia Ersilia. Io sventurata adoro
un perfido, un ingrato. A mille prove
so che m'inganna Acronte e pure... Oh stelle!
Traveggo? Ei viene.
                                      (Infausto incontro!)
                                                                            E dove,
folle, t'inoltri mai? Mentre congiura
tutto il nome sabin, sabino ardisci
arrischiarti così?
                                 Rischio non temo,
Ah mentitor! So che la fé di sposo
donata a me non curi più, che solo
d'Ersilia or ardi.
                                Io!
                                        Sì. Credi che ignori
i rifiuti del padre, i tuoi furori?
tutti del cielo in testimonio...
                                                      Ah taci.
Io non voglio arrossir de' tuoi spergiuri.
abbi cura di te. Se me disprezzi,
e non farmi tremar nel tuo periglio.
palpiti tanto; e un traditor mi credi?
augurio è quest'incontro. Eh non si scemi
però d'ardir. Roma si strugga. Io solo
co' Ceninesi miei già pronti all'opra
vendetta affretterò. Ma pria conviene
d'Ersilia assicurarsi. In mezzo all'ire
vacillar mi farebbe. Ho già chi a lei
scortar mi dee; ma nol rinvengo. Altrove
Degli Antemnati il prence in Roma?
                                                                   In Roma
de' Ceninesi il prence?
                                            Io stanco alfine
sciolsi il freno alle mie. Sol io di tutti
l'onor vendicherò. Roma vogl'io
oggi assalir. Di questa i men difesi,
era d'uopo esplorar; né volli ad altri
che a me solo fidarmi. Ah se l'istesso
te guida ancor, t'unisci a me; l'antico
tu meco odio sospendi; io dell'oltraggio,
per or mi scorderò. Solo per ora
l'onor ci parli. E fin che al mondo intero
dell'offesa comun non sia palese,
taccia il rancor delle private offese.
oggi ingiuria novella? Oggi si denno
i solenni imenei. Fra noi sicura
fama ne giunse; e quei ch'io veggo intorno
provan che non mentì. L'idea non posso
saperne ancor per qual cammin, la figlia
imenei m'affrettai.
                                     Tardi giungesti.
principe, è già compito.
                                             Oimè! Sarebbe
Ersilia ancor... No; la conosco; è troppo
de' suoi costumi e de' paterni imperi
rigida osservatrice.
                                     E pure è sposa.
qui fra il volgo confuso in queste spoglie
                                  Ed era Ersilia...
della romana gioventù feroce
fra le spose festive.
                                     Oh colpo atroce! (Si getta a sedere fiero e pensoso)
Arrestarsi or perché? Tardo è il riparo;
pronta sia la vendetta. I tuoi guerrieri
corri, vola ad unir. Con me congiura
(Ersilia! Una mia figlia? Una sabina!)
(Né pur m'ascolta. Ah quello sdegno insano
può tumulti destar, può alla rapina,
ostacoli produrre. È saggia cura
prevenirne gli effetti). E ben poss'io,
Curzio, saper da te...
                                       Lasciami solo.
Tu il vuoi? Ti lascio. (E al mio disegno io volo). (Parte)
fatta è romana! Ah fra le mie sventure
questa finora io non contai. Spergiura,
speri indarno evitar! Non ha la terra
un asilo per te. Non sei sicura
al fianco al nuovo sposo, in braccio a Giove.
              E non l'ami?
                                        No. Fra noi l'amore
è figlio del dovere.
                                    Altra speranza
che un comando paterno?
                                                 E questa è vana;
conosco il genitor.
                                   Se avverso è il padre,
se insensibil tu sei, proccura almeno
                            Io! Come?
                                                  Il popol brama
i reali imenei. Quasi in tumulto
degenera il desio. Deh già che il fato
te nega a noi, dal tuo consiglio accetti
Dal mio consiglio!
                                   Ah sì.
                                                Qual dritto ho mai...
Quel che sull'alma sua ti dona amore.
ardirebbe sperar, se a te non lice?
della sorte di Roma? Una regina
io straniera cercar?
                                     L'hai pur vicina.
            Valeria.
                             Valeria!
                                              Oltraggio il trono
almen non soffrirà, quando non possa
adornarsi d'Ersilia.
                                     E ben, se credi
che giovi il voto mio... Ma queste, Ostilio,
son stravaganti idee... Valeria è amante.
d'Acronte è accesa; e sarebbe opra appunto
di sincera amistà franger quel laccio
                         Romolo!
                                           Sì; proteggi,
Ersilia, il mio pensier; cerca...
                                                        Tu vuoi
ch'io deliri con te. Chi mai t'intende?
sospirasti d'amore; ad altri or vuoi
che sposa io l'offra. O m'ingannasti prima
o al presente m'inganni.
                                              Ah non t'inganno
Più di me stesso io l'amo e perché l'amo
più di me stesso, è il voto mio verace
l'onor suo, la sua gloria e la sua pace.
secondare io dovrei... Ma pur di qualche
esame il passo è degno. Io dar consigli!
Chieder grazie! Offrir spose! Il cor repugna;
Ah repugnanze mie, siete innocenti?
                               Pur ti raggiungo, indegna.
Qual voce, oh dio! Padre, signor...
                                                              T'accheta;
non profanar quel nome.
                                               Ah padre!
                                                                    Abbassa
la sposa d'un roman non è mia figlia.
Sposa! Io, signor?
                                   Non aggravar, spergiura,
con la menzogna il fallo. Or or con l'altre
sposa non fosti all'ara?
                                           Io spettatrice
vi fui, non sposa.
                                 E la tua man...
                                                              La mano
senza il cenno paterno.
                                           E sei?...
                                                            Son io
                           Né un trono offerto...
                                                                   Un trono
vile è per me, se a te nol deggio.
                                                           E l'ire
                            Altra minaccia, o padre,
non può farmi tremar che quella solo
dell'odio tuo. Men del paterno sdegno
amato genitor, sarebbe amara.
Ah dell'anima mia parte più cara,
i miei trasporti. Ah più felice giorno
per me finor... Tu tremi, Ersilia?
                                                             Io tremo,
padre, per te. Qui Romolo a momenti
so che verrà. Se te ravvisa alcuno
nel nemico soggiorno in finte spoglie...
Chi sa... Partiam, signore; ovunque vuoi,
io sieguo i passi tuoi.
                                        No, figlia; il colpo
s'avventura in tal guisa. È della notte
necessario il favor.
                                    Ma intanto... Oh dio!
che il tuo timor non mi tradisca.
                                                            Ah dove
tu sicuro potrai...
                                 V'è chi seconda
A te verrò quando fia tempo; addio. (Parte)
solo alle angustie mie la più crudele
di tremar per un padre. In questo stato
come a Romolo offrirmi?... Ah vien. S'eviti
Fuggi, Ersilia, da me?
                                          (Numi, assistenza!)
ch'io ti parli d'amore. I tuoi rispetto,
natii costumi. È l'ubbidir gran pena,
lo confesso, per me; ma il dispiacerti
                               (Oh generoso!)
                                                             Io credo
favellarti d'amore il dirti solo
se il tuo voler di quella destra amata
possessor mi faranno, il più felice
io sarò de' viventi.
                                    (Oimè!)
                                                      Che al trono
tu aggiungerai splendor, che tu di Roma
la deità sarai, che arbitra sola
sempre tu del cor mio...
                                             Signor, permetti
ch'io volga i passi altrove.
                                                Ah dunque io sono
l'abborrimento tuo?
                                       (Che pena!)
                                                                Un fallo
se l'amore è per voi, per voi non credo
che sia l'odio una legge. Alfin frapposta
fra sì contrari affetti. Amante e sposa
può ben essermi Ersilia amica e grata.
(Non so più dove io sia. Non so s'io debba
o partire o restar. Vorrei scusarmi,
incominciar non oso; ed ogni accento,
si trasforma in sospir fra' labbri miei).
t'offesi mai? Ma di che reo son io?
Signor... se credi... (Oh dio!)
                                                     Né siegui! Ah qualche
nuovo affanno t'opprime. A questo segno
mai ti reser confusa i tuoi rigori.
incominci, t'arresti e mostri in volto
dagl'interni tumulti il cor commosso!
Spiegati per pietà.
                                    Signor... non posso. (Piange)
la debolezza mia. No, più non sono
Romolo ognor de' miei pensieri; ognora
fra le labbra il suo nome. A me di lui
sento avvamparmi in viso; ov'ei s'appressi,
mi confondo, ammutisco e dubbio in seno
tra l'affanno e il piacer mi balza il core.
Se questo amor non è, che cosa è amore?
non cimentarti più. Fuggi e fuggendo
che la fuga in amor pure è vittoria.
                            Ah signor, possiam la nostra
partenza anticipar? Teco son io,
se vieni ad affrettarmi.
                                            Ad avvertirti
de' Ceninesi il prence. Io gli parlai;
che partiva asserì; ma in questo istante
il mentitor che alle tue stanze intorno
furtivo ancor s'aggira. Ah qualche indegno
colpo ei matura. Il folle t'ama; è punto
dal mio rifiuto; è violento; e solo
belle sembrano a lui. Guardati.
                                                          Ah dunque
a che più rimaner? Partasi.
                                                   Il tempo
ancor non è. Pochi momenti ancora
non v'è pace per me; questo soggiorno
più non posso soffrir. Toglimi, o padre,
toglimi a tanta pena. A questi oggetti
fa' ch'io m'involi e fa' ch'io possa alfine
respirar le tranquille aure sabine.
impazienza tua! Risplende in essa
la sabina virtù. Calmati; io spero
tornar fra poco a liberarti. Intanto
compiacerti a ragion. Venga e da questa
a rispettare ogn'altra figlia impari
la patria, il padre, a trionfar de' rischi
del sesso e dell'età, fra le amorose
libero a conservar del core il regno.
Oh mia speme! Oh mia gloria! Oh mio sostegno!
mal meritate lodi all'alma mia
son rimproveri acerbi. Ersilia, e soffri
la virtù che non hai? Che a questo segno
t'ami ingannato e di rossor non mori?
agli elogi paterni? E a meritarli
non ti senti valor! L'avrei fuggendo;
per prova io so quanto il cimento è duro. (Siede)
per me necessità? Dunque a me sola
dell'arbitrio natio sarà dal cielo
la libertà negata? Ah no. Ripiglia,
Ersilia, il fren de' contumaci affetti
che incauta abbandonasti. Una verace
risoluta virtù non trova impresa
impossibile a lei. Sì, non pavento
già qualunque cimento; anzi più grande
fa più bello il trionfo. I miei finora
mal sofferti deliri ecco abbandono.
esser deggio, lo posso, il voglio e sono.
Dov'è Romolo, Ostilio? (Si alza risoluta)
                                            Or dal Senato
torna a' soggiorni suoi.
                                           Sarà permesso
                            A te? Perdona, è ingrata
Romolo all'amor suo?
                                         Non nacque Ersilia
per Roma né per lui. Ma se pur vero,
come asseristi, è che dal mio dipende
di Romolo il volere, oggi regina
sarà la tua Valeria.
                                    Ah dunque...
                                                              Amica, (A Valeria che esce)
se mi secondan gli astri, un regio serto
ad apprestarti io vado.
                                           A me?
                                                          Sì. Mia
non è la gloria. Al generoso Ostilio
debitrice ne sono. Egli una degna
in te propone; io con ragion l'ammiro
e ad emularlo ambiziosa aspiro.
disponete di me, quando non posso
di me disporre io stessa. Amo, il sapete,
uno sposo infedele; e in me divenne
                                 Comun pretesto
dell'altrui debolezza. Eh miglior uso
facciam del nostro arbitrio; o almen se tanto
d'abbandonar ne incresce un laccio amato,
non accusiam di nostra colpa il fato.
Io nulla intendo, Ostilio. Ersilia amante
di Romolo credei; convinta a prova
or son che m'ingannai. D'aver mi parve
nel tuo cor qualche parte; or certa io sono
m'adulasti finora amor fingendo.
Ostilio, lo confesso, io nulla intendo.
Credendo Ersilia amante, io non saprei
se t'apponesti al ver. So ben ch'io t'amo
quanto amar mai si possa e so che amarti
sempre così vogl'io.
                                      Ma tua regina
come dunque mi brami?
                                               In che s'oppone
il trono all'amor mio? L'amor ch'io sento
è dall'amor d'ogni volgare amante.
sempre di tua virtù, sempre geloso
sempre t'adorerò com'or t'adoro.
i rimorsi al mio cor d'esserti ingrata.
vantar si può di somigliarti? Ah sappi
almen ch'io ti conosco e che se fosse
il laccio in cui languisco, il nobil dono
d'un tal core ambirei più che d'un trono.
No, lusinga non è. Già più che grata
è a me Valeria. Ai dolci suoi pensieri
già i puri affetti miei non son stranieri.
Oh certezza! Oh contento! In sì felici
trasporti di piacer quest'alma impara
che in amor non si dà mercé più cara.
non è tutto rigor. Vidi in quel volto,
fra le minacce ostili, in mezzo a tante
cure d'un nuovo impero ha nel tuo petto
l'amor così! Tal debolezza... Ah sempre
debolezza non è. Cangia natura,
allor che amor con la ragion congiura.
io veggo scintillar de' miei pensieri
astro regolator cosa mortale
certo non è. La sua virtù, l'antico
splendor degli avi suoi, l'util del regno,
il voto popolar... Ma quale ascolto
strepito d'armi! Olà. (Verso la scena)
                                        No, questo acciaro
non è facil trofeo. (Dentro)
                                   Contro un romano
                             Avversi dei! (Nell’uscir difendendosi gli cade la spada)
                                                      Fermate,
chi difesa non ha. Stelle! M'inganno?
Acronte tu non sei?
                                     Lo sono. (Con alterigia)
                                                       In Roma!
Ne' miei soggiorni! In finte spoglie! E quale
                                A te ragion non rendo
dell'opre mie. (Come sopra)
                             Fuor di ragione, Acronte,
ostenti ardir. Pensa ove sei.
                                                    Son meco
prence, nel caso tuo. Parla. Fu il vano
amor che hai per Ersilia o fu l'antico
odio per me che t'acciecò?
                                                 Risparmia,
Romolo, le richieste. Io qui non venni
per appagarti. Usa i tuoi dritti. A tutto
mi troverai determinato e forte.
se fossi tu dove ridotto io sono
dagli avversi al valor fati inclementi,
e argomento la mia.
                                      Male argomenti.
Littori, olà; de' Ceninesi al prence
il suo ferro si renda. E voi, guerrieri,
delle romane mura oltre il recinto
conducetelo illeso.
                                   A me la spada!
Sì, prendila e se puoi racquista in campo
ciò che in Roma perdesti.
                                                Assai costarti
l'imprudenza potrebbe. Una vendetta
per fasto trascurar, come tu fai,
Io vendetta! E di che? Folle, ti scuso;
nemico, non ti curo; e a frodi avvezzo,
se insidiator venisti, io ti disprezzo.
è tempo di compir). (S’incammina e s’arresta)
                                        (Strano portento
quel coraggio è per me).
                                              (Numi, qual sorte
d'incanto è questo! Appresso a lui di nuovo
comincio a palpitar).
                                        (Come può mai
in un'alma albergar tanto valore
con sì poca virtù!)
                                   (No, non t'arresti
questo palpito, Ersilia. In ogni assalto
sembra il passo primier sempre il più duro).
chiedo che tu m'ascolti.
                                            È ver? Non sogno?
l'unico mio pensier, la bella Ersilia
viene in traccia di me!
                                           Dunque ascoltarmi, (Seria)
Romolo, tu non vuoi.
                                        Perché?
                                                         Lo sai, (Seria)
quel linguaggio m'offende.
                                                  A mio dispetto
vien sulle labbra il cor.
                                           Se vuoi ch'io resti,
teneri accenti e non dir mai che m'ami.
(E pur non m'odia). Ubbidirò. Che brami?
                         Tu da me grazie! Ah dunque
ignori ancor che dal felice istante,
che prima io t'ammirai, l'impero avesti
di tutti... Ah no; disubbidir non voglio.
si proponga Valeria).
                                        E ben, che chiedi?
Romolo, un'altra sposa.
                                            Io! (Con sorpresa)
                                                    Sì; l'amica
Valeria io t'offro.
                                 A me? (Turbato)
                                                Valeria è degna,
insulti all'amor mio? Questa mercede
meritò la mia fede, il mio rispetto,
il mio candor, la mia costanza! E come
lacerar puoi così, barbara, un core
dove impressa tu sei, dove tu sempre
così barbara ancor sarai regina?
(Ah non lasciarmi, austerità sabina!)
Offrirmi un'altra sposa! E non bastava
per opprimermi, oh dei, la tua freddezza,
l'indifferenza tua! Schernirmi ancora!
Disprezzarmi così! Ridurre a questo
chi non vive che in te?
                                           (Morir mi sento).
dell'amor tuo mi lusingai. Quei detti
tronchi e confusi, il variar d'aspetto,
tutto mi parve un amoroso affanno.
Che inganno, Ersilia! (Con tenerezza)
                                          Ah non è stato inganno! (Come sopra)
(Numi, che dissi mai?)
                                            Bella mia fiamma, (Con impeto d’affetto)
Taci; non trionfar.
                                   Ma come amante
potesti offrirmi un'altra sposa?
                                                          Oh dio,
non trafiggermi più. Se tu vedermi
potessi il cor, se tu saper potessi
le mendicate offerte, armi impotenti
del mio rigor che tu credesti oltraggi,
dell'alma mia qual barbaro governo
de' contrari fra loro affetti miei,
meraviglia e pietà.
                                    Dimmi più tosto
tenerezza ed amor. Chi fra' mortali
ha mai provato un tal contento! È mia
l'adorabile Ersilia; ecco il ridente
                                 Ah non è vero.
È speranza infedel; mal ti consiglia;
                          Ma perché mai?
                                                          Son figlia.
Ah non è dubbio il mio trionfo; ho vinto
l'austero cor d'Ersilia; il genitore,
resister non potrà. Preghiere, offerte,
per ottener da lui...
                                     Romolo, all'armi. (Con premura)
                 Roma è in periglio. Ingrato Acronte
a' benefici tuoi, libero a pena,
d'assalirla minaccia.
                                       E con quai schiere?
Co' Ceninesi suoi. Già in vari aguati
pronti gli avea, che ad un suo cenno io vidi
la vicina campagna, inaspettati
balenar mille acciari e cento e cento
improvvise bandiere aprirsi al vento.
sorprenderne sperò. Lo disinganni
il suo castigo. (In atto di partire)
                            Al fianco tuo... (Volendolo seguire)
                                                        No, resta.
Roma io confido a te. Veglia in difesa
della patria e d'Ersilia. Il fraudolento
potria, chi sa, qui aver lasciata alcuna
non ancor eseguita insidia ascosa.
                               Sulla mia fé riposa. (Parte)
grazie, o madre d'amor, del sangue mio
Vostro de' miei contenti e vostro è il dono
dell'ardir ch'io mi sento. In ogni impresa
vicino a voi mi trovo; e a voi vicino
è piano alla mia gloria ogni cammino.
Dove mai rinvenirla? Il destro istante
trascurar non vorrei. M'offre la sorte...
rendi grazie agli dei; partir possiamo;
giunse il tempo opportuno.
                                                   Ah tu non sai
che accesa è già del Palatino a tergo
fra le romane e ceninesi squadre
tutti d'armi e d'armati; e di Sabina
interrotta è ogni via.
                                       Non tutte.
                                                            Io stessa,
non dubitarne, o genitor, dall'alto
del mio soggiorno ho le feroci schiere
già veduto assalirsi; e dal funesto
spettacolo fuggendo...
                                         Appunto all'opra
agevola il cammin. Tutta or s'affretta
Roma in tumulto; e dall'opposta parte
è deserto il Tarpeo. Di questo, il sai,
il Tebro scorre alle radici; e mentre
si pugna in un, noi dal contrario lato
il fiume varcherem. Sull'altra sponda
siam nell'Etruria amica; e quindi è franco
alla patria il ritorno.
                                       Eccomi dunque
                                  No; questa ti lascio
scorta fedel; seco t'invia. Raccolti
gli occulti miei seguaci, io sul cammino
vi giungerò. Nulla a' disegni nostri,
nulla si oppon. Già in Occidente, il vedi,
rosseggia il sole; inosservati insieme
potrem di Roma uscir sicuri; e un legno
ne attende poi là dove bagna il fiume
                                     (Crudel partenza!)
Palpiti ancora? Eh non temer; ti fida,
Ersilia, a me; tutto io pensai; son tutti
gli ostacoli rimossi. Il suo sereno
puoi respirar; la libertà s'appressa.
Oh Tebro, oh Roma, oh care sponde a cui
amorosi sospiri, io vi abbandono;
parte del core. Oh quante volte al labbro
mi torneranno i vostri nomi! Oh quante
verran di questi colli i miei pensieri!
Misera me! Nessuno ha mai provato
più maligno destin... No, non è vero.
Io Romolo conobbi. E ognun, cui tanta
sorte ha negata il ciel, stato più rio,
più maligno destin soffre del mio.
pria di partir... Valeria, ah del conflitto
                              Chi vinse?
                                                    Avea
Romolo già la palma.
                                        Ed ora?
                                                         Ed ora
non si sa chi otterrà l'ultime lodi.
                                Intenderai, se m'odi.
deciso era il destin. Già in ogni lato
rotti i nemici alle romane spade
più non offriano il petto; e il lor mostrando
perduto ardire a mille segni espressi,
cadean fuggendo ed opprimean sé stessi.
Quando le furie sue portando in fronte
sforza gl'inciampi, apre le vie, da lungi
chiama Romolo a nome, il giunge e sfida
il vincitore a singolar cimento.
                             Il nostro eroe, sdegnando
ogni vantaggio, ad un girar di ciglio
fece l'armi cessar; fe' vuoto intorno
largo campo lasciarsi; e solo e senza
cambiar di volto, al ceninese ardito
si fece incontro ed accettò l'invito.
                  Non so. Quando partì dal campo
chi mi narrò ciò ch'io t'esposi, ancora
il pregio della pugna era indistinto.
Più indistinto non è, Romolo ha vinto.
tu stessa or ora al re de' numi in voto
                                  Le spoglie! Ah dunque
mostrò di quanto alla virtude e all'arte
l'impeto ceda ed il furor. Di sangue
avido sol senza curar difese
ei s'affretta a ferir; l'altro prudente
veglia solo ai ripari e lascia al folle
la libertà d'indebolirsi. Ansante
il vede alfin men violenti i colpi
e più rari vibrar; lo stringe, il preme,
l'incalza allor. Quei nol sostien, vacilla,
s'arretra, inciampa e nel cader supino
perde l'acciaro. Il vincitor sereno
                                 Oh grande!
                                                        E già volea
stringerlo amico al sen, quando s'avvide
di sdegno allor, terribile si scaglia
sopra il fellone e con l'invitto acciaro
di quell'ingrato sangue ancor non tinto
gli passa il petto e lo roverscia estinto.
Chi mi soccorre! Io moro. (S’abbandona sopra un sasso)
                                                 Or di costanza,
Valeria, è tempo. Un tale affanno... (Oh dio,
m'attende il genitor!) D'un'infelice
deh prendi cura, Ostilio. Abbia l'amica
del tuo amor generoso un nuovo pegno.
Questo di te pietoso ufficio è degno.
soffri ch'io lo confessi; invidio il fato
di lagrime sì belle.
                                    Ostilio, ah parti.
mi fa troppo arrossir.
                                         Sono i tuoi cenni
che il tuo dolore io non condanno; e forse,
più duro il cor, mi piaceresti meno.
Per chi piangi, o Valeria? Ah questo pianto (Si leva)
dell'altrui reità. Rammenta alfine
d'Acronte i falli, i torti tuoi. Risveglia
la tua virtù, scordati un empio... Oh dio!
l'ardor, che un'alma ha per gran tempo accesa,
è difficile, è dura, è lunga impresa.
Al riparo, signor. La tua presenza
è necessaria. Abbiam nemici in Roma.
                                  Sì.
                                          Dove?
                                                         Là verso
la porta Carmental già tutto è in armi.
Altri accorre, altri fugge e si dilata
Seguitemi, o Romani.
                                          È tutto in calma.
Romolo, il tuo valor.
                                      Ma qual cagione...
v'è chi tentò rapir.
                                    Come dal chiuso
recinto cittadin sperar potea
d'uscir sicuro il rapitor?
                                              Già innanzi
certo sedotti avea; ma non deluse
la mia cura però, che per mio cenno
si alternavan sovente, onde gl'istessi
non eran mai. Con la sua preda ei venne,
seguace stuol, benché ostinato e fiero,
tutto estinto rimase, ei prigioniero.
                      E intanto Ersilia?
                                                        Ersilia intanto
Ah Romolo, pietà, clemenza, aita. (Vuole inginocchiarsi)
Principessa, ah che fai? Sorgi; che temi? (L’impedisce)
Qui sicura già sei.
                                   Salvami il padre
                                 Il padre!
                                                    Ah quello
forse che te per man traeva e ch'io
ammirai nella pugna...
                                           È il padre mio.
                                      È prigionier ma salvo.
Serbarti alcuno, onde ritrarre il vero,
credei prudente; ed esigea rispetto
la sua presenza, il suo valor.
                                                    Ma dove
Fra' custodi il lasciai.
                                        Deh venga.
                                                               Ei viene.
Principe valoroso, e non avranno
mai fin gli sdegni nostri? I nostri ognora
divideran due popoli guerrieri,
nati la terra a dominar? Deh cessi
l'odio una volta. Al generoso fianco
torni l'invitto acciar. Libero sei.
Niuna sopra di te ragion mi resta.
(Qual mai favella inaspettata è questa!)
(Implacabile è il padre).
                                              Ah già che puoi
d'un sì bel don, che a te concede il cielo,
l'uso non trascurar. Io, se la mano
lo sarò tua mercé. Tutto poi chiedi
da un grato cor; detta tu stesso i patti
della nostra amistà. Curzio prescriva,
Curzio l'arbitro sia del mio destino.
(Perché Romolo, oh dei, non è sabino!)
                                Tu parla, Ersilia.
                                                                 Oh dio,
intendo il padre; e l'ubbidir, lo sai,
è il mio primo dover.
                                         Dunque decisa
è la mia sorte. Il suo tacer si spiega
non men che il tuo parlar. Curzio, ah purtroppo
veggo che a debellar la tua costanza
m'affanno invan. Ma già che te non posso,
me stesso io vincerò. Va', la tua figlia
libero riconduci al suol natio.
A me tu rendi Ersilia!
                                          A te.
                                                     Che intendo!
E amante e amato e vincitor la rendo.
(Oh virtù più che umana!)
                                                  Addio mia sola,
addio bella mia fiamma. Il ciel ti serbi
sempre qual sei d'un genitor sì grande,
al mio rispetto ed all'esempio altrui.
                                  (E come odiar costui?)
almen pria di partir. Deh parti amico,
già che padre non vuoi. L'antico almeno
natio rancore in qualche parte estinto...
Ah figlio, ah basta; eccoti Ersilia; hai vinto.
                  È ver!
                                Non ho di sasso alfine
in petto il cor. V'è chi conoscer possa
Romolo e non amarlo? Amalo, o figlia;
anch'io l'amo, l'adoro e al ciel son grato
che a sì bel dì mi conservò pietoso.
                                       Oh padre! Oh sposo!

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