Metrica: interrogazione
911 endecasillabi (recitativo) in Semiramide P2 
che fuman l'are, che al solenne rito
che il re l'attende. (Ricevuto l’ordine parte una guardia. Nel mentre che Semiramide parla esce Sibari guardandola con meraviglia)
                                    (Io non m'inganno è dessa).
Lascia che a' piedi tuoi... (S’inginocchia)
                                                Sibari! (O dei).
S'allontani ciascun. (Che incontro!) Sorgi. (Le guardie si ritirano indietro)
quale affar ti conduce?
                                           È noto altrove
dell'impero de' Battri unica erede
qui scegliendo lo sposo oggi decide
che il volto suo, che il suo retaggio accese.
tutta l'Asia mirar ma non sperai
in sembianza viril sul trono assiro
di ritrovar la sospirata e pianta
                             Ah taci; in questo luogo
Nino ciascun mi crede e il palesarmi
vita, regno ed onor potria costarmi.
che fa? Dov'è?
                             Di quell'ingrato il nome
non rammentarmi.
                                     A lui straniero e ignoto
il cor donasti...
                             E abbandonai con lui
la patria, il regno, il genitor, le nozze
Sibari tel rammenti?
                                         E come mai
obliar lo potrei, s'ogni tua cura
tu mi affidavi allor, se duce io stesso
de' reali custodi a tua richiesta
agio concessi alla notturna fuga.
E pur nol crederai, l'istesso Idreno
che m'indusse a fuggir tentò svenarmi.
ei mi gettò ferita e semiviva.
la cagione io non so.
                                      (La so ben io).
E rimanesti in vita?
                                       Unica e lieve
fu la ferita e la selvosa sponda
la caduta scemò, mi tolse a morte.
quanto errai, che m'avvenne. In mille guise
il brando strinsi, pascolai gli armenti
pastorella, guerriera e pellegrina.
del talamo real mi volle a parte.
Ma ti conobbe?
                              No. Finsi che un fonte
l'origine mi desse e che agli augelli
de' primi giorni miei dovea la cura.
non successe nel regno il picciol Nino?
Il crede ognun; la somiglianza inganna
del mio volto col suo.
                                        Ma come soffre
te nel suo trono?
                                Effeminato e molle
fu mia cura educarlo. Ora in mia vece
gode vivendo in feminili spoglie
nella regia racchiuso e il regno teme,
                         Che narri! (E quando spero
miglior tempo a scoprirle i miei martiri.
Ardir). Sappi...
                              T'accheta, ecco Tamiri.
oggi l'Asia il riposo, io degli affetti
                    Ma Babilonia deve
alla bellezza tua l'aspetto illustre
e i merti di ciascun senti e decidi. (Semiramide va sul trono, Tamiri a sinistra nel sedile. Sibari in piedi a destra. Intanto preceduti dal suono d’istrumenti barbari passano il ponte Mirteo, Ircano e Scitalce col loro seguito, quali si fermano fuori del portico e poi entrano l’un dopo l’altro)
Al tuo cenno gran re deposte l'armi
si presenta Mirteo; fra gl'altri anch'io
alla vaga Tamiri offro la mano.
che fra noi si contende è quella?
                                                            È quella.
vien l'arbitro de' Sciti amante e sposo.
tu d'Assiria i costumi ancor non sai.
In Assiria il parlar dunque è delitto?
L'Egitto è il regno mio; sospiri e pianti,
rispetto e fedeltà sono i miei vanti.
Siedi principe e spera, a lei che adori
(Qual ti sembra Mirteo?) (Piano a Tamiri)
                                                 (Molle e noioso). (Piano a Semiramide)
Dunque a vostro piacer...
                                               Parla se vuoi.
E ben, io parlerò. Dove a lor piace
regnano i Sciti; al variar dell'anno
variano i lor confini, erranti abbiamo
e son le nostre mura i nostri petti.
non son pregi fra noi. Pregio allo Scita
al caldo, al gel delle stagioni intere
e domar combattendo uomini e fere.
(Qual ti sembra costui?) (Piano a Tamiri)
                                               (Barbaro e strano). (Piano a Semiramide)
Venga Scitalce.
                              (O stelle, io veggo Idreno!
Sibari, oh dio! Questo è Scitalce? (Vedendo Scitalce)
                                                              È questo.
            (Numi che volto!) Il re novello
Ircano dimmi, è quel ch'io miro?
                                                              È quello.
(Semiramide è questa).
                                              (È questi Idreno).
sì gran rivale a fronte.
                                          Io non lo credo.
per costume talora.
                                     (Io non l'intendo).
ancor tu vieni alla real Tamiri
il tributo ad offrir de' tuoi sospiri?
Non sperai... Mi credea... Ma veggo... (Oh dei!)
(Si confonde il crudel sugli occhi miei).
Siedi Scitalce, il turbamento io credo
figlio d'amor né a paragon d'ogn'altro
                      (Infedel).
                                          (Sogno o son desto!) (Nel mettersi a sedere)
il successor della corona assira?
Non tel dissi.
                          Sarà.
                                      (Questi delira).
qual mi sembri costui?) (Piano a Semiramide)
                                               (Perché ravviso
segni d'infedeltà). (Piano a Tamiri)
                                    (Però mi piace).
                        Che più s'attende? È tempo
                        (Ohimè!)
                                            Ciascun di voi...
                                                                           Ma prima
giurar si dee di tolerar con pace
la scelta d'un rivale.
                                      Il nume e l'ara
eccovi o prenci.
                              Ogni tuo cenno è legge. (S’alza e va all’ara)
Io l'approvo. (Pongono la mano su l’ara stando uno per parte)
                          Io l'affermo.
                                                   Io l'assicuro. (Ircano s’alza e non parte dal suo luogo)
non t'avvicini?
                             No, giurai né voglio
questa è l'ara de' Sciti e questo è il nume. (Ponendo la mano al petto e accennando la spada)
altro rito a compir?
                                     No, del mio core
il genio ormai farò palese.
                                                 (Ah temo
che Scitalce sarà!)
                                   L'ardir d'Ircano,
di Mirteo l'umiltà veggo ed ammiro.
la scelta, o principessa; un lieve impegno
questo non è; del tuo riposo anch'io
son debitor; meglio pensando almeno
me dal rossor di poco saggio assolvi.
Esamina, rifletti e poi risolvi.
Abbastanza pensai.
                                     Dunque favelli.
entro la regia all'oscurar del giorno.
sarem compagni e spiegherà Tamiri
ivi il suo cor. Voi tolerate intanto
il brieve indugio.
                                  Io non m'oppongo.
                                                                      Ed io
mal soffro un re de' miei contenti avaro.
Desiato piacer giunge più caro.
(Che vidi! Che ascoltai! Vive l'infida. (Da sé)
O sognavo in quel punto o sogno adesso).
Sì pensoso o Scitalce? Ami o non ami?
Da lunge avvampi e da vicino agghiacci?
Se tu sapessi... oh dio.
                                          Parla.
                                                       Se parlo
O tutto mi palesa o nulla intendo.
la dimora a Scitalce, ei pensa e tace.
che l'amor t'assicura oggi d'Ircano.
Non rispondi? Ne temi? Ecco la mano.
il comando reale?
                                  E il re qual dritto
ha di fraporre a' miei cortesi affetti
Ma tu conosci amor? Dicesti Ircano
è domar combattendo uomini e fere.
non mi spiace però; godo in mirarti
più dell'usato intorno a te s'arresta.
Gran sorte inver del mio sembiante è questa.
La principessa udisti? Ella superba
va degli affetti miei; misero amante
ti sento sospirar, ti veggo afflitto.
e per consiglio mio torna in Egitto.
Sei degno di pietà se non distingui
dall'ossequio il disprezzo. In quegli accenti
che de' meriti tuoi troppo presumi.
Io de' vostri costumi intendo meno
quanto gli ascolto più. Qui le parole
dunque han sensi diversi? A voglia altrui
qui si parla e si tace; al regio cenno
deve un'alma adattar gli affetti suoi.
Chi mai mi trasse a delirar con voi.
in Assiria si vive. Amando ancora
imitar ti conviene il nostro stile.
Con lingua più gentile alle reine
si ragiona d'amor. Non son già queste
dell'ircane foreste...
                                      E qual è mai
questo vostro d'amar nuovo costume?
si soffre volentier benché severa.
E poi s'ottien mercede?
                                             E poi si spera.
Miserabil mercé. Meglio fra noi
si trattano gli amori. Al primo sguardo
si palesa l'ardor. Cangia d'affetto
e tralascia d'amar quando è tormento.
o non s'ama fra voi. Gioia è la pena.
sé per l'amato ben pone in oblio.
Ciascun siegua il suo stile, io sieguo il mio. (Parte)
regnar così. Ma non è ver. Se un giorno
in servitù d'una crudele e bella,
sarai men franco e cangerai favella.
o qual piacere è il mio; signor perdona
se col nome d'amico ancor ti chiamo.
non per Scitalce il principe degl'Indi
sai pur ch'io ti conobbi.
                                             Allor giovommi
nome e grado mentir. Così sicuro
per render pago il giovanil desio
molto errai, molto vidi e molto intesi.
portato il piè fuor del paterno tetto,
Semiramide infida or non vedrei.
È teco? Ove s'asconde?
                                            E così cieco
Sibari sei? Non la ravvisi in Nino?
(Ah la conobbe).
                                A me la scopre assai
placidi al moto, il favellar, la voce,
la fronte, il labro e l'una e l'altra gota
facile ad arrossir. Ma più d'ogn'altro
subito torna a palpitarmi in petto.
Eh t'inganna il desio. Se fosse tale
al germano Mirteo nota sarebbe.
nella regia de' Battri.
                                        E poi trascorsi
tre lustri son da che fuggì d'Egitto
fra noi s'intese e ognun la crede estinta.
crederla estinta? In quella notte istessa
che fuggì meco io la trafissi.
                                                    Oh dio
impunita restar? Tutto fu vero
quanto svelasti a me. Nel luogo andai
destinato da lei. Venne l'infida,
l'insidie ritrovai. Cinto d'armati
v'era il rivale.
                           E il conoscesti?
                                                         In parte
pago sarei se il ravvisava. In lui
potrei l'ira sfogar.
                                   (Non sa ch'io fui).
dal nemico furor?
                                   Fra l'ombre e i rami
l'empia trafissi e la balzai nell'onda.
fu cagione il mio foglio. E non bastava
È ver, troppo trascorsi, il veggo anch'io.
gl'impeti dello sdegno e dell'amore.
appagai l'ira mia; ma non per questo
la pace ritrovai. Sempre ho sugl'occhi,
sempre il tuo foglio, il mio schernito foco,
la sponda, il fiume, il tradimento, il loco.
Serbi il mio foglio ancor! Perché non togli
un fomento al tuo duolo?
                                               Io meco il serbo
per gloria tua, per mia difesa.
                                                        Almeno
cauto lo cela; è qui Mirteo, potrebbe
contro me vendicar.
                                      Vivi sicuro.
in Egitto mi finsi.
                                   Alla mia fede
lieve prova domandi. Io tel prometto.
quel fallace desio che ti figura
Semiramide in Nino. Offri a Tamiri
e dal primo ti sani il nuovo amore.
ingannar mi potrebbe. Al re si vada,
si torni a riveder. (In atto di partire)
                                   Dove Scitalce?
Al monarca d'Assiria. A lui degg'io
di nuovo favellar.
                                  L'istessa brama
di ragionar con te Nino dimostra.
tu poi meco restar.
                                    Ma non conviene
che il re così m'attenda.
                                             Il re s'appressa,
                  (Oh dio, che dubitarne, è dessa). (Vedendo Semiramide)
                       (Vorrà scoprirsi). Altrove
portare il piè. Tutta agl'accenti suoi
lascia la libertà.
                               Parto. S'ei m'ami
scorgi, chiedi...
                              Va' pur, so quel che brami. (Parte Tamiri)
(Siam soli, or parlerà).
                                           (Partì Tamiri,
(Tace e mi guarda).
                                      (Ancor mi guarda e tace).
impallidisci, avvampi e sei confuso?
veder mi parve e mi turbò la mente.
Quella crudel mi figurai presente.
era dunque colei?
                                   Simile tanto
quell'infida direi che in te s'annida.
Se fu simile a me non era infida.
nata per mia sventura...
                                             Olà?  Scitalce
Quella crudel mi figurai presente.
fosse colei, non ti vedrei sì fiero.
di tanti sdegni tuoi pietà, perdono
e perdono e pietà forse otterresti.
vegga ch'io non la curo). Ah se tu vuoi,
felice tornerà.
                            (Si scopre adesso).
temo lo sdegno tuo.
                                     Del mio perdono
non dubitar; spiegati pur.
                                                 Vorrei
mercé del tuo favor render Tamiri.
Non più (fingiam) ti compatisco amante.
Parlerò con Tamiri e la tua brama
più che non credi a favorir m'appresto.
Ecco appunto Tamiri, il tempo è questo.
(Importuno ritorno!) Odimi; intanto
ch'io le parlo di te, colà dimora.
Vado. (Si turba). (Si ritira in un lato della scena)
                                  (Ed io resisto ancora?)
impaziente a te; quali predici
venture all'amor mio?
                                          Poco felici. (Piano a Tamiri)
con Scitalce per te. Di lui ti scorda,
non è degno d'amor.
                                       Perché?
                                                        Per ora
il più perfido core, il più rubello.
Signor parli di me? (A Semiramide)
                                       Di te favello.
(E pur impallidisce). (Torna al suo luogo)
                                         A lui si chieda
d'Ircano e di Mirteo.
                                        Fermati e seco (Piano a Tamiri)
non ragionar, se la tua pace brami.
semplice nell'amore ed egli ha l'arte
d'affascinar chi sue lusinghe ascolta.
non turbarmi così.
                                    Ma qui si tratta
del mio riposo e compatir tu dei
Lo so, di te favello.
                                    (E pur le spiace). (Ritorna al suo luogo)
Senti Scitalce, alfin dai labri tuoi
quel che ascondi nel seno?
                                                  In seno ascondo
un incendio per te. Da tue pupille
esca alla fiamma, alle ferite il loco.
                     (Si tormenti).
                                                 Io non intendo
se siano i detti tuoi finti o veraci.
Eccedi e quando parli e quando taci.
Udisti il prence? Egli è diverso assai
da quel che lo figuri.
                                       Io lo previdi
che poteva ingannarti. Ah tu non sai
quanto a fingere è avvezzo. A suo piacere
con fallaci maniere ad ora ad ora
s'accende e si scolora; il pianto, il riso
sa richiamar sul viso allor che vuole
né son figlie del cor le sue parole.
Pur così non mi sembra. Egli al mio volto
egli tace e sospira; e non son questi
chiari segni d'amor?
                                        Di quel crudele
non fidarti, o Tamiri; altro interesse
non ho che il tuo riposo.
                                             Io ben m'avvedo
del zelo tuo; ma sì crudel nol credo.
sposo a Tamiri! E tolerar lo deggio!
d'un traditor! Potessi almen spiegarmi,
dirgli ingrato, infedel; ma in gran periglio
pongo me stessa. Ah che farò! Vorrei
e parlare e tacer. Dubbiosa intanto
di sdegno avvampo e di timore aghiaccio.
son sventurati.
                             E donde il sai?
                                                          Tamiri
scoperse il suo pensier.
                                            Come?
                                                            Non giova
consumare in querele il tempo invano.
Che far possiamo?
                                    Ad un rival si lascia
così libero il campo? Andate a lei,
pietà chiedete e se mercé bramate
qualche stilla di pianto ancor versate.
A placar quell'ingrata il pianto è vano.
Che pensi Ircano?
                                   Hai tu coraggio?
                                                                   Il brando
risponderà quando tu voglia.
                                                      Andiamo
uniti ad assalir. Si accerti il colpo,
tolto il rival deciderem fra noi.
all'ospite real? Così conservi
la fé promessa ed i giurati patti?
Per assalire un sol cerchi con frode
E tal prova domandi al mio coraggio?
Che rispetto, che fede. Il mio furore
chiede vendetta. Io tolerar non voglio
ch'altri usurpi quel cor. Tremi Scitalce,
tremi d'Ircano alla fatal minaccia.
ascosa frode o violenza aperta. (Parte)
barbari sensi! Ei minor pena crede
che tolerarla; e da un'indegna frode
spera felicità. Se a questo prezzo
solo acquistar si può, sia d'altri. Ed io
che mai farò? N'andrò ramingo e solo
rammentando il mio duolo all'aure, all'onde.
che già pronta è la mensa. È giunto il tempo
col morir di Scitalce il grave inciampo
mi tolga d'un rivale e m'assicuri
quanto Sibari un dì finse in Egitto.
E pur il giungerò. Dov'è Scitalce?
il luogo della mensa?
                                        E qual furore
t'arma la destra?
                                 Io vuo' Scitalce estinto.
Additami dov'è!
                                Vana è l'impresa.
fra i custodi reali, al fianco a Nino?
Nino, i custodi e questa regia intera.
Né potranno sottrarlo ai colpi miei
tutti armati in difesa i vostri dei.
il piacer della mensa.
                                         E tu non sai
qual torto mi sovrasti?
                                           Il so. Condanno
l'ingiustizia in Tamiri e compatisco
il tuo giusto furor ma che farai?
dell'ingiusto imeneo troncare il laccio.
Ferma. (In atto di partire)
                 Non m'arrestar.
                                                Ma tu non brami
Scitalce estinto?
                                Sì.
                                        Dunque ti placa,
egli morrà, fidati a me; salvarlo
sol potrebbe il tuo sdegno.
                                                 Io non t'intendo.
Corro prima a svenarlo e poi l'arcano
mi spiegarai. (Come sopra)
                            Ma senti. (A lui conviene
tutto scoprir). Poss'io di te fidarmi?
Scitalce è mio nemico; il torto indegno
che al tuo merto si fa cresce il mio sdegno.
Ond'io, ma non parlar, già nella mensa
preparai la sua morte.
                                          E come?
                                                            È certo
che Scitalce è lo sposo. A lui Tamiri
il primo nappo offrir; per opra mia
questo sarà d'atro veleno infetto.
Se m'inganni...
                              Ingannarti! E chi sottrarmi
Passami allor con questo ferro il core.
Taci, che il re già s'avvicina a noi.
attendono da te premio e mercede.
(Io tremo e fingo).
                                    Ogni misura eccede
la real pompa e nella regia assira
con più fasto il piacer.
                                          Qui la tua cura
del ricco Gange e dell'eoe maremme
                         Da mille faci e mille
vinta è la notte e ripercosso intorno
fra l'ostro e l'or multiplicato il lume.
io preparai la fortunata stanza
pegno dell'amor mio.
                                         (Finge costanza).
chi più di me saria felice?
                                                 (Ingrato).
puoi dubitar? Saggia è Tamiri e vede
che il più degno tu sei.
                                           Che ascolto! Ircano
Dov'è il tuo foco e l'impeto natio?
Comincio amico ad erudirmi anch'io.
Così mi piaci.
                            È molto.
                                              Io non intendo
                     (M'intenderai fra poco).
Più non si tardi, ognun la mensa onori. (Doppo seduta nel mezzo Semiramide, siedono alla destra di lei Tamiri e poi Scitalce, alla sinistra Mirteo e poi Ircano. Sibari in piedi appresso Ircano. Intanto sinfonia)
In lucido cristallo aureo liquore
Sibari a me si rechi.
                                       (Ardir mio core). (Va a prender la tazza)
(Il colpo è già vicino).
                                         Oh dio s'appressa
                     Che sarà!
                                         Che punto è questo!
Tamiri e scegli. Il sospirato dono (Dà la tazza a Tamiri)
e goda quegli il grand'acquisto in pace.
Il dubbio o prenci in cui finor m'involse
discioglie il genio e non offende alcuno
Ecco lo sposo e il re; Scitalce beva. (Tamiri posa la tazza avanti Scitalce)
(Ah qual impegno!)
                                      (Or s'avvicina a morte).
Via Scitalce, che tardi? Il re tu sei.
lo comanda a Scitalce?
                                           Io non comando,
fa' il tuo dover.
                              Sì lo farò. (L'ingrata
si punisca così). D'ogn'altro amore
mi scordo in questo punto... Ah non ho core. (Volendo bere e poi s’arresta)
il dono o principessa, io non l'accetto. (Posa la tazza)
               (O sventura!)
                                          E lei ricusi, allora
Non s'offende in tal guisa una regina. (A Scitalce)
difensor di Tamiri; e tu non devi
la tazza ricusar, prendila e bevi. (A Scitalce)
Principe invan ti sdegni; ei col rifiuto
e al demerito suo giustizia rende.
No no, voglio ch'ei beva.
                                              Eh taci. Intanto
per degno premio al tuo cortese ardire
ricevi tu con più giustizia Ircano.
te destino al mio trono, all'amor mio.
(Sibari che farò?) (Piano a Sibari)
                                    (Mi perdo anch'io). (Piano ad Ircano)
Perché taci così? Forse tu ancora
vuoi ricusarmi?
                               No, non ti ricuso;
penso... Vorrei... Ma temo... (Io son confuso).
un momento pensar, prendila e bevi. (Ad Ircano)
                    Ma risolvi.
                                          Ho risoluto. (S’alza e prende la tazza)
Così riceve un tuo rifiuto Ircano.
Ah questo è troppo! Ognun disprezza il dono,
a mendicar chi le mie nozze accetti?
in Assiria veniste? O il mio sembiante
che a farlo tolerar non basti un regno?
È giusta l'ira tua.
                                 Dell'amor mio
dovresti o principessa...
                                             Alcun d'amore
più non mi parli. Io sono offesa e voglio
punito l'offensor. Scitalce mora.
il mio dono avvilì. Chi sua mi brama
venga tinto di sangue ed io l'accetto.
per essermi fedel).
                                     Scitalce andiamo.
il dono offrir della tua testa io voglio.
arrossir ti farò.
                              (Stelle, che fia!) (Scitalce in atto di partire seguito da Ircano)
Arrestatevi olà, l'impresa è mia.
chiamai Scitalce.
                                 Io difensor più giusto
                            Ella di te non cura
né mai ti scelse.
                               Ella ti sdegna, offesa
dal tuo rifiuto.
                             E tu pretendi?...
                                                             E vuoi?...
Tacete, è vano il contrastar fra voi.
venga Ircano, Mirteo, venga uno stuolo,
solo io sarò né mi sgomento io solo.
Fermati (oh dio).
                                  Che chiedi?
                                                          In questa regia
il rifiuto soffrì; prima d'ogn'altro
io son l'offeso e pria d'ogn'altro io voglio
l'oltraggio vendicar; qui prigioniero
resti Scitalce e qui deponga il brando.
la custodia del reo.
                                    Come?
                                                    Che intendo!
(Così non mi paleso e lo difendo).
Non più, così comando, il re son io.
a Scitalce così? Colpa sì grande
ti sembra il mio rifiuto? Ah troppo insulti
la sofferenza mia, qui potrei farti
forse arrossire.
                              Olà t'accheta e parti.
Ma qual perfidia è questa! Ove mi trovo!
Nella regia d'Assiria o fra i deserti
dell'inospita Libia! Udiste mai
il Moro infido o l'Arabo rapace?
han più fede tra loro anche le fiere.
che son pietosa e non crudel).
                                                       Perdona
signor s'io troppo ardisco. Il tuo comando
Scitalce a un punto e la mia speme oltraggia.
il trionfar di lui?
                                 Chi mai t'intende!
Or Tamiri non curi ed or la brami?
               Se amavi allor, come in te nacque
d'un rifiuto il desio?
                                       Così mi piacque.
Se ti piacque così, perché la pace
or mi vieni a turbar?
                                        Così mi piace.
Strano piacer, dell'amor mio ti fai
rivale Ircano ed il perché non sai.
che vorreste da me?
                                       Da te vorrei
ragion dell'opre tue.
                                       Saper desio
                   Non tacer.
                                        Parla.
                                                     Rispondi.
sventurato in amore. Un tal rivale
si preferisce a me.
                                    Non è Tamiri
sposa finor; molto sperar tu puoi.
Scitalce è prigionier, si rese Ircano
dell'imeneo col suo rifiuto indegno.
Facilmente otterrai la sposa e il regno.
Che giova il merto; io soffrirò ma poi
chi ragion mi farà? Forse Tamiri?
da lei mercede. A tuo favore io stesso
tutto farò. Ti bramerei felice.
                         Ti meravigli o prence
Tu più caro mi sei di quel che credi.
è una prova d'amor. Questa mi toglie
l'imagine dal cor. Questa risveglia
mille teneri affetti in sen mi desta.
la sua fé rammentando e non gl'inganni.
nella felicità scordar gli affanni!
L'accortezza a che val, se ognor con nuovi
d'ogni disegno mio le fila intrica.
vive Scitalce e sa la trama Ircano.
                    Perché?
                                     Voglio che a lei
discolpi il mio rifiuto.
                                          Il suo pensiero
                              Con palesarle il vero.
                Sì. Tu le dirai ch'io l'amo,
io ricusai, ch'era la tazza aspersa
di nascosto velen, che tua la cura
fu d'apprestarlo e che dai detti tui
l'inganno a favorir sedotto io fui.
Signor che dici? E pubblicar vogliamo
un delitto comun. Reo della frode
saresti al par di me. Fra lor di colpa
chi meditò, chi favorì l'inganno.
D'un desio di vendetta alfin Tamiri
mi creda reo, non del rifiuto e sappia
perché la ricusai.
                                 Troppo mi chiedi,
E ben, taccia il tuo labro e parli il mio. (In atto di partire)
Senti. (Al riparo). Il tuo parlar scompone
un mio pensier che può giovarti.
                                                             E quale?
Pria che sorga l'aurora io di Tamiri
possessor ti farò.
                                 Come?
                                                 Al tuo cenno
navi, seguaci ed armi?
                                           E ben, che giova?
Ai reali giardini il fiume istesso
bagna le mura e si racchiude in quelli
di Tamiri il soggiorno; ove tu voglia
l'impresa assicurar, per tal sentiero
rapir la sposa e a te recarla io spero.
Dubbia è l'impresa.
                                      Anzi sicura. Ognuno
sarà immerso nel sonno; a questa insidia
non v'è chi pensi e incustodito è il loco.
mi piaccia il tuo pensier ma non vorrei...
Eh dubitar non dei. Fidati, io vado
il sito ad esplorar; tu co' più fidi
A momenti verrò, vanne e m'attendi.
e Scitalce e Mirteo, Tamiri e Nino.
Che si fa? Che si pensa? Ancor non turba
né pur con la minaccia i sonni al reo?
Hai difensor più degno, ecco Mirteo.
Scitalce ancor?
                             Si vincerà, se basta
esporre a tua difesa il sangue mio.
avrà premio da me.
                                      Degno d'affetto
veramente è Mirteo. Rozzo in amore
non è come son io. Ne sa gl'arcani.
un'ombra di speranza è gran mercede.
sarà forse mio sposo. Ei non invano
Fortunato Mirteo. (Quanto s'inganna).
pietosa ti vedrò.
                                Se di Scitalce
pria non sei vincitor, tu di Tamiri
possessor non sarai.
                                      L'avrei punito
s'ei fosse in libertà. Nino lo rese
suo prigionier.
                             Perché?
                                              Per vendicarti.
Per vendicarmi! E chi richiese a lui
che il punisca un di voi.
                                             Libero ei vada,
                             A me lascia la cura
della sua libertà. Tu pensa al resto.
stringerò la tua destra?
                                            Io mi spiegai
abbastanza con te.
                                   Sì, ma potresti
pentirti ancor.
                             (Quant'è importuno!) Ingiusto
invano a sospirar che sempre temo,
Mirteo cangia favella o cangia affetto.
un languido amator che mi tormenti
che mai lieto non sia, che sempre innanzi
mesto mi venga e che tacendo ancora
mi rimproveri ognor ch'io sono ingrata.
ragione ha Nino! Io chiederò... Ma viene.
prigioniero Scitalce?
                                        A tuo riguardo.
Voglio che a' piedi tuoi supplice, umile
e perdono e pietà.
                                   Gran pena invero.
Eh non basta al mio sdegno. Io vuo' che il petto
esponga al nudo acciaro. Io vuo' che sia
la sua vita in periglio e se un rivale
sugl'occhi miei gli trafigesse il seno
nel suo morir sarei contenta appieno.
Ah mal conviene a tenera donzella
di brama sì tiranna il core acceso.
Parli così perché non sei l'offeso.
(Lo sdegno con l'amor venga alla prova).
ho desio d'appagarti e già che vuoi
Scitalce estinto io la tua brama adempio.
Ma non chiamarmi poi barbaro ed empio.
chiamar ti deggio.
                                   In solitaria parte
farò che innanzi a te cada trafitto.
tardi ingrato da me pietà vorrai.
Che bel piacer avrai del nudo acciaro
della morte il terror correr sul viso.
per dar soccorso alle squarciate vene.
tentar gli accenti, la pupilla errante
i rai cercar della smarrita luce,
or sul tergo cadergli ed or sul petto.
                (Già impallidisce). Odimi. Allora
aprigli il sen con le tue mani istesse.
               Non più.
                                  Strappagli allor quel core
               Taci una volta.
                                            (Ha vinto amore).
Tu parli di pietade e sei l'offesa?
Troppo crudel mi vuoi.
                                            Ma che vorresti?
Scitalce è qui. (A Semiramide)
                             L'ascolterò fra poco, (Sibari parte)
di' che m'attenda. E ben risolvi, a lui
condoni il fallo?
                               No.
                                         Dunque s'uccida.
Scitalce udir, spiegami i sensi tuoi.
                   Che?
                               Dirai... Di' ciò che vuoi.
S'avanzi il prigionier. Mi balza in petto
impaziente il cor. Più non poss'io
coll'idol mio dissimular l'affetto.
Eccomi, che si chiede? A nuovi oltraggi
vuoi forse espormi? O di mia morte è l'ora?
E come hai cor di tormentarmi ancora?
Deh non fingiamo più. Dimmi che vive
nel petto di Scitalce il cor d'Idreno.
Semiramide tua, che per salvarti
ti resi prigionier, ch'io fui l'istessa
sempre per te, che ancor l'istessa io sono.
Torna torna ad amarmi e ti perdono.
Forse i tuoi tradimenti?
                                              O stelle! O dei!
I tradimenti miei! Dirlo tu puoi?
Tu puoi pensarlo?
                                   Udite. Ella s'offende
tentato il mio morir, com'io veduto
non avessi il rival, come se alcuno
non m'avesse avvertito il mio periglio.
Rivolgi altrove o menzognera il ciglio.
a credermi sì rea?
                                   So che ti spiacque,
la tua frode svanì. Dell'innocenza
i numi ebber pietà.
                                      Que' numi istessi,
dell'innocenza mia facciano fede.
Io tradir l'idol mio! Tu fosti e sei
del mio tenero cor tutta la cura.
torni Scitalce a trapassarmi il seno.
Tu vorresti sedurmi; un'altra volta
Più le lagrime tue forza non hanno.
sé stessa abbandonar, lasciar per lui
Se questo è inganno, e qual sarà l'amore?
                           E mi deride! Udite
se mostra de' suoi falli alcun rimorso?
io tutta umile, egli di sdegno acceso,
la colpevole io sembro ed ei l'offeso.
No no, la colpa è mia; purtroppo io sento
rimorsi al cor ma sai di che? Di un colpo
che lieve fu, che non t'uccise allora.
Barbaro non dolerti, hai tempo ancora.
Eccoti il ferro mio, da te non cerco
difendermi o crudel; saziati, impiaga,
passami il cor, già la tua mano apprese
del ferirmi le vie. Mira, son queste
l'orme del tuo furor; ti volgi altrove?
Riconoscile ingrato e poi mi svena.
Va', non ti credo.
                                 O crudeltade! O pena!
Partì l'infida e mi lasciò nel seno
fra lor nemici. Il suo dolor mi spiace,
la sua colpa abborisco; e il core intanto
di rabbia freme, e di pietà sospira.
E mi si desta il pianto in mezzo all'ira.
son crudo a me, non son pietoso a lei.
Che fa, che tarda? Impaziente ormai
la sposa attendo. Il nuovo sol già nasce
e Sibari non torna. Ah qualche inciampo
all'impresa trovò. Ma genti ascolto!
È Sibari che vien; Tamiri è mia.
solleciti al partir.
                                 Signor fuggiamo.
E Tamiri dov'è?
                                Fuggiam, che tutta
suona la regia e al feminil tumulto
accorrono i custodi. Argine intanto
che mi desti all'impresa. Ah già che il fato
due vittime togliamo al regio sdegno.
Questa è la sposa a cui trovarmi in braccio
dovea l'aurora? E tu senza Tamiri
Era vano arrischiarmi incontro a tanti.
che temesti versar sparger vogl'io. (Cava la spada)
E pur colpa non ho.
                                     Cadi trafitto.
Sempre in te punirò qualche delitto. (Ircano in atto di uccider Sibari e Sibari con spada nuda si difende)
non potrete involarvi. (Esce Mirteo inseguendo alcuni sciti che si ritirano alle navi e doppo lui escono gli assiri, tutti con l’armi)
                                          Aita o prence. (Sibari veduto Mirteo lascia l’attacco)
non basto incontro a lui.
                                              Barbaro scita. (Avanzandosi nel mezzo)
si contrastan gli amori?
                                             A tuo dispetto,
                           L'avrai! Correte assiri;
Ti svenarò superbo.
                                      Invan lo speri. (Ircano, Mirteo e Sibari si disviano combattendo. Gli sciti balzano dalle navi e siegue incendio delle dette con zuffa fra sciti e gli assiri, quale terminata colla fuga de’ primi, escono di nuovo combattendo Ircano e Mirteo e resta Ircano perditore)
Cedi il ferro o t'uccido.
                                           A me l'acciaro
non toglierai, se non rimango estinto.
No no, vivrai ma disarmato e vinto. (Mirteo disarma Ircano e getta la spada)
prigionier conducete.
                                         Io prigioniero!
Sì fremi traditor.
                                  Di mie sventure
sarà prezzo il tuo sangue.
                                               Eh di minaccie
tempo non è, grazia e pietade implora.
Grazia e pietà? Farò tremarvi ancora.
e del cielo e del mar giammai non cede.
i folgori sul capo, i venti intorno.
in mezzo ai nembi procellosi e neri
fa da lunge tremar navi e nocchieri. (Ircano parte fra le guardie)
                          Mirteo respira.
Tu il barbaro opprimesti, i suoi seguaci
io dispersi e fugai. Salva è Tamiri,
                          Quanto ti deggio amico.
chi preveder potea. Fu gran ventura
lo strepito dell'armi; accorsi e vidi
di Tamiri il soggiorno, aperto il varco
del giardino reale, Ircano armato,
disposto ogni nocchier, sciolto ogni legno.
M'inorridì, m'opposi, il brando strinsi
ma non la preda al temerario scita.
d'un'eterna amistà Sibari un pegno.
Tu mi rendi la pace; io piangerei
privo dell'idol mio.
                                     L'opre dovute
                          (Che fortunato inganno!)
per te mi trovo.
                               Il tuo maggior nemico
non t'è noto però.
                                  Lo so, Scitalce
funesto è all'amor mio.
                                            Solo all'amore?
Ah Mirteo nol conosci.
                                          Io nol conosco?
No. (S'irriti costui). Scitalce è quello
ti rapì la germana.
                                    Oh dei! Che dici?
Donde Sibari il sai?
                                      Noto in Egitto
egli mi fu; del tuo gran padre allora
ero i custodi a regolare eletto,
crescevi in Battra a Zoroastro appresso.
                            Non dubitarne, è desso.
si voli a Nino, il traditor si uccida.
un incauto furor? Taci con Nino.
Troppo amico è a Scitalce e non t'avvedi
prigionier l'assicura? Ov'è la pena
per deludervi solo, al suo delitto?
Troppo credulo sei.
                                     Lo veggo e intanto
                              Dissimular lo sdegno,
accertar la vendetta; un vile acciaro
basta a compirla e tuo rossor saria
s'ei per tua man cadesse.
                                               Ardo di sdegno;
non soffre l'ira mia freno o ritegno.
inutile non è. Scitalce estinto
un inciampo mi toglie al letto e al soglio.
di delitto in delitto ognor mi guida
necessario si rende ogn'altro eccesso.
Nol voglio udir. Da questa regia Ircano (Nell’uscire ad una comparsa che ricevuto l’ordine parte)
parta a momenti; egli perdé nel vile
ogni ragione all'imeneo conteso.
riconosce Tamiri...
                                    Ove s'asconde?
Che fa Scitalce? Al paragon dell'armi
perché non vien?
                                  La principessa offesa
tace e solo Mirteo pugnar desia?
Scitalce è un traditor.
                                         (Che ascolto o dei).
contendermi non puoi, legge è del regno.
la chiederò se me la nieghi e quando
né pur l'ottenga, a trucidar l'indegno
saprò d'un vil ministro armar la mano.
E poi non è l'Egitto assai lontano.
Qual impeto è mai questo? A me ti fida
caro Mirteo, ti sono amico e penso
al tuo riposo al par di te.
                                              Tu pensi
a difender Scitalce, egli t'è caro.
Questa è la cura tua, tutto m'è noto.
                             Risolvi o l'ira mia
libera avvamparà.
                                   Taci; un momento
ti chiedo sol, t'appagherò, m'attendi
nelle vicine stanze e torna intanto
a richiamar quel mansueto stile
che t'adornò finora.
                                      Indarno il chiedi.
alma pigra allo sdegno è più feroce. (Parte)
forse nota son io, Scitalce è noto.
tremo per lui. Che far dovrò? Consiglio
ritrovassi placato il mio tiranno. (Semiramide partendo s’incontra in Scitalce)
Basta la mia dimora? E fin a quando
deggio un vile apparir? M'uccidi o rendi
al braccio, al piè la libertade e l'armi.
colla sorte congiuri? Ah siamo entrambi
che Mirteo ci conosca; ai detti suoi,
quasi chiaro si scorge. E se mai vero
fosse il sospetto, egli vorrà col sangue
punir la nostra fuga; e quando invano
pur lo tentasse, al popolo ingannato
il tumulto potria farmi palese.
chiede la sorte mia, pensaci o caro.
faccia il destino.
                                Un periglioso scampo
questo saria; ve n'è miglior.
                                                    Non voglio
non ti sdegnare. Un imeneo potrebbe
se a me tu porgi...
                                   Eh l'ascoltarti è vano. (In atto di partire)
Sentimi per pietà. Se mel concedi
che mai ti può costar?
                                          Più che non credi. (Come sopra)
vanne pur dove vuoi libero e sciolto.
Via, per l'ultima volta ora t'ascolto.
(Quanto è crudel!) Se la tua man mi porgi
tutto in pace sarà. Vedrà Mirteo
giustificato in noi l'antico errore.
non gli sarà Scitalce e quando uniti
voi siate in amistà, l'armi d'Egitto,
le forze del tuo regno, i miei fedeli
saran bastanti a conservarmi il trono.
quando giungessi a terminar la vita
coll'idol mio, col mio Scitalce unita.
Parla, ch'io già parlai.
                                         Rendimi il brando
Così rispondi? E qual favella è questa?
né al mio pensiero il tuo pensier nasconda.
Che brami udir? Ch'una spergiura, un'empia,
che una perfida sei? Che invan con questi
mi pretendi ingannar? Ch'io non ti credo,
che pria d'esserti sposo esser vorrei
dal suol sepolto o incenerito adesso?
Lo sai né giova il replicar l'istesso.
anima senza legge e senza fede?
qual fiera t'educò? Dove nascesti?
Taci; ingiurie novelle udir non voglio.
il brando al prigionier; libero sei.
il tuo cieco furor, vanne ma pensa
ch'oggi ridotta alla sventura estrema
vendicarmi saprò, pensaci e trema.
simular fedeltà! Sogno o son desto!
pur di Sibari il foglio. «Amico Idreno (Cava il foglio e legge)
Semiramide tua...» Folle a che giova
da un foglio mendicar, se agl'occhi miei
scoperse il cielo i tradimenti rei?
la tirannia d'un vergognoso affetto. (S’incontra in Tamiri)
m'avveggo dell'error. Teco un ingrato
so che finora io fui ma più nol sono;
concedimi, io lo chiedo, il tuo perdono.
(Nino parlò per me). Senti, Scitalce.
tutto mi scorderei; ma in te sospetto
viva la fiamma ancor.
                                         No, non è vero.
d'amor per te, mi liberò, mi sciolse,
mi fe' arrossir d'ogn'altro laccio antico.
(Quanto fa la pietà d'un vero amico!)
Finger tu puoi; non crederò se pria
Ecco la destra mia, vedi se fingo.
Prendi. (Nell’atto che vuol dargli la mano esce)
                 Che ardir? Che tradimento è questo?
Così vieni a pugnar? Chi ti trattiene?
Più non sei prigionier, libero il campo
il re concede, a che tardar? Raccogli
sollecito sarò.
                           Dunque si vada.
che tu pugni per me più non intendo. (A Scitalce)
Eh lasciami pugnar. (A Tamiri)
                                        Prence t'attendo.
si voli al re). (In atto di partire)
                          Così mi lasci? Ascolta.
t'ascolterò. (Come sopra)
                       Dunque mi fuggi?
                                                           Oh dio,
non ti fuggo, t'inganni.
                                           E perché mai
Ma se deggio partir. (Come sopra)
                                        Sentimi e parti.
Or va', servi un'ingrata, il tuo riposo
perdi per lei, consacra ai suoi voleri
tutte le cure tue, tutti i pensieri.
poi si premia la fé di chi l'adora.
che m'adombrò della ragione i rai
si sciolga alfine. Ho vaneggiato assai.
A forza io passerò. (Di dentro)
                                    Quai grida io sento!
Mi si contende il varco? (Alle guardie)
                                              E qual ardire
qui ti trattien? Così partisti? Adempi
il mio cenno così?
                                   Vuo' del cimento
trovarmi a parte anch'io. Lasciar non voglio
la destra di Tamiri ad altri in pace.
non ricusasti? Altra ragion non hai.
non la sua destra. Avvelenato il nappo
Sibari aveva, io non mancai di fede.
che m'incolpi così, perché Tamiri
non ti lasciai rapir. Folle vendetta,
                                  Come? M'avvampa
di rabbia il cor, di rapir lei non ebbi
il consiglio da te, da te l'aita?
la tua perfidia. A contrastarti il passo
non lo vide Mirteo? Di tue menzogne
arrossisci una volta.
                                      Il mio disegno
Eh taci indegno, io te conosco e lui.
è Sibari il fedel.
                               No, non è vero.
Tu vorresti ingannarmi, o taci o parti.
Non più, si dia della battaglia il segno. (Mentre Semiramide va sul trono, Ircano si ritira ad un lato in faccia a lei. Sibari resta alla sinistra del trono. Suonano le trombe, s’aprono i cancelli, dal destro de’ quali viene Mirteo e dall’opposto Scitalce ambedue senza spada, senza cimiero e senza manto)
(Al traditore in faccia il sangue io sento
agitar nelle vene). (Guardando Scitalce)
                                    (Io sento il core
agitarsi nel petto in faccia a lei). (Guardando Semiramide)
(Spettacolo funesto agl'occhi miei). (Due capitani delle guardie presentano l’armi a Scitalce e a Mirteo e si ritirano appresso i cancelli dell’anfiteatro)
(Io non parlo e m'adiro).
                                               (Io temo e spero).
dimostraste abbastanza. Ognun ravvisa
nella vostra prontezza il vostro ardire.
non macchi il vostro sangue. Io so che il campo
contendervi non posso e nol contendo.
la tragedia impedir. Vivete e sia
la vita mia, la mia corona, il trono.
                   All'armi.
                                      (O giusti dei son morta). (Mentre si battono esce frettolosa)
È inutile la pugna. Io la richiesi,
io più non la desio.
                                     Se a te non piace,
è necessaria a me; vendico i miei,
non i tuoi torti. È un traditor costui,
mentisce il nome, egli si appella Idreno,
dall'Egitto rapì.
                               (Stelle che fia!)
Saprò, qualunque io sia...
                                                Mirteo t'inganni.
quell'Idreno non è.
                                     L'ascondi invano.
Sibari lo conobbe, egli l'afferma.
perfido amico? È ver, mi finsi Idreno, (A Mirteo)
t'involai la germana.
                                       Ove si trova
Semiramide rea? Parla? Rispondi
pria ch'io versi il tuo sangue.
                                                      (Oh dio mi scopre!)
e fra l'onde del Nilo io la gittai.
                           Che ascolto!
                                                   A tanto eccesso
                                  In questo foglio vedi
Sibari lo vergò, leggi Mirteo.
                   (Che foglio è quello!)
                                                           «Amico Idreno
Semiramide tua porti tu stesso.
L'insidia è al Nilo appresso. Ella che brama
di doverla rapir, ti finge amore,
fugge con te ma col disegno infame
a quello a cui la stringe il genio antico.
Vivi, ha di te pietà Sibari amico».
                          (Che incontro!)
                                                         E tanto ardisti
Sibari d'asserir? Di nuovo afferma
s'è verace quel foglio o menzognero.
                       (Che dirò). Sì, tutto è vero.
Sibari io non t'intendo. In questo foglio
l'avverti d'un periglio e poi ti sento
di Scitalce si fa Sibari istesso?
Allor... (Mi perdo). Io non credea... Parlai...
Perfido, ti confondi. Ah Nino è questi
un traditor, dal labro suo si tragga
                          (Se qui a parlar l'astringo
al popolo mi scopre). In chiuso loco
costui si porti e sarà mia la cura
che il tutto a me palesi.
                                            In questa guisa
Nino mi tratti? A che portarmi altrove?
                         No, vanne; i detti tuoi
                 Resti.
                              Si senta.
                                                Udite.
                                                              (Oh dio).
Semiramide amai. Lo tacqui, intesi
l'amor suo con Scitalce, a lei concessi
agio a fuggir. Quanto quel foglio afferma
finsi per farla mia.
                                    Numi! Fingesti?
vidi il rival, vidi gl'armati.
                                                  Io fui
sul Nilo v'attendea. Volli assalirti
ma fra l'ombre in un tratto io vi perdei.
Ah perfido. (Che feci!)
                                           Udite; ancora
molto mi resta a dir.
                                       Sibari basta.
de' falli apposti a me.
                                         Tutti son miei.
                              No, non mi basta.
                                                                (Oh dei!)
altri lieto non sia. Popoli a voi
scopro un inganno, aprite i lumi; ingombra
una femina imbelle il vostro impero.
Taci (è tempo d'ardir). Popoli è vero. (S’alza in piedi sul trono)
Semiramide io son. Del figlio invece
regnai finor ma per giovarvi. Io tolsi
del regno il freno ad una destra imbelle
non atta a moderarlo; io vi difesi
dal nemico furor; d'eccelse mura
i regni dell'Assiria. Assiria istessa
dica per me se mi provò finora
ardita in guerra e moderata in pace.
Se sdegnate ubbidirmi, ecco depongo (Si cava e posa la corona sul trono)
il serto mio, non è lontano il figlio.
                          Ah Mirteo. (Semiramide scende dal trono e abbraccia Mirteo)
                                                Perdono o cara.
della mia destra il dono.
                                              Oh dio Tamiri,
io ti promisi amor.
                                     Tolgano i numi
ch'io turbi un sì bel nodo. In questa mano
ecco il premio Mirteo da te bramato.
                                 O me beato.
Lasciatemi svenar Sibari e poi
al Caucaso natio torno contento.
principe i casi miei vedi che sono.
Sia maggior d'ogni esempio anche il perdono.

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