Metrica: interrogazione
116 settenari (pezzi chiusi) in Didone abbandonata P2 
                Dovrei... Ma no...
L'amor... oh dio, la fé...
Ah che parlar non so. (Ad Osmida)
Spiegalo tu per me. (Parte)
   Tra lo splendor del trono
belle le colpe sono,
perde l'orror l'inganno,
tutto si fa virtù.
   Fuggir con frode il danno
può dubitar se lice
quell'anima infelice
che nacque in servitù. (Parte)
   Quando saprai chi sono
sì fiero non sarai
né parlerai così.
   Brama lasciar le sponde
quel passaggiero ardente,
fra l'onde poi si pente
se ad onta del nocchiero
dal lido si partì. (Parte)
   Ogni amator suppone
che della sua ferita
sia la beltà cagione
ma la beltà non è.
   È un bel desio che nasce
allor che men s'aspetta,
si sente che diletta
ma non si sa perché. (Parte)
   Non ha ragione ingrato
un core abbandonato
da chi giurogli fé?
   Anime innamorate
se lo provaste mai
ditelo voi per me.
   Perfido tu lo sai
se in premio un tradimento
   E qual sarà tormento
se questo mio non è. (Parte)
   Leon, ch'errando vada
per la natia contrada,
se un agnellin rimira
non si commove all'ira
   Ma se venir si vede
orrida tigre in faccia
l'assale e la minaccia,
perché sol quella crede
degna del suo furor. (Parte)
   Vedi nel mio perdono
   Vedilo e dimmi poi
se gli africani eroi
tanta virtù nel seno
   Son quest'idoli vani
di gloria e di virtù
   Ma poi quel volgo istesso
dalla potenza oppresso
nel giudicar s'inganna
e quel che in sé condanna
   Non cede all'austro irato
né teme allor che freme
il turbine sdegnato
quel monte che sublime
le cime inalza al ciel.
   Costante ad ogni oltraggio
sempre la fronte avvezza,
disprezza il caldo raggio,
non cura il freddo giel. (Parte)
   Chiamami pur così.
Forse pentita un dì
ma non l'avrai da me.
   Quel barbaro che sprezzi
non placheranno i vezzi.
Né soffrirà l'inganno
quel barbaro da te. (Parte)
   Va lusingando amore
il credulo mio core,
gli dice: «Sei felice»
   Per poco mi consolo
ma più crudele io sento
poi ritornar quel duolo
che sol per un momento
dall'alma si partì.
   Vivi superbo e regna.
Regna per gloria mia,
vivi per tuo rossor.
   E la tua pena sia
il rammentar che in dono
ti diè la vita e il trono
pietoso il vincitor. (Parte)
   Ardi per me fedele,
serba nel cor lo strale
ma non mi dir crudele
se poi non hai mercé.
   Hanno sventura eguale
la tua, la mia costanza.
Per te non v'è speranza.
Non v'è pietà per me. (Parte)
   Cadrà fra poco in cenere
il tuo nascente impero;
e ignota al passaggiero
   Se a te del mio perdono
meno è la morte acerba
soccorso né pietà. (Parte)
   Vado... Ma dove... Oh dio.
Resto... Ma poi, che fo!
senza trovar pietà?

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