Metrica: interrogazione
118 settenari (pezzi chiusi) in Semiramide P3 
   Non so se più t'accendi
a questa, a quella face;
ma pensaci, ma intendi,
forse chi più ti piace
più traditor sarà.
   Avria lo stral d'amore
troppo soavi tempre,
se la beltà del core
corrispondesse sempre
del volto alla beltà. (Parte con Sibari)
   Vorrei spiegar l'affanno,
nasconderlo vorrei;
e mentre i dubbi miei
così crescendo vanno,
tutto spiegar non oso,
tutto non so tacer.
   Sollecito e dubbioso,
penso, rammento e vedo;
e agli occhi miei non credo,
non credo al mio pensier. (Parte)
   Voi non sapete quanto
giovi a destar faville
quell'improvviso pianto
che versan due pupille
in faccia al caro ben.
   Ogni bellezza altera
va dell'altrui dolore;
si rende poi men fiera
e alfin germoglia amore
alla pietade in sen. (Parte)
   Talor se il vento freme
chiuso negli antri cupi,
dalle radici estreme
vedi ondeggiar le rupi
e le smarrite belve
le selve abbandonar.
   Se poi della montagna
esce dai varchi ignoti,
o va per la campagna
struggendo i campi interi
o dissipando i voti
dei pallidi nocchieri
per l'agitato mar. (Parte)
   Tu mi disprezzi, ingrato, (A Scitalce)
ma non andarne altero;
trema d'aver mirato,
superbo, il mio rossor.
   Chi vuol di me l'impero
passi quel core indegno.
Voglio che sia lo sdegno
foriero del mio amor. (Parte)
   Voi che le mie vicende, (Ad Ircano)
voi che i miei torti udite, (A Mirteo)
fuggite, sì fuggite,
qui legge non s'intende,
qui fedeltà non v'è.
   E puoi tiranno, e puoi
senza rossor mirarmi? (A Semiramide)
Qual fede avrà per voi
chi non la serba a me. (Parte con Sibari)
   A te risorge accanto
la speme nel mio sen,
come dell'alba al pianto
su l'umido terren
   Se guida mia si fa
l'amica tua pietà,
non temo del mio ben
   Vieni, che in pochi istanti
dell'idol tuo godrai
e ogni rival farai
d'invidia impallidir.
   Piangano i folli amanti
per ammollire un core;
per te non fece amore
le strade del martir. (Parte)
   Crudel! Morir mi vedi;
e il mio dolor non credi?
E insulti al mio dolor?
   Empia! Mi sei palese;
e vanti ancor difese?
E vuoi tradirmi ancor?
   Che crudeltà!
                              Che inganno!
Che affanno è quel ch'io sento!
   Qual astro in ciel splendea
quel dì che un'alma rea
seppe inspirarmi amor?
   In mezzo alle tempeste
scoglio battuto in mar
da lungi fa tremar
   Fra l'onde più funeste
lo scoglio tuo sarò
e il fasto io frangerò
   Fuggi dagli occhi miei,
perfido, ingannator;
ricordati che sei,
che fosti un traditor,
   Misera, a chi serbai
amore e fedeltà?
A un barbaro che mai
non dimostrò pietà,
   D'un genio che m'accende
tu vuoi ragion da me?
Non ha ragione amore
o se ragione intende,
subito amor non è.
   Un amoroso foco
non può spiegarsi mai.
Di' che lo sente poco
chi ne ragiona assai,
chi ti sa dir perché. (Parte)
   Ma d'esser non pretenda
eguale al nume ispano,
benché l'eroe tebano
pur m'arrestò così.
   La differenza intenda
la notte per Alcide,
ma per Fernando il dì.

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