Metrica: interrogazione
689 endecasillabi (recitativo) in Issipile H 
giustissimo dolor, Rodope amica,
salvami il padre. A queste sponde infami
digli che non s'appressi. A lui palesa
le furie femminili.
                                    E tu poc'anzi
non giurasti svenarlo? Io pur ti vidi
su l'are atroci...
                              Io secondai fingendo
d'Eurinome il furor. Vedesti come
forsennata e feroce in ogni petto
propagò le sue furie? E chi potea
un torrente arrestar? Sospetta all'altre
già sedotte compagne, io non sarei
utile al padre. A comparir crudele
m'insegnò la pietà. Giurava il labbro
del genitor lo scempio e in sua difesa
tutti gli dei sollecitava il core;
e l'ardir del mio volto era timore.
vana è la cura. Ah che vicine al porto
son già le navi e se non corri... Oh dio!
ha pieno d'ira e di vendetta il ciglio!
Suggeritemi, o dei, qualche consiglio.
valorose compagne, a queste arene
dalle sponde di Tracia a noi ritorno
fanno i Lenni infedeli. A noi s'aspetta
l'oltraggio vendicar. Tornan gl'ingrati
le messi rinnovar. Tornano a noi
de' talami furtivi i frutti infami
dipinte il volto e di ferino latte
avvezzate a nutrirsi, adesso altere
della vostra beltà vinta e negletta.
la giurammo; s'adempia. Al gran disegno
tutto cospira. L'opportuna notte,
la stanchezza de' rei, del dio di Nasso
il rito strepitoso, onde confuse
fra le grida festive. I padri, i figli,
cadano estinti; e sia fra noi comune
il merito o la colpa. Il grande esempio
al sesso ingrato a serbar fede insegni.
(Come finge furor!)
                                      Rodope, corri;
saran discesi, ad avvertir ritorna...
fuor de' legni balzar vidi le squadre.
                     Io stessa.
                                        (Ah! Si prevenga il padre). (Vuol partire)
                        Alle navi. Il re vogl'io
lo sdegno mio con accoglienza accorta.
È tardi; ecco Toante.
                                       (Oh dei! Son morta).
vieni al paterno sen. Da te lontano
tutto degli anni miei sentivo il peso;
il peso alleggerir degli anni miei.
(Mi si divide il cor).
                                       Perché ritrovo
all'arrivo d'un padre?
                                         Ah tu non sai...
                 Taci. (Piano ad Issipile)
                             (Che pena!)
                                                      (Ah mi tradisce
la debolezza sua!)
                                  La mia presenza
ti funesta così?
                              Non vedi il core,
perciò... (Eurinome minaccia Issipile, acciò non parli)
                  Spiegati.
                                     Oh dio! (Eurinome come sopra)
                                                      Spiegati, o figlia.
che a momenti verrà...
                                           Dal primo istante
che il vidi, l'adorai.
                                     Forse, in mia vece
avvezzata a regnar, temi che sia
termine del tuo regno il mio ritorno?
più sovrano né re. Punisci, assolvi,
ordina premi e pene; altro non bramo,
che viver teco e che morirti accanto. (L’abbraccia)
Padre, non più. (Bacia la destra a Toante e piange)
                               Ma che vuol dir quel pianto?
d'un piacer che improvviso inonda il petto.
Issipile. (A Issipile che s’incammina appresso al padre)
                  Che chiedi?
                                          Ah, se non hai
a trafigger Toante ardir che basti,
lasciane il peso a noi.
                                        Perché mi vuoi
Fidati pur di me.
                                  Prometti assai;
ma in faccia al padre impallidir ti vidi.
Rodope, il giorno manca e non conviene
più differire. Il concertato segno
a momenti darò. Ma tu nel volto
sembri confusa ancor.
                                          L'età canuta
compatisco in Toante; il regio in lui
carattere rispetto.
                                   Eh che il peggiore
è de' nostri nemici. In duro esiglio
per lui morì Learco; e tu dovresti
ricordartene meglio. Il figlio in lui
io perdei, tu l'amante.
                                          Il suo delitto
tal pena meritò. Fingea d'amarmi;
Issipile rapir.
                           Rodope, io veggo
scuse cercando vai.
                                     Son donna alfine.
scuotere il giogo e vendicar ti dei.
Ma i numi in ciel che fanno? Un sol fra loro
questa terra infelice? Oh infausta notte!
taci, Rodope.
                          Oh dei! Tu vivi? Ognuno
ti pianse estinto.
                                 Ad ingannar Toante
tal menzogna inventai.
                                           Chi mai ti guida,
sconsigliato, a perir? Fuggi.
                                                    Un momento
di vagheggiarti.
                               Eh d'ingannarmi adesso
non è tempo, Learco. È il tuo ritorno
smania di gelosia. Saputo avrai
Issipile si stringe e qualche nera
macchina ordisci.
                                  Ah così reo non sono.
Non più. Salvati, fuggi. Il nuovo giorno
qui troverà. Se ne giurò lo scempio
barbare abitatrici. E questa è l'ora
congiurata alla strage.
                                          E tu mi credi
semplice tanto? Ad atterrirmi inventa
argomento miglior.
                                     Credimi, fuggi.
la mia pietà.
                         La tua pietade ancora,
perdonami, è sospetta. Esser tradita
da me supponi e nella mia salvezza
t'interessi a tal segno? Ah mal si crede
una virtù che l'ordinario eccede.
a fole femminili. Ad ogni prezzo
si disturbin le nozze. Armata schiera
di gente infesta a' naviganti e avvezza
a viver di rapine appresso al lido
attende i cenni miei. Di questa reggia
ogni angolo m'è noto. Ascoso intanto,
da quel che avviene io prenderò consiglio.
chi comincia a fallir. Di colpa in colpa
che ogni rimorso è intempestivo ormai.
Eccoci in salvo, o padre. È questo il bosco
sacro a Diana. Il mio ritorno attendi
fra quell'ombre celato.
                                           È questo, o figlia,
l'imeneo di Giasone? E queste sono
le tenere accoglienze?
                                         Ah, di querele
non è tempo, signor. Celati.
                                                    Oh dio!
all'ire femminili.
                                 Il nostro scampo
assicuro così. Perché ti stimi
ciascuna estinto, accreditar l'inganno
dee la presenza mia.
                                       Ma come speri
Eurinome ingannar?
                                        De' Lenni uccisi
uno si sceglierà che, avvolto ad arte
nelle tue regie spoglie, il pianto mio
esiga in vece tua.
                                 Poco sicura
è la frode pietosa.
                                  Alfine in cielo
v'è chi protegge i re; v'è chi seconda
gl'innocenti disegni.
                                       Ah! Che per noi
fausto nume non v'è.
                                        Se poi congiura
tutto a mio danno, e del tuo sangue invece
chiedesse il mio, spargasi pure. Almeno
all'aspetto del tuo. Saprà la terra
il cammin di virtù non ho smarrito;
e il dover d'una figlia avrò compito. (Parte)
Oh coraggio! Oh virtù! Pensando solo
ogni altra ingiuria al mio destin perdono.
toglietemi la vita e conservate
sensi sì grandi alla mia figlia in seno,
pietosi dei, che avrò perduto il meno.
Rodope mi narrò. Che bell'inganno,
se me, del padre invece, al suo ritorno
Issipile trovasse! Allor potrei
deluderla, rapirla... È ver... Ma come...
amor mi suggerisce. Ardir. Toante,
Toante. Ove si cela? (Avvicinandosi al bosco)
                                       (Ignota voce
                   Misera figlia! Il padre istesso
non volendo l'uccide. (Affettando compassione)
                                         Olà, che dici?
Chi compiangi? Chi sei?
                                               Se il re non trovo, (Finge non udirlo)
Perché? Parla; son io.
                                         Lode agli dei.
empia reggia, mio re. Che qui t'ascondi
già si dubita in Lenno. Or or verranno
le congiurate donne e fia punita,
la pietà della figlia.
                                     Io voglio almeno
morire in sua difesa.
                                        Ah, se tu l'ami,
affrettati a fuggir. Non v'è di questa
son debitor?
                         Non mi conosci? Io... sono...
veggo già lampeggiar l'armi rubelle.
Vi placherete mai, barbare stelle! (Parte frettoloso)
l'ingegnoso amor mio! Timidi amanti,
imparate da me. Meschiar con arte
tutto è gloria per noi. Vincasi pure
sempre di lode il vincitore è degno.
Sentimi. Non fuggirmi. (Trattenendo Rodope)
                                              Ho troppo orrore
della tua crudeltà. Soffrir non posso
che ardì macchiar lo scellerato acciaro
                    Se t'inganni.
                                              Agli occhi miei
dunque non crederò? Nel regio albergo
io vidi il re trafitto; e tremo ancora
di spavento e d'orror.
                                         Vedesti, amica,
invece di Toante... Alcun s'appressa.
sacro a Diana. Apprenderai l'arcano
e giovar mi potrai.
                                    Tra noi qualcuna
mancò di fede.
                             Onde il timor?
                                                          Respira
un de' nostri tiranni. Ei fu sorpreso
introduce alla reggia, angusto varco.
(Ah forse è il padre mio!)
                                                (Forse è Learco!)
È noto il nome suo? (Ad Eurinome)
                                       Fra l'ombre avvolto
distinguer non si può. Ma d'armi è cinto
ed ostenta coraggio.
                                      È preso? (Ad Eurinome)
                                                         È vinto? (Ad Eurinome)
l'opprimeran le femminili squadre.
(Sconsigliato Learco!)
                                          (Incauto padre!)
d'involarvi sperate. (Esce) Eccovi... (Nell’atto d’assalire Issipile, la conosce)
                                                                  Oh numi!
pur la reggia di Lenno o son le sponde
dell'inospita Libia?
                                     Amato prence,
qual nume ti salvò?
                                      Vengo alle nozze
e mi trovo fra l'armi!
                                        Almen dovevi
avvertir che giungesti.
                                           Anzi sperai
più gradito il piacer. Lo stuol seguace
perciò lascio alle navi e della reggia
prendo solo il cammin. Da schiera armata
assalito mi sento. Il brando stringo,
fugo chi m'assalì. Cieco di sdegno
m'inoltro in queste soglie; e quando credo
raggiungere, punir, trovo la sposa.
si rispetti la vita. Il nostro voto
Di qual voto si parla?
                                         Il sesso ingrato
fu punito da noi. Non vive un solo
fra gli uomini di Lenno.
                                             Oh stelle! E come
eseguir si poté sì reo disegno?
la stanchezza e la notte. Altri all'acciaro,
offrendolo agli amplessi, il seno offerse;
altri bevve la morte; altri nel sonno
spirò trafitto; in cento guise e cento
si vestì d'amicizia il tradimento.
Io gelo! E 'l padre?
                                    Anch'ei spirò, confuso
nella strage comun. (Se scopro il vero,
espongo il genitor).
                                     Dunque i soggiorni
delle furie son questi. Ah! Vieni altrove
aure meno crudeli, amata sposa, (La prende per mano)
a respirar con me. Più fausti auspizi
abbia il nostro imeneo. Del re trafitto
memorabil vendetta a tutti i numi.
                 Cara è a Giasone; avrà da lui
e perdono e pietà.
                                   Sarò crudele
contro qualunque sia. Così mi serbi
il fren de' miei pensieri.
                                              Ella l'uccise.
            La tua sposa.
                                      (Oh dio!)
                                                          Parla; difendi,
è vero o no?
                        (Che duro passo!) È vero. (Prima di rispondere guarda Eurinome)
Come! (Abbandona la mano d’Issipile e resta immobile)
                (È forza soffrir).
                                                Sogno o deliro?
Issipile parlò? Giasone intese?
Or s'adempia il tuo voto. Il re tradito
vendica pur, se vuoi.
                                        Vi sono in terra
alme sì ree!
                        Non condannar per ora,
mio ben, la sposa tua.
                                         Scostati, fuggi.
Tu mia sposa? Io tuo bene? E chi potrebbe
della strage paterna ancor fumante
stringer mai quella destra? Esser mi sembra
se l'aure che respiri anch'io respiro;
e mi sento gelar quando ti miro.
(Quanto mi costi, o padre!)
                                                   Ov'è chi dice
l'immagine del cor? Creda a costei;
venga a mirar. (Nel partire si ferma vicino alla scena e guarda con meraviglia Issipile)
                              Perché mi guardi e taci?
Udisti? Oh dio!
                               Non sospirar, che perdi
tutto il merto dell'opra; e fanno oltraggio
quei segni di rimorso al tuo coraggio. (Parte)
si corra a dileguar. No. Prima il padre
dal periglio si tolga e poi... Ma intanto
m'abbandona Giasone. Ah! Quel di figlia
è il più sacro dover. Si pensi a questo
e si lasci agli dei cura del resto.
che rinfaccia a quest'alma i suoi furori!
difendete il mio cor. Ditemi voi
che per me più non erra invendicata
l'ombra del figlio mio, che più di Lete
e che val la sua pace il mio delitto.
(Ecco Issipile. Ardire). (Esce dal bosco)
                                            Alcun s'appressa.
Cara. (Prende per la mano Eurinome credendola Issipile)
              Chi sei? Qual voce! (Scostandosi da Learco spaventata)
                                                   (Ah m'ingannai). (Torna nel bosco)
per le vene mi scorre! È di Learco
quella voce che intesi. Ah dove sei?
Parla; che vuoi? Perché mi giri intorno?
esser Rodope giunta. Eccola. Amica, (S’incontra in Eurinome e la crede Rodope)
ora al porto verrò. Senti. Potrebbe
all'incontro venirne e 'l nostro scampo
assicurar così. (Va verso il bosco)
                             Qual trama ignota
la fortuna mi scopre! Intendo, o figlio,
perché intorno mi giri. Io dunque invano
scellerata sarò? Vivrà il tiranno?
io perderei della mia colpa il frutto. (Parte furiosa)
Ecco le sacre piante ove si cela
l'amato genitore. Al primo arrivo
l'ombra, il timor, l'impaziente brama
i miei passi confuse. Or non m'inganno.
Padre, signor, t'affretta.
                                             (È pur la voce (Uscendo dal bosco)
questa dell'idol mio. Coraggio. Oh dei!
Palpita il cor mentre m'appresso a lei).
Vieni. Dove t'aggiri? I passi ascolto
e trovarti non so. Fra questo orrore
forse... Pur t'incontrai. (Incontra Learco e lo prende per mano)
                                            (M'assisti, amore).
Tu tremi, o padre? Ah non temer; Giasone
ci assicura la fuga. Ei, non ha molto,
giunse al porto di Lenno.
                                               (Aimè, che ascolto!)
lo splendor delle faci.
                                        (Io son perduto).
le voci del mio ben.
                                     (Torno a celarmi). (Torna al bosco)
Dove vai? Perché fuggi? Oh come mai
la sventura avvilisce!
                                        Olà cingete,
compagne, il bosco intorno ed ogni uscita
del giardino reale.
                                   (Ah! Fu presago
di Toante il timor).
                                     Scoperta sei.
Palesa il padre.
                              (Ah m'assistete, o dei!)
Mi si chiede un estinto?
                                              Eh di menzogne
or più tempo non è. V'è chi t'intese
chiamarlo a nome e ragionar con lui.
Purtroppo è ver. L'immagine funesta
sempre mi sta sugli occhi; in ogni loco
segue la fuga mia; mi chiama ingrata;
che vide per mia colpa il giorno estremo.
(Io gelo e so che finge).
                                            (Io fingo e tremo).
Eh gl'inganni son vani.
                                            Oh dio! Nol vedi,
Eurinome, tu stessa? Osserva il ciglio
tumido di furor, molle del pianto
che s'esprime dal cor, quando s'adira.
che di tiepido sangue ancor stillante
gli ricade sul volto. Odi gli accenti;
vedi gli atti sdegnosi. Ombra infelice,
son punita abbastanza. Ascondi, ascondi
la face, oh dio! caliginosa e nera
e i flagelli d'Aletto e di Megera.
Misera principessa! Io sento in seno
pietà per te.
                         (Si commovesse almeno).
è di larve importune infausto nido;
ardetele, o compagne. In un istante
vada in cenere il bosco.
                                            Ah! No; fermate.
sacre son quelle piante.
                                            Eh non si ascolti.
Dunque neppur gli dei dal tuo furore,
empia, saran sicuri? Il reo comando
vi sarà chi eseguisca?
                                         Incauta, oh come
tradisci il tuo segreto. Ecco la selva
dove ascoso è Toante. Andate, amiche;
traetelo al supplizio. (Entrano le amazzoni nel bosco di Diana)
                                        Aimè! Sentite.
Misera! Che farò? Numi del cielo,
Eurinome, pietà.
                                 Del figlio mio
non l'ebbe il padre tuo.
                                            Se tanto sei
avida di vendetta, aprimi il seno;
feriscimi per lui. Supplice, umile
eccomi a' piedi tuoi. (S’inginocchia)
                                        (Sento a quel pianto
lo sdegno intiepidir).
                                         Placati o cambia
oggetto al tuo furor. Per quanto accoglie
di più sacro per noi la terra e il cielo,
del tuo caro Learco...
                                       Ah! Questo nome
rinnova il mio furor. Mora il tiranno; (Snuda la spada)
e mora di mia man. Non son contenta
finché del sangue suo fatto vermiglio
quest'acciaro non veggo. (Crede incontrar Toante; ma nell’atto di rivoltarsi, incontrandosi in Learco che vien condotto dalle amazzoni fuori del bosco, resta immobile e le cade la spada di mano)
                                               Ah madre!
                                                                     Ah figlio!
Come salvarlo mai? Finger conviene).
Sei pur tu? Son pur io?
                                            Così nol fossi,
per soverchia pietà madre crudele.
dunque per vendicarti? Ah! Torni in vita
per farmi rea della tua morte. Oh quanto,
l'inumano piacer!
                                   Compagne, il reo
ad un tronco s'annodi e segno sia
alle nostre saette. (Le amazzoni legano Learco ad un tronco)
                                   Ah no, crudeli...
a forza altrove, onde non turbi l'opra
il materno dolor.
                                 Misera madre!
l'istesse leggi tue porre in obblio?
Issipile, pietà.
                            Che far poss'io?
se il partir differisce anche un momento.
Oh tormento maggior d'ogni tormento!
i funesti trofei di tua bellezza,
Issipile crudele. Al duro passo
giungo per troppo amarti.
                                                 Il fabbro sei
tu della tua sventura.
                                        Era già scritta
ne' volumi del fato allorch'io nacqui.
Infelice momento in cui ti piacqui!
la vittima sarà; pubblico sia
e sia solenne il sacrifizio. Andate;
l'ara s'innalzi e se le aduni intorno
la schiera vincitrice. Io resto intanto
in custodia del reo. (Partono le baccanti e le amazzoni)
                                      Così tiranna
Rodope non credei.
                                     Conosci, ingrato,
meglio la mia pietà. Finsi rigore
femminile furor.
                                 Se dici il vero,
disponi del cor mio.
                                      Da te non bramo
un pattuito amor.
                                  Forse non credi
Giuro agli dei...
                               Taci, Learco, taci.
ti costi uno spergiuro. Ecco ti rendo
Ma della tua pietà qual premio avrai?
Già premiata son io; ma tu nol sai.
se destar non ti sai, perché ti scuoti,
languida mia virtù? Che vuoi con questi
rimorsi inefficaci? O regna o servi.
che vinta affatto o vincitrice appieno.
inganni un volto? Oh delle fiere istesse
Issipile più fiera! Ai boschi ircani
pregio di crudeltà. Là non s'annida
tigre sì rea che il genitore uccida.
E fra me la difendo! E invento ancora
scuse alla mia dimora! Il proprio inganno
orgoglioso mio cor. Degna d'amore
e ancor difendi il tuo giudicio in lei.
stanchi di vaneggiar vegliate ancora,
languidi spirti miei; però vi sento
confondervi nel sen. S'aggrava il ciglio
de' molesti pensier l'alma sospende. (S’addormenta)
malvagio io fui. Di variar costume
ormai tempo saria. Son stanco alfine
di tremar sempre al precipizio appresso,
d'ammirar gli altri e d'abborrir me stesso.
dorme colà. Felice te! Nascesti
sotto un astro benigno. A te si serba
la bella mia nemica; io disperato
pianger dovrò. Fra gli amorosi amplessi
tu riderai di me; né poca parte
fia delle gioie tue la mia sventura.
che mi lacera il cor! No; non si lasci
que' sensi generosi onde poc'anzi
riprendeva me stesso? (Resta pensoso)
                                            Il genitore
dove mai troverò? Forse... Learco!
Perché stringe quel ferro?
                                                 Ignota al mondo (Fra sé)
sarà questa virtù. S'io non l'uccido,
né gloria acquisto. Eh mi sarebbe un giorno
questa pietà che inopportuna usai.
Si vibri il colpo. (S’incammina in atto di ferire)
                                Ah traditor, che fai! (Trattenendogli il braccio)
                    Non sperarlo.
                                               Il ferro io cedo,
se meco vieni.
                            Un fulmine di Giove
m'incenerisca pria.
                                     Dunque per lui
non aspettar pietà. (Tenta liberare il braccio)
                                     Vedi ch'io desto
lo sposo e sei perduto.
                                          Ah taci! Io parto.
m'abbandoni l'acciaro.
                                           Eccolo, ingrata. (Learco pensa un momento e poi lascia lo stile in mano d’Issipile)
Ferma. (Giasone si sveglia, s’alza con impeto e nell’atto di volere snudar la spada s’avvede d’Issipile, che tiene impugnato lo stile, e resta sorpreso)
                 Chi mi tradisce? Eterni dei!
io che ti feci mai? Di qual delitto
mi vorresti punir? L'averti amata
ma non da te. D'abitatori il mondo,
perché al tuo fallo un testimon non resti.
più sventure per me! Signor, t'inganni;
io non venni a svenarti.
                                             E quell'acciaro
e quel volto smarrito e quella voce
che tua non fu, che mi destò dal sonno,
Altri tentò svenarti; io ti salvai.
prove di tua pietà. Chi uccise un padre
custodirà lo sposo.
                                   Io non l'uccisi.
fu forzato a mentir.
                                     Se il re trafitto
nella reggia vid'io.
                                    Veder ti parve
ma non vedesti il re.
                                       Dunque Toante
additami dov'è.
                               Ne cerco invano.
così stolto Giasone? Anche il disprezzo
aggiungi al tradimento! Il tuo delitto
mi palesi tu stessa, ognun l'afferma,
testimonio io ne sono; ed or pretendi
innocente apparir? Mi desto e trovo
pronta a ferirmi; e assicurar mi vuoi
che per difesa mia mi vegli accanto?
gli abitatori suoi semplici tanto.
                    Né voglio udirti.
                                                    E credi...
                                                                       E credo
Con rossor lo rammento.
                                               E sono?...
                                                                   E sei
oggetto di spavento agli occhi miei.
di quest'orride sponde, intendo, intendo;
l'innocenza è delitto. È poco il sangue
di cui miro vermiglio il suol natio;
saziatevi una volta, eccovi il mio. (Vuol ferirsi)
Chi la mia morte a trattener ti muove?
Mori, se vuoi morir, ma mori altrove. (Le toglie e getta lo stile)
                     Non posso.
                                           Un sguardo solo.
Idol mio, caro sposo.
                                       O parto o parti.
durando anche un momento, affetti miei.
vadasi omai. La lontananza estingua
un vergognoso amor.
                                        Principe, amico.
tu di Lenno il regnante?
                                              Almen lo fui.
Son fuor di me. Come risorgi? Estinto
nell'albergo real ti vidi io stesso;
o sognavo in quel punto o sogno adesso.
avvolto in regie spoglie; e quel sembiante,
altri ingannò. Questa pietosa frode
Issipile inventò per mia difesa.
dunque è la sposa mia! Toante, or ora
ritorno a te. (In atto di partire con fretta)
                         Perché mi lasci?
                                                         Io voglio
raggiungere il mio ben. Saprai, saprai
quanto ingiusto l'offesi. (Come sopra)
                                              Odi; che fai?
cui l'evento felice orgoglio accresce,
scorron per ogni loco; e se t'inoltri
né difendi la sposa.
                                     All'armi, all'armi. (Verso le tende)
seguitemi, o compagni.
                                            a' vostri passi
io servirò di scorta.
                                     Ah no. Saresti
impaccio e non difesa. In mezzo all'ire
io tremerei per te. Compagni, oh dio!
Oh sposa! Oh amico! Oh tenerezze! Oh amore!
placido spettator. L'amor di padre
vigore accrescerà. Forte diviene
in difesa de' figli; altrui minaccia,
e l'istessa viltà cangia in valore.
fu vana, amici. Alle più belle imprese
la fortuna si oppone. Andate; e sia
ciascun pronto a partir. (Partono i pirati) Ma veggo o parmi?...
Sì, Toante s'appressa; e solo ei viene
Facciam l'ultima prova. Amici, udite. (Tornano i pirati, a’ quali, tratti in disparte, Learco parla in voce sommessa)
restar dovrei ma voi nol tollerate,
affetti impazienti.
                                   Udiste? Andate. (a’ pirati che partono)
palpito, non ho pace. Ogni momento
alla reggia n'andrò. (In atto di partire)
                                      (Learco, all'arte).
il vassallo più reo...
                                     Tu vivi! Oh numi!
Sei Learco o nol sei?
                                       Learco io sono.
Che pretendi da me?
                                         Morte o perdono.
al mio sguardo mai più. (In atto di partire)
                                              Sentimi e poi (S’alza e lo siegue)
discacciami, se vuoi.
                                       Non sai qual pena,
perfido, a te si serba in questo lido?
Issipile rapir. Ma se non trova
che il rimorso punì, si mora almeno
nel paterno terreno. Un lustro intero,
vivo in odio alle stelle, in odio al mondo;
vivo in odio al mio re. Grave a me stesso
e 'l tedio di soffrir. De' mali miei
il più grande è la vita; e chi dal seno
è pietoso con me quando m'uccide.
scema l'orror della sua colpa antica).
(Quanto tarda a venir la schiera amica!) (Impaziente verso la scena)
in avvenir la maestà del trono.
Riconsolati e vivi. Io ti perdono. (In atto di partire)
dubbioso ancor, se un più sicuro pegno
non ho di tua pietà.
                                      Dopo il perdono
La tua destra real.
                                   Prendila e parti.
pietoso imitator, questo momento
gli affanni che passai. (Né giunge ancora!)
eccomi alle tue piante... E in umil atto... (Mentre vuole inginocchiarsi e prender la mano al re, escono i corsari armati che circondano Toante)
Qual gente ne circonda!
                                             Il colpo è fatto. (Lascia la mano di Toante, sorge ed abbandona l’affettata umiltà da lui finta finora)
Cedimi quella spada. (A Toante)
                                          A chi ragioni?
                         Meco favelli? Oh dei!
                 Non più; mio prigionier tu sei.
cadesti ne' miei lacci. Arbitro io sono
de' giorni tuoi; soffrilo in pace. Il mondo
varia così le sue vicende; e sempre
all'evento felice il reo succede.
Or tocca a te di domandar mercede.
cambia linguaggio. Un grande esempio avesti
di prudenza da me. Supplice, umile
parlai finora. È l'adattarsi al tempo
necessaria virtù. Pendon quell'armi
dal mio cenno; e poss'io...
                                                Che puoi tu farmi?
degli anni il peso e degli affanni miei.
Anch'io dissi così; ma nol credei.
dal mio core al tuo cor.
                                           Fole son queste.
ama di conservarsi. Arte, che inganna
solo il credulo volgo, è la fermezza
che affettano gli eroi ne' casi estremi.
Io ti leggo nell'alma e so che tremi.
d'esser simile a te, che avrei sugli occhi
l'orror di mille colpe e mi parrebbe
sempre ascoltar che mi stridesse intorno
punitor de' malvagi.
                                       A questo segno
terribile per me.
                                 Fole son queste.
l'amor della virtù. Quando non basta
basta almeno a punirle. È un don del cielo
per chi ne abusa. Il più crudel tormento,
ch'hanno i malvagi, è il conservar nel core,
l'idea del giusto e dell'onesto i semi.
Io ti leggo nell'alma e so che tremi.
saggio conoscitor traete, amici,
prigioniero alle navi. E tu deponi
Prendilo, traditor. (Getta la spada)
                                    Dovresti ormai
quest'orgoglio real porre in obblio;
Toante è il vinto; il vincitor son io.
quel parlar generoso... Eh non si pensi
che può farmi felice.
                                       Oh dio! Learco. (Spaventata)
Rodope, la cagion?
                                    Quindi non lunge
stuol di gente straniera al mar conduce
Toante prigioniero. Ah, se ti resta
di virtù, di valore, ecco il momento
di farne prova. Ogni delitto antico
puoi cancellar, se vuoi. Puoi del tuo nome
la memoria eternar.
                                       Gran sorte! E come?
di liberar Toante. Offri la vita
a pro del tuo monarca. O vinci o mori.
e mi tolga il rossor d'averti amato.
Generoso è il consiglio e per mercede
merita un disinganno. È mio comando
di Toante l'arresto. Alla superba
la novella, se vuoi. Dille che meno
s'avvezzi a disprezzar. Basta sì poco
per nuocere ad altrui che in umil sorte,
che oppresso ancora ogni nemico è forte.
malvagità fra noi! Misera figlia!
Principessa infelice! A tal novella
qual diverrai!
                            Son terminati, amica,
tutti gli affanni nostri. È stanco il cielo
di tormentarne più. Vinse di Lenno
il mio sposo fedel. Palese a lui
è l'innocenza mia. Sicuro il padre,
noi vincitrici, ogni discordia tace;
tutto è amor, tutto è fede e tutto è pace.
Ma Toante però...
                                  Toante aspetta
di Giasone il ritorno.
                                        Ah fosse vero!
Perché? Parla.
                            Toante è prigioniero.
                   Di Learco.
                                        Onde il sapesti?
avvinto l'incontrai.
                                    Ma quali sono
Gente simile a lui.
                                    Numi del cielo,
mi volete serbar! Che giorno è questo!
Issipile, mio ben, qual nuovo affanno
oscura i lumi tuoi?
                                    Sposo adorato,
opportuno giungesti. Ah! Puoi tu solo
consolarmi, se vuoi. Corri... Difendi...
Abbi pietà di me.
                                  Spiegati. Ancora
intenderti non so.
                                   Toante... Il padre...
Learco... Ah mi confondo.
                                                Al mar conduce
incatenato il re.
                               L'istesso è forse...
svenar tentò; ma trattenuto, almeno
volle la nostra pace.
                                     Anima rea!
Principe generoso, ecco un'impresa
degna di te. Tu conservar mi puoi
il caro genitor. Perdi la sposa,
se lui non salvi. È ad un sol filo unita
la vita di Toante e la mia vita.
di punire il fellon. Ma tu rasciuga
le lagrime dolenti. Al mio coraggio
il vederti di pianto umido il ciglio.
t'abbandoni al dolor. Sempre la sorte
Di Giasone al valor fidati e spera.
numero di sventure.
                                       Il figlio mio,
Rodope, dove andò?
                                       Pensa, inumana,
pensa a te stessa. Al vincitor t'ascondi,
se t'è cara la vita.
                                 Io non la curo,
se non trovo Learco.
                                      Un nome obblia
ch'odio è del mondo e tua vergogna e mia.
Tanto sdegno perché? Tu lo salvasti...
E ne sento dolor.
                                 Spero che sia
simulata quest'ira. Un'altra volta
dicesti ancor che lo bramavi oppresso
e l'adoravi allor.
                               Ma l'odio adesso.
me stessa perderò. Ma che mi giova
senza lui questa vita? È reo Learco,
lo so, ma l'amo; ed i delitti suoi
ma non l'amor. Più cresce l'odio altrui,
tutto il sangue gelar di vena in vena.
Giusti dei, l'esser madre è premio o pena?
giungemmo il traditor. Compagni, in quelli
secondate i miei passi. Io chiedo a voi
furore e crudeltà. S'ardan le vele,
si sommergan le navi. Orrida sia
di quel perfido sangue il mar vermiglio. (Learco comparisce su la poppa della nave, tenendo con la sinistra per un braccio l’incatenato Toante ed impugnando uno stile nella destra sollevata in atto di ferirlo)
si cominci a versar.
                                     Fermati.
                                                        Indegno!
Padre... Sposo... Learco... Oh dei! Son morta.
l'affliggersi così? Della sua vita
arbitra sei. Su questa nave ascendi
sposa a Learco. Il mio costante amore
premi la figlia; e 'l genitor non muore.
Che ascolto, o sposo!
                                       E profferire ardisci
il patto scellerato, anima rea?
il mio giusto furor. (In atto di snudar la spada)
                                     Pietà, Giasone. (Trattenendolo)
se tenti d'assalirlo.
                                    Ah! Ch'io mi sento
tutte le furie in sen.
                                      Vedi, o Toante,
come corre a salvarti. I suoi disprezzi
paghi il tuo sangue; ho tollerato assai. (In atto di ferire)
Eccomi; non ferir. (S’affretta verso la nave)
                                    Figlia, che fai?
scordarti di te stessa? Ah non credea
farmi arrossir. D'un talamo reale
d'un infame pirata io t'educai;
madre di scellerati e non d'eroi?
miglior via di salvarti.
                                          Eccola. Intatto
custodisci l'onor del sangue mio.
già ti costi la vita; o te ne renda
più gelosa custode un tal pensiero.
vivi e regna per me. Se a voi s'accresce
abbastanza regnai, vissi abbastanza.
                   Oh generoso!
                                              E non ti muove
tanta virtù, Learco?
                                      Anzi m'irrita.
                    Vieni o l'uccido.
                                                   Ah! Questo pianto
ti faccia impietosir. Del mio rifiuto
ti vendicasti assai. Basta, Learco,
basta così. Non sei contento ancora?
miserabile oggetto in questo lido?
Eccomi a' piedi tuoi. (S’inginocchia)
                                         Vieni o l'uccido.
Sì, verrò, traditor; verrò; ma quanto
meco verrà. Delle abborrite nozze
fia pronuba Megera, auspice Aletto.
io sarò la peggior. Verrò, ma solo
mostro di crudeltà, quel core infido.
Scellerato, verrò.
                                 Vieni o l'uccido. (Con isdegno in atto di ferire)
Sposa, così mi lasci? Empio! Vorrei...
Barbari dei!... (Mentre Giasone va smaniando per la scena, esce frettolosa Eurinome)
                             Pur ti ritrovo, o figlio.
Salvati, o madre.
                                 Ah scellerata! A caso (Trattiene Eurinome)
qui non giungesti. Issipile, t'arresta.
Guardami, traditor. (A Learco) Libero appieno
rendi Toante o la tua madre io sveno. (Issipile si ferma a mezzo il ponte e Giasone, impugnando uno stile, minaccia di ferire Eurinome)
               Che fu?
                                Qual cangiamento!
                                                                     In lei
non punire i miei falli. Il tuo nemico
son io, Giasone.
                               Il mio furor non lascia
luogo a consiglio. È mio nemico ognuno
che te non abborrisce. È rea costei
di mille colpe; e se d'ogni altra ancora
fosse innocente, io non avrei rossore
d'averle ingiustamente il sen trafitto.
L'esser madre a Learco è un gran delitto.
Confuso è l'empio.
                                    Eterni dei, prestate
Barbaro, non risolvi?
                                        Ho risoluto.
Issipile compisca.
                                   Oh mostro!
                                                          Oh fiera!
arbitre deità, questo offerisco
orrido sacrifizio.
                                (Io tremo).
                                                       A voi
della madre lo scempio il peso resti.
Mori infelice. (Mostra di ferirla)
                            Ah! Non ferir; vincesti.
E pur s'intenerì.
                                Deggio la vita,
caro Learco, a te.
                                 Poco il tuo figlio,
Eurinome, conosci. È debolezza
non è virtù. Vorrei poter l'aspetto
e mi manca valore. Ad onta mia
agghiacciar nelle vene il sangue io sento.
Ah vilissimo cor! Né giusto sei
né malvagio abbastanza; e questa sola
dubbiezza tua la mia ruina affretta.
Incominci da te la mia vendetta. (Si ferisce)
e non voglio perdono. Il morir mio
sia simile alla vita. (Si getta in mare)
                                     Io manco. Oh dio! (Sviene ed è condotta dentro)
Oh giustissimo ciel!
                                      Correte, amici,
a disciogliere il re. (Gli argonauti corrono su la nave)
                                     Sposo, io non posso
rassicurarmi ancor.
                                      Quante vicende
un sol giorno adunò!
                                       Principe! Figlia! (Scendendo dalla nave)
               Signor!
                               Questa paterna mano
torno pure a baciar. (Bacia la mano a Toante)
                                       Posso al mio seno
stringervi ancora. (Gli abbraccia)
                                   I tollerati affanni
d'un felice imeneo.
                                     Ma pria nel tempio
rendiam grazie agli dei, che troppo, o figli,
se da lor non comincia, ogni opra umana.

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