Metrica: interrogazione
713 endecasillabi (recitativo) in Il trionfo di Clelia P 
Come! Oh ardir temerario! (Esce Tarquinio e Clelia s’alza) E chi ne' miei
reconditi soggiorni a te permette
d'inoltrarti o Tarquinio?
                                              Un breve istante... (Con sommissione affettata)
             Ascoltami solo.
                                          Il chiedi invano.
Clelia è ostaggio e non serva. Onde se nulla
ti cal della mia gloria, almen rispetta
la ragion delle genti.
                                       E in che l'offendo?
de' Tarquini la fama a noi s'è resa,
che sol la lor presenza è grande offesa.
              Ah Sesto io non son.
                                                     Sei dell'istessa
                               Assai diverso. Io t'offro
ma di consorte ancor la destra.
                                                         Ignori
forse che Orazio ha la mia fede in pegno?
                                  Ma Clelia in faccia
ogni ostacolo è lieve.
                                       E chi d'un trono
è il generoso donator?
                                          Son io.
Tu puoi donarmi un trono! E quale?
                                                                   Il mio.
Suddita Roma ad un Tarquinio! Or senti. (S’alza)
il Tebro alla sua fonte, in Oriente
prima il dì tramontar che al giogo indegno
torni Roma di nuovo; e quando ancora
serva tornasse alla catena antica,
morrà libera Clelia e tua nemica.
(E pur mia diverrà). Non ben s'accorda
sì feroce pensier. Clelia adorata
                   Forse il cor mio...
                                                     Ma con qual fronte
                                Di stato o cara
la barbara ragione il genitore
m'ha nella figlia a lusingar forzato.
sugli affetti non regna. Io Clelia adoro;
odio Larissa; e di Larissa il volto
a paragon delle tue luci belle...
Con lei ti spiega; ecco Larissa.
                                                        (Oh stelle!)
m'offre il fulgor della mia bella face!
Principessa! Idol mio!
                                          (Che cor fallace!)
non ne stringe o Tarquinio; e troppo è questa
                                Deh non sdegnarti
ribelli al mio dover...
                                        Gli affrena e taci.
giammai più rea temerità? Nemico
qui presentarsi a me! Parlar d'affetti
alla sposa d'Orazio! A me la destra
offrir promessa a te! Ma come oh dio
il tuo gran genitor ch'è de' monarchi
e l'esempio e l'onore arma e sostiene
tanta malvagità? Come, ah perdona
la libertà di chi t'ammira e t'ama,
come viver potrai? Come nel seno
Clelia ah non più; tu mi trafiggi il core.
Io dell'amor paterno, io d'un reale
magnanimo riguardo, io sono amica
Porsenna è padre e re; re, de' regnanti
generoso sostien; padre, alla figlia
                                    Che giova il trono
                                    Ah non è noto il nero
suo carattere al padre. Al padre in faccia
si trasforma il fallace. E il volto a' suoi
ubbidisce così che su quel volto
la colpa è merto, il tradimento è fede.
Felice te che d'amator sì degno
puoi vantarti in Orazio!
                                             È ver; ma intanto
la mia Roma è in periglio; ancor lo sposo
per lei qui nulla ottiene; ostaggio io sono
in un campo stranier; cinta mi trovo
dall'insidie d'un empio; e san gli dei
non potrebbe un Tarquinio... Ah non ignori
Orazio i rischi miei; scambievol cura
è la gloria d'entrambi. Addio.
                                                       T'arresta.
Se cerchi Orazio, io so che a te fra poco
qui dee venir. Seco ragiona; a lui
confida i tuoi timori; in due diviso
ogni tormento è più leggiero. Oh dio!
                                 Ama Larissa!
                                                            Il labbro
negligente custode. Amo e severa
la legge del dover. Legge tiranna!
Io più pace non ho; tutto m'ingombra
di timor, di sospetto; ove mi volgo
ho presente Tarquinio. Il violento
superbo suo carattere, i recenti
atroci esempi, il mio presente stato...
                   Come! Perché?
                                                 Tutto saprai;
                   Spiegati almen.
                                                  Qui mal sicura
è la tua Clelia. Osò Tarquinio in queste
stanze inoltrarsi; osò scoprirsi amante.
tu conosci i Tarquini... Ah non perdiamo
caro i momenti. Andiam.
                                                Fermati e calma
bella mia speme il tuo timor. Che mai
può un esule tentar?
                                       M'ama...
                                                          Che t'ami;
l'affligga e lo punisca.
                                         A lui vicino
riposo io non avrei. Si parta.
                                                     Ah taci.
Non si può; non si dee. Qui tu sei pegno
della publica fé. L'unica io sono
speme qui della patria. A queste cure
convien che ceda ogn'altra cura.
                                                           Ingrato!
esposta alle sue frodi; in rischio sei
di perdermi per sempre; e sì tranquillo
né men cangi colore! E poi son io
il tuo ben, la tua fiamma... Ah non è vero.
Sposa or m'ascolta. Io non amai, non amo
né son d'amar capace altro sembiante
che quel della mia Clelia; adoro in lei
la bell'alma, il bel volto, i bei costumi;
mille vite darei; ma... non sdegnarti,
Clelia cede alla patria. È Roma il sacro
nostro primo dover. Se Orazio ingrato
sì gran madre obbliar, per Clelia a lei
saria di Clelia istessa Orazio indegno.
figlio di Roma! Il tuo parlar m'inspira
tenerezza e valor; perdona, a torto
sposa degna di te. Sull'orme illustri...
or or di favellarti.
                                  Eccomi. Addio.
                 Lo so; ma dimmi sol se resta
qualche speranza a Roma.
                                                 Assai potreste
ottener da Porsenna. È grande, è giusto;
ma si fida a Tarquinio.
                                            E alcun di voi
non sa disingannarlo!
                                         È questa appunto
l'unica cura mia; ma qualche prova
cerco di sua perfidia. A tale oggetto
un'anima venal simile a lui
vinsi con l'oro. È di quel cor malvagio
l'arbitra questa e i più riposti arcani
a me ne scoprirà. Solo ah pavento
nel cor del genitor sposa il difenda.
l'abborre, lo detesta.
                                       È vero?
                                                        È vero.
                                   Ah dunque un fido amante
di riscaldar quel freddo cor potrebbe
forse sperare ancor.
                                      Va'; ti consola;
non è freddo quel cor.
                                          Deh...
                                                        Tu ragioni
e Orazio s'allontana.
                                       È ver. (In atto di partire)
                                                     M'avverti
                                Se v'è per me speranza,
seconda o Clelia un puro amor verace.
La mia Roma io ti fido.
                                            Io la mia pace. (Parte)
Grazie o dei protettori, è vostro dono
mi rinasce improvvisa. Io già risento
gli eroici inviti e li secondo. Io miro
con disprezzo ogni rischio; e non pavento
la perfidia o il furor, l'insidie o l'armi.
è il romano orator.
                                    Venga; e frattanto
la feroce virtù, senza che il sangue
quanto bella saria la mia vittoria!
Siam seco in pace o si ritorna all'armi?
                                 Libera è Roma
se dal mio voto il suo destin dipende.
Siedi. (Che bell'ardir!) (Siede)
                                             (Che dirmi intende?) (Siede)
non si oppongon fra lor. Tu la tua Roma
ami; io l'ammiro. È il tuo maggior desio
la sua felicità; la bramo anch'io.
Fabbrichiamola insieme. A sì bell'opra
la ferocia, il dispetto e l'odio antico.
Qui l'amico fra noi parli all'amico.
che la lor libertà.
                                 Che cieco inganno!
idea di libertà, credilo amico,
non è che una sognata ombra di bene.
ma servo è ognun che nasce. Uopo ha ciascuno
dell'assistenza altrui. Ci unisce a forza
la comun debolezza; ed a vicenda
l'un serve all'altro. Io stesso, Orazio, io stesso
sento le mie catene anche sul trono.
Vorran da questa legge a cui soggiace
tutta l'umanità forse i Romani
non mai d'un solo, alla ragion di tutti
forse quei tutti? E di ragione è privo
forse quel solo? Esci d'error; fra noi
perfezion non v'è. L'essere uniti
è necessario; e il necessario nodo
onde è ognuno ad ognun congiunto e stretto,
quanto semplice è più, meno è imperfetto.
che mai speri dedur? Forse che serva
Roma sarà felice? Esci tu stesso
esci d'error. Fra le vicende umane
o l'egizia dottrina. A noi per prova
è noto e non a te se de' Tarquini
sia soffribile il giogo. È infranto; e mai
mai più nol soffrirem. D'un tal solenne
e publico voler vindici sono
tutti gli dei da noi giurati. A morte
che sogni servitù. Qual sangue ha tinto
ignorar tu non puoi. Roma non vanta
un Bruto sol; tutti siam pronti in Roma
a rinnovar per somigliante eccesso
sulla testa più cara il colpo istesso.
ad onta del mio cor dovrò felici
                                A forza! Ah tu non sai
Porsenna ancor quanto l'impresa è dura. (S’alza)
è libero e guerrier. Là quanto ha vita
quel ben difenderà che tu contrasti.
popoli a soggiogar concordi, invitti,
d'ardir, di ferro e di ragione armati.
che abbia Roma a cader, cadrà; ma i soli
trofei saranno, onde superbo ornarti
di fronda trionfal potrai le chiome,
le ceneri di Roma, i sassi e il nome.
               A Roma.
                                 Ah t'arresta. (S’alza)
                                                          A che? Spiegasti
assai l'animo avverso.
                                          Ingiusto sei.
E ad opprimerlo intanto...
                                                 Orazio invitto
basta per or. Nel violento eccesso
che ti bolle nell'alma or ti confondi.
Calmalo; pensa meglio; e poi rispondi.
Che più pensar? La libertà di Roma
viva sui nostri acciari; o sia sepolta
sotto illustri ruine. (In atto di partire)
                                     Orazio, ascolta.
Che vuoi? (Guardandolo con fierezza)
                      Teco parlar.
                                              Fra noi con l'armi
si parla sol. (In atto di partire)
                        Sentimi.
                                           No. (Come sopra)
                                                     Di pace
                               Tu!
                                        Sì.
                                                Parla; ma troppo
                           (Addormentar vogl'io
                                 Parla.
                                              Possiamo
sol che tu voglia all'ire nostre imporre
                          E come?
                                            Odimi; e frena
i tuoi sdegni frattanto. In te, si renda
ragione al vero, han fabbricato i numi
un eroe generoso; e son tue cure
sol la gloria e la patria. In me, purtroppo
tu conosci i Tarquini, han gli altri affetti
un tirannico impero. Io Clelia adoro...
            Non turbarti ancora. Io Clelia adoro,
Roma è l'idolo tuo. Se quella è mia,
libera è questa. Un picciol fuoco estingui
tu nel tuo seno; io cederò del trono
contentiam tu la gloria ed io l'amore.
attonito rimase). E ben?
                                              Ma... come?
Tu... Porsenna... Larissa...
                                                Arbitro io sono
de' dritti miei. Risolvi pur.
                                                   Ma prima
è necessario... Io deggio...
                                                Orazio intendo.
Son uomini gli eroi. D'un molle affetto,
ma dei pugnar. Fin che la pugna dura
ti lascio in libertà. Resta; e sovvienti
sol dipende da te. Sarà qual vuoi
(Or che immerso è ne' dubbi oprar conviene). (Parte)
Roma tu vuoi da me! L'avrai. Saranno
della tua libertà. Sarò... Ma dunque
altro scampo non v'è? Dunque son tutti
ottusi i nostri acciari? Estinto in noi
dunque è il natio coraggio. Ah no. Si pugni
il valor, la giustizia... Oh dio felici
la giustizia, il valor; né dell'insana
sorte al capriccio avventurar degg'io
della patria il destino. E a tal novella
che mai Clelia dirà? Forza che basta
ben mi sent'io nel sen; ma il suo dolore
mi sgomenta, m'opprime. In questo istante
in faccia a lei d'articolar parole
                                (Onnipotenti dei!)
                           Parlai.
                                          Deh non tacermi
che ottenesti da lui.
                                      Nulla.
                                                    Ma dunque
già perduta è per Roma ogni speranza?
Lasciami respirar. Tutto saprai.
sventura Orazio! È tenero e confuso,
tace, sospira e volge altrove il passo!
Giusti numi assistenza. Io son di sasso.
Dei! Scorre l'ora e col bramato avviso
non giunge il mio fedele! Intorno al solo
mal custodito ponte ognun raccolto
esser dovrebbe. Un trascurato istante
impossibil potria render di Roma
la facile sorpresa! Ah qualche inciampo
forse... Ma qual? Di me lor duce al cenno
ubbidiscon le schiere. In Roma ognuno
sulla tregua riposa; Orazio immerso
aver altro or non può. Qual dunque è mai
l'ostacolo impensato? Ah troppo ingiusti
sareste o dei, se permetteste al caso
di scompor sì bell'opra. Io re di Roma
possessor son di Clelia; io dell'infranta
tregua il rossor rovescerò, se giova,
sui ribelli romani; io... No; non posso
più soffrir questo indugio. Il pigro avviso
a prevenir si corra. (Nel volere entrar nella scena esce il messaggiero atteso) Eccolo. È pronto
quanto v'imposi alfin? Lode agli dei.
precedimi, io ti sieguo. (Parte il messaggiero) Eccomi in porto.
Ma non è quegli Orazio? È desso. Oh come
s'avvanza a questa volta. Alla sua bella
va il credulo a proporre. Ei vada; e mentre
si tormentano i folli, e che non sono
d'altra cura capaci, io volo al trono. (Parte)
donasti Orazio assai. Ceda una volta
l'amante al cittadin. Si cangia in colpa
ormai l'indugio. Il suo destin sia noto
alla mia Clelia alfin. Clelia è romana
saprà... Ma viene. Ah perché mai s'affretta
agitata così! L'indegno patto
più enorme sceleraggine e più rea!
                                  Come!
                                                 A dispetto
van gli empi ad assalirla.
                                               (Oimè! Sarebbe
un fraudolento inganno?) Onde il sapesti?
non dubitar del tradimento orrendo.
Ah tardi or di Tarquinio io l'arti intendo.
Addio. (Risoluto dopo aver alquanto pensato)
                Dove?
                               A Porsenna.
                                                       E chi difende
                                  È ver. Tu corri a lui;
a Roma io volo. (In atto di partire)
                               E per qual via? Ci parte
da quella il fiume; ed occupa il nemico
l'unico angusto ponte.
                                          Aprirmi il passo
saprò col ferro. (Come sopra)
                              Ah no, ti perdi; e Roma
                            Un solitario varco (Pensa un istante)
dunque si cerchi altrove.
                                               E quale avrai
Qualunque. Un palischermo, un tronco, un ramo,
tutto è bastante; e s'ogn'inchiesta è vana,
genio roman mi porterà per l'onda. (In atto di partire)
                                 Sì; fin ad ora
immaturo è il lor fallo e il tuo sarebbe
nella fuga eseguito, onde potresti
parer la prima rea. Dee chi si sente
evitar della colpa anche il sospetto.
Clelia che al mio dover...
                                              Sì; va', ti cedo
volentieri alla patria; a lei consacra
e la mente e la man. Ma non scordarti
né di te né di me. Non già il nemico,
tu mi fai palpitar. So ben fin dove
spinger ti può quel che ti bolle in seno
vasto incendio d'onore. Oh dio rammenta
che i tuoi rischi son miei, che sol dipende
che comune è il dolor d'ogni ferita.
difendetemi o dei). Sposa... tu... Roma...
E forse oh dio per sempre?
                                                   Ah coi nemici
Clelia non congiurar. Di molli affetti
gli dei curino il resto. Addio. Ti lascio
fra l'insidie, lo so; ma Clelia assai
conosco e son tranquillo. Andar mi vedi
a sfidar mille rischi, è ver; ma sai
vigor la patria e assicurar ti dei.
palpitar l'un per l'altro? Ah no; non soffra
tale insulto da noi quel che distingue
i figli di Quirino ardir natio.
Io ti fido al tuo cor; fidami al mio.
Larissa io non t'intendo. Ond'è che mesta
sempre mi torni innanzi? Ond'è che tanto
fervida protettrice? Ogni momento
parli di lor. N'amo, ne ammiro anch'io
il portentoso ardir. Ma quando ad essi
e tai sudditi a te, fabbrico insieme
la tua, la lor felicità.
                                      Felici
non sarann'essi a lor dispetto; ed io
la sarò sol nell'ubbidirti.
                                              E il grande
imeneo d'un Tarquinio ed il sublime
scettro di Roma il giovanil tuo core
di gloria e di piacer non hanno acceso?
È un laccio l'imeneo; lo scettro è un peso.
di rigida virtù massime austere
d'una donzella in sen. Chi sa qual sia
che le fa germogliar.
                                       Signor tu credi...
forse... ch'io celi... Ah padre...
                                                       Obblia per ora
il padre, il re; parla all'amico; e tutto
scoprimi il cor. So che non sei capace
d'affetti onde arrossirti; e non pretendo
                              Ben grande intanto
è il donarsi a un Tarquinio.
                                                   E perché?
                                                                        L'odio.
               È vero. All'amico, al padre mio...
Fra qual gente o Porsenna, ove son io?
Son fra' Toscani o fra gli Sciti? È noto
comun dritto fra voi? Fra voi l'inganno
V'è idea fra voi d'umanità, di fede?
t'agita o Clelia? Onde quell'ira?
                                                           E come
soffrir degg'io che d'una tregua ad onta,
che me pegno fra voi Roma si vegga
empiamente assalita? E non è reo
chi macchinò tal frode?
                                            È reo d'ingiusta
Assai parlan gli effetti.
                                           E gli occhi tuoi
                                   No; ma purtroppo
all'orecchio mi giunse.
                                           E sulla fede
d'un incerto romor tu noi condanni?
                Clelia ah non più. Per ora al troppo
credulo sesso, al giovanile ardore,
bello ancor quando eccede, i tuoi perdono
mal consigliati impetuosi detti;
che ad altri ancor la propria gloria è cara;
e a giudicar con più lentezza impara.
Come creder potesti autor di tanta
perfidia il padre mio?
                                          Senza sua colpa
non può Tarquinio...
                                       È qui Tarquinio il duce
non il sovran; sì temeraria impresa
non tenterà. Conosce il padre; e intende
si renderia con l'attentato indegno
                                  Ma principessa
vien da Mannio l'avviso.
                                              Un sogno, un'ombra
basta a turbar d'un fido amico il core.
Credimi, ei s'ingannò.
                                           Lo bramo; e sento
dal credere il bramar.
                                          Deh più coi vani
spaventi tuoi non tormentar te stessa.
(Orazio oh dio partì).
                                         Mannio s'appressa.
Ah prence amico il tuo soverchio zelo
a quai rischi m'espose! Io sull'avviso
che creduto ho sicuro...
                                            E qual ragione
            Dunque è ver?
                                         Purtroppo.
                                                               Oimè! Ma falsa
                                  Ah no. Di tutto
m'assicurai presente.
                                         Oh frode!
                                                             E sono...
già inoltrate all'assalto.
                                           E i difensori...
                                          E il ponte...
                                                                 E il ponte
forse è già superato.
                                       E Roma...
                                                           E Roma
soffre dal vincitor l'ultimo scorno.
O patria! O sposo! O sventurato giorno!
Se alla romana libertà prescritto
hanno il suo fin, vado a finir con lei. (Parte)
E mi scacci così? Ma qual mio fallo
                                  Ma è più crudele
                                   Non è... T'affretta;
Clelia è già lungi.
                                  Ah che purtroppo intendo
l'infelice mio stato.
                                     (E pur s'inganna).
Come! Ancor non partisti?
                                                  Addio tiranna. (Partendo)
              Che vuoi?
                                   (Mi fa pietà. Comprenda
almen che entrambi oh dio siamo infelici,
ch'io l'amo... Ah non sia ver).
                                                      Parla, che dici?
chi sfortunato è al par di me? Che un labbro
giuri d'amar mentre l'ignora il core
è linguaggio comun; quasi divenne
un cortese dover. L'unica forse
alma di giel che se mercede io bramo,
né men per ingannar vuol dirmi: «Io t'amo».
No traditori, in ciel di Roma il fato
non è deciso ancor. Sarà bastante
a punir sceleraggine sì nera
Orazio sol contro l'Etruria intera. (Affronta i nemici a mezzo il ponte; si combatte, si vedono cader nel fiume uccisi ed urtati alcuni de’ toscani che finalmente cedendo lasciano libero il ponte. Orazio allora tornando alcun passo indietro parla a’ suoi)
Ecco il tempo o Romani. Ardir; gli dei
pugnan per noi. Quest'unico si tronchi
passo a' nemici. Alle mie spalle il ponte
rovinate, abbattete. Il ferro, il fuoco
s'affretti all'opra. Intanto il varco io chiudo;
e il petto mio vi servirà di scudo.
Dove o codardi? Ah chi vi fuga almeno
volgetevi a mirar. Colà del vostro
vedete la cagion. Macchia sì nera
deh a cancellar tornate. Ah non pervenga
tale infamia di voi. Non si rammenti
un esercito intero oggi respinto,
che un sol roman tutta l'Etruria ha vinto. (Preceduti da Tarquinio corrono i toscani a rinnovar l’assalto rientrando per la sinistra. Intanto avendo già le fiamme cominciato ad impadronirsi della parte opposta del ponte, si veggono alcuni romani sollecitare Orazio a mettersi in sicuro, a’ quali:)
il passo abbandonar. Finché non sia
questo varco interrotto in me ritrovi
un argine il Toscano. Alle mie spalle
non vi trattenga il mio periglio. Abbiate
cura di Roma e non di me. Del cielo
saprò... L'opra s'affretti. Ecco il nemico. (Orazio va ad incontrare i toscani a mezzo il ponte e gli trattiene combattendo. Intanto crescono e s’impadroniscono le fiamme di quella parte del medesimo che appoggia sulla sponda romana, la quale cedendo finalmente alla violenza del fuoco, a’ colpi ed agli urti de’ numerosi guastatori, stride, vacilla e ruina. Spaventati i toscani dal terribile fragore della caduta, precipitosamente fuggendo lasciano vuoto il ponte; e sulla parte intera di quello si vede Orazio rimanere intrepido e solo)
par che scossa la terra... Oimè! Che miro!
Rendi grazie agli dei. Roma è sicura.
E tu? Ma perché tien così nel fiume
                            Ah che fai? (Spaventata)
                                                   L'armi, il guerriero
per cui libero ancora il corso sciogli
nel placido tuo sen propizio accogli. (Balza nel fiume)
Misera me! (Corre alla riva del fiume)
                         Barbaro fato! Ah dunque
a danno de' Tarquini il tuo furore
ancor non si stancò. Di mie speranze
il più bel filo ecco reciso. Incontro
per tutto inciampi. Or qual cagion condusse
Orazio all'altra sponda? a' miei fedeli
come invisibil fu? Seppe il disegno
o lo sognò? Son fuor di me. Si pensi
or de' disastri a far buon uso. Il patto
violato da me sembri a Porsenna
perfidia de' Romani; e ne sia prova
il passaggio d'Orazio.
                                         Alfin la mia
moribonda speranza or si ravviva;
la patria si salvò; lo sposo è a riva.
Qui Tarquinio! S'eviti; i miei contenti (Si veggono l’un l’altro)
non turbi un tale oggetto. (In atto di partire)
                                                 Ah Clelia ingrata!
                                       Perché non curo
                                    Come è capace
mai di tant'odio il tuo bel cor?
                                                        T'inganni.
Io t'odierei felice; or ti disprezzo
                                     Ah tanti oltraggi
la fedeltà della mia fiamma antica
non merita da te bella nemica.
incognita magia tutto a costei
dà l'impero di me! Fin co' disprezzi
costei m'inspira amor. Clelia ho nell'alma,
Clelia ho nel cor, Clelia ho sugli occhi. In mezzo
sempre la cerco; a tante cure in mezzo
col pensier la dipingo in ogni sasso.
E se Porsenna mai, le sue conosco
rotta la tregua or la rendesse? Ah questo
Clelia a rapir... Che fai Tarquinio! È d'uopo
prepararsi all'impresa. Armi e destrieri
per trafugar la preda in loco ascoso
vadansi prima a radunar... Ma intanto
se Porsenna eseguisse... È vero. A lui
prima conviene... Ah mentre a un rischio accorro,
dividermi non posso. Ecco il riparo.
Avverta un foglio il mio fedele; e mentre
ei si appresta al bisogno, al re poss'io
volar frattanto. Ardua è l'impresa; e forse
della sorte al favor troppo io mi fido;
ma chi trema del mar dorma sul lido.
Ma Larissa che fa? La sua tardanza
m'incomincia a turbar. Sa pur che il padre
arde di sdegno e che mercé la rea
noi crede i primi assalitori. A trarre
il re d'errore, a lui condurmi e meco
promise pur d'affaticarsi; or come
m'abbandona così! Sovrastan forse
per me nuovi disastri o nuovi inganni?
Ah non so figurarmi altro che affanni.
Eccola alfin... No; m'ingannai; di Mannio
è il consueto messo; e un foglio ha seco. (Esce un guerrier toscano)
Oimè! T'affretta amico; ah qui osservarti
potrebbe alcun; porgimi il foglio e parti. (Le dà un foglio e parte)
caratteri non son. «Tarquinio»! Intendo
Mannio il foglio ha intercetto e a me l'invia.
il ciel non secondò, di Clelia io voglio
assicurarmi almen. Le tue, mio fido,
armi e destrieri e attendermi celato
del Gianicolo a tergo; ed il rapirla
saran le mie. Pria che tramonti il sole
a te con lei verrò. Dal labbro mio
ivi saprai dove condurla. Addio.
Oh Mannio amico! Oh me felice! Alfine
ecco trionfa il vero, ecco l'indarno
bramata tanto indubitata prova
della perfidia altrui. Qui di sua mano
il traditor s'accusa; il re deluso
con rimorso vedrà di chi finora
fu protettor, di chi nemico; e in faccia
al mondo intier la fedeltà di Roma
più dubbia non sarà. Questo è un contento
che mi toglie a me stessa. Al re si voli,
si prevenga l'insidia; ah già vorrei
che scoperta ogni frode... (Mentre vuole entrar frettolosa alla sinistra, vede Tarquinio da lontano) Eterni dei!
Quei che da lungi io miro ed ha sì folto
non è Tarquinio? Ah che purtroppo è desso.
l'empio a compir s'affretta. Ah non credei
il rischio sì vicin. Fuggasi... E donde?
a sinistra ho Tarquinio; ho il fiume a tergo.
fosse aperto il cammin, per l'arenoso
margine solitario inosservata
dileguarmi potrei. Tentiam quei chiusi
cancelli disserrar. (Apre il cancello) Respiro. Aperto
or che un varco è alla fuga... Oimè! D'armati
son da lungi le ripe. I suoi seguaci
questi saranno. Or son perduta. Aita,
è già Tarquinio; ove m'ascondo? Un ferro
Chi per pietà?... (Pensa) Ma sino al Tebro è pure
libero il passo. Ardisci o Clelia. A terra
si varchi o si perisca. Almen d'onore
sarai preda dell'onde e non d'un empio. (Corre e s’arresta al cancello)
Grazie oh dei protettori, inaspettato
è sicuro il tragitto; il ciel m'invita. (Scende al fiume per il cancello)
Dove s'asconde mai? So pur che altrove
esser Clelia non dee. Tutto il soggiorno
indarno ho scorso. Ah qualche inciampo io temo.
rinvenirne la traccia io non saprei.
Giusto ciel! Qui Tarquinio! Al colpo assai
l'indegno s'affrettò. Giunsi opportuna
dell'amica all'aita. Ei me presente
perché di Clelia a terra! E quei per uso
chi disserrò. (Si vede Clelia passare il fiume) Mi trema il cor. Che miro!
il fiume là fa biancheggiar diviso
Clelia non preme il dorso? Ah la ravviso.
ove a perir. Come salvarla? Come
soccorrerla degg'io? Già il mio soccorso
Qual giuoco oggi son io d'iniqua stella!
               Clelia se vuoi, guardala, è quella.
Come! Ah quasi io non credo agli occhi miei.
                                 Questo impensato
colpo crudele è un fulmine improvviso
che attonito mi rende. Or che risolvo?
Clelia seguir? Placar costei? Porsenna
correre a prevenir? L'usato ardire
oimè par che mi lasci in abbandono.
Parto? Resto? Che fo? Confuso io sono. (Parte dalla sinistra)
si dileguò. Misera Clelia! Ah forse
per te... Dov'è? Partì. La mia presenza
l'iniquo non sostenne. E pur di queste
anime immonde è per lo più la sorte
tenera protettrice. Ecco si perde
con Clelia il foglio accusator che tanti
fervidi voti a me, che tanta cura
al mio Mannio costò, perché non possa
esser convinto il traditor. Ma quando
del vizio ognor trionfatore invitto
la povera virtù non sia delitto.
Tarquinio il so; del violato patto
Roma è la rea; chiara è la prova; e pure
incredibil mi sembra, io tel confesso,
possa allignar da sì contrario seme
tanta virtù, tanta perfidia insieme.
il periglio maggior; signor tu credi
tutti simili a te. Pur del fallace
carattere romano in Muzio avesti
guari non ha l'esempio.
                                             È ver; ma quella
quel disperato ardir mertan rispetto.
che giudicar potrai. Sotto la fede
tesser sorprese, inosservato al campo
sottrarsi, e d'orator fatto guerriero
noi minacciar non è delitto?
                                                     È vero;
solo esporsi a perir, resister solo
contro il furor di cento armati e cento
di virtù, di valore è un bel portento.
ah purtroppo è il tenor. Quell'orgoglioso
fasto roman t'abbaglia; e il tuo mi scema
                             T'inganni; al merto
l'amistà non offendo. Armata, il vedi,
qui l'Etruria è a tuo pro.
                                              Dunque a che giova
qui nell'ozio languir? Fuor che nell'armi
                                     E ben, le già disposte
macchine e navi alfin movansi all'opra
col notturno favore; e tu le schiere
quando il giorno a spuntar non sia lontano...
giunto pur or la libertà richiede
d'approdar, di parlarti.
                                            (Oh dei!)
                                                                Che mai
dirmi potrà! Va', s'introduca; or ora
ad udirlo verrò. (Mannio parte)
                                Questo è il castigo
Più severo sarà quanto è più lento.
Ah m'abbandoni empia fortuna e teco
anche l'ardir. Tutto or pavento e parmi
ogni voce un'accusa. Ah donde mai
tanta viltà? Da qual stupore oppresso
non posso in me più ritrovar me stesso.
il romano orator. (Parte un nobile toscano) Ma perché mai
non si legge a ciascun! Sempre trovarsi
cinto d'inganni! Ignorar sempre i veri
interni altrui pensieri! Ah questa pena
il maggior ben per cui dolce è la vita.
                    Che avvenne?
                                                Imaginarti
non puoi signor qual oratore ardisca
                       Nol crederesti; è Orazio istesso.
Orazio! E ben l'ottenga.
                                             Ah soffriresti
che reo d'infedeltà...
                                       Sì; non comune
spettacolo sarà, credimi o prence,
arrivi un'alma a mascherarsi e a quanto
fidar l'altrui si possa audacia estrema.
(Ecco un nuovo periglio; il cor mi trema).
violato da voi Porsenna io vengo
a dimandar ragione. Al re toscano
Roma or qui parlerà sul labbro mio.
fosti dell'opra ingiusta autore o guida,
la guerra a rinnovar Roma ti sfida.
il reo, qualunque sia, Roma ti chiede.
strano Orazio è per me. Da voi difese
non accuse aspettai. Che vuol quel fasto?
È insania, arte o disprezzo? Ah non sperate
questo di mia clemenza ingrato abuso.
ira del ciel vendicatrice; e tremi...
Gli dei non insultar; fur già da voi
                                       Ad assalirvi!
                                           Eh qui non giova
simular meraviglia. A me sul ponte
di', non t'offristi armato? A che furtivo
passar sull'altra sponda?
                                              Ai vostri oppormi
                                       Chi di codesti
                                  De' tradimenti
un'anima nemica; è fausto in cielo
qualche nume al mio zelo.
                                                 Ogni malvagio
sempre ha de' falli suoi complice un nume.
                                       E ben, se i rei siam noi
produci il nostro accusator.
                                                   Non posso
senza farmi spergiuro.
                                           Il fatto adunque
                                      È ver; ma l'armi
ne assolveran, se a me non credi. I nostri
ostaggi intanto a noi sian resi.
                                                        Il dritto
di chiederli perdeste.
                                         Un nuovo è questo
artificio o signor. Già Clelia è in Roma.
               Larissa ed io del suo tragitto
fummo or or spettatori.
                                             Oh stelle!
                                                                 Or quale
                                    Ah questo è troppo!
                                                                          E pure
                          Basta. Ho sofferto assai
Va'; torna a Roma; e di' che guerra io voglio.
L'avrai; ma trema. Assai tremar doveste
quand'era al valor nostro unico sprone
l'amor di libertà; quai nuovi or pensa
di vendetta e d'onor stimoli aggiunga
la calunnia, l'insulto. A Roma, oh stelle!
perfidie attribuir! Violatrice
a' sacri patti, è vostro il torto; a voi
consacro il traditor. Vieni o Porsenna,
venga l'Etruria; anzi la terra tutta
s'affretti pur contro di noi. Quai sono
ragion, giustizia armi tremende in guerra
tutta da Roma imparerà la terra.
(Respiro. Alfin partì). Tempo è una volta
che il tuo sdegno real senta l'ingrata
ribelle Roma, e che allo scosso giogo
obbligata da te... Ma qual pensiero
                                      Rendon cotesti
Romani tuoi la mia ragion confusa.
il contegno gli assolve. Orazio udisti?
Non fa stupor la sua virtù feroce?
in quel guardo sicuro, in quel sublime
intrepido parlar, chi d'innocenza,
chi mai di verità tutti i più grandi
luminosi caratteri non vede?
questa dubbiezza tua. Fu pur convinto
Orazio innanzi a te. Per sua difesa
finger presagi e simular fermezza?
Tarquinio è un mentitor; Clelia è presente.
                      (Or son perduto).
                                                        A che fuggisti?
                                     Costui, Porsenna,
di rapirmi tentò; d'insidie intorno
già cinta ero da lui; fuor che un destriero,
il fiume e il mio coraggio, altro soccorso
non restava per me; costretta andai
del Tebro ad affrontar l'onda orgogliosa.
gelosa or di mia fede a voi ritorno.
                         Oh speranze!
                                                    Ah non è questo
il suo fallo maggiore. Ei fu che il patto
perfido infranse; e fra Porsenna e Roma
                                Signor t'inganna;
non prestar fede alle menzogne altrui.
Questo foglio ei vergò. Nega se puoi
                   Leggi o Porsenna. (Gli porge il foglio)
                                                     (Il foglio mio!
L'amico ah mi tradì. Speranze addio). (Fugge)
                                       E la sua fuga
                                Un sì funesto oggetto
ben dagli occhi ei mi toglie.
                                                    Or de' Romani...
Del tuo Tarquinio or puoi...
                                                   Non insultate
amici al mio rossor. Di tanti e tanti
prodigi di virtù sento il cor mio
pieno così che son romano anch'io.
Quanti assalti in un dì! Muzio mi scosse;
Orazio m'invaghì; ma del trionfo
hai tu l'onor bella eroina. È incerto
s'oggi in Clelia ostentò pompa maggiore
o l'onestà. Va'; torna a Roma; e vinto
da te Porsenna annuncia. Offrimi amico,
della sua libertà. Chi mai non vede
che la protegge il ciel, che il ciel voi scelse
all'armi, alla ragione, un solo impero
ad onorar l'umanità? Rispetto
del fato il gran disegno; e son superbo
il gran disegno a secondar del fato.

Notice: Undefined index: metrica in /home/apostolo/domains/progettometastasio.it/public_html/library/opera/controllers/Metrica/queryAction.php on line 8