Metrica: interrogazione
648 endecasillabi (recitativo) in Alessandro nell'Indie H 
Fermatevi, codardi. Ah! Con la fuga
mal si compra una vita. A chi ragiono?
Non ha legge il timor. La mia sventura
i più forti avvilisce. È dunque in cielo
che a suo favor può fare ingiusti i numi?
il trionfo a costui... Ma la mia sposa
lascio in preda al rival? No; si contrasti (Ripone la spada nel fodero)
sino all'ultimo dì.
                                  Prendi, signore, (Frettoloso e porgendo il proprio elmo a Poro)
sollecito mi porgi. Oh dio! S'avanza
la schiera ostil. Deh non tardar. S'inganni
                            Ma il tuo periglio?
È periglio privato. In me non perde
l'India il suo difensor. Porgi, t'affretta;
non abbiam che un istante.
                                                   Ecco, o mio fido, (Si leva il proprio cimiero e lo pone sul capo a Gandarte)
sul tuo crine il mio serto. Ah sia presagio
E vengano con lui le tue sventure. (Parte)
il mio coraggio indebolir tu credi. (In atto di partire)
quell'inutile acciaro. È più sicuro
col vincitor pietoso inerme il vinto.
e di periglio e di sudor ti resta!
l'audace si disarmi.
                                      Ah stelle ingrate! (Volendo difendersi, gli cade la spada)
Il ferro m'abbandona.
                                          Olà, fermate.
versò d'indico sangue il greco acciaro.
vincitor che ne abusa. I miei seguaci (A Timagene)
abbian virtude alla fortuna eguale.
Fia legge il tuo voler. (Parte)
                                         (Questi è il rivale).
Guerrier, dimmi, chi sei?
                                                 Nacqui sul Gange;
vissi fra l'armi; Asbite ho nome; ancora
non so che sia timor; più della vita
amar la gloria è mio costume antico;
son di Poro seguace e tuo nemico.
(Oh ardire! Oh fedeltà!) Qual è di Poro
d'un guerriero e d'un re. La tua fortuna
l'irrita e non l'abbatte; e spera un giorno
d'involar quegli allori alle tue chiome
che il timor de' mortali offre al tuo nome.
è germoglio straniero. In greca cuna
d'esser nato il tuo re degno saria.
sol fecondo d'eroi? Pur su l'Idaspe
la gloria è cara e la virtù s'onora;
ha gli Alessandri suoi l'Idaspe ancora.
Valoroso guerriero, al tuo signore
dalla sorte o da me; l'antica pace
altra ragion non mi riserbo in lui.
Vinto si chiami? E ambasciador mi vuoi
Poco opportuno ambasciador sciegliesti.
libero il varco al prigionier; (Ai greci) ma inerme
partir non dee. Questa ch'io cingo accetta (Si toglie dal fianco la spada per darla a Poro)
che la man d'Alessandro a te presenta;
e lei trattando il donator rammenta. (Poro prende la spada da Alessandro, al quale una comparsa ne presenta subito un’altra)
carattere d'onor! Quel core audace,
perché fido al suo re, minaccia e piace.
prigioniera donzella offre la sorte,
d'Erissena che fia!)
                                      Chi di quei lacci
l'innocente aggravò?
                                       Questi, di Poro
per genio a te. Fu lor disegno offrirti
un mezzo alla vittoria.
                                          Indegni! Il ciglio
rasciuga, o principessa. Ad Alessandro
persuade rispetto il tuo sembiante.
(Che dolce favellar!)
                                       (Son quasi amante).
che si tolgono a lei. Tornino a Poro
questa alla libertà, quelli alla pena. (Due comparse sciolgono Erissena ed incatenano gl’indiani)
                               Signor, perdona;
se Alessandro foss'io, direi che molto
giova se resta in servitù costei.
S'io fossi Timagene, anche il direi.
che irrita l'odio mio!)
                                         Questo è Alessandro?
                                  (Semplice!) Appunto.
delle greche donzelle! Almen fra loro
                                    Che aver potresti
di più vago, nascendo in altra arena?
Avrebbe un Alessandro anche Erissena.
ti son grate così, l'affetto mio
posso offrirti, se vuoi; son greco anch'io.
                               Sotto un istesso cielo
a' giorni d'Alessandro, a' giorni miei.
Non è greco Alessandro o tu nol sei.
sì diverso da me lo renda mai.
Ha in volto un non so che, che tu non hai.
dunque vive Erissena!
                                           Io?
                                                    Sì.
                                                            T'inganni.
Ma qual sorte è la mia! Nacque Alessandro
per offendermi sempre. Anche in amore
m'oltraggia il merto suo, picciola offesa
che rammenta le grandi. Eh l'odio mio
si appaghi alfine. Irriterò le squadre;
le cadenti speranze; alla vendetta
qualche via troverò, che il vendicarsi
persuade natura anche alle fiere.
qual rimedio adoprar? Mancando ogni altro,
dovevate morir. Tornate in campo,
ricercate di Poro. Il vostro sangue,
alla grand'ombra in sacrifizio almeno. (Partono le comparse)
l'anima intollerante e le gelose
furie, che in sen sì facilmente aduna,
che il valor d'Alessandro e la fortuna.
regina, a te di fortunati eventi
                                 Numi! Respiro. (Rasserenandosi)
                              Per Alessandro alfine (Come sopra con ironia)
si dichiarò la sorte. Esulta; avrai
a momenti al tuo piè tutti i trofei.
Così m'insulti, oh dei! Dunque saranno
del geloso tuo cor? Fidati, o caro,
                                 Di te si fida
anche Alessandro. E chi può dir qual sia
l'ingannato di noi? So ch'ei ritorna;
e torna vincitor. So che altre volte
coll'armi de' tuoi vezzi o finti o veri
hai le sue forze indebolite e dome.
E creder deggio? E ho da fidarmi? E come?
della mia fedeltà? Comparve appena
dell'Asia il domator, che il tuo periglio
fu il mio primo spavento. Incontro a lui
lusinghiera m'offersi, onde con l'armi
non passasse a' tuoi regni. Ad onta mia
seco pugnasti. A te, già vinto, asilo
fu questa reggia; e non è tutto. In campo
vuoi ritentar; l'armi io ti porgo e perdo
de' miei sudditi il sangue, il regno mio;
e non ti basta? E non mi credi?
                                                          (Oh dio!) (Commosso)
Fuggirò questo cielo, andrò raminga
spaventose allo sguardo, ignote al sole,
mendicando una morte. I miei tormenti,
finiranno così. (In atto di partire disperata)
                              Fermati; ascolta.
                                  Che a gran ragion t'offende
                                     Questo è un amore
                                  Io ti prometto, o cara,
                                    Queste promesse
mille volte facesti; e mille volte
                                   Se mai di nuovo
io ti credo infedel, per mio tormento
e vera in te l'infedeltà si renda.
                  A tutti i nostri dei lo giuro.
Come! Tu nella reggia?
                                            Un tradimento
mi portò fra' nemici; e un atto illustre
del vincitor pietoso a voi mi rende.
è innocente richiesta).
                                           I detti suoi
ridirti non saprei; so che mi piacque;
fra lo sdegno guerrier sfavilla amore.
serba la sua bellezza e l'alma grande
in ogni sguardo suo tutta si vede.
Cleofide da te questo non chiede. (Con isdegno ad Erissena)
(Ah non torniamo a dubitar di lei).
tornate al vostro re; ditegli quanto
anche fra noi la sua virtù s'ammira;
                             Come! Fermate. (a’ macedoni con impeto)
Tu ad Alessandro! (A Cleofide turbato)
                                    E che perciò? Non vedo
ragion di meraviglia.
                                        In questa guisa (Come sopra)
il tuo decoro, il nome tuo si oscura.
L'India che mai dirà?
                                          Questa è mia cura.
Partite. (a’ macedoni che partono)
                 (Io smanio).
                                          Ah non vorrei che fosse
quel solito timor che t'avvelena.
Lo tolga il cielo. (Con tranquillità forzata)
                               (Oh giuramento! Oh pena!)
Siegui a fidarti; in questa guisa impegni
a maggior fedeltà gli affetti miei.
come tradir potrei sì bella fede?
Va Cleofide al campo ed io qui resto?
No no, si siegua. a' suoi novelli amori
la mia presenza. (In atto di partire)
                                 Ove, signore?
                                                            Al campo.
Ferma; non è ancor tempo. Io non invano
tardai finor. Questo real diadema
Timagene ingannò; Poro mi crede;
nemico d'Alessandro. Assai da lui
noi possiamo sperare.
                                          Or non è questa
la mia cura maggiore. Al greco duce
                                Ma che paventi?
                                   Mille figuro
d'infedeltà, vezzi, lusinghe, sguardi;
                            Ma saran finti.
                                                         Addio.
Fingendo s'incomincia. Ah non sapete
che dal finto in amor conduce al vero. (Parte frettoloso)
Principessa adorata, allor che intesi
te prigioniera, il mio dolor fu estremo;
credimi, estremo è il mio piacer.
                                                             Lo credo.
Dimmi; vedesti, in sugli opposti lidi
dell'Idaspe, Alessandro?
                                              Ancor nol vidi.
alcun timor ne' miei perigli?
                                                      Assai.
                                M'è noto. Ah più di lui
or non parliam. Dimmi che m'ami; i pegni
rinnova di tua fé; dimmi che anela
il tuo bel core all'imeneo promesso.
che udirne ragionar. Qualunque vanto
parlar di lui che mai vuol dir? Pavento,
che Alessandro ti piaccia.
                                                È ver; mi piace.
mi deridi, m'inganni?
                                           E chi t'inganna?
San gli dei ch'io non fingo.
                                                  Allor fingevi
dunque, o crudel, che del tuo core amante
Allora io non fingea; non fingo adesso. (Parte)
Perché senz'opra degli altrui sudori
non dubbio prezzo delle altrui fatiche,
biondeggiavan le spiche, e al lupo appresso
il sicuro agnellin prendea ristoro,
era bella, cred'io, l'età dell'oro.
per soverchia innocenza a' loro amanti
chiaro così come Erissena il dice,
per me l'età del ferro è più felice.
Purtroppo, amico, è vero; ama Alessandro;
                                   Eccola; a lei
offri e dimanda amore.
                                            Amor! T'inganni;
non si lascia agli affetti in abbandono;
debole a questo segno ancor non sono.
o nella vasta oriental marina
il sol vicino e la feconda aurora.
Se non mi sdegni amica, eccoti un dono
se suddita mi brami, ecco un tributo.
altr'omaggio che fede; e dagli amici
prezzo dell'amistade io non ricevo;
le tue ricchezze, o sian tributo o dono.
Ah! Mel predisse il cor. Questo disprezzo
Ma non è ver. Sappi... T'inganni... Oh dio!
(M'uscì quasi da' labbri idolo mio).
Signor, rimanti in pace. A me non lice
miglior sorte sperar de' doni miei;
più di quelli importuna io ti sarei. (In atto di partire)
interpetri il mio cor. Siedi e ragiona.
                     (Che amabile sembianza!)
(Mie lusinghe, alla prova). (Siedono)
                                                   (Alma, costanza).
mi perdo, mi confondo e non so come...
                                    (Numi!)
                                                      Fra poco
verrà; per or con la regina...
                                                    Appunto
innanzi a lei di ragionar desia.
                                    T'è noto il suo pensiero?
Signor, l'ignoro; e non so dirti il vero.
                                       (Poro!)
                                                       Perdona,
importuno così. La tua dimora
più breve io figurai; ma d'Alessandro
piacevole è il soggiorno e di te degno.
(Già di nuovo è geloso! Ardo di sdegno).
                         Le offerte tue ricusa
né vinto ancor si chiama.
                                               E ben, di nuovo
                                 Signor, sospendi
                             Anzi son questi.
                                                            Eh taci.
No; lo pretendi invan.
                                          (Per suo castigo
abbia ragion d'ingelosirsi). Il passo,
amico o vincitor, qual più ti piace,
volgi, signore, alla mia reggia.
                                                        (Ah infida!)
non ti sarà conteso; e là saprai
meglio tutti di Poro i sensi e i miei.
è avvezza ad ingannar; grato a' tuoi doni
io ti deggio avvertir.
                                       (Che soffro!)
                                                                 Asbite,
                                   Io n'ho ragion; conosco
Cleofide e il mio re. Da lei tradito...
Non udirlo, o signor; nol merta; i primi
ch'io soffro da costui.
                                        (Perfida!)
                                                             Accetti,
Che ho da sperar? Verrai?
                                                  Verrò; m'attendi. (Parte)
Lode agli dei; son persuaso alfine (Con ironia)
                                Lode agli dei; (Come sopra)
                                 Dov'è chi dice
dell'aura è più leggiero?
                                              Ov'è chi dice
che più del mare un sospettoso amante
                           Mi disinganna assai...
                                  La tua costanza.
                                       Che bella fede!
l'abborrito rival senza contesa?
de' tuoi sparsi guerrieri; e presso al ponte,
che unisce dell'Idaspe ambe le rive,
cauto gli ascosi. In questo agguato avvolto
troverassi Alessandro, appena giunto
di qua dal fiume; ed il soccorso a lui
dell'esercito greco il ponte angusto
                    Benché da lui diviso
l'esercito rimanga, avrà difesa.
                                      Fra questi appunto
l'odio per lui. Gli avrem compagni; o almeno
non ci saran nemici. E quando ancora
gli fossero fedeli, il lor coraggio
si perderà nell'improvviso assalto.
combattendo disvia. Sul varco angusto
l'impeto ostile. Alle mie spalle intanto
gli archi di quello ed i sostegni in parte
rosi dal tempo e indeboliti ad arte.
resteranno le schiere; e senza schiere
qua il duce resterà. Compito questo,
al fato e al tuo valor si fidi il resto.
che riman fra' disastri agl'infelici,
è il distinguer da' finti i veri amici.
Oh del tuo re, non della sua fortuna,
fido seguace! E perché mai del regno,
ond'io possa premiarti, il ciel mi priva?
Alessandro a momenti. Un greco messo
recò l'avviso. Io dalla regia torre
splender elmi diversi; il suono intesi
de' stranieri metalli; e fra le schiere
vidi all'aura ondeggiar mille bandiere.
                Corre a incontrarlo.
                                                      Ingrata! Amico,
                                E tu non vieni?
de' tradimenti suoi tutta l'immago.
voglio dirle infedele e poi son pago.
E tu pensi a costei? L'onor ti chiama
(Oh amor sempre tiranno anche agli eroi!) (Parte)
Germano, anch'io vorrei trovarmi in campo
d'Alessandro all'arrivo.
                                            Invan lo brami.
                 Non più. Lasciami solo.
                                                             E quale
                                A una real donzella
come lice a un guerrier, non è permesso.
Misera servitù del nostro sesso! (Parte)
non si torni a mirar. Troppo di Poro
che regna ancor conosceria l'ingrata.
non vi crede Alessandro e non vi teme;
quanto è lieve ingannar chi s'assicura.
esulta al tuo passaggio e lieta tanto
non fu, cred'io, quando tornar si vide
trionfator del Gange infra l'adorna
di pampini frondosi allegra plebe,
su le tigri di Nisa il dio di Tebe.
Siano accenti cortesi o sian veraci
sensi del cor, di tua gentil favella
mi compiaccio, o regina; e solo ho pena
che fu all'India funesto il brando mio.
le passate vicende; ormai sicuro
puoi riposar su le tue palme.
                                                      Ascolto (Si sente di dentro rumore d’armi)
                                    Poro si vede
                                      (Ah troppo veri
voi foste, o miei timori!)
                                               E ben, regina,
                                    Se colpa mia,
si pentirà chi disperato e folle
tante volte irritò gli sdegni miei. (Alessandro snuda la spada e seco Timagene e vanno verso il ponte)
L'amato ben voi difendete, o dei. (Parte. Entrata Cleofide, si vedono uscir con impeto gl’Indiani da’ lati della scena vicino al fiume. Questi assalgono i Macedoni; Poro assale Alessandro; Gandarte con pochi seguaci corre sul mezzo del ponte ad impedire il passo all’esercito greco. E intanto che siegue la zuffa nel piano, alcuni guastatori vanno diroccando il suddetto ponte. Disviati i combattenti fra le scene, si vede vacillare e poi cadere parte del ponte. Quei macedoni, che combattevano su l’altra sponda, si ritirano intimoriti dalla caduta; e Gandarte rimane con alcuni de’ suoi compagni in cima alle ruine)
Seguitemi, o compagni; unico scampo
è quello ch'io v'addito. Ah secondate, (Getta la spada ed il cimiero nel fiume)
pietosi numi, il mio coraggio. Illeso
s'io resterò per lo cammino ignoto,
tutti i miei giorni io vi consacro in voto. (Si getta dal ponte nel fiume)
non amo altro che te; penso a salvarti
quando soffro Alessandro.
                                                 Oh dio! Vorrei
                        Ma per prestarmi fede
quai pegni vuoi da me? T'adoro ingrato;
abbandono i miei regni; e non ti fidi?
l'interno d'ogni cor, tutti al grand'atto,
tutti siate or presenti. Io fida a Poro
sposa or mi giuro; il giuramento ascolti,
vindice e testimonio il ciel ne sia.
Poro, dammi la destra; ecco la mia.
Oh destra! Oh sposa! Oh me felice! Io fui
un ingiusto finor; perdono, o cara; (Inginocchiandosi)
Aimè! Sorgi, mia vita; ecco il nemico. (Spaventata)
               Colà.
                           Quest'altra via... Ma quindi
pur s'appressan guerrieri. Agl'infelici
Sposo, ah non v'è più scampo. A tergo il fiume,
in quella parte, e Timagene in questa.
                                    Oh dei! Vedrassi
preda de' Greci? Agl'impudici sguardi
misero oggetto? Alle insolenti squadre
scherno servil? Chi sa qual nuovo amante...
qual talamo novello... Ah ch'io mi sento
                                    Poro, è perduta
No; ci resta una via; si mora insieme. (Poro snuda uno stile; ed alza il braccio in atto di ferirla)
                                 (Aita, o stelle!)
                                                              E donde
                      Signor, la morte mia
                               Io sono...
                                                  Egli è di Poro
fedele esecutor. (Taci, ben mio). (Piano a Poro)
di ritegni or non è. Sappi, Alessandro,
che nulla mi sgomenta il tuo potere;
signor, vieni a sedar. Chiede ciascuno
di Cleofide il sangue; ognun la crede
                               Ella è innocente; ignota
le fu la trama. Il primo autor son io;
tutto l'onor del gran disegno è mio.
                                   Signor, s'io mai...
è l'innocenza tua. Per me, regina,
sarà nota alle schiere. Io passo al campo;
altro ponte rinnova; occupa i siti
della città più forti. Entro la reggia
Cleofide difesa; e questo altero
custodito rimanga e prigioniero. (Parte)
Cleofide si scorga; e intanto Asbite
                              (In libertà potessi,
senza scoprirlo, almen dargli un addio).
                              De' casi miei,
                                         Più che non credi.
digli dunque per me che non si scordi
la costanza d'un re; ma soffra e taccia.
(Tenerezze ingegnose!)
                                            Amico Asbite,
siam pur soli una volta.
                                            E con qual fronte
mi chiami amico? Al mio signor prometti
sedur parte de' Greci e poi l'inganni.
gli argiraspidi avea; ma non so dirti
se protetto dal ciel, gli ordini usati
cangiò al campo Alessandro; onde rimase
che doveva al passaggio esser primiera.
                                Qualunque prova
dimandane e l'avrai. Va'; la mia cura
libero sei; la prima prova è questa.
Ma come ad Alessandro...
                                                Ad Alessandro
creder farò che disperato a morte
                                    E di vendetta
più speranza non v'è?
                                          Sì; già inviai
un mio foglio al tuo re. Da quello istrutto
Poro verrà fra poco; e là dell'Asia
a svenar l'oppressore agio ed aita
                        Ma questo foglio a Poro
                                      No! Come il sai?
Più non cercar; Poro non l'ebbe; io posso
                                M'avesse mai
tradito il messaggier! Tremo. Ah t'affretta,
Asbite, a Poro; ah, s'ei non vien, ruina
Poro verrà; non dubitarne.
                                                  Addio. (Parte)
Ricomincio a sperar. Da' lacci sciolto,
l'impeto già de' miei furori ascolto.
ma per soverchio amor. Ma, già che il cielo
dall'onde ti salvò, fuggi, Gandarte,
fuggi da questa reggia. Ah, se Alessandro
aggrava anche il tuo piè de' lacci suoi,
nessun rimane in libertà per noi.
mai ver ch'io t'abbandoni.
                                                  Ah dal suo ciglio
                               Numi, consiglio. (Si nasconde)
d'un campo vincitor l'impeto insano.
non conosce ragion. La rea ti crede;
e minacciando il sangue tuo richiede.
una via di salvarti. In te rispetti
una parte di me; sarai mia sposa.
                                       Eccola. (Si palesa)
                                                      (Oh stelle!)
                  Poro son io.
                                          Come fra questi
                                         Per via nascosa
dalle sponde del fiume a queste mura.
pietà, perdono? O ad insultar ritorni
                                 A che mi vai
rimproverando un disperato cenno,
fra' tumulti dell'armi, in mezzo all'ire
mal concepito, mal inteso e forse
crudelmente eseguito? È a me palese
del campo tuo che lei vuol morta; e vengo
ad offrirmi per lei. Porto all'insana
greca barbarie un regio capo in dono.
se il reo si chiede; io meditai gl'inganni;
son Cleofide e Asbite ambo innocenti.
(Il mio re si difenda e poi si mora).
un barbaro in virtù! No). Poro, ascolta.
ti lascio in libertà. L'istessa via,
allo sdegno de' Greci anche t'involi.
ritenerla potrei, potrei salvarla
senza renderla a te; ma, quando vieni
la meritasti assai. Dall'atto illustre
la tua grandezza e l'amor tuo comprendo;
onde a te (non so dirlo), a te la rendo.
                           Oh pietà!
                                               D'Asbite io volo
a disciogliere i lacci. Andate, amici;
e serbatevi altrove a' dì felici.
tanta felicità fra tanti affanni?
Quanto dobbiamo a' tuoi pietosi inganni!
ho compiuto il dover. Ma... chi s'appressa?
Ah no, giunge Erissena.
                                             Oh come asperso
ha di lagrime il volto!
                                         Eh non è tempo
di pianto, o principessa. Andremo altrove
a respirar con Poro aure felici.
                                   Come!
                                                  Che dici!
Mi ha tradita Alessandro!
                                                Ei di sé stesso
                       Quando? Perché? Finisci (Con affanno e fretta)
di trafiggermi il cor.
                                       Sai che rimase,
creduto Asbite, a Timagene in cura...
andava prigionier, quando si mosse
con impeto improvviso ed i sorpresi
improvidi custodi urtò, divise,
si lanciò nell'Idaspe e si sommerse.
Privo di te, (A Cleofide) servo de' Greci, in odio
                                  I suoi furori (Piangendo)
mi predicean qualche funesto eccesso.
                                Da Timagene istesso.
tante vittime offrirvi, ingiusti dei!
siete cagione, all'ingiustizia vostra
non son dovute; e, se governa il caso
vi usurpate il timor, numi impotenti.
Ah che dici, o regina! Un mal privato
e v'è sempre ragione in ciò che avviene.
                                A che fuggir? Qual danno (Come sopra)
mi resta da temer? Lo sposo, il regno,
misera! già perdei; si perda ancora
dov'è più di periglio, ho più speranza.
fra perdite sì grandi ah non si conti
la perdita di te. Fuggiam da questa
tuo sposo e difensor sarà Gandarte.
d'impaccio al tuo fuggir. La mia salvezza
necessaria non è; la tua potrebbe
esser utile all'India. Anzi tu devi
a favor degli oppressi usar la spada.
E dove senza te speri ch'io vada?
E pur, chi 'l crederia, fra tanti affanni
non so dolermi; e mi figuro un bene,
quando costretta a disperar mi vedo.
Ah, fallaci speranze, io non vi credo.
respirar sola in pace. I passi miei
perché seguir così? Perché affannarmi
con sì spesse richieste? È ver, sedotto
ho d'Alessandro il core; è ver, di sposo
ei la man mi promise; io vado al tempio.
già il rogo si compone; e sol l'idea
di vittima e di rogo or mi consola.
Se altro non vuoi saper, lasciami sola.
Che bella fedeltà! Ma con qual fronte
                                   V'andrò come conviene
                                  E Poro?
                                                   E Poro
                                Ma l'Asia tutta...
                                       Sì, veramente
dell'Asia in te le spose avranno...
                                                            Avranno
dell'Asia in me le spose esempio e guida.
Arrossisco per te; spergiura! Infida!
non trascorrer sì presto. Io ti vorrei
in giudicar più cauta. Il tempo, il luogo
cangia aspetto alle cose. Un'opra istessa
è delitto, è virtù, se vario è il punto
donde si mira. Il più sicuro è sempre
e s'inganna chi crede al primo sguardo.
                                  Poro non vedo. (Cercando per la scena, senza veder Erissena)
Questa è pur l'ora, il loco è questo.
                                                               E poi (Senza veder Timagene)
alle nostre querele, a' nostri pianti!
Asbite almen dovrebbe... Oh ciel! Chi mai (Vede Erissena)
non veduto, che parta. (Nell’andare a nascondersi s’incontra con Alessandro)
                                           Ove t'affretti? (A Timagene)
Signor... vado... Attendea... (Confuso)
                                                   Che mai?
                                                                       L'istante
                                Parla.
                                             Vorrei...
(Stelle, ove son! Non trovo i detti).
                                                                Intendo;
solo mi vuoi. Bella Erissena, e dove
dalla real Cleofide lontana
prima che questo sol compisca il giro.
Il so purtroppo; e il tuo bel core ammiro. (Con dispetto e parte)
(Dei, che m'avvenne mai! Gelar mi sento;
ecco l'ora, ecco il loco, ecco Alessandro.
Che pensi, o Timagene? A che d'intorno
volgi il guardo così? Se Poro attendi,
molto è lungi da noi; l'attendi invano.
non può sola aspirar?
                                         Come! Io... svenarti?
che ha questo in te nero sospetto impresso?
Vedilo. (Gli dà il foglio da lui scritto a Poro)
                 (Oh numi!) (Abbattuto)
                                         È Timagene istesso.
                                       Come! Si lagna
qual dritto ha un traditore?
                                                    E pur se vuoi
ascoltar le mie scuse...
                                          Ah taci; aggravi
così la colpa tua. Reo, che convinto
sol del suo cor la pertinacia accusa.
È ver; nel passo a cui ridotto io sono, (Disperato)
è follia di sperar; tutto il tuo sdegno
Alessandro vendetta! E sazio ancora
                                          Dovuto è questo
                                Ma che mi giova il sangue
d'un traditore? Ah, se mi vuoi superbo
del mio poter, rendimi il cor, ritorna
ad esser fido; e Timagene amico
che Poro debellato e Dario oppresso.
Oh clemenza maggior de' falli miei! (Inginocchiandosi con impeto e piangendo)
se fa tanto un mortal?
                                          Sorgi; in quel pianto
già l'amico vegg'io. Sì bel rimorso
Vieni al sen d'Alessandro; amalo e vivi.
Oh rimorso! Oh rossore! E non m'ascondo,
misero, a' rai del dì? Con qual coraggio
orribile son io tanto a me stesso?
(Qui Timagene e solo!) Amico, il cielo
pur salvo a te mi guida.
                                             Ah fuggi, Asbite,
                         Qui d'Alessandro il sangue
                                           Prima si versi
                                      E la promessa?
non obbliga a compirlo.
                                             Infido! Ah dunque
                                      No, quello in seno
avea perfida l'alma, il cor rubello.
                Lode agli dei, non è più quello.
debolissimo filo a cui s'attenne
finor la mia speranza. A che mi giova
più questa vita, ogni momento esposta
di fortuna a soffrir gli scherni e l'ire?
Ah finisca una volta il mio martire. (In atto di snudar la spada)
Ferma; sei tu, mio re? (Trattenendolo)
                                            Sei tu, germano?
                                  La principessa estinto
                         Ma quell'incerto sguardo,
quella man sull'acciaro, oh dio! mi dice
il mio re s'abbandona; e non m'inganno.
consigliarmi la vita in questo stato?
non dir così; mi fai morir.
                                                 Non sia
la tirannia degli astri.
                                         Hai molti alfine
compagni al duol; né de' traditi amanti
tu il primo sei; né delle amanti infide
                                Che? (Sorpreso)
                                            Non dolerti.
una donna infedel. Lascia che sposa
l'abbia pure Alessandro.
                                              Abbia Alessandro
            L'ignori? Cleofide.
                                                E obbligarla
                                       Nessun. Di tutte
ella stessa il richiese.
                                        Ella! (Stupido)
                                                   E l'ottenne;
e i felici consorti andran contenti...
                Al tempio maggior.
                                                     Quando?
                                                                        A momenti.
Perfida! Invan lo speri. (Furioso in atto di partire)
                                             Ove t'affretti? (Trattenendolo)
                            Lasciatemi, importuni. (Si libera con impeto)
or non odo ragion. Tutta la terra,
tutti i numi del ciel, tutto l'inferno
non basterebbe a trattenermi ormai.
                                           E che farai?
                                     Addio, mia vita.
se questo fosse mai l'ultimo addio.
E di me che sarà? Da chi consiglio,
da chi soccorso implorerò? Son tanti
i miei disastri; e fra' disastri io sono
che a cercar qualche scampo il cor mi manca.
Tu qui! Chiusi del tempio e custoditi
son pur gl'ingressi. Onde venisti?
                                                              Io venni
su l'orme tue per la segreta via
che conduce alla reggia.
                                             A secondarmi
giungi opportun. Presso alle chiuse porte
che s'aprano attendiam; la coppia rea
                                         T'accieca
l'ira, o mio re. Di conseguir che speri?
i custodi, i ministri... Ah che in tal guisa
                                         Ogni difesa
                                    Signor, quest'ira
Salvati, fuggi e miglior tempo attendi.
Non più; t'accheta; ho risoluto.
                                                         Oh dio! (Inginocchiandosi)
Pietà di noi. Fuggi, mio re; conserva
a' tuoi popoli il padre, ad Erissena
all'India il difensor, tutto a Gandarte.
si scuotono le porte. Odi il tumulto
della turba festiva. Ah fuggi. Il core
             Non l'otterrai. (Risoluto)
                                         Celati almeno.
                                      Offron quei marmi
fra la porpora e l'or che li circonda.
Reggete questa man, vindici dei. (Snuda la spada e va a nascondersi con Gandarte)
                     È dolce sorte unire insieme
                                     (Più fren non soffre
                                Vieni, o regina. Un nodo
Ferma; è tempo di morte e non d'amori.
consorte a Poro; ei più non vive; e deggio
su quel rogo morir. Se t'ingannai,
perdonami, Alessandro; il sacro rito
non sperai di compir senza ingannarti;
temei la tua pietà. Questo è il momento
in cui si adempia il sacrifizio a pieno. (In atto di andare verso il rogo)
Ah nol deggio soffrir. (Volendo arrestarla)
                                         Ferma o mi sveno. (Impugnando uno stile)
                          (Oh fedeltà!)
                                                    Non esser tanto
vivendo acquisterei. Passa alle fiamme
ogni sposa fra noi. Questo è il costume
dell'India tutta; ed ogni età lontana
                                        Legge inumana
che distrugger saprò. (Vuole appressarsi a Cleofide)
                                         Ferma o mi sveno. (In atto di ferirsi)
ecco della mia fé le prove estreme... (Volendo gettarsi nelle fiamme)
Aspettami, cor mio; morremo insieme. (Scoprendosi)
                                           No, non travedi;
Non crederlo, Alessandro; io son...
                                                               Tu sei
il mio caro Gandarte; e non è tempo
di finger più. Trovai fedel la sposa;
son paghi i voti miei. Così potessi
con parte del mio regno esserti grato.
Son fuor di me. Come! Tu sei?... (A Poro)
                                                             Son io
                           E di venire ardisci?...
                                        E tu non vuoi?... (A Cleofide)
                                   Gandarte...
                                                          Espone,
                                        Dunque germoglia
tanta virtù nell'India? Ed io dovrei
contar tra i fasti miei tanti infelici?
No; nol crediate, amici; un cor capace
di sì crudel diletto io non mi trovo.
e pace e libertà. Da me riceva
Poro la sposa e la real sua sede;
ch'oltre il Gange io domai, regni Gandarte.
                            O signor!
                                                Tacete. Omaggi
altri io non vuo' da voi che l'odio estinto.
                                           Or Poro è vinto.

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