Metrica: interrogazione
571 settenari (recitativo) in Didone abbandonata R1 
No, principessa, amico,
So che m'ama Didone,
l'adoro e mi rammento
ma ch'io di nuovo esponga
e son sì sventurato
te l'offre in questo lido
                 Con qual favella
Osmida, a questi lumi
che 'l rigido sembiante
quest'è d'Italia il regno
L'Asia infelice aspetta
che in un altro terreno,
allor che ti piegasti
E tu frattanto ingrato
Sorgi; de' legni tuoi
Se abbandoni il tuo bene,
La regina s'appressa.
                                (Non posso
scoprire il mio tormento).
Enea, d'Asia splendore,
vedi come a momenti
del tuo soggiorno altera
Frutto de' miei sudori
Forse già dal tuo core
Didone alla mia mente,
né tempo o lontananza
potrà sparger d'obblio,
Che proteste! Io non chiedo
Se brami il tuo riposo,
pensa alla tua grandezza,
i miei giorni felici,
            Che?
                        La patria, il cielo...
Ei pensa abbandonarti.
Contrastano quel core,
È gloria abbandonarmi?
(Si deluda). Regina,
a lasciar queste sponde;
                Fra pochi istanti
dalla reggia de' Mori
                        Le tue nozze
Perciò così partendo
S'inganna Enea; ma piace
l'inganno all'alma mia.
So che nel nostro core
Vanne, amata germana;
Venga Arbace qual vuole,
Solo quel cor mi piace.
                            T'accheta.
Fin che dura l'inganno,
Didone, il re de' Mori
io te l'offro qual vuoi,
Queste, che miri intanto,
Mentre io n'accetto il dono,
ma s'ei non è più saggio,
Ti rammenta, o Didone,
Del tuo germano infido
Fu questo, ove s'innalza
la vendita confondi...
                         (Soffri).
                                           Cortese
perché giurasti allora
Or sa l'Africa tutta
né soffrirà che venga
a contrastar gli amori
E gli amori e gli sdegni
fian del pari infecondi.
t'offre pace, se vuoi;
e in emenda del fallo
Dalla reggia di Tiro
io venni a queste arene
Prezzo de' miei tesori
La mia destra, il mio core
quando a Iarba negai,
Se 'l mio signore irriti,
verranno a farti guerra
quanti Getuli e quanti
vengano a questi lidi
                             Dirai
che amoroso nol curo,
che nol temo sdegnato.
Araspe, alla vendetta. (In atto di partire)
Didone in me confida,
                            Seguace
In Cipro ebbi la cuna
Ma chi sa se consente
                     Ogni atto innocente
Quant'è stolto, se crede
ch'io gli abbia a serbar fede!
La promettesti a lui.
Ma vanne, amato Araspe,
Vanne; le mie vendette
Vado e sarà fra poco
del suo, del mio valore
No, t'arresta. Io non voglio
che al caso si commetta
o virtù non si trova
Empio! L'orror che porta
la pace fra' disastri
O sostegno del mondo,
Già tel dissi, Selene;
Ah piacesse agli dei
Ma saper che m'adora
Sia qual vuoi la cagione
vanne. La mia germana
vuol colà favellarti.
Ed a colei che adoro
                             E come
Tanto per lei t'affliggi?
Ella in me così vive,
io così vivo in lei
tanta pietà mi fanno
Se mi vedessi il core,
Tutta ho scorsa la reggia,
Stranier, dimmi, chi sei? (Ad Enea)
Troppo ad altri pietosa... (Come sopra)
Sugli occhi di Selene,
Di Iarba al messaggiero
e a quel d'Enea congiunto
che per glorie racconta
in confronto di glorie
Ma tu chi sei che tanto
meco per lui contrasti?
                         Il suo nome
A questa legge io resto.
Ah m'involasti un colpo
Gli affetti di Didone
al mio signor contende.
Arbace, a quel ch'io veggio,
Un cor che s'innamora
onde nessuno offende,
non è senno o valore
Non è più tempo, Araspe,
chiamerò nella reggia;
già di Nettuno al tempio
                         Non è tempo
ardisci. Ad ogni impresa
Dove corri, o signore?
Ancora i tuoi guerrieri
il tuo voler non sanno.
E vuoi la tua vendetta
Araspe il mio favore
Lo so, quel cor feroce
Come? Da' labbri tuoi
Il dirlo è crudeltà
Benché costante, spero
Può togliermi di vita
ma non può il mio dolore
Vincere i propri affetti
avanza ogni altra gloria.
Ecco il rival; né seco
è alcun de' suoi seguaci.
Siam traditi, o regina.
Chi ti destò nel seno (Ad Araspe)
Come? L'istesso Arbace
il suo sdegno pavento;
E nemmeno hai rossore
del sacrilego eccesso?
Ti preverrò. Ministri,
custodite costui. (Parte Araspe con guardie)
                     Il re de' Mori?
                       Nessuno (Snuda la spada)
(Cedi per poco almeno,
Frenar l'alma orgogliosa
Enea, salvo già sei
dalla crudel ferita.
                              Ancora
No; più funeste assai
Chiari i tuoi sensi esponi.
E così fino ad ora,
e intanto il cor pensava
Vil rifiuto dell'onde,
Ecco poi la mercede.
Finch'io viva, o Didone,
Né partirei giammai,
consacrare il mio affanno
Io resterò, se vuoi
Va' pur, siegui il tuo fato,
Farà quell'onde istesse
e tardi allor pentito
Se mi vedessi il core...
Lasciami, traditore.
Almen dal labbro mio
col volto meno irato
E pure a tanto sdegno
Tanto amor, tanti doni...
Ah pria ch'io t'abbandoni,
pera l'Italia, il mondo;
resti in obblio profondo
la mia fama sepolta;
Ah che dissi! Alle mie
Si parta. E l'empio moro
stringerà il mio tesoro?
No... Ma sarà frattanto
Signore, ove ten vai?
Nelle mie stanze ascoso
Ma sino al tuo ritorno
libero errar ti vede
Va' pur ma ti rammenta
ch'io sol per tua cagione...
Fosti infido a Didone.
E che tu per mercede...
Giovino i tradimenti,
Di tante offese ormai
                     La pena,
(Hanno un'ignota forza
che m'incatena e parmi
Odi, giacché al tuo re
                     Chi sciolse,
Parlar non puoi! (Pavento
si nasconde a Selene?
Senti. Voglio appagarti.
Vado apprendendo l'arti (A Selene)
L'arte di farsi amare
Chi fu che all'inumano
disciolse le catene?
Io prigioniero e reo,
sciolto mi vedo e sento
Pur se brami che Araspe
dall'insidie il difenda,
tel prometto; sin qui
l'onor mio nol contrasta
Ah non toglier sì tosto
Araspe, il tuo valore,
Se t'accende il mio volto,
io l'incendio nascoso
Soffri almen la mia fede.
Se può la tua virtù
Tu dici ch'io non speri;
ma nol dici abbastanza.
Già so che si nasconde
Sempre in me de' tuoi cenni
Premio avrà la tua fede.
per te fede e valore;
È un perfido, è un ingrato,
Contro me stessa ho sdegno,
perché finor l'amai.
parlar, se gliel concedi.
                           Qui presso
Io non tel dissi? Enea
Del tuo, dell'onor mio
del moro il fiero orgoglio
La gloria non consente
Se per me lo condanni...
Passò quel tempo, Enea,
è sciolta la catena;
Sappi che 'l re de' Mori
è l'orator fallace.
Oh dio! Con la sua morte
Consigli or non desio;
Se sprezzi il tuo periglio,
Sì, veramente io deggio
A sì fedele amante,
Vieni sugli occhi miei,
Uno sguardo, un sospiro,
E poi grazie mi chiedi?
Idol mio, che pur sei
che posso dir? Che giova
Ah se per me nel core
Quell'Enea tel domanda
quel che finora amasti
Con un tuo sguardo solo
a tanto amore appresso
Iarba da' lacci è sciolto!
ma vuol ch'io vada errando
Così tradisce Osmida
La tua sorte presente
Risparmia al tuo gran core
Solo in tal guisa sanno
S'Enea fosse africano,
pietà nel mio nemico,
Ah forse a danno mio
l'uno e l'altro congiura.
Ma di lor non ho cura.
Pietà finga il rivale,
sia l'amico fallace,
Fral dovere e l'affetto
Purtroppo il mio valore
Di te finora in traccia
                              Amico,
vieni fra queste braccia.
Snuda, snuda quel ferro; (Snuda la spada)
Tu di Iarba all'orgoglio
T'inganni; allor difesi
Con più nobil ferita
rendergli a me s'aspetta
Enea stringer l'acciaro
La mia vita è tuo dono,
Se non impugni il brando,
Questa ad un cor virile
Ma prima i sensi miei
Io son d'Araspe amico,
discendo al gran cimento,
di codardia tacciato,
No, principessa, Araspe
Chi di Iarba è seguace
poi tu sola avanzarti
del suo signor sostenne
se condannar pretendi,
Lo so; ma come Osmida
                       Poc'anzi
Se di nuovo mi chiede
ch'io resti in quest'arena,
Come fra tanti affanni,
Selene, a me cor mio!
Se per la tua germana
Dille che si consoli,
Tu mi chiami tuo bene!
Se non l'ascolti almeno,
tu sei troppo inumano.
Chi udì, chi vide mai
Se dirgli i miei tormenti,
se la pietà non giova,
So che vuoi dirmi ingrato,
Sprezzai finora, è vero,
Deggio incontrar la morte
Dunque fuor della morte
                                 E quale?
               Se tanta pena
Ma per tormi agl'insulti
Ch'io ti sveni? Ah più tosto
Troppo, oh dio, per mia pena
Giacché d'altri mi brami,
Dove, dove? T'arresta.
Didone, a che mi chiedi?
                                 Deh placa
il tuo grado e 'l tuo nome
ed io... Ma qui t'assidi
Eh vada. Allor che teco
                                In lui
Ei sempre a tuo favore
Dunque nel re de' Mori
No, Iarba; in te mi piace
Amo quel cor sì forte,
E se il ciel mi destina
Troppo tardi, o Didone,
donar gli oltraggi miei
stringer non mi potea.
E che vuoi? Non ti basta
Vuoi darti al mio rivale,
brami che tel consigli,
Odi; a torto ti sdegni. (S’alza)
D'imenei non è tempo.
Dunque, perfida, io sono
Sai con chi ti cimenti?
E pure in mezzo all'ire
destate il vostro ardire,
che per l'onda infedele
Quegl'istessi voi siete
Per voi sdegnato invano
di Cariddi e di Scilla
Per sì strane vicende
Andiamo, amici, andiamo.
saran glorie i perigli
Vuol portar guerra altrove
Ecco un novello inciampo.
Fuggi, fuggi, se vuoi;
Per un momento il legno
può rimaner sul lido.
Vengo. Restate, amici, (Alle sue genti)
Eccomi a te; che pensi?
Per ora a contrastarmi
Venga tutto il tuo regno.
Se al vincitor sdegnato
nel tuo sangue infedele (Lascia Iarba, il quale sorge)
nel sangue d'un rivale
tutto estinguer lo sdegno,
Già di Iarba in difesa
                    Ad ogni impresa
non può serbar mai fede,
un premio alla mia fede.
È arbitrio di chi regna,
Chi nutrisce di questa
la gloria esser gradita
Partì da' nostri lidi
Oh dio! Che più ci resta,
Pria che manchi ogni speme,
Se non gli sei ritegno,
di arrestarlo tu brami.
Mio re, qual nuovo affanno
                                Signore, (Piano a Iarba)
È giusto; anzi preceda
si disarmi e s'uccida. (Alcune delle guardie di Iarba disarmano Osmida)
Come? Questo ad Osmida?
Qual ingiusto furore...
così vilmente oppresso. (Ad Araspe)
Signor, togli un indegno
Ed a virtù sì rara...
Se grato esser mi vuoi,
                             Ascolta.
Se brami un'altra volta
manca ogni suo periglio.
Iarba al trono l'invita;
Senti; se a noi t'involi,
l'amor mio, la mia fede;
torno al costume antico,
Sprezzar la fiamma mia,
Ma se poi non consenti
non merta un traditore
                Con la speranza
Sorgi; quante sventure!
Or ora io stessa il vidi
Fu vana ogni mia cura.
Vanne, Osmida, e proccura
Ah non fidarti; Osmida
A questo eccesso è giunta
Vanne a lui, prega e piangi.
Alle preghiere, ai pianti
Son io, son quella ancora
che 'l mio fasto serbai
O scordati il tuo grado
o abbandona ogni speme;
Se tardi un sol momento
a placare il suo sdegno,
                  Arde d'intorno...
Lo so, d'Enea ti chiedo.
Ah stolta! Io stessa, io sono
armi, navi, guerrieri;
quel traditore avvinto;
Io voglio... Ah no... restate...
Ma la vostra dimora...
                                 E pensa
l'incendio che s'avanza?
Ho perso ogni speranza,
a tal rischio mi spiace.
È perduta ogni speme.
Fra le strida e i tumulti
agl'insulti degli empi
né più desta pietade
più riparo non v'è? (Si comincia a vedere il fuoco nella reggia)
                                      Fuggi, o regina.
Son vinti i tuoi custodi;
Andiam; si cerchi altrove
Venite, anime imbelli;
Forse al fedel troiano
corri a stringer la mano?
Va' pure, affretta il piede,
Lo so, questo è il momento
(Cedono i sdegni miei).
l'offese io ti perdono
Io sposa d'un tiranno,
che non sa che sia fede,
S'io fossi così vile,
saria giusto il mio pianto.
Olà, miei fidi, andate,
Pietà del nostro affanno.
Cedi a Iarba, o Didone.
Ah faccia il vento almeno,
non accrescer più pena
né mai di fiamma impura
Dunque perché congiura
Che dei? Son nomi vani,
mi trasse il mio furore?
Selene, Osmida, ah tutti,

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