Metrica: interrogazione
236 settenari (recitativo) in Demofoonte R 
un mal dubbioso ancora
il mio nome non vegga
perché suddito nacqui,
d'una vergine illustre
delle leggi divine
le allontanate ad arte
quando al temuto vaso
in sembianza funesta
E arrossisca una volta
Ma sai pur che a' sovrani
è suddita la legge.
sollecita s'accende,
l'irritare uno sdegno
Se 'l mio principe almeno
che qui non resta in vita
mi richiama dal campo
m'ami ancor? Ti ritrovo
Ma da quel dolce labbro
troppo, soffrilo in pace,
de' nostri casti amori,
che fa? Cresce in bellezza?
già col tenero piede
quella dolce fierezza
Ah dov'è? Sposa amata,
In custodita parte
cercare oggi una via
Proporrò che di nuovo
                 Oscuro e breve.
quando noto a sé stesso
colpevole mi rendo.
Sposa, ne' gran perigli
Qual forza han questi nomi
il soggiogato Fasi
saprò dinanzi a lui
abbracciargli le piante,
ti stia nell'alma impresso
generosa concedi
al tuo genio guerriero
che ti svelle dall'armi,
tanto il bel cor del mio
a te più che non credi.
e a compiacerti appunto
il tuo mi persuade
L'acconsentire al nodo
il desio di vederti
A paragon di questo
il tuo minor germano,
che la real Creusa
O suddita o sovrana,
saronne il più severo
Signor, giungono in porto
la legge... la consorte...
Prence, ormai non ci resta
Ma che vi fece, o stelle,
M'oppresse il colpo a segno
Ma che t'affanna, o prence?
con rimproveri amici,
Dove andò quel sereno
in sì lugubre aspetto
qual augurio è mai questo?
Se nulla di funesto
o bella principessa,
io son donna e sarebbe
so che l'adoro invano;
Come? Che ardir?
                                    Nol dissi
tu volesti, o Creusa,
per condurti a Timante
il nome di congiunto
a te spiegar credei
s'intendesser fra loro
della mia tolleranza
abuserei restando
Termina i detti tuoi.
la vita mia tu sola
che forse a te dispiace,
sarian degni d'un nume
aggrava, io tel perdono,
               Teco io non posso
Dissi tutto il cor mio;
Cherinto, hai cor?
                                   L'avrei,
il talamo, lo scettro,
dell'audace Timante.
Va', troverò chi voglia
un non so che di grande
che in mezzo al suo furore
se alcuna il mar ne serra,
                  Sudate, o padri,
che il dritto di natura,
Io voglio pianger tanto...
                 Attendimi. Un legno
Dove, misera, ah dove
raccomando il mio figlio;
narragli, quando sia
Dunque la nostra fuga
impedir che alla sorte
Vieni. (A Dircea)
               Ah dove?
                                   Fra poco,
soccorretemi voi,
Il comando sovrano
Né un fulmine punisce
mi si dirà che Giove
Oh dio! Va'. Troverassi
del genitor lo sdegno.
sediziose voci
Io non vengo per altri
perché possan dal porto
venni a parte del trono,
Posso, o signor?
                               Tu sei
                   Così meco
a te, che sei di Frigia
aspra rassembra e dura
la gloria d'erudirlo
sotto la disciplina
Pur convien che Timante
Tu non sai che del trono
il tuo paterno affetto
del tuo sublime esempio
esprimerti dal ciglio
sgorgar tiepido il sangue
violenti premure
vivrà la tua diletta;
Merita la paterna
agl'invocati dei
venerabili i cenni
Dircea voglio che mora.
Sì, partirò. Ma poi (Turbato)
                   Io non distinguo
si tragga al sagrifizio
fosse innocente ancora,
Quando al pubblico giova,
è consiglio prudente
E l'unica speranza...
di placarsi a' miei prieghi,
e là dove fra' scogli
le paterne ricchezze
originati in noi
vo' che abbatta, consumi
mi mancava il tormento
la chiede al tuo bel core
E tu a morir vicina
già Dircea s'incammina.
da quel che tu credesti.
Se immaginar potessi,
È ver che di Timante
che sì debole io sia
Santi numi del cielo,
Dove resta? Senz'esso
tornar per questa parte
                             Col ferro
                      No, custodi,
si lasci il fren. Vediamo
nel trafiggere un padre
che del paterno sangue
il colpevole acciaro (S’inginocchia)
quella destra ribelle
porgi, o fellon.
                            Custodi, (S’alza e va a farsi incatenare egli stesso)
dove son le catene?
All'oltraggiato nume
difenderti, ben mio! (A Dircea)
svenar Dircea sugli occhi
Di'; che domanda il nume?
non può condursi a morte.
son le belle speranze
d'un grand'esempio al mondo
in carcere distinto
Ma che? Vogliamo, o prence,
Sì, generosa; approvo
Risoluto son io.
Oh dio, quanto è diverso
Taci. E speri ch'io voglia,
pietoso m'affatico...
il vergognoso errore
le lagrime fraterne
di quell'anima bella
fece l'utile, il giusto,
gli propose in esempio
Questo tenero assalto
o che allor tutte in lui
Oh mio dolce germano!
di lui col re di Frigia
da una pena infinita
         Sì. Già lo saresti,
parte sol del tuo dono,
a paragon di tanti
chi lascia una corona.
Oh figlio, oh sposa, oh care
che fino all'ore estreme
se la novella è strana.
Mia germana Dircea? (Turbato)
fra le cose più care
             Questo ravvisi
ma del tronco reale
là dove altri non osa
                Tu tremi, o prence?
di pallor sì funesto?
Narrami adesso almeno
Quanto le menti umane
Ah non t'avessi mai
eran quei ch'io credevo
che orribili memorie
Ah no, con questo nome
dalle paterne braccia?
in dì così giocondo?
Ma da chi fuggi?
                                 Io fuggo
dagli uomini, da' numi,
Ove non splenda il sole,
Non curate saperla;
Guardalo, è quell'istesso
ch'altre volte ti mosse,
le pargolette palme
per tua vergogna un giorno,
Ma voi smarrite in volto,
qual ruina sovrasta,
datemi voi consiglio;
Tu le attonite luci
sfoga il duol che nascondi;
contaminati tempi,
che tremar si dovesse
liete pompe festive
come franger quel nodo
Ambo son lieti in volto
Se mi tradiste adesso,
lasciò in quello una prova
a seconda de' casi
Signor, veraci sono
invan farei riparo.
mantengo al re di Frigia
una cagion di duolo;
Da qual orrido peso
eccomi un'altra volta,
sarò miglior vassallo
Che le sventure, i falli,
servano in dì sì grande
meglio ciascun di noi
A morte una innocente
ciascun qual sei conosce
così artefice industre,

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