Metrica: interrogazione
758 endecasillabi (recitativo) in Didone abbandonata R1 
sdegno non è, non è timor che muove
le frigie vele e mi trasporta altrove.
purtroppo il so, né di sua fé pavento;
quanto fece per me. Non sono ingrato;
all'arbitrio dell'onde i giorni miei
mi prescrive il destin, voglion gli dei;
che sembra colpa mia quella del fato.
Se cerchi al lungo error riposo e nido,
la germana, il tuo merto e 'l nostro zelo.
Riposo ancor non mi concede il cielo.
il lor voler ti palesaro i numi?
non porta il sonno mai suo dolce obblio
del genitor non mi dipinga innante.
«Figlio» ei dice e l'ascolto «ingrato figlio,
che acquistar ti commise Apollo ed io?
opra del tuo valor, Troia rinasca.
Tu 'l promettesti. Io nel momento estremo
del viver mio la tua promessa intesi
a baciar questa destra e mel giurasti.
alla patria, a te stesso, al genitore
qui nell'ozio ti perdi e nell'amore?
tronca il canape reo, sciogli le sarte».
Mi guarda poi con torvo ciglio e parte.
Gelo d'orror. (Dal fondo della scena comparisce Didone con seguito)
                           (Quasi felice io sono.
Se parte Enea, manca un rivale al trono).
morrà Didone (e non vivrà Selene).
(Difenditi, mio core, ecco il cimento).
di Citerea soave cura e mia,
la nascente Cartago alza la fronte.
son quegli archi, que' templi e quelle mura.
l'ornamento più grande, Enea, tu sei.
Tu non mi guardi e taci? In questa guisa
con un freddo silenzio Enea m'accoglie?
di me l'immago ha cancellata amore?
il giuro a tutti i dei, sempre è presente;
questo ancor giuro ai numi, il foco mio.
giuramenti da te; perch'io ti creda,
un tuo sguardo mi basta, un tuo sospiro.
(Troppo s'inoltra).
                                    (Ed io parlar non oso).
a me più non pensar.
                                         Che a te non pensi?
Io che per te sol vivo, io che non godo
se un momento mi lasci?
                                               Oh dio, che dici!
E qual tempo scegliesti! Ah troppo, troppo
generosa tu sei per un ingrato.
Ingrato Enea! Perché? Dunque noiosa
ti sarà la mia fiamma.
                                          Anzi giammai
con maggior tenerezza io non t'amai.
Parte così? Così mi lascia Enea?
Che vuol dir quel silenzio? In che son rea?
né so chi vincerà, gloria ed amore.
il cor d'Enea non penetrò Selene.
Ei disse, è ver, che 'l suo dover lo sprona
ma col dover la gelosia nasconde.
qui giunger dee l'ambasciadore Arbace.
chiederà il re superbo e teme Enea
che tu ceda alla forza e a lui ti doni.
fugge il dolor di rimirarti.
                                                 Intendo.
sempre la gelosia figlia è d'amore.
                          Ma non lo sai per prova.
(Così contro un rival l'altro mi giova).
dal cor d'Enea sgombra i sospetti e digli
che a lui non mi torrà se non la morte.
(A questo ancor tu mi condanni, o sorte!)
supplice o minaccioso; ei viene invano;
in faccia a lui pria che tramonti il sole,
ad Enea mi vedrà porger la mano.
                              Ecco s'appressa Arbace.
chiamami Arbace e non pensare al trono;
per ora io non son Iarba e re non sono.
me suo fedele apportator destina;
tuo sostegno in un punto o tua ruina.
spoglie, gemme, tesori, uomini e fere,
che l'Africa soggetta a lui produce,
pegni di sua grandezza in don t'invia.
Nel dono impara il donator qual sia.
larga mercede il tuo signor riceve;
quel ch'ora è don può divenire omaggio.
(Come altero è costui!) Siedi e favella.
(Qual ti sembra, o signor?)
                                                   (Superba e bella).
qual da Tiro venisti e qual ti trasse
disperato consiglio a questo lido.
alle barbare voglie, al genio avaro
ti fu l'Africa sol schermo e riparo.
la superba Cartago, ampio terreno
dono del mio signor e fu...
                                                 Col dono
Lascia pria ch'io favelli e poi rispondi.
Iarba il mio re le nozze tue richiese;
tu ricusasti, ei ne soffrì l'oltraggio,
che al cener di Sicheo fede serbavi.
che dall'Asia distrutta Enea qui venne,
sa che tu l'accogliesti e sa che l'ami;
un avanzo di Troia al re de' Mori.
Lascia pria ch'io finisca e poi rispondi.
Generoso il mio re, di guerra invece,
brama gli affetti tuoi, chiede il tuo letto,
vuol la testa d'Enea.
                                      Dicesti?
                                                        Ho detto.
libertade cercando e non catene.
e non già del tuo re Cartago è dono.
d'esser fida allo sposo allor pensai.
Or più quella non son...
                                            Se non sei quella...
Lascia pria ch'io risponda e poi favella.
Or più quella non son; variano i saggi
a seconda de' casi i lor pensieri.
Enea piace al mio cor, giova al mio trono
                                 Ma la sua testa...
Non è facil trionfo, anzi potrebbe
quest'avanzo di Troia al re de' Mori.
Numidi e Garamanti Africa serra.
Pur che sia meco Enea, non mi confondo;
Garamanti, Numidi, Africa e 'l mondo.
Pensa meglio, o Didone.
                                              Ho già pensato. (Si levano da sedere)
Mi son scorta i tuoi passi.
                                                Arbace, aspetta.
(Da me che bramerà?)
                                            Posso a mia voglia
                              Parla.
                                           Se vuoi,
io m'offro a' sdegni tuoi compagno e guida.
Enea mi crede amico e pendon l'armi
tutte dal cenno mio. Molto potrei
a' tuoi disegni agevolar la strada.
della tiria regina, Osmida io sono.
e 'l mio core è maggior di mia fortuna.
L'offerta accetto e se fedel sarai,
tutto in mercé ciò che domandi avrai.
Sia del tuo re Didone, a me si ceda
di Cartago l'impero.
                                       Io tel prometto.
il tuo signore alla richiesta audace?
Promette il re, quando promette Arbace.
qui sospetto esser può; serba i consigli
a più sicuro loco e più nascoso.
Fidati. Osmida è re, se Iarba è sposo.
Non merta fé chi non la serba altrui.
ogn'indugio è tormento al mio furore.
un tuo colpo assicuri. Enea s'uccida.
in aperta tenzone arbitro il fato.
l'onor tuo, l'odio mio, la mia vendetta.
Improvviso l'assali, usa la frode.
Da me frode! Signor, suddito io nacqui
ma non già traditor. Dimmi ch'io vada
nudo in mezzo agl'incendi, incontro all'armi,
signor della mia vita; in tua difesa
ma da me non si chieda un tradimento.
Sensi d'alma volgare! A me non manca
braccio del tuo più fido.
                                             E come, o dei,
                              Eh che virtù? Nel mondo
o è sol virtù quel che diletta e giova.
il rimorso d'un fallo anche felice,
che produce virtù come non senti?
degli uomini ornamento e degli dei,
bella virtude, il mio piacer tu sei.
male interpreta Osmida i sensi miei.
che Dido fosse infida e ch'io potessi
figurarmela infida un sol momento!
e doverla lasciar, questo è il tormento.
che ti sforza a partir, per pochi istanti
t'arresta almeno e di Nettuno al tempio
Sarà pena l'indugio.
                                       Odila e parti.
darò l'ultimo addio?
                                       (Taccio e non moro!)
quando parli così non vuoi ch'io pianga?
Lascia di sospirar. Sola Didone
ha ragion di lagnarsi al partir mio.
Abbiam l'istesso cor Didone ed io.
che tutti i mali suoi son mali miei.
Generosa Selene, i tuoi sospiri
che scordo quasi il mio nel vostro affanno.
forse la tua pietà saria maggiore.
cercando Enea, né ancor m'incontro in lui.
Forse quindi partì.
                                     Fosse costui! (Vedendo Enea)
Africano alle vesti ei non mi sembra.
Quanto piace quel volto agli occhi miei! (Vedendo Selene)
Troppo bella Selene... (Guarda Iarba e non risponde)
                                          Olà, non odi? (Ad Enea)
Che superbo parlar! (Guardando Iarba)
                                        (Quanto è vezzosa!)
O palesa il tuo nome o ch'io... (Ad Enea)
                                                        Qual dritto
hai tu di domandarne? A te che giova?
Ragione è il piacer mio.
                                             Fra noi non s'usa
di rispondere a' stolti. (Vuol partire)
                                           Ah questo acciaro... (Vuol por mano alla spada e Selene lo ferma)
nella reggia di Dido un tanto ardire? (A Iarba)
sì poco di rispetto?
                                     Il folle orgoglio
                            Sappialo. Intanto
mi vegga ad onta sua troncar quel capo
dell'offeso mio re portarlo a' piedi.
Difficile sarà più che non credi.
Tu potrai contrastarlo? O quell'Enea
                                   Cedono assai
alle perdite sue le tue vittorie.
Son un che non ti teme; e ciò ti basti.
Non partirò, se pria...
                                         Da lui che brami? (Lo ferma)
senza tanto furor da me saprai.
Quell'Enea che tu cerchi appunto è questo.
che al mio braccio offeriva il ciel cortese.
Ma perché tanto sdegno? In che t'offese?
T'è noto e mi domandi in che m'offende?
nella scuola d'amor sei rozzo ancora.
non sceglie a suo piacer l'oggetto amato;
quando in amor contende o allor che niega
corrispondenza altrui. Non è bellezza,
che in noi risveglia amore; anzi talora
il men vago, il più stolto è che s'adora.
Bella ciascuno poi finge al pensiero
la fiamma sua; ma poche volte è vero.
di celarmi così. Troppa finora
sofferenza mi costa.
                                      E che farai?
I miei guerrier, che nella selva ascosi
quindi non lungi al mio venir lasciai,
distruggerò Cartago e l'empio core
all'indegno rival trarrò...
                                              Signore,
la reina s'invia. Sugli occhi tuoi
se tardi a riparar, porge la mano.
                                 E qual consiglio?
Il più pronto è il migliore. Io ti precedo;
io sarò tuo sostegno e tua difesa. (Parte)
                                  Come lo speri?
Dove forza non val, giunga l'inganno.
con la taccia comprar di traditore?
troppo ardito ti fe'; più franco all'opre
e men pronto a' consigli io ti vorrei.
Chi son io ti rammenta e chi tu sei.
stragi minaccia alla mia fede ancora.
Ma si serva al dovere e poi si mora.
Dido saprà che abbandonar la vuoi?
e risparmia al suo cor questo tormento.
ma sarebbe il tacerlo un tradimento.
che al pianto suo tu cangerai pensiero.
far ch'io manchi alla patria e al genitore.
Quanto costa però questa vittoria!
Ah pensa che tu sei...
                                        Sieguimi e taci.
Così gli oltraggi miei... (In atto di ferire Enea, Araspe lo trattiene; gli cade il pugnale e Araspe lo raccoglie)
                                            Fermati.
                                                               Indegno,
Che tenti, anima rea? (Ad Araspe, in mano di cui voltandosi vede il pugnale)
                                           (Tutto è perduto).
Se più tarda d'Arbace era l'aita,
sotto colpo inumano oggi cadea.
Il traditor qual è, dove dimora?
Miralo, nella destra ha il ferro ancora. (Accenna Araspe)
Del mio signor la gloria e 'l dover mio.
                          Lo so ch'ei mi condanna,
ma il mio non fu delitto e non mi pento.
Tornerei mille volte a far l'istesso.
in te tanta virtude io non credea. (A Iarba)
Lascia che a questo sen...
                                               Scostati, Enea.
Sappi che 'l viver tuo d'Araspe è dono,
che il tuo sangue vogl'io, che Iarba io sono.
non chiude in seno; un mentitor tu sei.
avvicinarsi ardisca o ch'io lo sveno.
finch'io genti raccolga; a me ti fida). (A Iarba)
                             Fermate, amici.
                                     Il tuo valore
serba ad uopo miglior. Che più s'aspetta?
O si renda o svenato al piè mi cada.
(Serbati alla vendetta). (Al medesimo)
                                             Ecco la spada.
                         Su la mia fé riposa. (Parte con guardie)
Per me serban gli dei sì bella vita.
forse della mia fede incerto stai?
son le sventure mie. Vuole il destino...
Vuol (mi sento morir) ch'io t'abbandoni.
M'abbandoni! Perché?
                                           Di Giove il cenno,
l'ombra del genitor, la patria, il cielo,
la promessa, il dover, l'onor, la fama
alle sponde d'Italia oggi mi chiama.
purtroppo degli dei mosse lo sdegno.
perfido, mi celasti il tuo disegno?
                   Che pietà? Mendace il labbro
come lunge da me volgere il piede.
A chi, misera me, darò più fede?
io l'accolgo sul lido, io lo ristoro
dalle ingiurie del mar, le navi e l'armi
già disperse io gli rendo e gli do loco
nel mio cor, nel mio regno; e questo è poco.
ricusando gli amori, i sdegni irrito.
A chi, misera me, darò più fede?
dolce memoria al mio pensier sarai.
se per voler de' numi io non dovessi
altra cura gli dei che 'l tuo destino.
che si renda spergiuro un infelice.
dell'impero del mondo a' figli tuoi.
cerca d'Italia il regno, all'onde, ai venti
confida pur la speme tua; ma senti.
delle vendette mie ministre il cielo;
d'aver creduto all'elemento insano,
richiamerai la tua Didone invano.
prendi l'ultimo addio.
                                          Lasciami, ingrato.
non hai ragion di condannarmi.
                                                           Indegno!
premio della tua fede, anima mia?
vada in cenere Troia un'altra volta.
gran genitor, perdona, io n'ho rossore.
Non fu Enea che parlò; lo disse amore.
al proprio genitor spergiuro il figlio?
Padre, amor, gelosia, numi, consiglio.
per tuo, per mio riposo io ti lasciai.
tollerar quel soggiorno io non potei.
In periglio tu sei, che se Didone
temerà di mia fede.
                                      A tal oggetto
disarmato io men vo, finché non giunga
l'amico stuol che a vendicarmi affretto.
So qual premio si debba alla tua fede.
poi si punisca il traditore. Indegno, (Vedendo Araspe)
t'offerisci al mio sdegno e non paventi?
non cadde Enea dal ferro mio trafitto.
                                 Non è delitto!
vendicato m'avria quella ferita.
La tua gloria salvai nella sua vita.
benché innocente, io soffrirò con pace,
che sempre è reo chi al suo signor dispiace.
ch'io non sappia sdegnarmi in faccia a lui).
qual ossequio tu debba ancor non sai,
innanzi a me non favellar giammai.
barbaro, i lacci tuoi? Tu non rispondi?
Dell'offesa reina il giusto impero
qual folle ardire a disprezzar t'ha mosso?
Parla, Araspe, per lui.
                                         Parlar non posso.
di nuovo tradimento). E qual arcano
Perché taci così? (Ad Araspe)
                                 Tacer conviene.
che deve posseder chi s'innamora;
nella scuola d'amor son rozzo ancora.
come apprender mai può chi serba in seno
sì arroganti costumi e sì scortesi?
Solo a farmi temer sinora appresi.
E né pur questo sai; quell'empio core
odio mi desta in seno e non paura.
La debolezza tua ti fa sicura.
A me, bella Selene, il chiedi invano.
libero ed innocente in un momento
fra i lacci il mio signore; il passo muovo
a suo pro nella reggia e vel ritrovo.
Ah contro Enea v'è qualche frode ordita.
Difendi la sua vita.
                                     È mio nemico.
                               Così mi basta. (In atto di partire)
il piacer di mirarti agli occhi miei.
                 Tacer dovrei ch'io sono amante;
ma reo del mio delitto è il tuo sembiante.
il volto tuo, la tua virtù mi piace;
ma già pena il mio cor per altra face.
Quanto son sventurato!
                                            È più Selene.
narri almen le tue pene ed io le ascolto;
tacer non posso e palesar non oso.
Sì, ma da me non aspettar mercede.
amarmi a questa legge, io tel concedo;
ma non chieder di più.
                                            Di più non chiedo.
L'ultima che si perde è la speranza.
de' Mori il re sotto il mentito Arbace.
Ma sia qual più gli piace, egli m'offese;
o suddito o sovrano io vo' che mora.
il più fedele esecutor vedrai.
E qual premio, o regina? Adopro invano
occupa solo Enea tutto il tuo core.
Taci; non rammentar quel nome odiato.
è un'alma senza legge e senza fede.
Se lo torni a mirar, ti placherai.
Ritornarlo a mirar! Per finch'io viva,
mai più non mi vedrà quell'alma rea.
che sospira il piacer di rimirarti. (Parte Selene)
Temerario! Che venga. Osmida, parti.
tutta del cor la libertà t'invola.
Non tormentarmi più, lasciami sola. (Parte Osmida)
Come! Ancor non partisti? Adorna ancora
questi barbari lidi il grande Enea?
che già varcato il mar, d'Italia in seno
popoli debellati e regi oppressi.
mal conviene al tuo cor, bella regina.
sollecito ne vengo. Io so che vuoi
con la morte punire.
                                       E questo è il foglio.
ch'io vendichi in tal guisa i torti miei.
Condannarlo per te! Troppo t'inganni.
che Dido a te pensò. Spenta è la face,
e del tuo nome or mi rammento appena.
Io non so qual ei sia, lo credo Arbace.
tutta contra di te l'Africa irriti.
tu provvedi al tuo regno, io penso al mio.
Senza di te finor leggi dettai,
sorger senza di te Cartago io vidi.
tu non giungevi, ingrato, a questi lidi!
donalo a me; grazia per lui ti chieggio.
il mio regno e me stessa al tuo gran merto.
ad eroe sì pietoso, a' giusti prieghi
di tanto intercessor nulla si nieghi.
Inumano, tiranno, è forse questo
l'ultimo dì che rimirar mi dei.
sol d'Arbace mi parli e me non curi.
d'una lagrima sola umido il ciglio.
un segno di pietade in te non trovo.
Per tanti oltraggi ho da premiarti ancora?
Perché tu lo vuoi salvo, io vo' che mora. (Sottoscrive il foglio)
ad onta del destin l'idolo mio,
rinnovar co' sospiri il tuo dolore?
qualche tenero affetto avesti mai,
placa il tuo sdegno e rasserena i rai.
che tuo cor, che tuo bene un dì chiamasti,
più della vita tua, più del tuo soglio,
                 Basta, vincesti, eccoti il foglio.
Vedi quanto t'adoro ancora ingrato.
mi togli ogni difesa e mi disarmi.
Ed hai cor di tradirmi? E puoi lasciarmi?
Io sento vacillar la mia costanza
e mentre salvo altrui perdo me stesso.
Che fa l'invitto Enea? Gli veggo ancora
del passato timore i segni in volto.
Chi ti diè libertà?
                                   Permette Osmida
che per entro la reggia io mi raggiri;
per sicurezza tua senza il mio brando.
                                Dimmi, che temi?
Ch'io m'involi al castigo o a queste mura?
Troppo vi resterò per tua sventura.
è degna di pietà, non di timore.
questa inutil pietà. So che a mio danno
della reina irriti i sdegni insani.
gli oltraggi vendicar gli eroi troiani.
Leggi. La regal donna in questo foglio
la tua morte segnò di propria mano.
Iarba estinto saria. Guarda ed impara,
come vendica Enea le proprie offese. (Lacera il foglio)
Così strane venture io non intendo;
infedeltà nel mio seguace io trovo.
non sarà di timor Iarba capace.
ancor dubbioso in seno ondeggia il core.
all'impero servì d'un bel sembiante.
Ah una volta l'eroe vinca l'amante.
Allontanati, Enea, son tuo nemico.
guerra con te, non amicizia io voglio.
guerra mi chiedi ed amistà non vuoi?
la gloria del mio re, non la tua vita.
quella, che tolsi a lui, giusta vendetta.
contro il suo difensore!
                                            Olà, che tardi?
prendila pur, se vuoi; contento io sono.
Ma ch'io debba a tuo danno armar la mano,
generoso guerrier, lo speri invano.
a ragion ti dirò codardo e vile.
vergognosa minaccia Enea non soffre.
Ecco per soddisfarti io snudo il ferro.
odan gli uomini tutti e tutti i dei.
io debbo la mia vita al suo valore.
e per non esser vil, mi rendo ingrato. (Cominciano a battersi)
Tanto ardir nella reggia? Olà, fermate.
Così mi serbi fé? Così difendi,
Araspe traditor, d'Enea la vita?
non ha di tradimenti il cor capace.
                                     Bella Selene,
                                T'accheta e parti.
Allor che Araspe a provocar mi venne,
le ragioni con me. La sua virtude
troppo quel core ingiustamente offendi.
non fidarti così; d'Osmida ancora
all'amistà tu credi e pur t'inganna.
non serba Araspe in seno anima infida.
Sia qual ei vuole Araspe, or non è tempo
di favellar di lui; brama Didone
dal suo real soggiorno io trassi il piede.
invan s'accrescerà la nostra pena.
cor mio, chi t'ama abbandonar potrai?
È Didone che parla e non son io.
non curar più di me, ritorna a lei.
che ceda al fato e rassereni il ciglio.
Ah no, cangia, ben mio, cangia consiglio.
È Didone che parla e non Selene.
L'ascolterò ma l'ascoltarla è vano.
del mio più strano amor, sorte più ria?
so scoprirgli le altrui, non le mie pene.
io più viver non voglio; è tempo omai
che per l'ultima volta Enea si tenti.
faccia la gelosia l'ultima prova.
i rimproveri tuoi vengo, o regina.
perfido, mancator, spergiuro, indegno.
Chiamami come vuoi, sfoga il tuo sdegno.
No, sdegnata io non sono. Infido, ingrato,
perfido, mancator più non ti chiamo;
rammentarti non bramo i nostri ardori;
da te chiedo consigli e non amori.
               (Che mai dirà?)
                                               Già vedi, Enea,
che fra' nemici è il mio nascente impero.
le minacce e 'l furor ma Iarba offeso,
quando priva sarò del tuo sostegno,
mi torrà per vendetta e vita e regno.
o al superbo african porger la mano.
L'un e l'altro mi spiace e son confusa.
lungi dal patrio ciel, perdo il coraggio
s'io risolver non so. Tu mi consiglia.
trovar non si potria scampo migliore?
Se non sdegnava Enea d'esser mio sposo,
dall'arabico seno al mar d'Atlante
in Cartago adorar la sua regnante.
rinnovar si potea... Ma che ragiono?
L'impossibil mi fingo e folle io sono.
Dimmi, che far degg'io? Con alma forte,
come vuoi, sceglierò Iarba o la morte.
Iarba o la morte! E consigliarti io deggio?
all'odiato rival vedere in braccio?
trovi nelle mie nozze, io le ricuso.
necessario è il morir. Stringi quel brando,
è pietà con Didone esser crudele.
cada sopra di me del ciel lo sdegno.
per accrescer tuoi giorni, i giorni miei.
Dunque a Iarba mi dono. Olà. (Esce un paggio)
                                                         Deh ferma.
                             Dunque mi svena.
No, si ceda al destino; a Iarba stendi
la tua destra real; di pace priva
resti l'alma d'Enea, purché tu viva.
appagarti saprò. Iarba si chiami. (Parte un paggio e un altro porta da sedere per Iarba)
                               Regina, addio. (Si levano da sedere)
(Resister non potrà).
                                        (Costanza, o core).
dall'ira tua, da tue minacce oppresso.
Non si cangia il mio cor, sempre è l'istesso.
il tuo sdegno, o signor. Tu col tacermi
a gran rischio esponesti il tuo decoro
                                      Parla, t'ascolto. (Siedono Iarba e Didone)
Permettimi che ormai... (In atto di partire)
                                               Fermati e siedi; (Ad Enea)
troppo lunghe non fian le tue dimore.
(Resister non potrà).
                                        (Costanza, o core). (Siede)
Iarba soggiorna, ha da partir costui.
invece d'un rival trovi un amico.
meco parlò; per suo consiglio io t'amo.
il labbro mio, dillo tu stesso. (Ad Enea)
                                                      È vero.
altro merto non v'è che un suo consiglio?
quel regio ardir che ti conosco in volto.
sprezzator de' perigli e della morte.
tua compagna e tua sposa...
                                                   Addio, regina. (S’alza)
t'abbia ubbidito Enea.
                                           Non basta ancora.
(Comincia a vacillar). (Enea torna a sedere)
                                          (Questo è tormento!)
conosci il tuo dover. Ma pure io voglio
tutti alla tua beltà.
                                   (Che pena, o dei!)
dammi dunque la destra.
                                                Io son contenta.
A più gradito laccio amor pietoso
Più soffrir non si può. (Si leva agitato)
                                           Qual ira, Enea?
quanto finor soffrì la mia costanza?
                 Che tacer? Tacqui abbastanza.
tutto faccio per te. Che più vorresti?
Ch'io ti vedessi ancor fra le sue braccia?
Dimmi che mi vuoi morto e non ch'io taccia.
Sai che per ubbidirti...
                                           Intendo, intendo,
io sono il traditor, son io l'ingrato;
che per me perderebbe e vita e soglio;
ma tanta fedeltà veder non voglio. (Parte)
              Lascia che parta. (S’alza)
                                               I sdegni suoi
                                   Di che paventi?
di vendicarti poi la cura sia.
                 Più non cercar.
                                               Saperlo io bramo.
Già che vuoi, tel dirò; perché non t'amo,
perché mai non piacesti agli occhi miei,
perché odioso mi sei, perché mi piace
più che Iarba fedele Enea fallace.
un oggetto di riso agli occhi tuoi?
So che un barbaro sei né mi spaventi.
trova pace il mio cor. Iarba non temo,
mi piace Enea sdegnato ed amo in lui,
come effetti d'amor, gli sdegni sui.
che foste amanti un dì, come son io,
ed abbia il vostro cor pietà del mio.
Compagni invitti, a tollerare avvezzi
e del cielo e del mar gl'insulti e l'ire,
è tempo già di rispiegar le vele.
che intrepidi varcaste il mar sicano.
tutti adunò Nettuno i suoi furori.
all'impero latino il ciel ne guida.
fremano pur venti e procelle intorno;
e dolce fia di rammentargli un giorno. (Al suono di vari stromenti siegue l’imbarco e nell’atto che Enea sta per salir sulla nave, esce Iarba)
quest'eroe fuggitivo i legni e l'armi?
o da me col fuggir cerca lo scampo?
se della fuga tua Iarba si ride.
viltà, non sofferenza, il tuo ritegno.
Vieni, s'hai cor; meco a pugnar ti sfido.
che ad abbassar quel temerario orgoglio
altri che 'l mio valor meco non voglio.
la tua morte sarà poca vendetta.
non fai poco se pensi; all'armi.
                                                         All'armi. (Mentre si battono, Iarba va cedendo; i suoi mori vengono in aiuto di lui ed assalgono unitamente Enea)
                                   Non temo, indegno. (I compagni d’Enea in aiuto di lui scendono dalle navi ed attaccano i mori. Enea e Iarba combattendo entrano. Siegue zuffa fra i troiani e i mori. I mori fuggono e gli altri gli sieguono. Escono di nuovo combattendo Enea e Iarba)
Già cadesti e sei vinto. O tu mi cedi
                                      Invan lo chiedi.
                                        Siegui il tuo fato.
Sì, mori. Ma che fo? Vivi, non voglio
quest'acciaro macchiar.
                                             Sorte crudele!
Ed io son vinto ed io soffro una vita
che d'un vile stranier due volte è dono?
No, vendetta, vendetta; e se non posso
opprimerà la mia caduta un regno.
lo stuol de' mori a queste mura è giunto.
al vostro avrete il mio voler congiunto.
                       Per qual cagione!
                                                         Un core
se una volta a tradir perdé l'orrore.
con Didone son io. Così punisco
l'ingiustizia di lei che mai non diede
non è debito il premio; e quando ancora
fosse dovuto a cento imprese e cento,
non v'è torto che scusi un tradimento.
rigorosa virtude i suoi pensieri
la sua sorte ingrandir giammai non speri.
anche un regno è sventura. A te dovrebbe
di vassallo fedel più che la vita.
serba, Araspe, per te. Prendersi tanta
cura dell'opre altrui non è permesso.
Non fa poco chi sol pensa a sé stesso.
                                          Nol so.
                                                         Nol vidi.
se lontano da noi la sorte il guida?
                            E ti difende Osmida.
vado in traccia di lui. (In atto di partire)
                                         Ferma, Selene.
più pace avranno e la regina e 'l regno.
So perché lungi il vuoi.
                                            Con troppo affanno (A Selene)
Perdona l'ardir mio, temo che l'ami.
la mia pietà non chiameresti amore.
Tanta pietà per altri a che ti giova? (A Selene)
qualche volta è viltà l'esser pietoso.
                                       Non son contento,
                                        (Numi, che sento!)
t'ha così di furor l'anima accesa?
Pria saprai la vendetta e poi l'offesa.
le tue schiere son pronte. È tempo alfine
che vendichi i tuoi torti.
                                              Araspe, andiamo.
Io sieguo i passi tuoi.
                                         Deh pensa allora
che la mia fedeltà premiar tu dei.
la tua mercede alla vendetta mia.
                                       Olà, costui
Quest'è il premio dovuto a un traditore. (Parte)
Parla, amico, per me; fa' ch'io non resti
Non fa poco chi sol pensa a sé stesso. (Parte)
Pietà, pietà, Selene. Ah non lasciarmi
in sì misero stato e vergognoso!
Qualche volta è viltà l'esser pietoso. (Partendo s’incontra in Enea)
Principessa, ove corri?
                                           A te ne vengo.
Vuoi forse... Oh ciel, che miro! (Vedendo Osmida tra’ mori)
                                                          Invitto eroe,
vedi, all'ira di Iarba...
                                         Intendo. Amici,
in soccorso di lui l'armi volgete. (Alcuni troiani vanno incontro a’ mori, i quali lasciando Osmida fuggono difendendosi)
Lo punisca il rimorso.
                                          Ah lascia, Enea, (S’inginocchia)
che grato a sì gran dono...
                                                Alzati e parti.
ad esser fido un'altra volta impara.
rammentarmi l'amor, t'adopri invano.
                                        Al partir mio
La mia presenza i suoi nemici irrita.
stenda a Iarba la destra e si consoli.
non sol Didone, ancor Selene uccidi.
                Dal dì ch'io vidi il tuo sembiante,
ma vicina a morir chiedo mercede.
non mi parlar né degli affetti altrui.
Non più amante qual fui, guerriero io sono;
chi trattien le mie glorie è mio nemico.
togliere alla mia fede ogni speranza
esser vanto potria di tua costanza.
che scopra i suoi tormenti il core amante,
sei barbaro con me, non sei costante.
                                    Che rechi, amico?
d'Enea, di te nemico e del tuo amore.
Iarba mi fece suo; poi con la morte
i tradimenti miei punir volea;
ma dono è il viver mio del grand'Enea.
Reo di tanto delitto, hai fronte ancora
                                       Sì, mia regina. (S’inginocchia)
che non spera il perdono e nol desia.
Chiedo a te per pietà la pena mia.
Misera me, sotto qual astro io nacqui!
Manca ne' miei più fidi...
                                                Oh dio, germana!
                           Partì?
                                         No; ma fra poco
le vele scioglierà da' nostri lidi.
sollecito condurre i suoi seguaci.
Che infedeltà! Che sconoscenza! Oh dei!
un mendico stranier... Ditemi voi
se più barbaro cor vedeste mai?
partir lo vedi ed arrestar nol sai?
che resti Enea per un momento solo.
                                 Ad ubbidirti io volo. (Parte)
                                        Lo so purtroppo.
deggio chiedere aita a chi m'inganna.
Non hai fuor che in te stessa altra speranza.
Chi sa? Forse potrai vincer quel core.
Dido scender dovrà? Dido che seppe
correr dell'onde a cimentar lo sdegno
altro clima cercando ed altro regno?
che di nuove cittadi Africa ornai,
fra l'insidie, fra l'armi e fra i perigli.
Ed a tanta viltà tu mi consigli.
amore e maestà non vanno insieme.
Araspe in queste soglie!
                                             A te ne vengo (Si cominciano a veder fiamme in lontananza sugli edifizi di Cartagine)
pietoso del tuo rischio. Il re sdegnato
di Cartagine i tetti arde e ruina.
le fiamme che lontane agita il vento.
un sol giorno ti toglie e vita e regno.
per rendermi infelice?
                                           Infausto giorno!
Che ottenesti da Enea?
                                            Partì l'ingrato.
Già lontano è dal porto; io giunsi appena
a ravvisar le fuggitive antenne.
complice di sua fuga. Al primo istante
arrestar lo dovea. Ritorna, Osmida,
corri, vola sul lido, aduna insieme
lacera i lini suoi, sommergi i legni,
e se vivo non puoi, portalo estinto.
Tu pensi a vendicarti e cresce intanto
                                     È ver, corriamo.
Io mi confondo... E non partisti ancora?
Eseguisco i tuoi cenni. (Parte)
                                            Al tuo periglio
Non fo poco s'io vivo in tanto affanno.
provvedi, ordina, assisti in vece mia.
Non lasciarmi, se m'ami, in abbandono.
Ah che di te più sconsolata io sono! (Parte)
E tu qui resti ancor? Né ti spaventa
non conosco timor. Ne' petti umani
nascono in compagnia, muoiono insieme.
Il tuo scampo desio. Vederti esposta
Araspe, per pietà lasciami in pace.
favolose memorie un dì saranno;
soggetti miserabili e dolenti
alle tragiche scene i miei tormenti.
                                      Invano, oh dio!
tentai passar dal tuo soggiorno al lido.
il minaccioso stuol Cartago inonda.
son le vergini esposte, aperti i tempi;
o l'immatura o la cadente etade.
passan le fiamme alla tua reggia in seno
e di fumo e faville è il ciel ripieno.
per noi qualche soccorso.
                                               E come?
                                                                 E dove?
imparate da me come si muore.
                   (Oh dei!)
                                       Dove così smarrita?
che al talamo reale ardon le tede.
delle vendette tue; sfoga il tuo sdegno,
or ch'ogni altro sostegno il ciel mi fura.
Già ti difende Enea, tu sei sicura.
Mi volesti infelice; eccomi sola,
senz'Enea, senz'amici e senza regno.
Timida mi volesti; ecco Didone
già sì fastosa e fiera, a Iarba accanto
alfin discesa alla viltà del pianto.
Vuoi di più? Via, crudel, passami il core;
è rimedio la morte al mio dolore.
(Giusti numi, pietà).
                                        (Soccorso, o dei).
sì barbaro non son qual tu mi credi.
Del tuo pianto ho pietà. Meco ne vieni;
e mia sposa ti guido al letto e al trono.
d'un empio, d'un crudel, d'un traditore
non conosce dover, non cura onore?
No, la disgrazia mia non giunse a tanto.
In sì misero stato insulti ancora?
s'accrescano le fiamme. In un momento
si distrugga Cartago e non vi resti
orma d'abitator che la calpesti. (Partono due comparse)
Or potrai con ragion dirmi tiranno. (A Didone)
Conserva colla tua la nostra vita.
ch'è la prima cagion de' mali miei,
l'aure vitali io respirar vorrei.
facciano almen gli dei le mie vendette.
rendano l'aure e l'onde a lui funeste.
Vada ramingo e solo e la sua sorte
che si riduca ad invidiar la mia.
Deh modera il tuo sdegno; anch'io l'adoro
e soffro il mio tormento.
                                              Adori Enea?
Sì, ma per tua cagione...
                                              Ah disleale,
tu rivale al mio amor?
                                          Se fui rivale,
                                Dagli occhi miei t'invola;
(Misera donna, ove la guida il fato!) (Parte)
Crescon le fiamme e tu fuggir non curi?
Mancano più nemici? Enea mi lascia,
Iarba m'insulta e mi tradisce Osmida.
Ma che feci, empi numi? Io non macchiai
di vittime profane i vostri altari;
feci l'are fumar per vostro scherno.
tutto il ciel contro me, tutto l'inferno?
Ah pensa a te, non irritar gli dei.
son chimere sognate o ingiusti sono.
(Gelo a tanta empietade e l'abbandono). (Parte. Cadono alcune fabbriche e si vedono crescer le fiamme nella reggia)
Ah che dissi, infelice? A qual eccesso
Oh dio! Cresce l'orrore; ovunque io miro,
mi vien la morte e lo spavento in faccia;
trema la reggia e di cader minaccia.
tutti cedeste alla mia sorte infida.
Non v'è chi mi soccorra o chi m'uccida.
E v'è tanta viltà nel petto mio?
No no; si mora e l'infedele Enea
un augurio funesto al suo cammino.
il cenere di lei la tomba mia. (Si getta nelle fiamme)

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