Metrica: interrogazione
342 settenari (recitativo) in Artaserse R 
E se mai noto a Serse
a me non basterebbe
esule dalla reggia
il tuo gran genitore
ogn'interno recesso
Artaserse si vanta
Ti ammirano le schiere;
L'altra turba incostante
a te perché di Serse
vicino a' tuoi bei rai
Giacché il nascer vassallo
Crudel! Come hai costanza
pietoso il genitore
Potea senza oltraggiarmi
questo disprezzo io sento
Perdonami; io comincio
mi desta a meraviglia.
Non spero che 'l tuo core
Ma quest'odio, o Mandane,
che costretto a lasciarti
Ferma, aspetta; ah mia vita!
Io non ho cor che basti
Oh comando! Oh partenza!
quei sospettosi sguardi
l'ingiuria tua mi punse;
Una gran tela ordisco;
necessario è ch'io resti.
Io mi confondo in questi
su la metà del colpo
Tutto si versi, tutto
Né vi sgomenti un vano
contrastar con sé stesso,
Ecco il principe; all'arte.
Qual'insolite voci!
Caro Artabano, oh quanto
al confuso comando;
spiegati meglio.
                               Oh dio!
Svenato il padre mio
               Nol so; di questa
Oh insana, oh scellerata
È l'infedel germano,
in periglio i tuoi giorni.
Ah! Se v'è alcun che senta
pietà d'un re trafitto,
orror del gran delitto,
vi parla in Artaserse
Ferma, ove corri? Ascolta;
chi sa che la vendetta
un pietoso consiglio;
Ma potrebbe il mio sdegno
Questo, questo pensiero
È tempo, è tempo ormai
Il barbaro germano
ad essere inumano
se basta a' falli sui
Ma ragion di natura
Tu mi fuggi, Artaserse?
determina il mio core
fu poc'anzi nel sonno?
Che ascolto! Or tutto intendo.
Ne' disastri d'un regno
questa vera tragedia,
So che parla in Semira
Vuoi d'un labbro fedele
Veramente il consiglio
degno è di te; ma voglio
È impossibile, o cara,
si converte in natura,
Voi della Persia, voi
Ma che? Sì degna vita
per non esserne priva,
empia reggia funesta
Germana, amante e figlia,
misera in un istante
Ah Mandane...
                             Artaserse,
Io bramo, o principessa,
mi svelse dalle labbra
Tu sospiri? Ubbidito
il pentimento suo
compatire in un figlio,
che perde il genitore,
Inutile accortezza
non avranno macchiato
Signor, ma il tuo comando
conosco il fallo mio,
che nel fraterno scempio
Artaserse, respira.
Qual mai ragion, Semira,
il pallido sembiante
                         Ognun lo tace,
salir dovrà sul trono
lo scellerato cenno
Vedrò del genitore,
agitarmi sugli occhi,
l'involontario errore
giustifica te stesso
Artabano, Semira,
fu dalla reggia in pena
del richiesto imeneo?
In questa guisa, Arbace,
difenditi, dilegua
                  Il tuo silenzio?
E non sei delinquente?
Ma l'apparenza, o Arbace,
t'accusa, ti condanna.
Parli Artabano.
                              Oh dio!
Quei soavi costumi,
quell'amor, quelle prove
me da' nemici oppresso
che adesso non avrei
I primi affetti tuoi,
Audace, e con qual fronte
di cui per questo regno
E innocente dovrai
ma che possa accusarmi,
Ma per qual fallo mai
di chiamarmi tuo bene?
Quella man mi trattiene
Ma non intendi...
                                  Intesi
perfido, m'ingannai
Dunque adesso...
                                 T'aborro.
               La tua nemica.
Tutto è cangiato in sdegno.
No che non ha la sorte
m'insulta la germana,
e tacer mi conviene
un'anima che sia
Dal carcere, o custodi, (Nell’uscire verso la scena)
mi muove a rivederlo
è ignota la cagione,
d'un amico al periglio;
La fermezza del volto
le comuni di padre
deboli tenerezze;
ma fra le mie dubbiezze
La tua virtude istessa
Deh cerchiamo, Artabano,
unisci, io te ne priego,
la salvezza del figlio,
Son quasi in porto. Arbace,
avvicinati. E voi (Alle guardie)
nelle prossime stanze
all'incauto Artaserse
per una via che ignota
Mi proponi una fuga
t'involo al regio sdegno;
alle commosse squadre
un pregio che consiste
nel credulo consenso
T'inganni. Un'alma grande
s'approva e si condanna;
e placida e sicura
Sia ver, ma l'innocenza
E questa vita, o padre,
ch'altri ne gode, è un passo
E dovrò per salvarti
No, perdona, sia questo
il tuo cenno primiero
             Minacci ingrato?
I tuoi deboli affetti
e mi sdegno e l'ammiro
                    Invan finora
È ver. Dunque Artaserse
Ma rimane in ostaggio
nell'istesso momento
al più pronto rimedio
a sedurre i custodi
moltiplicare i rischi
È poco, o Megabise,
Eccola. Un mio comando
E ti par tempo o padre
Non più. Può la tua mano
folle, se mi contrasti;
T'ubbidirei ma parmi
che bella prova è questa?
Che discreta richiesta
Dunque il pianto?
                                   Non giova.
non lusingarti mai
quel funesto legame
se ti basta d'odiarmi,
L'interesse è distinto;
E un'amante d'Arbace
di quel rossor che soffre
E non basta a punirlo
Io temo in Artaserse
che in fronte gli risplende,
Va', sollecita il colpo,
accusalo, spietata,
le speranze, gli affetti,
e l'idea di quel volto
dove apprese il tuo core
Ah barbara Semira!
quella al dover ribelle
A qual di tanti mali
Eccomi, o della Persia
che l'inesperta mano
voi che nudrite in seno
dell'affetto in mercede
Mio re, chiedono a gara
Oh dei! Vengano. Io vedo (Parte Megabise)
ogni apparenza.
                               Assolve
dalle vene del padre
                       Rammenta...
Che sostegno del trono
D'una misera figlia
il mio rigor, Mandane
Artaserse sospira
l'ingrato a condannarlo?
sotto un'infame scure
di Semira il germano,
della Persia l'onore,
               E tanto prevale
A un padre io la commetto
Perciò doppia ragione
Ah signor! Qual cimento...
ah tollerate il freno!) (Nell’andare a sedere al tavolino)
Tanto in odio alla Persia
e perché sì bel nome
né quale intelligenza
Chiede pur la tua colpa
né colpa né difesa
Principessa, è il tuo sdegno
                    Sospendi amico
Di giudice severo
agli affetti di padre
alla barbara legge
in faccia al mondo intero
saper che 'l padre mio...
di chiamarla tiranna,
Basta, sorgi; purtroppo
hai ragion di lagnarti;
(Ah che al partir d'Arbace
nelle più cupe e cieche
viscere della terra,
Di qual virtù ti vanti?
Ma non sei quell'istessa
d'una tenera amante
Quanto, amata Semira,
Inumano! Tiranno!
Così presto ti cangi?
All'arbitrio del padre
la sua vita commisi;
Questa è la più ingegnosa
per man del genitore,
Parli la Persia e dica
se ad Arbace son grato,
Ben ti credei finora,
ma ti scopre un istante
Dell'ingrata Semira
più misero son io.
nel sentirmi d'Arbace
non si pensi al periglio.
che in solitaria parte
fuggi cauto da questo
in altro regno e quivi
Mio re, se reo mi credi,
io ti rendo una vita
quello scampo che solo
d'un amico all'affetto
Sensi non anco intesi
basterà che si sparga
che un segreto castigo
Ma potrebbe il tuo dono
il cielo i voti miei;
regni Artaserse e gli anni
del suo regno felice
lentamente ravvolga
quella pace ch'io perdo,
tutta d'un'alma grande
la luce non ricopre
ch'io ritrovo il mio figlio,
né Artabano né Arbace.
che lentezza è mai questa?
temo... Dubito... Ascoso...
Megabise! (Incontrandosi in Megabise, il quale esce dall’istesso lato pel quale entrò ma da strada diversa)
                       Artabano!
fra mille affanni e mille
Troppo presto all'estremo
aver del prigioniero
no, più non vive Arbace;
men torbida e più pronta,
Risolviti; a momenti
va del regno le leggi
perder così vilmente
se Arbace io non ritrovo,
tutto dispero e tutto
Arbace estinto o vivo
dalla tua mano aspetta
Trovaste, avversi dei,
timido, disperato
O che all'uso de' mali
qualche parte di luce,
non v'è ciglio che sappia
su la trafitta spoglia
Fin che vita ti resta,
con divider l'affanno,
che insultando Mandane
dell'amata Mandane
calmar gli sdegni e l'ire,
In più segreta parte
forse potrò... Ma dove
miei disperati affetti,
qui ti ritrova? Ingrato,
mio ben, senza vederti
senza il voto dell'alma
Dunque, crudel, t'appaga.
È ver, perdona, errai.
Credi forse che basti
che pubblica, che infame
morrò come a te piace; (Getta la spada)
quello che mi trattiene
A voi, popoli, io m'offro
la gloria vostra e quanto
e faccia il nostro core
Sarà del regno mio
abbia nodo più forte; (Porge la tazza ad Artaserse)
si procura e si chiede.
Ah! Che tardi il conosco,
che 'l cielo or mi destina;
basta solo Artabano.
gran novelle io ti reco;
Già la turba ribelle
l'indegno Megabise;
(Incauto figlio!)
                               Un nume
Il mio diletto Arbace
del tuo tacer, di quanto
Il mio labbro non mente;
Giuralo almeno; e l'atto
terribile e solenne
della Persia il costume,
si cangi entro il mio seno
compivo il mio disegno
della morte di Dario
              Amici, non resta
no, più viver non devo.
Fermati, figlio ingrato.
Confuso, disperato
a parte del mio trono;
se per esserti fido,
chi ti salvò ti chiede
s'appaghi il tuo desio;
Sorgi, non più. Rasciuga
e doni il tuo sovrano

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