Metrica: interrogazione
280 settenari (recitativo) in La clemenza di Tito R 
Ma che? Sempre l'istesso,
onde possiate uniti
offra d'amore insano
questa vicenda eterna
Quando a lui son presente,
                     Pria di sgridarmi,
Tu vendetta mi chiedi;
sempre ti trovo in volto
sempre gli scopro in seno
vengo in odio a me stesso.
No, non meriti, ingrato,
sembran gli erari sui.
perduto il giorno ei dice
ma di sì vasto impero,
tolto l'alloro e l'ostro,
Dunque a vantarmi in faccia
dal suo tolto al mio padre?
avesse scelta almeno
Ma una barbara, o Sesto,
Sai pur che Berenice
Ah Vitellia, ah mio nume,
non partir. Dove vai?
regola i moti miei;
Prima che il sol tramonti,
quasi nol credo; ed io
che bisognava a Tito
dicasi per sua gloria,
Amico, ecco il momento
son che alla nostra antica
io fino al giorno estremo
ma non così severo,
Te della patria il padre (A Tito)
Né padre sol ma sei
che fra divini onori
Quei tesori che vedi
Romani, unico oggetto
ma il vostro amor non passi
tanto i confini suoi
Più tenero, più caro
nome che quel di padre
quanto imitar mi piace
follia la più fatale
Quegli offerti tesori
Basta, basta, o Quiriti.
Giusto è ch'io pensi adesso
toglier ogni sospetto
chi sa gli affetti miei
vuol veder sul mio soglio;
sarà la tua germana.
                                   Udisti?
farò per tuo vantaggio.
              Augusto, io conosco (Come sopra)
ch'ogni distanza eguaglia
sposa elegger più degna
l'adempimento è questo.
E ben, recane a lei,
amato Sesto; e queste
tu ancor nel soglio e tanto
dello spazio infinito
se ingrati non ci vuoi,
Ma che, se mi negate
per non esserne privo,
Come! Fermati. Io sposa
beltà, virtù che sia
Che dirò? Lascia, Augusta,
come fu? Per qual via...
non val per me l'impero.
de' cesari già spenti
mille strade alla frode
un giudice innocente
Hanno, se son frequenti,
leggerezza, nol curo,
se follia, lo compiango,
Ah! Signor, sì gran nome
me, fra tante più degne,
crederei d'ingannarti,
             Non ha la terra
per te nutrisco in petto
So che oppormi è delitto
sia noto al mio sovrano;
senza larve sul viso
Servilia, oh qual contento
Figlia, che padre invece
Oh Tito! Oh Augusto! Oh vera
che grato a me si rende
Posso adorar quel volto
per cui d'amor ferito
sdegna già di mirarmi!
Questo soffrir degg'io
ti parea dunque poco
è acceso? È incenerito?
dimmi, come pretendi,
Se una ragion potesse
la tua memoria onora,
Ti senti d'un'illustre
la delizia, l'amore,
Or va', se non ti muove
se tolleri un rivale
che usurpò, che contrasta,
Quante vie d'assalirmi!
                        Il previdi;
se penso ad ingannarti.
Va Tito a le tue stanze.
Publio, d'esser derisa.
a chiederne il tuo assenso.
                       Servilia,
Publio corri... Raggiungi...
che non tardi un momento.
Oh dei, che smania è questa!
S'impedisca... Ma come,
sono i rimorsi miei.
quel ragionar confuso,
puoi star, senza rossore,
               (Or di Sesto i detti
Fra l'amico e la sposa
Publio, che inaspettato
forse più reo disegno
il difensor di Roma,
il terror delle squadre,
Eh Servilia, t'inganni.
Dall'adorato oggetto
Chi per pietà m'addita
A ritrarlo io m'affretto;
ma con l'acciaro il sangue
Quanto, ahi quanto mi costa
arbitro de' suoi giorni?
Di', qual colpa, inumano,
questo è l'error di Tito;
barbaro, e del tuo fallo
d'un'amante sdegnata?
Qual anima insensata
sarei la più felice,
son rea, perdo l'impero,
non spero più conforto;
smanie che m'agitate,
a compir la vendetta,
da scellerato acciaro.
tra il fumo e fral tumulto
dopo averlo tradito?
alla patria per sempre.
manto asperso di sangue?
Corri, non più dubbiezze.
così confuso io sono
Un de' complici venne
Lentulo è della trama
cinto del manto augusto
ch'ei cinse per tradirti,
dalle auguste divise,
fra' tuoi custodi istessi
chi può sagrificarsi
questo sudato alloro
svellermi dalla chioma;
Io che spesi per lei
sudor, sangue versai,
Io ch'ad altro, se veglio,
che in mezzo al mio riposo
per compiacere a lei,
(Ecco il mio prence. Oh come
Dimmi, con qual mio fallo
mi piace, mi consola
                             Pensando
Il perder, principessa,
giovi ch'io versi il sangue,
                           (Potessi
Annio, il so... Ma che miro!
tu ancora il sangue mio?
Già quel nastro vermiglio,
Nulla, signor, m'è noto
tutti i numi celesti.
Da chi dunque l'avesti?
principe, o Sesto amato,
Deh pensa al mio periglio). (Piano a Sesto)
Servilia, e un tale amante
Come ti nacque in seno
furor cotanto ingiusto?
Annio si scusi almeno.
di questo... Ancor non voglio
da quel tuo cor perverso
Ma, Sesto, al punto estremo
Posso alfine, o crudele...
Oh dio! L'ore in querele
                  Almen talvolta,
né a parlar né a tacere
Già de' pubblici giochi,
se di Sesto il destino
cerca al fallo un compagno,
ch'egli m'abbia tradito.
Chi sa? Di Sesto a danno
saprò scordarmi appieno
Purtroppo. Ei di sua bocca
terribile ma giusto; (Dà il foglio a Tito)
Onnipotenti dei! (Si getta a sedere)
Che orror! Che tradimento!
Mora... Ma senza udirlo
Sesto. È pur di chi regna (Parte la guardia)
placido i sonni dorme;
Noi fra tante grandezze
la speranza o il timore
All'udir che s'appressa,
(Numi! È quello ch'io miro (Guardando Tito)
Avvicinati. (A Sesto con maestà)
                       (Oh voce
se il pensar che ha fallito
Ah Sesto, è dunque vero? (Tito rimasto solo con Sesto depone l’aria maestosa)
il tuo prence, il tuo padre,
né l'idea di me stesso
se pietoso esser vuoi,
quai frutti io ne raccolgo;
non fu che mi sedusse.
Siam soli; il tuo sovrano
tu l'amicizia oltraggi
il mio giusto desio. (Con impazienza)
si stancò la clemenza
come in Silla e in Augusto
senza ingiuria del giusto,
vuol pur di qualch'errore,
                Cesare.
                                Andiamo
                             Perdona; (In atto di partire)
deggio a Cesare appresso
nel più bel fior degli anni
Ecco il punto, o Vitellia,
Pria che principio a' lieti
E sì tranquillo in viso
Sesto, de' tuoi delitti
Eccoti, eccelso Augusto, (S’inginocchia)
troverò, giusti numi,
Lentulo e i suoi seguaci
ch'io son l'istesso e ch'io
Vitellia, a te promisi
Tu d'Annio e di Servilia
Ah vieta, invitto Augusto,

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