Metrica: interrogazione
518 settenari (recitativo) in Didone abbandonata Q2 
No principessa, amico,
So che m'ama Didone,
L'adoro e mi rammento
Ma ch'io di nuovo esponga
E son sì sventurato
te l'offre in questo lido
                 Con qual favella
Osmida, a questi lumi
che il rigido sembiante
quest'è d'Italia il regno
L'Asia infelice aspetta
che in un altro terreno,
allor che ti piegasti
E tu fra tanto ingrato
Sorgi; de' legni tuoi
Se abbandoni il tuo bene
La regina s'appressa.
                                (Non posso
scoprire il mio tormento).
Enea d'Asia splendore,
vedi come a momenti,
del tuo soggiorno altera,
Frutto de' miei sudori
Forse già dal tuo core
Didone alla mia mente,
Né tempo o lontananza
potrà sparger d'oblio,
Che proteste! Io non chiedo
Se brami il tuo riposo,
pensa alla tua grandezza;
i miei giorni felici
            Che?
                        La patria... Il cielo...
Ei pensa abbandonarti.
Contrastano in quel core,
È gloria abbandonarmi?
(Si deluda). Regina
Dalla reggia de' Mori
                        Le tue nozze
Perciò così partendo,
Vanne, amata germana,
Venga Arbace qual vuole,
Solo quel cor mi piace;
                           T'accheta.
Finché dura l'inganno,
Didone, il re de' Mori
Io te l'offro qual vuoi,
Queste che miri intanto
Mentre io ne accetto il dono,
ma s'ei non è più saggio,
Ti rammenta, o Didone,
Del tuo germano infido
Fu questo, ove s'inalza
la vendita confondi...
(Che ardir!) (Piano ad Osmida)
                          (Soffri). (Piano a Didone)
                                            Cortese
perché giurasti allora
Or sa l'Africa tutta
Né soffrirà che venga
a contrastar gli amori
E gli amori e gli sdegni
fian del pari infecondi.
t'offre pace, se vuoi.
E in emenda del fallo
Dalla reggia di Tiro
io venni a queste arene,
Prezzo de' miei tesori
La mia destra, il mio core
quando a Iarba negai,
Se il mio signore irriti,
verranno a farti guerra
quanti Getuli e quanti
Vengano a questi lidi
                             Dirai
che amoroso nol curo,
che nol temo sdegnato.
Araspe alla vendetta. (In atto di partire)
Didone in me confida,
                            Seguace
In Cipro ebbi la cuna
Ma chi sa se consente
                     Ogni atto innocente
Quanto è stolto, se crede
ch'io gli abbia a serbar fede!
Il promettesti a lui.
Ma vanne amato Araspe,
vanne; le mie vendette
Vado; e sarà fra poco
del suo, del mio valore
No, t'arresta. Io non voglio
che al caso si commetta
o virtù non si trova,
Empio! L'orror che porta
la pace fra' disastri
O sostegno del mondo,
Già tel dissi, o Selene,
Ah piacesse agli dei
Ma saper che m'adora
Sia qual vuoi la cagione
vanne; la mia germana
vuol colà favellarti.
Ed a colei che adoro
                             E come,
Tanto per lei t'affliggi?
Ella in me così vive,
io così vivo in lei
tanta pietà mi fanno
Se mi vedessi il core,
Tutta ho scorsa la reggia
Stranier dimmi, chi sei? (Ad Enea)
Troppo ad altri pietosa... (Come sopra)
Sugli occhi di Selene,
Di Iarba al messaggiero
e a quel d'Enea congiunto
che per glorie racconta
in confronto di glorie
Ma tu chi sei che tanto
meco per lui contrasti?
                         Il suo nome
A questa legge io resto.
Ah m'involasti un colpo
Gli affetti di Didone
al mio signor contende;
Dunque supponi, Arbace,
un cor che s'innamora?
Non è più tempo, Araspe,
chiamerò nella reggia;
Già di Nettuno al tempio
                         Non è tempo
ardisci. Ad ogni impresa
Dove corri, o signore?
Ancora i tuoi guerrieri
il tuo voler non sanno.
E vuoi la tua vendetta
Araspe, il mio favore
Come? Da' labbri tuoi
Il dirlo è crudeltà
Benché costante, io spero
Può togliermi di vita
ma non può il mio dolore
Vincere i propri affetti
avanza ogni altra gloria.
(Ecco il rival né seco (Piano ad Araspe)
è alcun de' suoi seguaci).
Siam traditi, o regina. (Con affettato spavento)
Chi ti destò nel seno
Come? L'istesso Arbace
il suo sdegno pavento;
E nemmeno hai rossore
del sacrilego eccesso?
Ti preverrò. Ministri
custodite costui. (Araspe parte tra le guardie)
Generoso nemico, (A Iarba)
                    Il re de' Mori!
                       Nessuno (Snuda la spada)
(Cedi per poco almeno, (Piano a Iarba)
Frenar l'alma orgogliosa (Ad Osmida)
Enea, salvo già sei
dalla crudel ferita.
                             Ancora
No. Più funeste assai
fedeltà mi giurava;
e intanto il cor pensava
Vil rifiuto dell'onde
Di cento re per lui,
Ecco poi la mercede.
Finch'io viva, o Didone,
né partirei giammai,
consacrare il mio affanno
Io resterò, se vuoi
Va' pur; siegui il tuo fato;
Farà quell'onde istesse
e tardi allor pentito
Se mi vedessi il core...
Lasciami, traditore.
Almen dal labbro mio
con volto meno irato
E pur con tanto sdegno
Tanto amor, tanti doni...
Ah pria ch'io t'abbandoni,
pera l'Italia, il mondo,
resti in obblio profondo
la mia fama sepolta,
Ah che dissi! Alle mie
Si parta. E l'empio moro
stringerà il mio tesoro?
No... Ma sarà frattanto
Chi fu che all'inumano
disciolse le catene?
Io prigioniero e reo,
sciolto mi vedo e sento
pur, se brami che Araspe
dall'insidie il difenda,
tel prometto; sin qui
l'onor mio nol contrasta;
Ah non toglier sì tosto
Araspe, il tuo valore,
Se t'accende il mio volto,
Io l'incendio nascoso
Soffri almen la mia fede.
Se può la tua virtude
Tu dici ch'io non speri
ma nol dici abbastanza;
Già so che si nasconde
e senz'altra dimora,
Sempre in me de' tuoi cenni
Premio avrà la tua fede.
per te fede e valore;
È un perfido, è un ingrato,
Contro me stessa ho sdegno,
perché finor l'amai.
parlar, se gliel concedi.
                           Qui presso
Io non tel dissi? Enea
Del tuo, dell'onor mio
del moro il fiero orgoglio
La gloria non consente
Se per me lo condanni...
Passò quel tempo, Enea,
è sciolta la catena
Pensa che re de' Mori
è l'orator fallace.
Oh dio! Con la sua morte
Consigli or non desio;
Se sprezzi il tuo periglio,
Sì, veramente io deggio
A sì fedele amante,
vieni sugli occhi miei;
Uno sguardo, un sospiro,
E poi grazie mi chiedi?
Idol mio, che pur sei,
che posso dir, che giova
Ah se per me nel core
Quell'Enea tel domanda
quel che finora amasti
Con un tuo sguardo solo
a tanto amore appresso;
Iarba da' lacci è sciolto!
ma vuol ch'io vada errando
Così tradisce Osmida
La tua sorte presente
fa pietà, non timore.
Risparmia al tuo gran core
tenta pure a mio danno,
Con altr'armi non sanno
Se Enea fosse africano,
barbaro, discortese,
Pietà nel mio nemico,
Ah forse a danno mio
l'uno e l'altro congiura.
Ma di lor non ho cura.
Pietà finga il rivale,
sia l'amico fallace,
Fral dovere e l'affetto
Purtroppo il mio valore
Di te finora in traccia
                              Amico,
vieni fra queste braccia.
Snuda, snuda quel ferro;
Tu di Iarba all'orgoglio
prima m'involi e poi
T'inganni; allor difesi
Con più nobil ferita
rendergli a me s'aspetta
Enea stringer l'acciaro
La mia vita è tuo dono,
Se non impugni il brando,
Questa ad un cor virile
Ma prima i sensi miei
Io son d'Araspe amico;
ad onta del mio core
discendo al gran cimento
di codardia tacciato;
No principessa, Araspe
Chi di Iarba è seguace
puoi tu sola avanzarti
del suo signor sostenne
se condannar pretendi,
                       Poc'anzi
Se di nuovo mi chiede
ch'io resti in questa arena,
Come fra tanti affanni,
Selene, a me cor mio?
Se per la tua germana
Dille che si consoli,
Tu mi chiami tuo bene!
quest'è il solito inganno;
non è senno o valore,
Se dirgli i miei tormenti,
se la pietà non giova,
So che vuoi dirmi ingrato,
Sprezzai finora, è vero,
In così dubbia sorte
ogni rimedio è vano;
deggio incontrar la morte,
Alfin femmina e sola,
Dunque fuor che la morte
                                 E quale?
l'Africa avrei veduta
Colei che tanto adoro
               Se tanta pena
ma per tormi agl'insulti
Ch'io ti sveni! Ah più tosto
Prima scemin gli dei,
troppo, oh dio! per mia pena
Giacché d'altri mi brami,
Dove, dove? T'arresta.
ti voglio spettatore.
Didone, a che mi chiedi?
Sei folle se mi credi
                                 Deh placa
il tuo grado e 'l tuo nome,
Ed io... Ma qui t'assidi
Eh vada. Allor che teco
                                 In lui,
Ei sempre a tuo favore
Dunque nel re de' Mori
No, Iarba; in te mi piace
Amo quel cor sì forte
E se il ciel mi destina
Siedi per un momento.
Troppo tardi, o Didone,
donar gli oltraggi miei
stringer non mi potea.
E che vuoi? Non ti basta
Vuoi darti al mio rivale,
brami che tel consigli,
Odi; a torto ti sdegni; (S’alza)
Dammi la destra e mia
D'imenei non è tempo.
Dunque, perfida, io sono
Ma sai chi Iarba sia?
Sai con chi ti cimenti?
E pure in mezzo all'ire
destate il vostro ardire,
che per l'onda infedele
Andiamo, amici andiamo;
saran glorie i perigli
Vuol portar guerra altrove
Ecco un novello inciampo.
Per un momento il legno
può rimaner sul lido.
Vengo. Restate, amici, (Alle sue genti)
Eccomi a te; che pensi?
Per ora a contrastarmi
Venga tutto il tuo regno.
Se al vincitor sdegnato
Già di Iarba in difesa
un premio alla mia fede.
Seguitemi, o compagni;
Che vuoi? (Con sdegno)
                      Deh non scordarti
che deve alla mia fede
È giusto; anzi preceda
Come! Questo ad Osmida?
Qual ingiusto furore...
l'aure e l'onde son chiare;
Ah lascia eroe pietoso (S’inginocchia)
Grato a virtù sì rara...
Se grato esser mi vuoi,
Se brami un'altra volta
manca ogni suo periglio.
Iarba al trono l'invita;
Senti, se a noi t'involi,
l'amor mio, la mia fede;
Mercé, se non d'amore,
ormai più del tuo foco
Torno al costume antico;
Sprezzar la fiamma mia,
Ma se né pur consenti
non merta un traditore,
               Con la speranza
Sorgi; quante sventure!
Or ora io stessa il vidi
Fu vana ogni mia cura.
Vanne, Osmida, e procura
Ad ubbidirti io volo. (Parte)
Ah non fidarti; Osmida
A questo eccesso è giunta
vanne a lui, prega e piangi,
Alle preghiere, ai pianti
Son io, son quella ancora
che il mio fasto serbai
O scordati il tuo grado
o abbandona ogni speme.
Se tardi un sol momento
a placare il suo sdegno,
                  Arde d'intorno...
Lo so, d'Enea ti chiedo.
Ah stolta! Io stessa, io sono
armi, navi, guerrieri;
quel traditore avvinto;
Io voglio... Ah no... Restate...
Ma la vostra dimora...
                                 E pensa
l'incendio che s'avanza?
Perduta ogni speranza,
a tal rischio mi spiace.
È perduta ogni speme.
Fra le strida e i tumulti
agli insulti degli empi
né più desta pietade
più riparo non v'è? (Si comincia a vedere il fuoco nella reggia)
                                      Fuggi, o regina.
Son vinti i tuoi custodi;
Andiam, si cerchi altrove
Venite, anime imbelli,
Forse al fedel troiano
corri a stringer la mano?
Va' pure, affretta il piede,
Lo so, quest'è il momento
chiedo a Iarba ristoro;
(Cedon gli sdegni miei).
L'offese io ti perdono
Io sposa d'un tiranno,
che non sa che sia fede,
S'io fossi così vile,
saria giusto il mio pianto;
Olà, miei fidi andate;
Pietà del nostro affanno.
Cedi a Iarba, o Didone.
Ah faccia il vento almeno,
non accrescer più pene
né mai di fiamma impura
Dunque perché congiura
Che dei? Son nomi vani;
mi trasse il mio furore?
Selene, Osmida, ah tutti

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