Metrica: interrogazione
523 settenari (recitativo) in Didone abbandonata P2 
No principessa, amico,
So che m'ama Didone,
l'adoro e mi rammento
ma ch'io di nuovo esponga
E son sì sventurato
te l'offre in questo lido
                 Con qual favella
Amici, a questi lumi
che il rigido sembiante
quest'è d'Italia il regno
L'Asia infelice aspetta
che in un altro terreno
allor che ti piegasti
E tu fra tanto ingrato
Sorgi, de' legni tuoi
Se abandoni il tuo bene
La reina s'appressa.
                               (Non posso
scoprire il mio tormento!)
Enea d'Asia splendore,
vedi come a momenti
del tuo soggiorno altera
Frutto de' miei sudori
Ma de' sudori miei
Forse già dal tuo core
Didone alla mia mente,
Né tempo o lontananza
potrà sparger d'oblio,
Che proteste! Io non chiedo
Se brami il tuo riposo
pensa alla tua grandezza,
i miei giorni felici
            Che.
                       La patria... Il cielo...
Ei pensa abandonarti.
Contrastano quel core,
È gloria abandonarmi?
(Si deluda). Regina
a lasciar queste sponde
                Fra pochi istanti
dalla regia de' Mori
                        Le tue nozze
perciò così partendo
S'inganna Enea ma piace
l'inganno all'alma mia.
So che nel nostro core
Vanne amata germana,
Venga Arbace qual vuole,
Solo quel cor mi piace.
                           T'accheta.
Fin che dura l'inganno
Didone, il re de' Mori
a te de' cenni suoi
Io te l'offro qual vuoi,
Queste che miri intanto
Mentr'io n'accetto il dono
ma s'ei non è più saggio
Ti rammenta o Didone
del tuo germano infido
Fu questo ove s'inalza
la vendita confondi...
                         (Soffri).
                                           Cortese
perché giurasti allora
Or sa l'Africa tutta
Né soffrirà che venga
a contrastar gli amori
E gli amori e gli sdegni
fian del pari infecondi.
t'offre pace, se vuoi.
E in ammenda del fallo
Dalla regia di Tiro
io venni a queste arene
Prezzo de' miei tesori
La mia destra, il mio core
quando a Iarba negai
costar molti sudori
Se il mio signore irriti
verranno a farti guerra
quanti Getuli e quanti
Vengano a questi lidi
                             Dirai
l'ampio suol che divide
Sì temerario. Al folle
possessore infelice
la gran donna di Tiro
tante terre e tant'onde,
una regina e forse
Al tuo misero stato
Araspe alla vendetta. (In atto di partire)
Didone in me confida,
                            Seguace
In Cipro ebbi la cuna
Ma chi sa se consente
                     Ogn'atto innocente
Quant'è stolto se crede
ch'io gl'abbia a serbar fede.
Il promettesti a lui.
Ma vanne amato Araspe,
vanne, le mie vendette
Vado e sarà fra poco
del suo, del mio valore
No, t'arresta. Io non voglio
che al caso si commetta
tutto farò. Tu sei
non ricuso cimento.
o virtù non si trova
Empio! L'orror che porta
la pace fra' disastri
O sostegno del mondo,
Già tel dissi, o Selene,
Sia qual vuoi la cagione
vanne. La mia germana
vuol colà favellarti.
Ed a colei che adoro
                             E come
Tanto per lei ti affliggi?
Ella in me così vive,
io così vivo in lei
Tutta ho scorsa la regia
Stranier dimmi, chi sei?... (Ad Enea)
Troppo ad altri pietosa...
Sugli occhi di Selene,
Di Iarba al messaggiero
e a quel d'Enea congiunto
che per glorie racconta
in confronto di glorie
Ma tu chi sei che tanto
meco per lui contrasti?
                         Il suo nome
A questa legge io resto.
Ah m'involasti un colpo
Gli affetti di Didone
al mio signor contende,
Arbace, a quel ch'io veggio
Un cor che s'innamora
Onde nessuno offende
non è senno o valore
Non è più tempo Araspe
chiamerò nella regia,
Già di Nettuno al tempio
al superbo troiano
                         Non è tempo
ardisci. Ad ogni impresa
Dove corri o signore?
Ancora i tuoi guerrieri
il tuo voler non sanno.
E vuoi la tua vendetta
Araspe, il mio favore
sai che punir potrei.
La mia giusta vendetta
chi raffrenar pretende
Come? Da' labri tuoi
Benché costante, io spero
Può togliermi di vita
ma non può il mio dolore
Oh generosi detti!
Vincere i propri affetti
avvanza ogn'altra gloria.
Ecco il rival né seco
è alcun de' suoi seguaci.
al nemico in aiuto?
Siam traditi o regina.
Chi ti destò nel seno (Ad Araspe)
sì barbaro desio.
Come? L'istesso Arbace
il suo sdegno pavento
del sacrilego eccesso?
Generoso nemico (A Iarba)
                    Il re de' Mori!
Un re sensi sì rei
                       Nessuno (Snuda la spada)
Olà, che più s'aspetta?
Frenar l'alma orgogliosa
Enea, salvo già sei
dalla crudel ferita.
                             Ancora
No; più funeste assai
Chiari i tuoi sensi esponi.
La mia lunga dimora
E così fin ad ora
fedeltà mi giurava
e intanto il cor pensava
Vil rifiuto dell'onde
Di cento re per lui
Ecco poi la mercede.
Finch'io viva, o Didone,
Né partirei giammai,
consagrare il mio affanno
all'impero latino.
Veramente non hanno
Io resterò, se vuoi
No, sarei debitrice
Va' pur, siegui il tuo fato,
farà quell'onde istesse
E tardi allor pentito
Se mi vedessi il core...
Lasciami traditore.
Almen dal labro mio
con volto men irato
E pur a tanto sdegno
E soffrirò che sia
sì barbara mercede
Tanto amor, tanti doni...
Ah, pria che t'abandoni,
pera l'Italia, il mondo,
resti in oblio profondo
la mia fama sepolta,
Ah che dissi! Alle mie
Si parta. E l'empio moro
stringerà il mio tesoro?
No... Ma sarà frattanto
Sol per pochi momenti
Di tante offese ormai
                     La pena
Chi fu che all'inumano
disciolse le catene?
Io prigioniero e reo,
sciolto mi vedo e sento
Pur se brami che Araspe
dall'insidie il difenda
tel prometto. Sin qui
l'onor mio nol contrasta
Ah non toglier sì tosto
Araspe, il tuo valore
Giacché amar non mi puoi,
soffri almen la mia fede.
Tu dici ch'io non speri
ma nol dici abbastanza.
Già so che si nasconde
e senz'altra dimora
Sempre in me de' tuoi cenni
Premio avrà la tua fede.
per te fede e valore.
È un perfido e un ingrato,
Contro me stessa ho sdegno
perché finor l'amai.
parlar, se gliel concedi.
                           Qui presso
Io non tel dissi? Enea (Parte Selene)
Quest'amara favella
Del tuo, dell'onor mio
del moro il fiero orgoglio
La gloria non consente
Se per me lo condanni...
Passò quel tempo Enea
è sciolta la catena
Sappi che re de' Mori
è l'orator fallace.
Oh dio, con la sua morte
Consigli non desio,
Se sprezzi il tuo periglio
Sì, veramente io deggio
A sì fedele amante,
vieni sugli occhi miei,
T'avessi pur veduto
Uno sguardo, un sospiro,
E poi grazie mi chiedi?
Idol mio, che pur sei
che posso dir, che giova
Ah se per me nel core
Quell'Enea tel domanda
quel che finora amasti
Con un tuo sguardo solo
a tanto amore appresso
Iarba da' lacci è sciolto!
ma vuol ch'io vada errando
Così tradisce Osmida
La tua sorte presente
Risparmia al tuo gran core
Solo in tal guisa sanno
S'Enea fosse africano
Signor ove ten vai?
Nelle mie stanze ascoso
Ma fino al tuo ritorno
libero errar ti vede
Va' pur ma ti rammenta
ch'io sol per tua cagione...
Fost'infido a Didone.
E che tu per mercede...
un premio alla mia fede.
Mi rimprovera invano
Fra il dovere e l'affetto
Purtroppo il mio valore
Di te finora in traccia
                            Amico
vieni fra queste braccia.
Snuda snuda quel ferro,
Tu di Iarba all'orgoglio
prima m'involi e poi
T'inganni. Allor difesi
Con più nobil ferita
rendergli a me s'aspetta
Enea stringer l'acciaro
La mia vita è tuo dono,
Se non impugni il brando
Questa ad un cor virile
Ma prima i sensi miei
Io son d'Araspe amico,
ad onta del mio core
discendo al gran cimento
di codardia tacciato
No principessa. Araspe
Chi di Iarba è seguace
puoi tu sola avanzarti
del suo signor sostenne
se condannar pretendi,
Lo so, ma come Osmida
                       Poc'anzi
Se di nuovo mi chiede
ch'io resti in quest'arena
Oh dio, se non l'ascolti
tu sei troppo inumano.
Chi udì, chi vide mai
Taccio la fiamma mia
e vicina al mio bene
Incerta del mio fato
Se dirgli i miei tormenti,
se la pietà non giova,
Ad ascoltar di nuovo
So che vuoi dirmi ingrato,
Sprezzai finora, è vero,
In così dubbia sorte
ogni rimedio è vano.
Deggio incontrar la morte
Alfin femina e sola,
E non è meraviglia
Dunque fuor che la morte
o il funesto imeneo,
                                 E quale?
l'Africa avrei veduta
E di Troia e di Tiro
Colei che tanto adoro
               Se tanta pena
Ma per tormi agl'insulti
svena la tua fedele;
Ch'io ti sveni? Ah più tosto
Prima scemin gli dei
Troppo oh dio per mia pena
Giacché d'altri mi brami
Vedi quanto son io (Parte il paggio e un altro porta da sedere per Iarba)
Dove dove? T'arresta.
ti voglio spettatore.
Didone a che mi chiedi?
Sei folle se mi credi
                                 Deh placa
il tuo grado e il tuo nome
Ed io... Ma qui t'assidi
e con placido volto
Eh vada. Allor che teco
                                In lui
Ei sempre a tuo favore
se credi menzognero
Dunque nel re de' Mori
No, Iarba, in te mi piace
Amo quel cor sì forte
E se il ciel mi destina
Basta che fin ad ora
Siedi per un momento.
Troppo tardi o Didone
donar gli oltraggi miei
In pegno di tua fede
stringer non mi potea.
Ma che vuoi? Non ti basta
Vuoi darti al mio rivale,
brami che tel consigli,
Odi; a torto ti sdegni. (Si alza Didone)
tu sei quella fedele
Dammi la destra e mia
D'imenei non è tempo.
Dunque perfida io sono
Ma sai chi Iarba sia?
Sai con chi ti cimenti?
E pure in mezzo all'ire
Chi sa. Pietosi numi
destate il vostro ardire,
che per l'onda infedele
Per sì strane vicende
Andiamo amici, andiamo.
saran glorie i perigli
Vuol portar guerra altrove
tu lasci in abbandono
Alla mia gloria io cedo
Se vuoi goderne appieno
Per un momento il legno
può rimaner sul lido,
Vengo, restate amici, (Alle sue genti)
Eccomi a te, che pensi?
Penso che all'ira mia
Per ora a contrastarmi
Se al vincitor sdegnato
nel tuo sangue infedele
nel sangue d'un rivale
tutto estinguer lo sdegno,
Iarba già in tua difesa
di sorprender Cartago,
Andiam. Di tue vendette
giovommi il tradimento,
tu rendi alla mia fede...
Infelice, che sento!
Ecco che in un momento
Tutta di Iarba all'ira
dar soccorso al mio bene.
dar legge a' nostri affetti?
giacché sdegni d'amarmi
Inutilmente io perdo
A gran periglio esponi
ed a ragion sdegnato
dall'africano infido
su quel feroce petto,
Di voti e di preghiere
ponga Iarba in oblio;
spargerò dalle vene
Tutto dal tuo bel core
Se può la tua virtù
So che lasciar dovrei
ma in un ben nato core
Ah no, così bel nome
non merta un traditore
                Con la speranza
dal mio rimorso oppresso
Sorgi. Quante sventure!
Or ora io stessa il vidi
verso i legni fugaci
un esule infelice...
Fu vana ogni mia cura.
Vanne Osmida e procura
Ah non fidarti. Osmida
A quest'eccesso è giunta
la mia sorte tiranna,
Vanne a lui, prega e piangi,
Alle preghiere, ai pianti
Son io, son quella ancora
che il mio fasto serbai
O scordati il tuo grado
o abbandona ogni speme,
Se tardi un sol momento
a placar il suo sdegno
Restano più disastri
                  Arde d'intorno...
Lo so. D'Enea ti chiedo,
Ah stolta! Io stessa, io sono
armi, navi, guerrieri.
Raggiungi l'infedele,
quel traditore avvinto.
Io voglio... Ah no... Restate...
Ma la vostra dimora...
                                E pensa
a ripararne il danno.
l'incendio che s'avanza?
Ho perso ogni speranza,
a tal rischio mi spiace.
I miei casi infelici
È perduta ogni speme.
Tutta del moro infido
Fra le strida e i tumulti
agl'insulti degli empi
Né più desta pietade
Dunque alla mia ruina
più riparo non v'è? (Si comincia a veder il fuoco nella regia)
                                      Fuggi o regina.
Son vinti i tuoi custodi,
non ci resta difesa.
Dalla cittade accesa
Andiam. Si cerchi altrove
Venite anime imbelli,
Forse al fedel troiano
corri a stringer la mano?
Va' pure, affretta il piede,
Lo so, questo è il momento
Alfin sarai contento.
tradita, abbandonata,
(Cedon gli sdegni miei).
E pur Didone, e pure
L'offese io ti perdono
Io sposa d'un tiranno,
che non sa che sia fede,
S'io fossi così vile
saria giusto il mio pianto,
Olà miei fidi andate,
Pietà del nostro affanno.
Cedi a Iarba o Didone.
Ah faccia il vento almeno,
e turbini e tempeste
non accrescer più pene
ad un cor disperato.
trovo Selene infida,
Né mai di fiamma impura
Dunque perché congiura
Che dei. Son nomi vani,
mi trasse il mio furore.
Selene, Osmida, ah tutti,
abbia nel mio destino

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